lunedì 29 novembre 2010

Horror rock. La musica delle tenebre

Horror rock. La musica delle tenebre, 2010, copertina“Rock & Horror: un incrocio pericoloso? Quando il rock diventa realmente «orrorifico»? Qual è l’evoluzione del genere? Quali i pilastri, quali le nuove leve? Lazzati e Vitolo, autori di Horror Rock, delineano una serie di capitoli tematici la varie commistioni e fusioni tra l’immaginario tipicamente horror (fumetti, letteratura, cinema), la teatralità e i contenuti controversi del rock e i suoi effetti (a volte pericolosi, a volte semplicemente fraintesi) sulla realtà. Seguendo poi la definizione più ampia di horror, esplorano quelle aree oscure del reale e il loro rapporto con la musica hard rock e heavy metal, per analizzare tematiche quali l’influenza dei serial killer, il rapporto con figure storiche divenute fonti di ispirazione anche per il cinema e per la letteratura, fino a giungere agli orrori del quotidiano, come la guerra e i fatti di cronaca nera. Vecchie riviste polverose, fanzine straniere, album finiti del dimenticatoio, band perse nell’oblio del tempo, saggi e cronache dell’universo rock hard. Tutto questo è Horror Rock!”

Pubblicato per Arcana Edizioni, Horror rock. La musica delle tenebre di Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo scorre l’intero spettro delle tematiche orrifiche saldamente radicate nell'universo musicale rock – e non solo – dagli ultimi decenni dello scorso secolo.

Aperto da un’introduzione di Alan D. Altieri, il corposo saggio suddivide le suggestioni e gli influssi musicali horror in otto grandi aree tematiche, a partire dall’orrore cosmico di H.P. Lovecraft approfondito nell’iniziale centinaio di pagine di Oltre la realtà. H.P. Lovecraft, gli incubi da altre dimensioni fra la psichedelica dei tardi anni 60 e il metal più recente.

Seguono gli orrori fisici del quotidiano e del reale, sui toni macabri dedicati agli efferati delitti dei moderni antieroi della cronaca nera, quindi un una succulenta sezione “al sangue” sui “figli della notte”, i vampiri, e ancora l’influenza – anche italiana – dello “Shock rock”, l’odore d’incensi e zolfo del rock magico e satanico, e le figure tradizionali del gotico di estrazione letteraria, sino a quelle derivate dai variegati mondi del fumetto e del cinema.

Riccamente illustrato con foto e riproduzioni di copertine in bianco e nero, il libro si avvale di una postfazione a firma di Ian Christe, autore di Sound of the beast. La storia definitiva dell'heavy metal (2003, edizione italiana Arcana, 2009). In appendice, le liste dei “25 dischi” e dei “20 film fondamentali” a precedere l’apparato bibliografico.

Informazioni sul sito web dell’editore, o presso la pagina dedicata su Facebook.

Horror rock. La musica delle tenebre
di Alessio Lazzati ed Eduardo Vitolo
collana Arcana musica, Arcana Edizioni, 2010
brossura, illustrazioni in b/n, 480 pagine, €24.00
ISBN 9788862311366

Andrea Bonazzi

sabato 27 novembre 2010

Xilografie weird di Liv Rainey-Smith

Liv Rainey-Smith, Cthulhu,  2010
Liv Rainey-Smith, Coagulate, 2009
Liv Rainey-Smith, Lovecraft trading cards block, 2010
Liv Rainey-Smith, Shub-Niggurath  2009

L’americana Liv Rainey-Smith vive e lavora a Portland, nell’Oregon, realizzando gioeilleria e accessori originali su temi fra l’esoterico e il weird, ma soprattuto è autrice di fantastiche xilografie, stampe da incisioni a mano su matrici in legno.

La tecnica riprende le tecniche tradizionali giapponesi ed europee, utilizzate insieme ai moderni strumenti tipografici, in soggetti dallo storico al naturalistico, dal simbolo religioso alla visione immaginifica e il sogno.

Apparse in pubblicazioni come SilKMilk, le sue stampe sono impresse in limitatissime tirature artigianali, non di rado a illustrare soggetti lovecraftiani con tratto personale e il gusto iconografico, talvolta, dei cinquecenteschi trattati di demonologia.

Gallerie: sito ufficiale www.livraineysmith.com; pagina su Facebook; store personale e sezione lovecraftiana su Etsy.

Andrea Bonazzi

giovedì 25 novembre 2010

Bibliofilia dell’assurdo

“…perché un libro esista, basta che sia possibile”.
– “La Biblioteca di Babele”, J.L. Borges

tessera bibliotecaria della Miskatonc University, secondo la 'HPL Hisorical Society'Libri non terminati, libri perduti, apocrifi e pseudoepigrafi: “pseudobiblia”, per Lyon Sprague de Camp.
Libri senza libri, ignorati dai cataloghi di tutte le librerie, nascosti nell’ultima caverna sotto la sala lettura del Brithish Museum, scritti solo per la circolazione privata: “abiblia”, per Max Beerbohm.

Afferma Umberto Eco: “Tutti (almeno tra le persone che frequento e che non usano il telefonino) conoscono la lista dei libri dell’abbazia di San Vittore stesa da Rabelais, con titoli affascinanti come «Ars honeste petandi» o «De modo cacandi»”. Con la stessa sicurezza si potrebbe affermare che tutti quelli che (non solo usano il telefonino ma sono tecnologico-dipendenti) non sono a conoscenza dell’esistenza di una lista dei libri dell’abbazia di San Vittore, ma conoscono il Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alazhared.

The Necronomicon nella versione di George Hay, 1978, copertinaA oggi gli studi specifici sugli pseudobiblia e sulle “biblioteche immaginarie” sono talmente numerosi da costituire un vero e proprio genere letterario accomunabile alla paradossografia (genere che nasce con Callimaco e concerne la raccolta di thaùmatha, cioè fatti naturali straordinari di eccezionali opere dell’uomo).

Una sintesi di due categorizzazioni, che tiene conto di possibili sottocategorie, proposte l’una da Domenico Cammarota e l’altra da Roberto Palazzi, potrebbe essere la seguente:

I. libri esistiti: perduti; dispersi; distrutti; etc…
II. libri esistenti: irreperibili; rarissimi; censurati; cassati dai cataloghi storici delle biblioteche; etc…
III. libri che potrebbero esistere: ricostruzioni apocrife; citazioni; libri annunciati ma mai pubblicati; postumi; work in progress; lavori in nuce; etc…
IV. libri non esistenti: citati in bibliografie, cataloghi; artifici narrativi.

Inoltre, potremmo stilare un’altra categorizzazione in base alla quale lo pseudobiblium può:

I. fornire la base per l’intreccio della narrazione;
II. aggiunge verosimiglianza se supportato da un background plausibile;
III. fungere da leitmotiv in una serie di libri o di opere di un determinato autore o canone narrativo;
IV. essere usato come un espediente letterario per illustrare una storia senza storia;
V. essere essenzialmente un titolo-burla che serve a stabilire il tono umoristico o satirico dell’opera.

Gli pseudobiblia o fictional books – con accezione più moderna ed esterofila –, quando sono usati come titolo-burla o come preteso supporto per una ricerca reale vengono definiti “falsi letterari”.

Una delle caratteristiche dei libri immaginari è che sono così convincentemente reali da divenirlo.
E proprio in quanto immaginari incarnano, o dovremmo dire impaginano, il libro ideale che si tratti di un grimorio maledetto o di un manuale sull’onesto modo di scorreggiare.
D’altra parte, un peto, ha una virtù che l’attuale letteratura “di massa” non possiede: permane di più nel tempo.

Catalogue del conte di Fortsas, 1840, frontespizioFrançois Rabelais crea 139 libri immaginari e li elenca nella famosa e spassosa “Lista della Biblioteca dell’Abbazia di san Vittore” nel Gargantua e Pantagruel.

Il Catalogus Catalogorum Perpetuo Durabilis del 1567, dagli intenti parodici e dal lunghissimo sottotitolo in un tedesco sgrammaticato, fa di meglio.
Dal Seicento in poi, molti cataloghi immaginari vedranno la luce fino a giungere alla beffa bibliofila per eccellenza: il Catalogo dei libri del conte di Fortsas, uno strano libello di dodici pagine recapitato, nel 1840, a tutti i principali bibliografi e bibliofili e alle maggiori librerie del Belgio e della Francia.

Il Catologue d’une très-riche mais peu nombreuse collection de livres provenant de la bibliothèque de feu M.r le Comte J.-N.-A. de Fortsas, dont la vente se fera à Binche, le 10 août 1840, à onze heures du matin en l’étude et par le ministère de M.e Mourlon, Notaire, rue de l’Église n.° 9 è tirato in 60 copie nella cittadina di Mons (la stessa dei famosi Arcieri figli di un’altra, questa volta involontaria beffa, a opera di Arthur Machen) e venduto a cinquanta centesimi, metteva all’asta un’intera biblioteca immaginaria. Tutti gli “unica” contenuti nel Catalogo, numerati da 3 a 215, sono infatti immaginari a eccezione di tre titoli su 52.

L’anonimo curatore del catalogo ci informa che il conte: “[…] non accettava sui suoi ripiani che opere sconosciute a tutti i bibliografi e cataloghisti. […] non appena veniva a conoscenza che un’opera, fino ad allora sconosciuta, era stata segnalata in qualche catalogo.” […] era riportata nel suo inventario manoscritto, in una colonna destinata a ciò, con queste parole: «Si trova menzionato in questa o quell’opera», etc.; poi: «venduto», «donato», o (cosa incredibile se non si sapesse fino a che punto può spingersi la passione dei collezionisti esclusivi) «distrutto»”.

Lo stesso conte di Fortsas non esiste affatto, benché provvisto di una credibile e onorevole nota biografica che riporta: “Jean-Népomucène-Auguste Pichauld, conte di Fortsas, nato il 24 ottobre 1770 nel suo castello di Fortsas, vicino a Binche nell’Hainaut, è deceduto, il 1º settembre 1839, nello stesso luogo della sua nascita e nella stanza dove aveva compiuto 69 anni il giorno prima. Insieme ai suoi libri, aveva visto (o piuttosto non aveva visto) passare trenta anni di rivoluzioni e di guerre senza muoversi un istante dalla sua occupazione preferita, senza uscire in qualche modo dal suo santuario. È per lui che avremmo dovuto creare il motto «Vitam impendere libris»”.

Autore di quella che lui stesso definì “une pure espiéglerie d’écolier” (una birichinata da scolaro) fu un maggiore dell’esercito in pensione, Renier-Hubert-Ghislain Chalon (1802-1889), presidente della “Società dei Bibliofili Belgi” e autore di saggi sulla numismatica.

Pare che solo lo scrittore e libraio di Liegi, l’erudito Pierre-Alphonse (1813-1877), fiutasse la frode mentre tutti i destinatari presero seriamente l’affare. E Chalon fu il primo a stupirsene. Il mondo dell’alta bibliofilia era in subbuglio. Il Presidente del Consiglio de Gerlache, pur affermando che il conte di Fortsas peccava di furfanteria, possedeva egli stesso una buona metà delle opere cosiddette uniche.

La famiglia dei principi di Ligne, toccata dall’annuncio di un’opera licenziosa del principe-scrittore (titolo n. 48 che recita “Le mie campagne nei Paesi Bassi, con l’elenco, giorno per giorno, delle fortezze che ho vinto all’arma bianca. Stampato da me solo, per me solo in un solo esemplare, e per evidenti ragioni [...]”), fece di tutto per assicurarsi il possesso e la messa fuori circuito del racconto “delle scappatelle di questo sporcaccione di nonno”.

A Binche si venne a sapere che alte personalità avevano intenzione di trasferirsi per contendersi tali tesori con rialzi di offerta. Vista la cattiva piega che stava assumendo la faccenda, Chalon deciderà prudentemente di metter fine all’inganno: pubblicò e inviò un avviso ai destinatari del catalogo, segnalando che l’asta non avrebbe avuto luogo poiché la città di Binche aveva deciso di acquistare in blocco tutta la mirifica biblioteca.

Catalogues des livres de la bibliothèque de M. Ed. C., frontespizioAll’inizio del secolo XX, librai e bibliofili burloni, furono molto attivi nella creazione di cataloghi fantastici a stampa…

Edmond Cuénoud, bibliofilo fornito di humour, fa stampare nel 1910 un Catalogues des livres de la bibliothèque de M. Ed. C. illustrato da Carlègle, pseudonimo di Charles Émile (1877-1937). Al titolo si accompagnano indicazioni strettamente necessarie: “Abelardo, scompleto, tagliato” (riferimento al fatto che Pietro Abelardo fu evirato per aver sposato in segreto l’allieva Eloisa), o “F. Cooper, L’ultimo dei Mohicani, pelle rossa”.

In Germania, tra il 1910 e il 1912, il libraio Martin Breslauer dà alle stampe Die unsichtbare Bibliothek (La biblioteca invisibile). L’Inghilterra, nel 1928, vede Henry Gordon Ward curare un pamphlet di sedici pagine in-ottavo intitolato A Seventeenth-Century German Moch Catalogue (Catalogus etlicher sehr alten Bücher welche neulich in Irrland auff einem alten eroberten Schlosse in einer Bibliothec gefunden worden [Catalogo di alcuni libri antichi trovati recentemente in Irlanda nella biblioteca di un vecchio castello conquistato]). La tesi su cui è costruito sostiene che, nel 1650, un anonimo autore tedesco avrebbe trovato quest’elenco di 100 titoli ironici di libri, suddivisi per soggetto, nella biblioteca di un antico castello irlandese. Titoli come il n° 5, Nimrod’s Tractätlein von der Jägerey (Trattatello sulla caccia di Nimrod) e il n° 9 Joh. Fausts Magia Naturalis, Fledermäuse zu machen (La magia naturale di Johann Faust su come fare pipistrelli) uniti al sinistro rinvenimento, restano parodici e burleschi ma fanno registrare un leggero inclinarsi del gusto verso il mistero e l’occulto.

Fino al capostipite del romanzo gotico e a partire da lui, Melmoth the Wanderer di Charles Robert Maturin (1820) che contiene “A Modest Proposal for the Spreading of Christianity in Foreign Parts, di autore sconosciuto, manoscritto ritrovato in un ospizio”, sarà tutto un fiorire di misteri intorno a libri occulti. Da The Mad Trist scritto da sir Launcelot Canning contenuto in “The Fall of the House of Usher” (1839) di Edgar Allan Poe, che narra del cavaliere medievale Ethelred, a M. R. James che nel “Canon Alberic’s Scrapbook” (1895) attribuisce la paternità di un album, frutto della collatio di diversi manoscritti, al Canonico Alberic de Mauleon, mentre in “Casting the Runes” (1911) ci regala ben due pseudobiblia: History of Witchcraft e The Truth of Alchemy di Mr. Karswell, e in “The Treasure of Abbot Thomas” (1904) il plausibilissimo Sertum Stein feldense Norbertinum di autore sconosciuto, e altri.

The King in Yellow, I ed. 1895, copertinaE ancora, da Arthur Machen, che nel celebre “The White People” (1899) racconta di un misterioso Green Book di autore ignoto, a Ambrose Bierce con le Revelations of Hali di E.S. Bayrolles in “An Inhabitant of Carcosa” (1886), che servirà da modello al The King in Yellow di Robert W. Chambers (1895), e con le Marvells of Science di Morryster che appaiono citate anche nell’opera di H.P. Lovecraft.

Nel cerchio di autori che si muovono attorno a Lovecraft vi sono inoltre August Derleth, con i Thaumaturgical Prodigies in the New-English Canaan scritti dal Reverendo Philips Ward contenuti in The Lurker on the Threshold (1945), le gotiche Confessions of the Mad Monk Clithanus scritte dal monaco pazzo Clithanus in “The Passing of Eric Holm” (1939), i famosi Celaeno Fragments attribuiti a Laban Shrewsbury presenti in The Trail of Cthulhu (1962). E altri come Ramsey Campbell con le Revelations of Glaaki in “The Inhabitant of the Lake” (1964), o Brian Lumley con il Cthäat Aquadingen in “The Cyprus Shell” (1968) fra gli autori che, sin dagli anni Trenta, contribuirono agli innumerevoli pseudo-titoli di vena lovecraftiana.

Frank Belknap Long fa scrivere The Secret Watcher da Halpin Chalmers nel racconto “The Hounds of Tindalos” (1931); Robert E. Howard in “Children of the Night” e “The Black Stone” (1931) cita il Nameless Cults di Von Junz, meglio noto come Unaussprechlichen Kulten; Clark Ashton Smith presenta il Book of Eibon, o Livre d’Ivon, in “The Holiness of Azederac” (1933) e The Testament of Carnamagos in “Xeethra” (1934); Robert Bloch introduce Mysteries of the Worm, ovvero il De Vermis Mysteriis di Ludwig Prinn, nel suo “The Shambler from the Stars”(1935), e il Cultes des Goules del Comte d'Erlette in “The Suicide in the Study” (1935); Henry Kuttner fa comparire il Book of Iod in “Bells of Horror” (1939)…

History of the Necronomicon, 1927, il manoscritto originale di LovecraftTutte storie appartenenti al cosiddetto “Ciclo di Chtulhu” ideato in origine da Lovecraft, subcreatore del Necronomicon (letteralmente: “Libro delle leggi che governano i morti”) o Al Azif, autore del quale sarebbe l’arabo folle Abdul Alhazred, vissuto nell’ottavo secolo dopo Cristo. Alhazred avrebbe trascorso dieci anni nel grande deserto dell’Arabia meridionale, il Raba El Khaliyeh, lo “Spazio vuoto” degli antichi arabi, in quello che Matthew Pearl ne L’ombra di Edgar definisce “l’altro mondo... un mondo immaginario fatto di libri e scrittori capaci d’invadere le menti di chi li legge...”.

Fino ai contemporanei. Un volume spurio della Anglo-American Cyclopaedia (New York 1917) è il pretesto che usa Jorge Luis Borges, nel racconto “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius” (1940), per mettere due scrittori argentini sulle tracce dell’unica copia della Cyclopaedia in cui si parla di Uqbar. Meno fantasioso e più scontato, Arturo Pérez-Reverte ha costruito il suo Il Club Dumas (1993) attorno alla ricerca de Le Nove Porte del Regno delle Tenebre, un trattato del 1666 su come evocare il Demonio.

The Grasshopper Lies Heavy (La cavalletta non si alzerà più) di Hawthorne Abendsen è il libro immaginario, e proibito negli U.S.A. controllati dai giapponesi, che innerva La svastica sul Sole (The Man in the High Castle, 1962), romanzo in cui Philip K. Dick immagina che nazisti e giapponesi abbiano vinto la Seconda Guerra Mondiale e si siano spartiti il mondo. Il medievale Viage to the Contree of the Cimmerians, dell’oscuro Gervase di Langford, mina alle radici l’albero genealogico di una famiglia nobiliare inglese e trasforma un businessman in un assatanato bibliofilo nel romanzo Codex (2004) di Lev Grossman. E potremmo continuare per pagine e pagine…

E se è vero quel che afferma Ermanno Olmi, cioè che un libro non serve a nulla se non si incarna in vita vissuta, è altrettanto vero quel che sostiene Umberto Eco: “Questi libri non sono mai esistiti ma sarebbero stati meglio di tanti altri esistenti o esistiti”. Ma soprattutto, reale o immaginaria, la bibliofilia è una malattia dell’anima. Ed è contagiosa.


Bibliografia. Testi di carattere generale sulle biblioteche immaginarie o pseudobiblia:
Albani, Paolo e della Bella, Paolo, “Pseudobiblia o bibliografie immaginarie”, in: Forse Queneau. Enciclopedia delle scienze anomale, Bologna, Zanichelli, 1999, pp. 335-338.
Arnaud, Noël, “Bibliothèques imaginaires”, in: Arnaud, Noël e Caradec, François, Encyclopédie des Farces et Attrapes et des Mystification, Paris, Jean-Jacques Pauvert, 1964, pp. 230-238.
Beerbohm, Max, “Books Within Books”, in: And Even Now (Essays), London, William Heinemann, 1920.
Benrekassa, Georges, “Bibliothèques imaginaires: honnêteté et culture, des lumières à leur postérité”, Romantisme, 44, 1984, pp. 3-18.
Bergier, Jacques, I libri maledetti, Roma, Edizioni Mediterranee, 1972.
Blumenthal, Walter Hart, Imaginary Books and Phantom Libraries, Philadelphia, George S. MacManus Company, 1966.
Braffort, Paul, “Les bibliothèques invisibles”, in: Oulipo, La Bibliothèque Oulipienne, vol. 3, Paris, Seghers, 1990, pp. 241-266.
Breslauer, Martin, An illustrated catalogue of books and manuscripts. The gentle science of books collecting, n° 54: Bibliophily and bibliomanis, The Art of forming a library, Collectors and collection, The bookseller auction sale catalogues 1663-1939, Imaginary libraries, The gentle science of art collecting, Books and criminality: being a rogues’ gallery of book and comprising a unique collection illustrative of forgery in literature, London, Martin Breslauer, 1941.
Brunet, Gustave, Essai sur les bibliothèques imaginaires, Paris, Imprimerie de Ch. Lahure et Cie, 1851.
Brunet, Gustave, Fantaisies Bibliographiques, Paris, Jules Gay, 1864.
Brunet, Gustave, Imprimeurs imaginaires et libraires supposées. Étude bibliographique, Paris, Librairie Tross, 1866.
Carpenter, Edwin H., Some Libraries we have not visited, Pasadena, Ampersand Press, 1947.
Delepierre, Octave, Supercheries littéraires, pastiches, suppositions d’auteur dans les lettres et dans les arts, London, Trübner & Co., 1874.
De Turris, Gianfranco e Fusco, Sebastiano, “I libri che non esistono (e quelli che non dovrebbero esistere)”, in: Jacques Bergier, I libri maledetti, Roma, Edizioni Mediterranee, 1972, pp. 149-206.
De Turris, Gianfranco e Fusco, Sebastiano, “Gli pseudobiblia nella letteratura fantastica”, in: Robert William Chambers, Il re in giallo, Roma, Fanucci, 1975, pp. 7-28.
Dunin-Wasowicz, Pawel, Widmowa biblioteka. Leksykon ksiazek urojonych [Biblioteca inesistente. Dizionario di libri immaginari], Warszawa, Swiat Ksiazki; Lampa i Iskra Boza, 1997.
Fumagalli, Giuseppe, Delle Biblioteche Immaginarie e dei libri che non esistono, Milano, Tip. Lombardi, 1892.
Goulemot, Jean Marie, “En guise de conclusion: les bibliothèques imaginaires (fictions romanesques et utopies)”, in: Histoire des bibliothèques françaises, 2, Claude Jolly, ed., “Les bibliothèques sous l’ancien Régime”, Paris, Promodis - Éditions du Cercle de la librairie, 1989, pp. 500-511.
G.[uadalupi], G. [ianni], “Biblioteche immaginarie”, in: Vittorio Di Giuro, a cura di, Manuale Enciclopedico della Bibliofilia, Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 1997, p. 116.
Jeandillou, Jean-François, Supercheries littéraires. La vie et l’œuvre des auteurs supposés, Paris, Editions Usher, 1989.
Nodier, Charles, Questions de littérature légale. Du plagiat, de la supposition d’auteurs, des supercheries qui ont rapport aux livres (1812), 2e éd. “revue, corrigée et considérablement augmentée”, Paris, Impr. Crapeler, 1828.
Oulipo, “Bibliothèques invisibles, toujours”, in: La Bibliothèque Oulipienne, vol. 5, Bordeaux, Le Castrol Astral, 2000, pp. 219-247.
Pini, Massimo, “Biblioteche immaginarie”, in: Arcana, vol. I, Milano, Sugar, 1969, p. 92.
Puech, Jean-Benoît, Du vivant de l’auteur, Seyssel, Éditions Camp Vallon, 1990.
Roscioni, Gian Carlo, “Fantasmi di libri”, in: L’arbitrio letterario. Uno studio su Raymond Roussel, Torino, Einaudi, 1985, pp. 71-85.
Santoro, Michele, “Il libro che non c’è. Breve indagine sugli pseudobiblia fra leggenda e finzione letteraria”, Bibliotime, 4, 1992, pp. 4-6.
Santoro, Michele, “Gli scaffali dei sogni. Le pseudobiblioteche fra letteratura, utopia e leggenda”, Bibliotime, 4, 1993, pp. 6-9.
Serrai, Alfredo, “Cataloghi fantastici”, in: Storia della bibliografia, vol. IV, Roma, Bulzoni, 1993, pp. 272-280.
Spargo, John Webster, Imaginary Books and Libraries. An Essay in Lighter Vein, Chicago, Caxton Club, 1952.
Sprague De Camp, Lyon, “The Unwritten Classics”, The Saturday Review of Literature, New York, 29 marzo 1947, vol. 30, n. 13, pp. 7-8 e pp. 25-26.
T.[uzzi], H. [ans], ”Cataloghi immaginari”, in: Vittorio Di Giuro, a cura di, Manuale Enciclopedico della Bibliofilia, Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 1997, p. 154.
Versins, Pierre, “Bibliothèques imaginaires”, in: Encyclopédie de l’utopie, des voyage extraordinaires et de la science fiction, Lausanne, l’Age d’homme, 1972, p. 114.


Nota bibliografica:
La riproduzione integrale del catalogo di Fortsas si trova nel Journal de l’amateur de livres (1850, pp. 141-152) a cura di Jannet, nell’Essai sur le bibliothèques imaginaires (1851) di Brunet e più di recente nel libro di Walter Klinefelter The Fortsas bibliohoax (Newark, N.J., The Carteret book club, 1941) e in The Fortsas Hoax (London, Arborfield, 1961) curato da James Moran. Notizie interessanti sono anche nel Dictionnaire des ouvrages anonymes et pseudonymes composées (1822-1827) di Antoine-Alexandre Barbier e nelle Supercheries littéraires dévoilées (1847-1853) di Joseph-Marie Quérard.

Linkografia:
Wikipedia: Fictional book
The Frank W. Tober Collection on Literary Forgery
The Invisible Library Catalog
Wikipedia: Cthulhu Mythos arcane literature

Tatiana Martino

martedì 23 novembre 2010

The Dream World of H.P. Lovecraft: una biografia “esoterica”

The Dream World of H.P. Lovecraft, 2010, copertinaScritto da Donald Tyson per il marchio editoriale americano Llewellyn, The Dream World of H. P. Lovecraft. His Life, His Demons, His Universe si presenta con un allettante blurb di S.T. Joshi in evidenza sulla quarta di copertina del volume:

“The Dream World of H.P. Lovecraft è un libro che provoca la riflessione, intellettualmente stimolante. La sua fusione di solida conoscenza biografica e di penetrazione critica lo rende una lettura d’obbligo per i lovecraftiani”.

Con la struttura di una biografia, il saggio di Tyson ripercorre la vita privata e professionale di Howard Phillips Lovecraft in modo sostanzialmente accurato, benché non particolarmente approfondito, qua e là addentrandosi in osservazioni critiche sull’opera ma soprattutto enfatizzando gli aspetti onirici e, suo malgrado, “occulti” collegati o attribuiti al gentiluomo di Providence, nel presentare lo scrittore come un autentico “viaggiatore sul piano astrale” per mezzo dei propri vividi e ricorrenti incubi e sogni, nonché come un’icona e una sorta di profeta per il pensiero magico contemporaneo.

Ferme restando le sempre chiare e dichiarate posizioni di Lovecraft, agnostico in gioventù e ateo, materialista e razionalmente scettico per il resto della propria esistenza, il libro sottintende che la sua intensa e fantastica attività onirica realmente gli provenisse da una visione interiore, inconscia, capace di proiettarsi a raggiungere nascosti e metafisici livelli di realtà, il tutto negato personalmente come irrazionale e sublimato quindi in narrativa. Una concezione esoterica tutt’altro che nuova sia dell’autore che dell’impatto immaginifico dei suoi lavori, nella tesi centrale di Tyson, e tuttavia non affrontata che in mera superficie, suggerendo relazioni fra traumi infantili e predisposizione al fenomeno, tra i malesseri giovanili del sognatore e le supposte casistiche di effetti provocati da tali occulte attività, appena sfiorando infine le conseguenze di queste assunzioni ed elaborazioni della visione lovecraftiana.

Più che altro una provocazione, uno stimolo verso più inusuali posizioni secondo, appunto, il tono dello stesso commento di Joshi già citato. Fortunatamente, il saggio si sofferma anche a smentire alcune clamorose bufale pseudoesoteriche diffuse in argomento, a partire dall’invenzione dei rapporti fra l’onnipresente Aleister Crowley e la moglie di HPL…

Il ritratto che ne affiora resta tuttavia quello di un Lovecraft stereotipato, lo stesso associato – a vari livelli, talvolta malgrado ogni evidenza – ai vari neo-esoterismi emersi negli ultimi decenni, interpretabile quanto in definitiva indimostrabile. Soprattutto, in quest’ottica tesa a focalizzarne ancora e soltanto il lato visionario, le ossessioni, le idiosincrasie, i tratti più sensazionali o stravaganti, ne emerge la parziale e ormai trita figura di un Lovecraft da leggenda popolare, quasi un freak, anomalo personaggio che ci appare ben più “normale” e umano, invece, alla luce di tutt’altra biografia e nelle memorie di chi lo ha conosciuto.

Esperto sui temi dell’occulto, il cinquantaseienne canadese Donald Tyson ha firmato diverse pubblicazioni in tale ambito, per accostarsi poi alla narrativa proprio su temi lovecraftiani con i romanzi Necronomicon. The Wandering of Alhazred (Llewellyn, 2004) e Alhazred: Author of the Necronomicon (Llewellyn, 2006), dedicati alla vita e alle peregrinazioni del noto “arabo folle”. Su questa scia, e sempre per la medesima editrice, ha pubblicato quindi Necronomicon Tarot (2007) in allegato a un apposito mazzo di tarocchi illustrati da Anne Stokes. Grimoire of the Necronomicon (2008) è invece un suo tentativo di ricreare lo pseudobiblium maledetto, tornando a uscire dalla sfera della fiction per dare vita a un vero e proprio sistema pratico di magia rituale, oggi più esplicitamente esposto nel suo ultimo The 13 Gates of the Necronomicon (2010).

Copertina e illustrazione interna sono firmate da Marc Sasso, maggiori informazioni presso la pagina dedicata sul sito della Llewellyn. Ampie anteprime dei contenuti del volume risultano consultabili in rete tramite Google Books, oppure attraverso il “LookInside!” di Amazon.

The Dream World of H.P. Lovecraft
His Life, His Demons, His Universe
Donald Tyson
Llewellyn Publications, 2010
brossura, 312 pagine, $18.95
ISBN 9780738722849

Andrea Bonazzi

domenica 21 novembre 2010

The Fantasy Fan: la prima fanzine weird dagli anni 30 in unico volume

The Fantasy Fan, 2010, copertina
È stata la prima fanzine a occuparsi di narrativa weird, pubblicata a Elizabeth, nel New Jersey, da un giovanissimo Charles D. Hornig con uscite mensili discontinue tra il settembre del 1933 e il febbraio ’35. Per quanto amatoriale, con una tiratura probabilmente mai superiore alle 300 copie diffuse in abbonamento postale tra gli appassionati specialmente di Weird Tales, sulle pagine di The Fantasy Fan trovavano spazio opinioni, racconti e versi di autori come H.P. Lovecraft, C.A. Smith, R.E. Howard, Robert Bloch, August Derleth, David H. Keller, Robert H. Barlow e tanti altri affermati o – allora – emergenti scrittori di genere che senza problemi si confrontavano coi fans, liberamente concedendo quelle proprie storie che non trovavano altrimenti una collocazione in ambito professionale.

La firma del sognatore di Providence vi è fra le più ricorrenti con “The Other Gods” e “From Beyond”, oltre alle prime parti del Supernatural Horror in Literature, ai sonetti “The Book”, “Pursuit”, “The Key” e “Homecoming” e le ristampe di “Polaris” e “Beyond the Wall of Sleep”. Di Howard venivano proposti per esempio “Gods of the North”, una versione riveduta di “The Frost-Giant’s Daughter”, e poesie come “Voices in the Night”. Di Smith apparvero “The Ghoul”, “The Epiphany of Death”, “The Primal City” e ancora i versi di “A Dream of the Abyss”, “Necromancy”, “Medusa” o “Malanoth”. Fra le curiosità, anche il poema “Dreams of Yith” di Duane W. Rimel, in qualche parte revisionato dallo stesso Lovecraft, forse persino da Ashton Smith.

Ma la fanzine proponeva pure recensioni e critica, rubriche e aree di dibattito, compreso “il punto di ebollizione”, un angolo della posta dal titolo “The Boiling Point” nel quale non mancarono lunghe polemiche, anche spigolose, come la controversia fra Clark Ashton Smith e un appena diciassettenne ma già agguerrito Forest J. Ackerman che diede fuoco alle polveri lamentandosi, piuttosto rudemente, di una smithiana storia horror apparsa su Wonder Stories come fantascienza. I più curiosi potranno leggere della diatriba su questa pagina del sito The Eldritch Dark, l’intera rubrica è stata già invece pubblicata nel booklet della Necronomicon Press The Boiling Point (1985).

Sempre più difficoltose a reperirsi, e ancor più raro trovarne una completa collezione, le uscite della storica Fantasy Fan sono state ora riunite in unico volume dall’americano Lance Thingmaker in The Fantasy Fan: The Fans’ Own Magazine. September, 1933 - February, 1935, un progetto in tutto degno dei passionali fans degli anni 30 che lo ha visto reperirne e scansionarne ogni singolo fascicolo, riprodotto nelle stesse dimensioni – cm. 21x14 – e stampato su buona carta colorata per mantenere in pieno l’effetto delle edizioni originali.

The Fantasy Fan, 2010, cofanetto“L’obiettivo alla base di questo mio progetto,” – scrive il curatore nell’introduzione del volume, – “era di renderlo disponibile a chi volesse leggere le riviste così com’erano originariamente apparse. Ho immaginato questa storia: Charles Horning, frustrato per la chiusura della sua fanzine, che decide di preservarne le rimanenti copie, le porta in una legatoria locale del New Jersey e riunisce insieme la serie completa delle sue 18 uscite in un semplice volume rilegato in copertina rigida, con un cofanetto. Dunque, questo è proprio quel che ho fatto: nessuna sovracopertina di fantasia, niente titoli a foglia d’oro sul dorso, né risguardi in carta marmorizzata. Soltanto un semplice bel libro”.

Nessun altro intervento quindi, nemmeno editoriale salvo la breve nota introduttiva e l'aggiunta del testo integrale, in appendice, del saggio lovecraftiano sull'orrore soprannaturale nella letteratura, le cui puntate non avevano trovato conclusione sul magazine. Il tutto per una raccolta che restituisce in effetti le sensazioni della stampa d’epoca, benché ci si rammarichi della mancanza di un qualche più dettagliato indice per titoli o anche per autore.

In circa 350 pagine, a copertina rigida con dorso in tela, il libro è privatamente realizzato in una edizione limitata di 200 copie, le prime cento delle quali corredate di cofanetto rigido e stampa commemorativa con ritratto di Charles Hornig.

In assenza di un ufficiale sito web, ogni dettaglio sull’iniziativa è reperibile su questa pagina della R.E. Howard United Press Association. Richieste per informazioni e ordini si possono inoltrare via email presso l’editore, ma è possibile tenere d’occhio il suo Ebay Store per eventuali copie postevi direttamente in vendita.

The Fantasy Fan
The Fans’ Own Magazine. September, 1933 - February, 1935
a cura di Lance Thingmaker
edizione privata, 2010
copertina rigida in cofanetto, 350 pagine, $55.00

Andrea Bonazzi

venerdì 19 novembre 2010

I Am Providence, la vita di H.P. Lovecraft in due volumi

I Am Providence: The Life and Times of H.P. Lovecraft, vol. 1, 2010, copertina
I Am Providence: The Life and Times of H.P. Lovecraft, vol. 2, 2010, copertina

Scritta da S.T. Joshi e appena pubblicata dall’americana Hippocampus Press, la definitiva biografia lovecraftiana I Am Providence: The Life and Times of H.P. Lovecraft è finalmente disponibile nei bookstores – probabilmente non per molto, vista la tiratura limitata a sole mille copie.

Uscita per la Necronomicon Press nel 1996, l’autorevole e premiata H.P. Lovecraft: A Life rappresentava soltanto una versione “ridotta” del manoscritto originale di Joshi sulla vita del gentiluomo di Providence. Questioni di spazio costrinsero a lasciarne fuori numerose note e interi brani, quantificabili in 150000 parole circa su un totale di oltre 500000. Per consentirne in seguito la proposta in ambito accademico, una edizione successiva della biografia apparve, nel 2001, ulteriormente e assai più radicalmente abbreviata come A Dreamer and a Visionary: H. P. Lovecraft in His Time, nel Regno Unito per la Liverpool University Press.

I Am Providence non si limita a ripristinare i tagli apportati nel ’96, ma revisiona l’opera, ora di ancor più monumentali proporzioni divisa in due pesanti tomi per oltre 1100 pagine, aggiornandone i contenuti alle scoperte più recenti con l’aggiunta dei nuovi materiali nel frattempo individuati.

“Immagino che la pubblicazione di una così vasta biografia di H.P. Lovecraft non abbia bisogno, oggi, di giustificazione alcuna,” scrive S.T. Joshi nell’incipit della sua prefazione: “la sua ascesa nel canone della letteratura americana con la pubblicazione del suo Tales (2005) nell’edizione della Library of America, e, in concorso, la continua popolarità fra i devoti della narrativa horror, dei fumetti, i film e i giochi di ruolo, suggeriscono che Lovecraft resterà un’impellente figura nelle decadi a venire. Quel che richiede forse qualche spiegazione, è la mia decisione di far uscire questa versione integrale di una biografia che scrissi nel 1993-95, edita in forma troncata nel 1996. Nei quasi quindici anni da allora trascorsi sono emerse una sorprendente quantità di nuove informazioni su Lovecraft – la sua vita, il suo lavoro e il suo ambiente –, rendendo necessarie certe significative revisioni in varie parti del libro. In tal senso, va citato innanzi tutto Kenneth W. Faig il quale, insieme ad altri, ha scavato ancor più a fondo di quanto mai fatto prima tra le ascendenze di Lovecraft per parte di entrambi i genitori. Altre ricerche di Steven J. Mariconda, David E. Schultz, T.R. Livesey, Robert H. Waugh e innumerevoli altri hanno condotto a modifiche sia piccole che estese. Credo, inoltre, di aver tratto beneficio dalle pertinenti critiche di una quantità di recensori dell’edizione tronca”.

Rinnovato anche il corredo iconografico, con un inserti in bianco e nero di fotografie, talora inusuali, sia personali che d’ambiente o di amici e colleghi di HPL, selezionate con la collaborazione di Donovan K. Loucks.

Per informazioni, il riferimento è la pagina ufficiale sul sito di Hippocampus Press, mentre su quella dedicata in The Lovecraft Archives sono reperibili i dati bibliografici al completo, integrati da un indice dei contenuti oltre ai testi della presentazione editoriale e dei blurbs provenienti dai risvolti di copertina. I più curiosi potranno inoltre reperire scansioni delle copertine e di alcuni interni del costoso doppio volume presso le pagine web di CthulhuWho1’s Blog.

I Am Providence: The Life and Times of H.P. Lovecraft
S.T. Joshi
Hippocampus Press, 2010
copertina rigida, 2 volumi, 1152 pagine, $100.00
ISBN 9780982429679

Andrea Bonazzi

mercoledì 17 novembre 2010

La visione del mondo e il Weird Tale

“There is a weird power in a spoken word”
– Joseph Conrad –

La lingua è fatta di sfumature.
Spesso nella traduzione da una lingua a un’altra manca un’equivalenza totale fra i termini. Un esempio illustre per tutti: la Vulgata di San Girolamo (Versio Gallicana, 386-391 d.C., realizzata a partire dal testo greco della Esapla di Origene. In Is7,14 il termine ebraico ’almah, giovane donna, reso col greco parthènos, vergine, e tradotto da Girolamo con il latino virgo, diventando una prefigurazione della virginale nascita di Cristo; Sal15,10 [16,10 TM] shàhat, sepolcro, trasposto nel greco diafthoràn, e tradotto corruptionem in latino, preannunciando la risurrezione di Cristo). Con una svista ha creato due dogmi…

Peter Penzoldt, The Supernatural in Fiction, 1952, copertinaCome per il termine tedesco Sehnsucht, non abbiamo un equivalente italiano se non ricorrendo a una perifrasi, così per Weird non basterebbe un trattato.

Howard Phillips Lovecraft ha il merito di aver individuato – in The Supernatural Horror in Literature (1927) – la categoria letteraria del Weird Tales di cui è sicuramente il teorico più acuto, a differenza dei suoi successori che s’impegneranno tenacemente per ingenerare fraintendimenti e confusione… Uno su tutti, il critico Peter Penzoldt il quale in The Supernatural in Fiction (1952) afferma allegramente che

“Per semplicità useremo il termine Ghost Story anche per i Racconti del Soprannaturale che non si occupano solo di fantasmi e revenant. Questo si giustifica col fatto che la maggior parte dei Weird Tales sono di fatto ghost stories”.

Come dire che da oggi chiameremo tutte le catene montuose “Alpi”, tanto – di fatto – sono tutte montagne…
Così, come fa notare Sunand Tryambak Joshi, è abbastanza improprio ostinarsi a voler definire qualunque scritto successivo a Edgar Allan Poe “Romanzo Gotico”. Ed è completamente fuori strada chi, come David Punter, asserisce che

“[…] molti dei più noti maestri del sovrannaturale recente – Algernon Blackwood, Montague Rhodes James, H.P. Lovecraft – derivano le loro tecniche di suspence e il loro senso dell’arcaico direttamente dal Romanzo Gotico originale e che molti dei loro simboli cruciali sono propri di questi più antichi scrittori”.

E dire che oggi giorno pochi non conoscono Poe…

S.T. Joshi ha anche il merito di aver tentato di metter ordine tra le varie definizioni di genere. Sostiene infatti nel saggio The Weird Tale (1990) che

S.T. Joshi, The Weird Tale, 1990“Il recente lavoro in questo campo ha causato una irrimediabile confusione di termini tra Horror, Terrore, Sovrannaturale (nell’originale “Supernatural” e non “Weird”, n.d.t.), Fantasy, Fantastico, Ghost Story, Romanzo Gotico e altri. Non sembra che l’uso del termine che ne fa ogni singolo critico si approssimi a quello di qualsiasi altro, e nessuna definizione del Weird abbraccia tutti i tipi di impianti narrativi che possono essere plausibilmente presupposti per prender parte alla portata del termine. Questa difficoltà è un risultato diretto della concezione del Weird Tale come genere ben definito a cui appartengono alcuni determinati impianti piuttosto che altri”.

Intanto, comincia col far notare che Lovecraft usa il termine Weird Tale come un umbrella term, un “termine ombrello” che abbraccia Racconti del Sovrannaturale di vario tipo:

“I veri Weird Tales hanno qualcosa in più che un omicidio segreto, ossa sanguinanti, o una forma rivestita che fa clangore con le catene secondo la regola. Una certa atmosfera del terrore che lascia senza fiato e l’inspiegabilità delle forze esterne e sconosciute deve essere presente; ci deve essere un suggerimento espresso con serietà e un non-portentoso che si trasforma nel relativo oggetto, di quella concezione più terribile del cervello umano, una maligna sospensione o una particolare sconfitta di quelle leggi immutabili della natura che sono la nostra sola salvaguardia contro gli assalti di caos e demoni dello spazio inesplorato”.

H.P. Lovecraft fa un’altra suggestiva affermazione:

“[…] il punto cruciale di un racconto Weird è qualcosa che può accadere realmente”.

H.P. Lovecraft, The Supernatural Horror in Literature, 2000, copertinaL’autore di Providence sembra non chiarire se il Weird Tale sia strettamente equivalente al Racconto dell’Orrore Sovrannaturale o sia qualcosa più vasto. In The Supernatural Horror in Literature, infatti, sembra suggerire una lettura stretta del termine Weird Tale. A questo punto, Joshi si chiede come possa giustificarsi la successiva inclusione nel suo studio di Ambrose Bierce e Lord Dunsany poiché Lovecraft, effettivamente, sembra escludere interamente l’Orrore Non-Sovrannaturale quando afferma che la vera letteratura Weird

“[…] non deve essere confusa con un tipo esternamente simile ma interamente, psicologicamente differente ovvero la letteratura della mera paura psicologica e dell’orribile puramente terreno”.

Secondo Joshi, il Weird Tale deve includere la divisione in sottogeneri, ognuna dei quali dovrebbe essere considerato come “non esclusivo” e comprensivo di alcuni altri sottotipi che sono probabilmente amalgama o rami di quelli che Joshi individua.

Il Supernatural Horror è, per Joshi, forse il sottoinsieme più copioso del Weird Tale in cui rientra la maggior parte della produzione di Arthur Machen e Algernon Blackwood, una quantità significativa delle opere di Bierce e gran parte della produzione iniziale di Lovecraft.
Il Supernatural Horror può esistere soltanto laddove il mondo ordinario delle nostre vite quotidiane sia presupposto come norma; “la legge naturale” può, come lo stesso Lovecraft afferma, “essere violata” soltanto e proprio in quanto è presupposta per funzionare nel mondo reale. È ciò che i francesi chiamano le fantastique, come Maurice Lèvy rileva brevemente:

“È ben noto che il realmente fantastico esiste soltanto dove l’impossibile fa una irruzione, attraverso tempo e spazio, in un luogo oggettivamente familiare”.

La Ghost Story (nel senso stretto del termine) è concettualmente un sottoinsieme del Racconto Soprannaturale dell’Orrore, ma possiede virtualmente una storia indipendente. Joshi, dimostrerà che è una forma molto rigida e inflessibile di narrazione e perciò non deve sorprendere che M.R. James – con la sua impertinente attitudine verso la scrittura Weird – l’abbia simultaneamente perfezionata ed esaurita. Chi ha apportato cambiamenti nella tradizionale Ghost Story come Walter de la Mare e Oliver Onions, l’ha trasformata in una forma filosoficamente molto differente: la Ghost Story Psicologica.

S.T. Joshi, The Modern Weird Tale, 1995, copertinaQuasi Science Fiction è uno sviluppo dell’Orrore Sovrannaturale in quanto il mondo reale è presupposto di nuovo come norma, ma le intrusioni dell’“impossibile” sono in qualche modo razionalizzate. È una forma più avanzata di Weird Tale perché implica che “il sovrannaturale” sia non ontologico ma epistemologico: è soltanto la nostra ignoranza di determinate “leggi naturali” che genera l’illusione del sovrannaturalismo. Alcune storie di Bierce e la maggior parte dell’opera più tarda di Lovecraft ricadono in questa categoria; Matthew H. Onderdonk ha coniato il felice termine supernormal per descrivere questo fenomeno in Lovecraft, l’unico autore – a parere di Joshi – che abbia lavorato esaustivamente all’interno di questa sottoclasse. S.T. Joshi denomina gran parte della produzione lovecraftiana Quasi Science Fiction, motivando questa affermazione in base all’implicazione nelle sue storie di ciò che un giorno potremo definire fenomeni “supernormali”, e sostiene che non rientra nell’attuale Fantascienza a causa della loro intenzione manifesta di incutere l’orrore.

Per Joshi, se qualcosa è progettato per ispirare l’orrore deve essere classificato come sottogenere del Weird Tale. A questo punto, la Quasi Science Fiction e lo Psychological Horror devono essere considerati sottogeneri del Weird Tale. Lo Psychological Horror sembra scindersi in due rami distinti – che potrebbero essere denominati Pseudosupernatural (dove i fenomeni sovrannaturali sono sì suggeriti, ma spiegati via via come il prodotto di una coscienza anormale) e il Conte Cruel, che è ciò che Lovecraft aveva esplicitamente escluso. Fa notare Joshi che il limite fra il Conte Cruel e il Mystery o persino la Detective Story può essere molto sottile; impianti narrativi come quello di Psycho di Robert Bloch (1959), sembrano rientrare nella tradizione Weird, ma devono essere considerati come una storia di mistero o di suspence. L’unica distinzione, per come la vede S.T. Joshi, è l’intento dell’autore.

Fantasy è, ancora dal punto di vista di Joshi, il sottogenere più difficile da definire, perché presenta la varietà più sconfinata di forme e sembra difettare di certe ramificazioni metafisiche presenti in tutti gli altri tipi di Romanzo Weird. In un mondo immaginario Fantasy – come quello di The Gods of Pegāna di Lord Dunsany, o quello de Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien – non ci può essere orrore sopranaturale perché il mondo reale e le sue leggi non sono assunti esistenti. Tali opere presentano eventi “che possono accadere”, ma in cui i momenti di terrore non potranno essere di alcuna varietà ontologica. Fa notare il critico americano che potrebbe esserci, tuttavia, una specie di orrore pseudo-ontologico riflesso nelle risposte dei personaggi: quando, in The Gods of the Mountain di Lord Dunsany (1911), qualcuno dice “la roccia non dovrebbe camminare nella sera” possiamo presupporre che, almeno in un particolare, questo regno immaginario obbedisca a leggi naturali simili alle nostre. All’interno dei racconti di Dunsany vi è sicuramente una violazione delle leggi naturali ma – tiene a far notare Joshi – l’autore non desidera farci provare terrore.

Weird Tales, dicembre 1936, copertinaHeroic Fantasy (principalmente in Robert E. Howard e Fritz Leiber) è una combinazione del Racconto di Orrore Sovrannaturale con la storia di avventura e con il Romanzo Storico.

Nell’Ambiguous Horror Tale, il dubbio se gli eventi siano sovrannaturali o no è mantenuto sino alla fine. Per Joshi si tratta di una forma ibrida e, pur ammettendo che ve ne sono alcuni esempi notevoli, non la trova tipica del genere nell’insieme. Ammette però che l’opera di Bierce sembra darne qualche esempio, ma a una lettura più accurata fornisce, in quasi ogni caso, indizi sufficienti verso una risoluzione, sovrannaturale o non-sovrannaturale. Inoltre sostiene che si potrebbe benissimo fare a meno della bizzarra categoria del “racconto puro dell’orrore” – nel saggio di Peter Penzoldt – che comprende la mera esibizione senza pudore dell’orrore fisico relegandola a certe forme più basse di letteratura e film popolari, e trova grottesco volerla riscontrare, come fa Penzoldt, nel lavoro di Machen, di Lovecraft e persino di F. Marion Crawford.

E se Lovecraft tenta di dare un fondamento antropologico al Weird, Joshi sostiene che è un modo di vedere la vita.
Afferma che gli scrittori Weird pur utilizzando schemi narrativi o loro variazioni, lo fanno in accordo con precise predisposizioni filosofiche. Evidenzia come tutti gli autori che esamina (a eccezione di James) elaborino diverse visioni del mondo che li portano a scrivere questo genere di letteratura: differenti orientamenti filosofici, insomma, produrrebbero tipi diversi di weird tales. È convinto che si possa comprenderne l’opera esaminandone unicamente le teorie metafisiche, etiche ed estetiche, e notando poi come i loro scritti le riflettano o ne siano espressione. In ogni caso, Joshi fa notare che l’intera produzione di ogni scrittore possiede un’unità filosofica, che cambia a seconda della diversa concezione che essi hanno del mondo. Questa indagine filosofica si accompagna a quella filologica rivolta a uno studio dei fatti, delle biografie, degli scritti non romanzati, delle lettere et similia.
S.T. Joshi intende mostrare in sostanza come il Weird Tale offra un’opportunità unica alla speculazione filosofica, al punto da spingersi ad affermare che

“[…] si potrebbe dire che il Weird Tale è un modo narrativo eminentemente filosofico, in quanto frequentemente costringe a richiamare direttamente questioni fondamentali come la natura dell’universo e del nostro posto in esso”.

E proseguendo con

“[…] alcuni autori sviluppano determinati tipi di visione del mondo che li spingono a scrivere romanzi i quali stimolano nei lettori domande, revisioni, rovesciamenti dei loro punti di vista sull’universo; il risultato è ciò che noi (retrospettivamente) chiamiamo Weird Tale”.

Ogni autore, secondo Joshi, sta provando a convincerci della veridicità della sua visione del mondo. Gli impianti narrativi prodotti non possono adattarsi tutti ordinatamente alla categoria del Weird Tale, ma ignorare alcune opere ostacolerebbe seriamente la nostra comprensione generale della figura, del senso e dello scopo del loro pensiero.


Bibliografia:
The Weird Tale, S.T. Joshi, Austin: University of Texas Press, 1990
The Supernatural Horror in Literature. H.P. Lovecraft, 1927, Annotated edition T.S. Joshi, Hippocampus, 2000
The Supernatural in Fiction. Peter Penzoldt, New York: Humanities Press, 1965
Lovecraft, ou, Du Fantastique. Maurice Levy, Christian Bourgois, Paris 1985
La letteratura fantastica. Tzvetan Todorov, Garzanti, Milano 2000
Storia della letteratura del terrore. Il “gotico” dal Settecento a oggi. David Punter, Editori Riuniti, Roma 2006
Agiografia Medievale. S. Boesch Gasano, Ed. il Mulino, Bologna 1976
Oxford English Dictionary. Vol. 3, Clarendon Press, 1997

Tatiana Martino

(articolo pubblicato sulla rivista Necro – anno I, numero IV, novembre 2007)

lunedì 15 novembre 2010

La Maschera della Morte e altri fantasmi

La Maschera della Morte e altri fantasmi, 2010, copertina“Ricordo che una volta discussi di argomenti soprannaturali con un amico. Era un credente, e mi disse: «Ho sempre saputo distinguere una vera storia di fantasmi da una falsa. La vera storia di fantasmi non ha mai alcuna spiegazione e quella falsa non osa restarne senza».

Finalmente disponibile l’ultima pubblicazione della Count Magnus Press, La Maschera della Morte e altri fantasmi: quattordici racconti inediti e spettrali dell’inglese Henrietta Dorothy Everett, curati e tradotti per la prima volta in italiano da Giuseppe Lo Biondo, autore di una postfazione che ne chiude e inquadra la raccolta.

Scritte nei primi due decenni dello scorso secolo, in un periodo di trasformazione della ghost story britannica che culminò negli anni tra i due conflitti mondiali, queste storie raccolgono l’eredità dei maestri vittoriani. Con M.R. James preso a solido modello, Mrs. H.D. Everett ci porta nei quieti luoghi dell’Inghilterra edoardiana, in ameni angoli di campagna dove i fantasmi si sono ritirati a trascorrere i tempi del loro ultimo declino, oscurati dal ben più triste e pauroso spettro della guerra.

Nata nel 1851 come Henrietta Dorothy Huskisson, scomparsa nel 1923, l’autrice utilizzò fino al 1910 lo pseudonimo di Theo Douglas, firmando tra il 1896 e il 1920 ventidue romanzi in genere fra lo storico e il romantico, talvolta speziati di elementi fantastici e preternaturali. Pubblicata nel 1920, The Death-Mask and Other Ghosts rappresenta la sua sola collezione di narrativa breve, interamente dedicata a storie soprannaturali, di tono fra il sentimentale e il mistico, rilanciata nel 1995 dalla Ghost Story Press in un’edizione comprensiva di due ulteriori racconti non inclusi nell’originale.

Il volume si può ordinare attraverso la pagina dell’editore sul sito web di lulu.com, dalla quale pure è consultabile un’anteprima di 38 pagine con l’indice, il racconto che dà titolo al libro e il conclusivo intervento critico del curatore.

Informazioni presso il blog ufficiale di Count Magnus Press.

La Maschera della Morte e altri fantasmi
Henrietta Dorothy Everett
Count Magnus Press, 2010
brossura, 308 pagine, €16.00




Andrea Bonazzi

sabato 13 novembre 2010

At the Mountains of Madness, fumetti alle montagne della follia

Eye Classics: At the Mountains of Madness, 2010, copertinaIn attesa di diventare un film, il classico Alle montagne della follia di H.P. Lovecraft ha trovato nel frattempo un adattamento in forma di fumetto: At the Mountains of Madness, scritto e disegnato da Ian N.J. Culbard per la collana Eye Classics dell’editrice britannica SelfMadeHero.

Conosciamo più o meno tutti la storia della novella lovecraftiana, con il l’esumazione di strani reperti fossili dai ghiacci nel corso di una spedizione antartica della Miskatonic University, e le rivelazioni sconvolgenti che seguono il ritrovamento di una città di antichità incredibile, celata oltre le vette di monti sconosciuti e altissimi…

“Un libro come At the Mountains of Madness non è semplice a sceneggiarsi, ma proprio qui sta il bello del fare un adattamento,” racconta Culbard ricostruendo il frutto delle sue fatiche. “In primo luogo si dispone la struttura: la storia in sé è ragionevolmente lineare, ma ci sono punti in cui Lovecraft salta avanti e indietro nel tempo. Poi non c'è dialogo, ed è così più o meno per tutta la narrazione, pure nel resoconto di Lake tornando al campo. Certamente non ci sono scene con scambio di battute, anche tale scambio è implicito in certe parti della narrazione. L'adattamento, in questo caso, è come un puzzle e richiede un qualche lavoro d’investigazione”.

“L'intero processo ha inizio mesi prima di sedermi e mettere la penna sulla carta,” prosegue l’illustratore, sceneggiatore e animatore inglese. “Per prima cosa, mi sono immerso nel libro. Avevo preso una sua registrazione audio: caricata sul mio iPod, devo averla ascoltata senza sosta per il primo mese o due (non ricordo di preciso, ma a quel tempo stavo lavorando su Sherlock Holmes). Avevo riletto la storia più e più volte, mi ero letto una quantità di saggi e lettere, e tutte le storie per ottenere una migliore comprensione di ciò che Lovecraft era stato, del perché avesse scritto quel che ha scritto, e dove stesse andando in tutto questo”.

I.N.J. Culbard, At the Mountains of Madness, immagine
L’intervento di I.N.J. Culbard è pubblicato sul blog dell’editore, mentre altre informazioni sono reperibili sulla pagina ufficiale di SelfMadeHero insieme a uno slide show di anteprima con alcuni dei disegni.

At the Mountains of Madness
Ian N.J. Culbard
Eye Classics, SelfMadeHero, 2010
brossura, stampa a colori, 128 pagine, £14.99
ISBN 9781906838126

Andrea Bonazzi

giovedì 11 novembre 2010

The Ghost Story from the Middle Ages to the Twentieth Century

The Ghost Story from the Middle Ages to the Twentieth Century, 2010, copertinaPubblicata in Irlanda dalla Four Courts Press, The Ghost Story from the Middle Ages to the Twentieth Century è una raccolta saggistica sulle “storie spettrali dal medioevo al secolo ventesimo” selezionata per la cura di Helen Conrad O’Briain e Julie Anne Stevens, entrambi docenti rispettivamente al Trinity College e al St. Patrick’s College di Dublino.

Decisamente costosa, come regolarmente avviene, purtroppo, per simili edizioni ristrette all’ambito accademico, l’antologia riunisce diciassette fra saggi e articoli dedicati alle ghost stories, dal trecentesco Robert Mannyng all’influenza di Edgar Allan Poe su Chuck Palahniuk passando per autori e temi sia classici che meno familiari al grande pubblico, fra i quali J. Sheridan Le Fanu, Robert Louis Stevenson, Oscar Wilde, Edith Wharton, Margaret Oliphant, M.R. James, Henry James, Robert Aickman, e Shirley Jackson.

Come riporta in inglese la presentazione editoriale: “discendente diretto delle storie narrate attorno al focolare, il racconto breve non ha mai trascurato il perturbante. Di fatto, lo sviluppo della storia di fantasmi letteraria ha contribuito a rendere la narrativa breve quel che è oggi: un genere che guarda a quel che viene intuito, piuttosto che a ciò che si conosce, compresso e fugace per sua natura stessa. Questi studi sulla ghost story letteraria intendono gettare una luce sui suoi metodi e soggetti, a partire dalle storie di spettri d’estrazione popolare per seguirne, poi, le forme a stampa nella loro espansione dal locale al mondo intero. Saggi che seguono il percorso tracciato dalla manifestazione quasi palpabile del tradizionale fantasma sino ai moderni aspetti del terrore psicologico”.

Informazioni sul volume presso la pagina web dell’editore. A seguito, l’indice dei contenuti:

Introduction – Julie Anne Stevens
Transformations of the ghost story in post-Reformation England – Peter Marshall
Telling tales in Robert Mannyng deBrun’s Handlyng synne – Andrew J. Power
“The gates of hell shall not prevail against it”: Laudian Ecclesia and Victorian culture wars in the ghost stories of M.R. James – Helen Conrad-O’Briain
Robert Aickman, the ghost story and the idea of Englishness – Darryl Jones
Gendering the ghost story? Victorian women and the challenge of the pianto – Jarlath Killeen
“This voice out of the unseen”: love, death and mourning in the writing of Margaret Oliphant – Elizabeth McCarthy
Sheridan Le Fanu and the spectral empire – Nicholas Allen
The true artistry of Oscar Wilde: sources and style in “The Canterville ghost” – Anne Markey
Flashlights and fiction: the development of the modern Irish ghost story – Julie Anne Stevens
Things at once spectral and human: Robert Louis Stevenson’s ghosts – Jenny McDonnell
Pictures of the floating world: Keri Hulme’s post-apocalyptic New Zealand – Melanie Otto
“Taking noiseless turns in the passage”: phantoms and floor plans in Henry James’ The turn of the screw – Dara Downey
“The consecration of his enterprise”: Henry James’ “The real right thing” – Stephen Matterson
Edith Wharton’s wartime ghosts – Ann Patten
Hideous doughnuts and haunted housewives: Gothic undercurrents in Shirley Jackson’s domestic humour – Bernice M. Murphy
A “dramar in reel life”: freaky dolls, M.R. James and modern children’s ghost stories – Jane Suzanne Carroll
Hauntedness: Edgar Allen Poe and Chuck Palahniuk – Philip Coleman


The Ghost Story from the Middle Ages to the Twentieth Century
a cura di Helen Conrad O’Briain e Julie Anne Stevens
Four Courts Press, 2010
copertina rigida, 288 pagine, €55.00
ISBN 9781846822391

Andrea Bonazzi

martedì 9 novembre 2010

David Park Barnitz: The Book of Jade

The Book of Jade, ediz. Durtro 1998, copertinaIl minimo che ci si può aspettare parlando di questo autore quasi sconosciuto, almeno al di fuori di una ristretta cerchia di appassionati, è sentirsi dire: “Barnitz?... E chi è?”

Tardivo erede degli ottocenteschi Yellow Nineties ma sulla sponda opposta dell’Atlantico, poète maudit fuori sede e fuori tempo massimo, David Park Barnitz è uno dei più trascurati, elusivi, effimeri e interessanti personaggi – ancor più che personalità – della poesia americana tra Otto e Novecento, morto giovanissimo e autore di un solo e raro libro di poesia decadente.

Nato nel 1878 nella Virginia Occidentale, la famiglia si trasferisce nell’82 a Des Moines, nello Iowa. Figlio di un dogmatico predicatore luterano, tra il 1897 e il ’99 compie i suoi studi universitari a Harvard ove diviene membro dell’American Oriental Society. Nel 1901 il suo primo e unico volume, The Book of Jade, viene pubblicato a New York in forma anonima: una raccolta – dedicata alla memoria di Baudelaire – di versi trasgressivi, estremi e nichilisti in una vena di ostentato decadentismo fra toni macabri e riferimenti orientaleggianti. Scontato citare, tra paragoni e influenze, i “poeti maledetti” di scuola francese, Lautreamont e Huysmans, Poe e Wilde, traslato il tutto in un singolare dandismo americano del “nuovo secolo”. Per consacrare a futura memoria un libro simile, e una vita atteggiata in conseguenza, non mancava che una degna “uscita di scena”: il 10 ottobre dello stesso anno Barnitz muore, ventitreenne, in apparenza per un attacco di cuore.

Negli stessi anni inizia ad affermarsi una poesia americana fortemente visionaria e fantastica che, in California, vedrà di lì a breve un passaggio di testimone da Ambrose Bierce a George Sterling prima, e da questi a Clark Ashton Smith in seguito. Negli anni 20 saranno alcuni dei nuovi autori e poeti del fantastico a mantenere vivo l’interesse per Park Barnitz: in una lettera del 10 luglio 1925, C.A. Smith ringrazia Donald Wandrei per avergli prestato la sua copia del volume, dicendosene impressionato: “Se mai mi trovassi nella posizione di curare un’antologia,” scrive Smith, “includerò certamente una mezza dozzina almeno di questi poemi”.

Il 18 settembre 1932 è Howard Phillips Lovecraft a parlarne in una lettera all’amico Maurice W. Moe: “[...] e chi avrebbe potuto scrivere quell’indecente, cinico Book of Jade? – Prove implicite indicano uno studente di Harvard…” E solo tre giorni dopo scrive a James F. Morton a proposito di “quel giovanotto di Harvard, Park Barnitz, che si uccise dopo aver pubblicato un notevole volume di versi decadenti,” dando evidentemente per scontata la diffusa (ma mai verificata) voce di un suicidio.

Se David Park Barnitz viene ricordato ancora oggi, si deve con tutta probabilità a questi pur brevi accenni nell’epistolario lovecraftiano, che ne hanno mantenuto l’interesse e consentito il recupero. The Book of Jade è ritornato in stampa soltanto nel 1998, presso l’inglese Durto Press, in una costosa edizione limitata in trecento copie a riprodurne il formato e la copertina originale, ampliandone tuttavia i contenuti con l’inserimento di altre opere al tempo pubblicate solo su rivista: due uteriori poesie e il saggio The Art of the Future, personale visione sullo stato e lo sviluppo dell’arte.

David Park Barnitz, fotoNell’introduzione all’edizione della Durtro, Mark Valentine scriveva: “Questi non sono i versi occasionali di tanti stati d’animo che furono il piatto popolare del periodo, né la cronaca di un conflitto spirituale come ci si potrebbe attendere dal libro d’esordio di un giovane pensieroso: sono tutti aspetti di una filosofia tenacemente mantenuta. Se pure Park Barnitz ha mai aderito alla fede di suo padre, non ha consentito che ciò potesse corrompere il proprio sardonico testamento in favore del suo esatto opposto. Aveva chiaramente deciso di schierarsi al fianco dei poèts maudits, di Baudelaire cui destinò la sua dedica, de l’lsle Adam, Rimbaud, Nerval, Poe: e con i grandi senza-dio del momento, Nietzsche, D’Annunzio, Zola. E The Book of Jade è la sua virulenta, violenta celebrazione di tale decisione”.

Nella sua postfazione, invece, Thomas Ligotti ipotizza che H.P. Lovecraft avesse in mente proprio Barnitz nel tratteggiare il “noto poeta baudelairiano” Justin Geoffrey con il suo The People of The Monolith, “raccolta di poesia decadente” e libro maledetto menzionato ne “La cosa sulla soglia” (The Thing on the Doorstep, 1933). Per quanto sembri ignorare che sia il personaggio che lo pseudobiblium sono in realtà un prestito da Robert E. Howard, il quale li inventa nel suo racconto “La pietra nera” (The Black Stone, 1931), Ligotti non ha però davvero tutti i torti e la figura ricorre in Lovecraft nel protagonista stesso del citato “Thing on the Doorstep”, in cui si legge che “Il giovane Derby aveva ulteriormente affinato il suo genio bizzarro, tanto che a diciott’anni pubblicò una raccolta di liriche deliranti dal titolo «Azathoth e altri orrori»”.

Non avrebbe probabilmente troppo senso, in questa sede, parlare di un autore che non solo manca di una qualunque traduzione in lingua italiana, ma è persino difficilmente reperibile nell’originale. E tale è rimasta la situazione sino a pochi anni fa, quando l’alternativa a una prima edizione pressoché introvabile era soltanto una riedizione poco meno proibitiva e irraggiungibile.

Ma da qualche tempo The Book of Jade è diventato anche un’accessibile risorsa web grazie a Gavin Callaghan, esperto e biografo di Barnitz, in collaborazione con Boyd Pearson, curatore in rete dello smithiano The Eltritch Dark. I testi dell’eccentrico poeta americano si rendono così disponibili sulle pagine del sito, insieme a una quantità di altro materiale sia biografico che critico: una messe di contribuiti probabilmente destinati ad arricchirsi nel futuro. Da diversi anni, inoltre, si preannuncia l’uscita di una prossima, nuova e più accessibile pubblicazione in paperback della raccolta di versi, in preparazione con S.T. Joshi e David Schultz presso l’americana Hippocampus Press.

E, ancora, chi non si accontentasse dei soli testi può trovare on line la scansione integrale di The Book of Jade in edizione 1901, nella copia conservata presso la University of California, consultabile o scaricabile in vari formati dalla pagina dedicata dell’Internet Archive dove, essendo il volume anonimo e gli archivisti in rete con tutta evidenza non eccessivamente svegli, viene scambiata ancora adesso per un’opera omonima tradotta dal cinese e attribuita quindi, erroneamente, a Judith Gautier.

Un allegro esempio per chiudere, con traduzione del sottoscritto in italiano solo per dare un’idea della poesia di David Park Barnitz:


Tutto il resto lo trovate sul sito web dedicato al poeta e alle sue opere: www.bookofjade.com.

Andrea Bonazzi

(in prima versione su In Tenebris Scriptus del 20/12/07)