giovedì 30 settembre 2010

Kadath. Le guide de la cité inconnue: un tour lovecraftiano con Nicolas Fructus

Kadath, le guide de la cité inconnue, 2010, copertinaIn uscita alla fine di novembre in Francia per le Éditions Mnémos, Kadath. Le guide de la cité inconnue è un volume di grande formato, e ancor più grande ambizione nel rappresentare un’immaginaria “guida turistica” alla misteriosa e inaccessibile città lovecraftiana nelle gelide desolazioni di Leng.

Il libro raccoglie quattro racconti in tema di David Camus, Mélanie Fazi, Raphaël Granier de Cassagnac e Laurent Poujois oltre a indicazioni, appunti, annotazioni e mappe per una visita “alla ricerca dello sconosciuto Kadath”. Il tutto sontuosamente illustrato dalle splendide tavole a colori di Nicolas Fructus, quarantenne artista nato a Lione, attivo nei più vari campi dal fumetto all’editoria ludica e narrativa sino ai videogiochi.

Maggiori informazioni sull’uscita sono reperibili presso la pagina dedicata sul sito web delle edizioni Mnémos, mentre è possibile assistere a un’ampia e spettacolare anteprima delle illustrazioni attraverso l’animazione in flash disponibile su www.kadathguide.fr.

Ngranek, illustrazione di Nicolas Fructus
Temple grand ancien, illustrazione di Nicolas Fructus
Temple d'un dieu ancient, illustrazione di Nicolas Fructus
Gallerie personali di Nicolas Fructus sul sito ufficiale www.fructusnicolas.com.

Kadath. Le guide de la cité inconnue
autori vari
illustrato da Nicolas Fructus
Livre univers, Éditions Mnémos, 2010
brossura, stampa a colori, €36.00
ISBN 9782354080969

Andrea Bonazzi

martedì 28 settembre 2010

Qualcosa di Frank Belknap Long

Un giovane Frank Belknap Long, foto“[...] Frank Belknap Long, dunque, è il nostro poeta nuovo — nello scrivere poemi che avrebbero potuto essere firmati dai più grandi fra gli elisabettiani minori, con uno almeno, «The Marriage of Sir John de Mandeville,» degno di un Christopher Marlowe. Per Long, l’orribilità della vita come si può trovare nelle moderne città cessa di esistere, ma nel suo rifiuto del realismo per come lo vedono i suoi contemporanei c’è una strada risplendente verso più raffinate cose, e verso lo slancio misericordioso che muta in permanenza ogni poesia tragica e maggiore”.

Questa la conclusione, decisamente generosa, della breve prefazione scritta da Samuel Loveman per A Man From Genoa and Other Poems (The Recluse Press, 1926), libro d’esordio e prima raccolta di poesie di un allora venticinquenne Frank Belknap Long. Giovane promessa nel circuito letterario del giornalismo amatoriale, già Howard Phlillips Lovecraft ne aveva tessuto le lodi in un articolo del 1924 per la United Amateur Press Association, apparso senza firma per evitare forse accuse di parzialità, vista la nota e stretta amicizia fra i due iniziata per via epistolare tre anni prima.

Sempre il Gentiluomo di Providence assisterà Robert H. Barlow, nel corso di una lunga visita in Florida, nella composizione e stampa – riaggiustandone qui e là la metrica – di The Goblin Tower (Dragon-Fly Press, 1935), una minuscola edizione “a sorpresa” che andava a riunire i più recenti versi. Compresi quelli apparsi su rivista, innanzi tutto su Weird Tales del quale Long fu tra i primi contributori per la poesia fantastica, con una dozzina di titoli pubblicati fra il 1925 e il ’38.

Sognante esotismo e un senso del meraviglioso spesso proiettato in cornice storica, partendo dalle atmosfere rinascimentali o elisabettiane dei suoi poemi maggiori, costituiscono i temi portanti nella versificazione di Belknap Long, assai più che l’horror o le fantasie cosmiche comuni ad amici e colleghi quali Clark Ashton Smith, Donald Wandrei o lo stesso Lovecraft.

H.P. Lovecraft & Frank Belknap Long, illustrazione di Andrea BonazziMa si tratta di una produzione poetica destinata a limitarsi, in linea di massima, agli anni giovanili: lo scrittore newyorkese prenderà in seguito altre strade, specialmente dedicandosi alla fantascienza dopo gli anni 30, in una lunga e intensa carriera come autore di romanzi, racconti e saggi, benché non particolarmente fortunata, attraverso l’intera storia della letteratura fantastica americana del suo secolo, per spegnersi novantatreenne nel 1994.

Un’edizione leggermente variata di The Goblin Tower (The New Collector’s Group, 1949) viene riproposta a oltre un decennio di distanza, e solo nel 1977 vedrà la stampa In Mayan Splendor, un volume Arkham House che riunisce i contenuti dei due precedenti, splendidamente illustrato da Stephen E. Fabian. A un anno dalla scomparsa, il resto delle poesie sparse o ancora inedite di Long viene infine recuperato, ancora dalla più piccola editoria specialistica, nel fascicolo The Darkling Tide: Previously Uncollected Poetry (Tsathoggua Press, 1995).

Di Frank Belknap Long resta nota in Italia la sola principale narrativa, dal più celebre “I segugi di Tindalos” in poi. Solamente tre delle sue poesie risultano tradotte e non facilmente reperibili nell'ambito delle pubblicazioni specializzate, tutte e tre apparse sulle pagine di Yorick Fantasy Magazine nel corso di una dozzina d’anni: “Mistiche bestie di Sibilla” sul numero 8/9 del 1989, “L’altra Innsmouth” (Innsmouth Revisited) sul n. 30/31 del 2000 e “Nello splendore dei Maya” (In Mayan Splendor), nel n. 32/33 del 2002.

A seguito, un esempio della poesia di Long, in scelta e versione personali come di consueto, a concludere quel che vuol essere appena rapido sguardo verso un aspetto quasi del tutto trascurato, qui almeno, della letteratura weird e del fantastico.


Andrea Bonazzi

(pubblicato su In Tenebris Scriptus il 7/11/08)

sabato 25 settembre 2010

The Robert E. Howard Reader, saggi sul Bardo di Cross Plains

The Robert E. Howard Reader, 2010, coverFinalmente in uscita l’attesa raccolta saggistica The Robert E. Howard Reader, curata e introdotta da Darrell Schweitzer per l’americana Wildside Press. Preannunciato e atteso fin dal 2006, il libro riunisce insieme classici e nuovi saggi, interventi e articoli scritti da critici e scrittori di primissimo piano sul “Bardo di Cross Plains”.

Da Fritz Leiber a Poul Anderson e Michael Moorcock, da Lyon Sprague de Camp a S.T. Joshi, le voci di autori ed esperti lungo i decenni dello scorso secolo fino a oggi si alternano in analisi e opinioni personali sull’opera di Robert Ervin Howard, forse non ancora pienamente approfondita da un punto di vista critico in un approccio condotto, sino agli ultimi tempi, più da certo fandom che non da parte maggiormente “accademica”.

Certamente, una tappa importante dopo le valide ma non recentissime pubblicazioni in volume di antologie di studi come The Dark Barbarian: The Writings of Robert E. Howard, a Critical Anthology (Wildside, 2000), The Barbaric Triumph: The Heroic Fantasy of Robert E. Howard (Wildside, 2004) e Two-Gun Bob: A Centennial Study of Robert E. Howard (Hippocampus, 2006).

Informazioni sul titolo disponibili presso il sito web dell’editore, mentre riportiamo a seguito la lista dei contenuti al completo:

Introduction – Darrell Schweitzer
Robert E. Howard: A Texan Master – Michael Moorcock
The Everlasting Barbarian – Leo Grin
Robert E. Howard’s Fiction – L. Sprague de Camp
The Art of Robert Ervin Howard – Poul Anderson
Howard’s Style – Fritz Leiber
What He Wrote and How They Said It – Robert Weinberg
Barbarism vs. Civilization – S.T. Joshi
Crash Go the Civilizations – Mark Hall
Return to Xuthal – Charles Hoffman
Howard’s Oriental Stories – Don D’Ammassa
King Kull as a Prototype of Conan – Darrell Schweitzer
How Pure a Puritan Was Solomon Kane? – Robert M. Price
Balthus of Cross Plains – George H. Scithers
Fictionalizing Howard – Gary Romeo
A Journey to Cross Plains – Howard Waldrop
Weird Tales and the Great Depression – Scott Connors
After Aquilonia and Having Left Lankhmar: Sword & Sorcery Since the 1980s – Steve Tompkins


The Robert E. Howard Reader
a cura di Darrell Schweitzer
Wildside Press, 2010
brossura, 212 pagine, $14.99
ISBN 9781434411655

Andrea Bonazzi

venerdì 24 settembre 2010

Dread Island per Lansdale con Lovecraft e Huckleberry Finn

Dread Island, 2010, coverUscita autonoma di lusso per un estratto, in anteprima, della nuova antologia Classics Mutilated in pubblicazione quest’autunno per la IDW Publishing, editrice americana specializzata in comics.

Dread Island è un singolare romanzo breve di Joe R. Lansdale che mescola giocosamente l’horror con alcuni dei più popolari classici statunitensi, confezionando un’inedita avventura nella quale Huck Finn, Jim e Tom Sawyer, i celebri personaggi di Mark Twain, si troveranno ad affrontare sia le bizzarre meraviglie de La capanna dello zio Tom che i più tentacolari orrori sovrannaturali di H.P. Lovecraft, attratti da una misteriosa isola nascosta nella nebbia.

“Ho scritto Dread Island sulla base del mio amore per Mark Twain,” – scrive Lansdale, – “in collisione col mio interesse per Lovecraft, e con il fatto che i racconti dello Zio Tom fossero probabilmente le prime storie che io abbia mai letto. E poi c’erano i fumetti. Ho sempre visto Dread Island come una sorta di albo a fumetti in prosa, con lo stesso aspetto della vecchia serie Classics Illustrated. È così che mi si è sviluppato in testa”.

Stampata in bicromia per dare un effetto anticato alle sue pagine, la singola novella di Joe Lansdale è pubblicata in quattro diversi formati, dalla brossura per il Comic-Con distribuita esclusivamente alla convention di San Diego – alle due edizioni limitate, firmate e a copertina rigida, a 35 dollari per la limited in 500 esemplari oppure a $100 per le 100 copie numerate della versione in cofanetto, mentre un’uscita più accessibile, sempre in hardback autografato, è in arrivo a ottobre al prezzo di $24.99. Maggiori informazioni alla pagina dedicata sul sito web dell’editore.

Dread Island
Joe R. Lansdale
IDW Publishing, 2010
copertina rigida, autografato, 86 pagine, $24.99


Classics Mutilated, 2010, coverPrevisto in distribuzione a fine ottobre, il volume Classics Mutilated della IDW si annuncia come un’antologia di racconti e novelle intese a rivisitare, stravolgere e mischiare assieme in un mash-up di fantasy e terrore i più diversi classici e le icone della cultura letteraria e popolare, creando nuove storie affidate a prestigiose firme di genere come Mark Laidlaw, Nancy Collins, John Shirley, Thomas Tessier, Kristine Katheryn Rusch, Chris Ryall, Rick Hautala, John Skipp e Cody Goodfellow oltre al citato Lansdale.

Un’anteprima delle prime pagine del libro, con l’indice al completo e la prefazione del suo curatore Jeff Conner, è consultabile in rete attraverso il servizio LookInside! di Amazon.

Classics Mutilated
a cura di Jeff Conner
IDW Publishing, 2010
brossura, 320 pagine, $16.99
ISBN 9781600108303

Andrea Bonazzi

mercoledì 22 settembre 2010

Ombre. Alle origini delle “storie di fantasmi”

Foto spettrale d'epoca vittorianaLa paura del morto nelle religioni primitive (The Fear of the Dead in Primitive Religions, Londra, 1934), opera un pizzico meno conosciuta dell’autore del famoso Il ramo d’oro (The Golden Bough, Londra, 1911/1915), Sir James George Frazer, sostiene con dovizia di particolari l’ambiguità atavica diffusa fin dal Neolitico, in tutti i tempi e presso tutte le culture, del sempiterno oscillare dell’essere umano tra il desiderio di prosecuzione della vita nell’aldilà e il timore della riapparizione di un morto insoddisfatto nel mondo dei vivi.

Nelle tombe primitive, i nostri avi, depongono un morto imbellettato d’ocra rossa perché sembri vivo, fiori a invocare eterne primavere, armi e animali, spose e sposi di terracotta e granaglie da seminare per assicurargli ancora prosperità e amore, perché non venga a reclamarli alle porte dei vivi. E lo depongono in posizione fetale, col volto rivolto verso Est perché possa veder sorgere in eterno l’alba, nel ventre materno della Terra affinché essa lo possa partorire a nuova vita. Non ora. Non qui. Non tra chi morto non è. Così, lo legano, gli limano i denti, in alcuni casi gli asportano la mascella e ne inchiodano le membra nell’avello sepolcrale, trafiggendone la testa e il cuore. Perché non pensi di tornare, perché non ami più chi non gli è dato amare.

Più tardi, i Lucumoni etruschi metteranno guardie a sorvegliare le loro tombe. I Romani gli accorderanno periodi di tempo in cui poter invadere città e pagi.

Da che mondo è mondo, è risaputo, ciò che distingue l’uomo dalla belva è l’invidia, e i morti invidiano ai vivi la vita. Il fatto che nelle fiabe, nelle religioni primitive, nella mitologia e nell’epica arcaica realtà e sovrannaturale, vivi e morti siano naturalmente commisti fa pensare che le “storie di spettri” siano, con buona probabilità, antecedenti alla letteratura registrata. Sono infinite le leggende e i racconti di ogni paese che narrano di defunti tornati alla vita per esigere un tributo dai vivi.

L’aneddotica sui fantasmi spazia dal Libro di Giobbe IV, 12 (VI – IV sec. a.C.) alla Tragedia Greca da Eschilo in poi, dalla Patrologia Greca e Latina ai trattati morali e filosofici passando per le Cronache, dalle collazioni di leggende agli exempla, dalle raccolte di omelie e sermoni ai trattati di teologia, dalla poesia alla letteratura.

Anonimo: lo spettro di Bernadette Soubirous, 1890, foto

È arcinoto e stracitato (spesso male, attribuendolo allo zio) ciò che Plinio il Giovane (61 – 113 d.C.) scriveva all’amico Licinio Sura, mentre si accingeva a narrargli ciò che era accaduto a Curzio Rufo (una sorta di “detective dell’impossibile” ante litteram, mica un Romano della Suburra qualunque!):

“Igitur perquam velim scire, esse phantasmata et habere propriam figuram numenque aliquod putes an inania et vana ex metu nostro imaginem accipere. Ego ut esse credam in primis eo ducor, quod audio accidisse Curtio Rufo”.

[Dunque io avrei un vivissimo desiderio di sapere se tu pensi che i fantasmi esistano davvero e abbiano un loro proprio aspetto e una qualche capacità di azione, ovvero che, pure vanità inconsistenti, ricevano una figura soltanto dalla nostra paura. Io mi sento spinto a credere alla loro esistenza in primo luogo dall’episodio che sento dire essere capitato a Curzio Rufo (Epistularum Libri Decem – Liber VII – 27)].

E se il povero Curzio Rufo se la vide davvero brutta, peggio fu per il liberto del nostro Plinio, cui un fantasma coiffeur fece un taglio di capelli all’ultima moda:

“Est libertus mihi non illitteratus. Cum hoc minor frater eodem lecto quiescebat. Is visus est sibi cernere quendam in toro residentem, admoventemque capiti suo cultros, atque etiam ex ipso vertice amputantem capillos. Ubi illuxit, ipse circa verticem tonsus, capilli iacentes reperiuntur”.

[Ho un liberto fornito di una discreta cultura; egli una volta riposava nel medesimo letto con il fratello minore. Quest’ultimo ebbe l’impressione di vedere un individuo sedersi sul letto, avvicinargli al capo delle forbici e tagliargli anche i capelli sul culmine della testa. Quando spuntò il giorno si trovò che egli era schiomato attorno al culmine della testa e che i capelli erano là per terra (Epistularum Libri Decem – Liber VII – 27)].

E poi Tacito conferma che Curzio Rufo era predisposto a vedere phantasmata:

“Dum in oppido Adrumeto vacuis per medium diei porticibus secretus agitat, oblata ei species muliebris ultra modum humanum et audita est vox «tu es, Rufe, qui in hanc provinciam pro consule venies»”.

[Mentre un giorno, sull'ora del meriggio, se ne stava appartato sotto i portici deserti di Adrumeto, gli apparve una figura di donna d'aspetto sovrumano e così l'udì parlare: «Sarai tu, Rufo, a venire proconsole in questa provincia» (Annali XI – 21)]

Qualcosa di simile accade a Bruto col suo Cattivo Genio che, in sogno, lo ammonì “ci rivedremo a Filippi”. E ancora possiamo leggere di fantasmi dagli scritti di Cicerone a quelli di Orazio.

Illustrazione di JollyRottenIl Medioevo, in area nordica, vede intorno al 1200 un anonimo narrare di un’infestazione e una maledizione nella Grettir Saga (XIII – XIV sec.). E poi Chaucer, che nei Canterbury Tales riporta ben due storie ispirate a Cicerone e Valerio, e le Chroniques di Jean Froissart che ne contengono altre due, lunghe, e Boccaccio col suo “Nastagio degli Onesti” nella Quinta giornata del Decameron.

Durante il rinascimento e fino alla fine del XVII secolo la diffusione e la pratica di spagiria, alchimia e astrologia fecero sì che, già a metà del Seicento, la letteratura su questo tema fosse immensa e si basasse su un corpus di osservazioni, frutto di continue, approfondite e appassionate indagini, che fu la base sulla quale si svilupparono le ricerche su ciò che Arthur Koestler battezzò come il “paranormale”.

Dall’XI secolo in poi, una successione di intelletti formidabili si applicheranno a ricerche su ciò che oggi definiamo “sovrannaturale” fino a quando, intorno al 1650, il razionalismo cartesiano minò alle fondamenta le basi dottrinali della cosiddetta “Sapienza Occulta”.

Da Michele Psello, filosofo bizantino autore nel 1050 della celebre De Operatione Daemonum (Περì ενεργεìας δαιμüνων), una classificazione dei demoni, a Pietro Lombardo (c. 1100 – c. 1160) che accenna agli spiriti disincarnati nella seconda parte del Libri Quattuor Sententiarum scritto fra il 1150 e il 1152; da Roger Bacon (1240-1294) a John Bromyard, cancelliere dell’Università di Cambridge, con la Summa Praedicantium (1495); da Cornelio Agrippa (1466-1535) a Paracelso (1493-1541); da Girolamo Cardano (1500-1576) a Robert Fludd (1574-1637), medico e cavaliere rosa+croce, si arriva persino a scritti farneticanti di pazzi pervertiti come Sprenger e Kramer; e ancora Johann Wier (1515-1588), medico renano allievo di Agrippa, con il De Praestigiis Daemonum (1563) o Martín Antonio Del Rio con le Disquisitionum Magicarum Libri Sex (1599), fino a Pierre Le Loyer con la sua Histoire des Spectres (1605) più attinente al nostro disquisire.

E la lista sarebbe ancora lunga. Nel periodo Tudor, gli autori di teatro inglesi influenzati dalle tragedie di Seneca intuirono appieno le possibilità drammatiche connaturate nel “personaggio” fantasma. Uno per tutti, l’ombra del padre di Amleto.

Tirato il sipario, i fantasmi scomparvero dalla letteratura europea nella prima metà del Seicento per rimanifestarsi nell’ultimo scorcio del Settecento, evocati dall’avvento del Gotico, ma la loro presenza rimase sempre viva e frequente in opere riguardanti il sovrannaturale, nella tradizione orale, nelle ballate e nel folklore.

È una lunga genesi, quella della “storia di spettri”, e qui Dio non si riposa il Sabato ma continua a raccontare storie. D’altra parte, i fantasmi sono ombre e non c’è essere vivente o cosa che possa liberarsi della sua.

Così i fantasmi ci seguono non visti fino a scrivere da sé la propria storia, fino a rivendicare un genere letterario che si alimenterà all’infinito. Dopo tutto, tanti ebbero a raccontare ciò che anche oggi spesso ci raccontiamo:

“Sai? Quell’amico mio che diede, l’altra notte, un passaggio ad una tipa? Be’, il giorno dopo, al cimitero ha trovato la sua lapide…”

Luogo, spazio, tempo che vai, fantasma che trovi!


Bibliografia:
– Cai Plini Caecili Secundi, Epistularum Libri Decem, Liber VII – 27
– Publi Corneli Taciti, Annales, XI– 21
– Michael Psello, De Operatione Daemonum, Ed. Jean-François Boissonade, Nürnberg 1838; ristampa: Amsterdam 1964 (Le opere dei dèmoni, trad. P. Pizzari, Sellerio Ed., Palermo, 1989)
– Pietro Lombardo, Sententiae in IV Libris Distinctae, 2 vol., Grottaferrata, Editiones Collegii S. Bonaventurae ad Claras Aquas, 1971-1981

Tatiana Martino

(pubblicato su San Rospo il 15/11/07)

lunedì 20 settembre 2010

Ritratti al Chiaro di Luna per Carl Jacobi: in preordine il secondo volume de “I giganti del Weird”

Ritratti al Chiaro di Luna, 2010, copertinaSono aperte le preordinazioni per la seconda antologia dei “racconti scelti” di Carl Richard Jacobi, Ritratti al Chiaro di Luna. Racconti Scelti Vol. II 1947-2000, un volume a cura di Luigi Musolino che presenta altri sedici straordinarie storie inedite del grande maestro del weird tale americano.

Il libro, riccamente illustrato con riproduzioni di copertine d’epoca e disegni dai pulp-magazines originali, è pronto per andare in stampa e, come per l’uscita precedente, avrà una tiratura limitata che sarà determinata in base al numero delle prenotazioni giunte. Un’occasione più unica che rara, quindi, per arricchire la propria biblioteca di classici del weird.

Data la natura particolare e specialistica del volume, com’è caratteristica di tutte le edizioni targate Dagon Press, l’antologia sarà resa disponibile per un breve periodo, e non sono previste ristampe. Si offre così ai lettori e agli appassionati una ghiotta occasione per avere in esclusiva un libro unico, destinato a diventare un tesoro per i collezionisti e un motivo d’orgoglio per chi potrà possederlo.

I racconti presentati in Ritratti al Chiaro di Luna rivelano le capacità e la straordinaria portata di uno dei più grandi scrittori della letteratura fantastica dell’epoca dei pulp. Da vero maestro del genere, Carl Jacobi possedeva uno stile di prosa altamente evocativo, capace di schiudere interi mondi all’immaginazione dei lettori. In questo secondo volume sono riuniti in ordine rigorosamente cronologico alcuni dei suoi migliori racconti, che per varietà e atmosfera vanno dall’horror al macabro, dal fantastico alla fantascienza, tutti comunque contraddistinti da quel particolare sense of wonder che era il marchio di fabbrica dell’autore.

“Carl Jacobi”, scrive uno dei maggiori esperti mondiali di letteratura pulp, “è uno scrittore le cui ingegnose storie del soprannaturale, accuratamente costruite, sono spesso degne di essere comparate con quelle di H.P. Lovecraft” (cfr. Lee Server, Encyclopedia of Pulp Fiction Writers, Checkmark Books, 2002, p. 155). E Lovecraft stesso considerava il suo talento “fenomenale”, al punto da congratularsi con lui in una lettera in cui, riferendosi alle capacità narrative di Jacobi, gli scriveva inoltre: “[...] la tua versatilità è sicuramente maggiore della mia”.

Carl Richard Jacobi, photoI racconti contenuti in questa raccolta sono i migliori esempi della diversità di stili e di tematiche che appartennero a Carl Jacobi. Il suo aplomb narrativo, tipico e inconfondibile, è proprio della tradizione classica di Weird Tales, la rivista che pubblicò la gran parte dei suoi racconti. E i capolavori qui riuniti, molti dei quali pubblicati sul mitico magazine, spiccano per qualità e atmosfera: da “Matthew South & Co.”, suggestiva storia di orrore psicologico che gioca col tema del “doppio”, a “Streghe nel Granturco” dove agiscono per opera di magia due tetri spaventapasseri, a “La Barriera di Singleton” con il suo paesaggio inquietante e sinistro, e gli orrori stregoneschi che aprono ai mondi aldilà della barriera. Senza dimenticare il “Ritratto al Chiaro di Luna”, la storia che dà il titolo a questa raccolta, una fantasia soprannaturale reminiscente di Wilde e Hawthorne, e i “Curiosi Accadimenti alla Taverna del Cavallo Galoppante”, racconto dall’ambientazione esotica che ruota intorno alle rovine di un’antica locanda, sede di vecchie leggende e di superstizioni, e alla sua bizzarra torre che evoca un passato di pirateria e stregoneria, i cui orrori si riverberano nel presente.

Ecco poi profilarsi l’inquietante profilo della “Elcar Special”, misteriosa automobile capace di cambiare le personalità degli uomini che la guidano, e la spettrale e grottesca forma del “Cocomacaque”. E poi c’è la bizzarra “Teoria di LaPrello”, uno dei classici di Jacobi, alla cui base si trova una delle tematiche predilette dall’autore: l’esistenza di universi paralleli e di altre dimensioni che si intersecano con il nostro mondo. E ancora altre storie, intinte nell’ombra e nel mistero: nessuno, dopo aver letto delle “Cose Spiacevoli a Carver House”, dimenticherà la sinistra atmosfera, cupa e claustrofobica, di Casa Carver, con le sue cose sgradevoli.

In quel lugubre scenario, la contea di Carver, Jacobi ambienta i suoi racconti più weird. Qui, i suoi protagonisti si muovono in cittadine strane e solitarie, in campagne desolate o in brumose colline, luoghi in cui su tutto incombe uno spiacevole senso di sospensione e di minaccia. E dove anche dietro la rurale banalità di un muro sgretolato possono annidarsi follie e orrori senza tempo... Ed ecco, infine, che ancora una volta l’ombra di H.P. Lovecraft si palesa dietro a racconti come “L’Acquario”, nel quale si richiamano alla memoria situazioni e inquietudini tipiche della narrativa del Maestro di Providence, o “La Porta del Corvo” con gli orrendi sacrifici ad una divinità-rospo perpetrati su altari di pietra, con i grimori blasfemi e gli oscuri misteri del passato che riaffiorano a stregare il presente...

Ritratti al Chiaro di Luna, 2010, paginaRitratti al Chiaro di Luna raccoglie sedici straordinari racconti che ci portano oltre gli orizzonti conosciuti. Si tratta di un’antologia unica nel suo genere e destinata a diventare – come l’a precedente raccolta di Jacobi pubblicata dalla Dagon Press, Rivelazioni in nero (già una rarità per collezionisti!) – un vero classico fra le pubblicazioni italiane di letteratura fantastica. Ogni singolo racconto, lo ricordiamo, è preceduto da un’illuminante introduzione del curatore Luigi Musolino, che ci rivela i segreti dietro le storie o particolari inediti della vita dello scrittore. Come speciale appendice, è poi inclusa una dettagliata bibliografia e cronologia delle opere di Carl Jacobi, unica nel suo genere (non solo in Italia) per esaustività e completezza.

Il volume, che conta 290 pagine e ha un costo di 25,00 Euro più spese di spedizione, può essere pre-ordinato entro il 10 ottobre 2010 scrivendo all’indirizzo email di redazione: studilovecraft@yahoo.it.

Il libro sarà stampato e spedito subito dopo questa data, e solo chi lo avrà preordinato avrà la sicurezza di accaparrarsene una copia. La tiratura, come già scritto, sarà infatti determinata sulla base delle prenotazioni giunte, e solo un minimo quantitativo di copie resterà disponibile per chi richiedesse in seguito il volume. Affrettatevi quindi, e non lasciatevi sfuggire l’occasione!

Vediamo ora qualche anticipazione sui prossimi volumi in arrivo per la Dagon Press…

A fine settembre, come anticipato in altro post, esce anche il primo volume de “I Capolavori dei Racconti di Dracula”, con tre classici romanzi neri e fantastici di Frank Graegorius, un vero pioniere tra gli scrittori horror italiani, la cui lettura costituirà per gli appassionati più giovani una vera scoperta, e per i vecchi lettori un’opera di recupero imperdibile.

A questa uscita faranno seguito, entro fine anno, le pubblicazioni di Lukundoo e Altre Storie, con tutti i migliori racconti horror, fantastici e strani di un maestro come Edward Lucas White, e quindi di una vera strenna: Lovecraft Black & White, un illustratissimo e patinato volume di grande formato, a cura di Umberto Sisia, il quale ci rivelerà presto tutti i segreti di questa pubblicazione che si preannuncia epocale! Intanto, i più curiosi possono seguire gli sviluppi del progetto su lovecraftblackandwhite.blogspot.com.

Ma altre grosse e succose novità sono in preparazione, e fra i progetti in cantiere ne anticipiamo uno che, siamo certi, farà la felicità di ogni appassionato e cultore di letteratura weird e fantastica: di Clark Ashton Smith pubblicheremo infatti Il Grimorio Nero. Taccuini Fantastici: 1926-1961 (titolo ancora provvisorio), ovvero la traduzione integrale, ampliata e annotata per l’occasione, di The Black Book of Clark Ashton Smith, uno dei libri più rari e ricercati della mitica casa editrice Arkham House. Un libro di culto mai uscito in Italia, e mai più ristampato neppure in America.

Restate quindi sintonizzati su questi canali, tenete d’occhio il blog di Dagon Press / Studi Lovecraftiani... E, come sempre, happy weird!

Pietro Guarriello

domenica 19 settembre 2010

Max Ernst: paesaggi fantastici

'Europe After the Rain II', Max Ernst, 1940-1942
'The Eye of Silence', Max Ernst, 1943-44'Epiphany', Max Ernst, 1940
'The Fascinating Cypress', Max Ernst, 1939'The Temptation of St. Anthony', Max Ernst, 1945

Non appare necessario presentare Max Ernst, o approfondirne gli argomenti. Forse può risultare in qualche modo irriverente, invece, proporre una delle colonne portanti del surrealismo come se si trattasse di “semplice” illustrazione fantastica. Ma è questione di sfumature, di convenzioni e di etichette incollate sopra per l’archivio.

Certo guardando da qui, dal basso di chi vede e legge il fantastico weird, certi dipinti come L’occhio del silenzio (1943-44) non possono sfuggire a un confronto con le architetture non euclidee di una lovecraftiana R’lyeh riemersa di fresco dalle alghe del Pacifico. Certi paesaggi irreali assomigliano piuttosto alle realtà d’altri mondi, per come immaginati nell’ultimo secolo su pagine e copertine più o meno popolari. Architetture quasi biologiche, paesaggi alieni come nelle storie di un qualche vecchio Weird Tales. Altrove, strutture e creature grottesche, come sfuggite da un trittico fiammingo per far visita ai futuri colleghi del Novecento sul fronte d’un qualche tascabile horror / fantasy.

Insomma, se è ben lecito cercare un ideale d’arte nell’illustrazione fantastica, qualche volta il percorso può anche essere inverso. Al massimo, qualche storico dell’arte avrà un po’ da mugugnare per l’approccio.

Una guida alle gallerie che ospitano le opere di Max Ernst si trova in rete su ArtCyclopedia.

Andrea Bonazzi

(pubblicato su In Tenebris Scriptus il 17/09/08)

venerdì 17 settembre 2010

Qualcosa di Clark Ashton Smith

Clark Ashton Smith, illustrazione di Andrea BonazziAlmeno in questa sede, Clark Ashton Smith non dovrebbe aver bisogno di presentazioni. Certo, qualcuno può sempre imbattersi accidentalmente nella pagina, ma in tal caso basterà un qualche click in giro per farsene un’idea. C’è inoltre un intero sito web dedicatogli, The Eltritch Dark (dal titolo di una poesia), che raccoglie la gran parte dei suoi versi, della sua narrativa e dei saggi, oltre a molte immagini dei suoi disegni, dei quadri e le sculture.

In italia, e con il solito endemico ritardo, C.A. Smith è noto quasi esclusivamente per i suoi racconti fantastici, sgargianti di un colore e un'ironia che pur talvolta si perdono sotto il ferro da stiro della traduzione, e per i suoi rapporti epistolari e di complicità letteraria con H.P. Lovecraft, in salda amicizia e proficua reciproca influenza.

Diverse raccolte dell’artista californiano sono apparse, tempo fa, nelle nostre librerie: Zothique (Editrice Nord, 1977 e 1992), il quartetto di edizioni MEB comprendenti Genius Loci (1978), Al di là del tempo e dello spazio, Mondi perduti e Gli orrori di Yondo (1979), quindi i Fanucci del successivo decennio con Il destino di Antarion (1986), La Venere di Azombeii e Le metamorfosi della Terra (1987) seguiti da Hyperborea, Xiccarph, Averoigne (1989) e Malneant (1990), con questi ultimi quattro a pirateggiare largamente e senza attribuzione le stesse precedenti versioni della MEB. Ma dall’ultima ristampa Nord de L’universo Zothique sono trascorsi oramai diciotto anni, un lungo periodo di vuoto nel quale anche le storie antologizzate altrove sono andate sempre più diradandosi.

Qualche esempio di poesia ha fatto capolino, in entrambi i casi per la traduzione di Sebastiano Fusco, fra la selezione lovecraftiana de Il vento delle stelle (Agpha Press, 1998) e sull’unica uscita dell’affondata rivista Fictionaire (1999). Poco altro è apparso nel corso degli anni attraverso pubblicazioni come Yorick Fantasy Magazine, cui pure si deve la pubblicazione di Ombre dal Cosmo (1999), ottimo e ormai raro volumetto curato da Pietro Guarriello riunendo brevi inediti smithiani insieme a prestigiosa saggistica.

Se da noi resta un autore riservato ai soliti pochi appassionati, almeno in patria è in atto da qualche tempo una lenta ma costante di riscoperta dell’opera di Smith, rimasto finora nell’ombra rispetto ai più celebrati compagni di penna Robert E. Howard e Howard Phillips Lovecraft. Probabilmente anche a causa di uno stile ricercato, ricco di arcaismi, sonoro e ritmato sul filo del poema in prosa... A volte magari troppo letterario per il mondo del pulp; altre, al contrario, troppo “di genere” per i quartieri alti della letteratura.

The Star-Treader and Other Poems, 1912, coverUn netto risveglio di interesse è dimostrato in America dalle crescenti riedizioni e ristampe, dai nuovi spunti saggistici e, ultimamente, dalla pubblicazione critica e sistematica dei suoi scritti. Le storie brevi di carattere weird sono in corso di pubblicazione nei cinque volumi di Collected Fantasies della Night Shade Books, mentre l’intera produzione poetica veniva proposta nei tre tomi di The Complete Poetry and Translations of Clark Ashton Smith presso la Hippocampus Press, che tra i futuri progetti prevede di editare in volume unico la superstite corrispondenza Smith-Lovecraft. Altro segnale incoraggiante viene dalla stampa, con saltuari articoli a partire dal positivo “A journey to the fantastic realms of Clark Ashton Smith” apparso sul Washington Post del 18 febbraio 2007.

Amico e “protetto” di George Sterling, allo stesso modo in cui di Sterling fu mentore Ambrose Bierce negli ambienti culturali della San Francisco di primo Novecento, C.A. Smith fu principalmente poeta con un primo libro di versi pubblicato appena diciannovenne, The Star-Treader and Other Poems (1912), che lo fece sul momento acclamare come novello “Keats del Pacifico”. Ed è proprio nella vena poetica che nascono le sue ampie visioni cosmiche – il poema The Hashish Eater del 1922 ne è probabilmente il capolavoro –, condivise dal 1923 con un assai più cupo e pessimista Lovecraft, all’incoraggiamento del quale si deve il suo ritorno alla narrativa dopo alcuni racconti esotici giovanili, apparsi su testate quali The Black Cat.

Un flusso intenso di storie fra horror, fantasy e una quasi riluttante (e sovente parodistica) fantascienza, inariditosi però sul finire degli anni 30 per ritornare in ultimo all’amata versificazione, sino alla morte nel 1961. Da completo autodidatta, si avventurava nel frattempo in escursioni artistiche visualizzando le proprie fantastiche creazioni con dipinti e disegni, spesso elementari e in qualche modo naïf, e in più efficaci sculture solitamente intagliate nella pietra morbida delle sue zone.

A proposito della poesia di Clark Ashton Smith, e per concludere con una scelta del tutto personale:


A sinistra, “Solution” di C.A. Smith riprodotta in scansione da pag. 35 di Ebony and Crystal (Auburn Journal, 1922), traduzione di Andrea Bonazzi a lato.

Andrea Bonazzi

(in prima versione su In Tenebris Scriptus il 16/04/08)

mercoledì 15 settembre 2010

Lovecraft Annual No. 4

Lovecraft Annual No. 4, 2010, coverNovità lovecraftiane nel Lovecraft Annual No. 4 del 2010, quarto appuntamento annuale con i volumetti di studio sul Gentiluomo di Providence curati da S.T. Joshi per l’americana Hippocampus Press.

Tra i pezzi pregiati della pubblicazione saggistica dedicata a H.P. Lovecraft, troviamo in questo numero la versione breve in 900 parole di “Some notes on a Nonentity”, saggio autobiografico scritto nel novembre 1933 per Unusual Stories e mai pubblicato in questa forma: un testo che si riteneva ormai perduto, e che solo di recente è tornato alla luce in manoscritto.

Di Lovecraft pure vengono proposte le lettere a Carl Ferdinand Strauch, scritte nel corso di uno scambio epistolare durato per due anni. Ventinove tra missive e cartoline inviate fra il 1931 e il ’33, raccolte ed editate da Joshi insieme a David E. Schultz, in cui si discutono i comuni interessi verso la weird fiction divagando su temi più generalmente letterari, sino al folklore locale e ai viaggi di HPL, del quale sono riprodotti alcuni schizzi. Il tutto sui toni di una cordiale formalità, attraverso la comune amicizia con Harry K. Brobst.

Ultimo intimo amico dello scrittore del Rhode Island, proprio al Dr. Harry Brobst viene poi dedicato un ricordo, a firma di Christopher M. O’Brien, in occasione della sua scomparsa nel gennaio scorso alla veneranda età di 101 anni.

Oltre ad alcuni testi di Strauch posti in appendice dell’epistolario, e al consueto spazio editoriale per le notizie in breve e recensioni, troviamo quindi un paio di interventi sulla poesia dell’autore: uno di Manuel Pérez-Campos, sull’uso dell’anticlimax, e l’altro di Phillip A. Ellis, sulla “costruzione della razza” nelle prime opere in versi. Di suggestioni erotiche nei racconti “La cosa sulla soglia” e “L'abbraccio di Medusa” si occupa invece Robert H. Waugh, mentre ancora di Joshi è il saggio conclusivo su scienza e pseudo-scienza in Lovecraft.

Curiosa inoltre la presentazione – completa di spartito – di The Ancient Track, una messa in musica dell’omonima poesia del 1929, composta da Jonathan Adams per pianoforte e coro a quattro voci.

Informazioni presso il sito web dell’editore.

Questi i contenuti del volume:
Lovecraft’s “The Bride of the Sea” and the Uses of Bathos – Manuel Pérez-Campos
Following “The Ancient Track” – Jonathan Adams
Letters to Carl Ferdinand Strauch – H.P. Lovecraft
Appendix: A Library Goes Regionalist – Carl F. Strauch
The Construction of Race in the Early Poetry of H.P. Lovecraf – Phillip A. Ellis
The Ecstasies of “The Thing on the Doorstep”, “Medusa’s Coil”, and Other Erotic Studies – Robert H. Waugh
Notes on a Nonentity – H.P. Lovecraft
In Memoriam: Dr. Harry K. Brobst (1909–2010) – Christopher M. O’Brien
Time, Space, and Natural Law: Science and Pseudo-Science in Lovecraft – S.T. Joshi


Lovecraft Annual No. 4
a cura di S.T. Joshi
Hippocampus Press, 2010
brossura, 216 pagine, $15.00
ISBN 9780984480258

Andrea Bonazzi

lunedì 13 settembre 2010

Licantropi & Weird Tales: III

Saggio in tre parti: vedi parte II.

Illustrazione di Harold S. De Lay in Weird Tales, agosto-settembre 1936Il paesaggio fatto di oscure foreste e di boschi enormi e secolari ha da sempre un posto privilegiato all’interno delle storie di licantropia. Ma anche altri scenari, se ben descritti, riescono a evocare un’atmosfera altrettanto suggestiva. In “The Werewolf of the Sahara” (Weird Tales, agosto-settembre 1936) il misterioso G.G. Pendarves (pseudonimo maschile sotto cui si nascondeva in realtà una gentile donzella, Gladys Gordon Trenery) ci porta tra le dune d’Egitto, dove la magia nera di un malvagio sceicco trasforma in licantropo un avventuriero svedese che, alla fine, verrà liberato dall’amore di una donna. “The Hound of Pedro” (Weird Tales, novembre 1938) di Robert Bloch si ambienta invece in Messico, al tempo della dominazione spagnola. Il Pedro del titolo è Pedro Dominguez, tirannico leader di una banda di predoni che si divertono a fare razzie e a terrorizzare le popolazioni locali. Per accrescere la sua autorità, egli fa un patto col diavolo che lo trasforma però in un bestiale licantropo, costretto a bere il sangue di giovani donne.

Robert Bloch (1917-1994), famoso per aver scritto Psycho, fu uno degli autori di punta di Weird Tales, e un’altra sua inusuale storia di licantropi fu pubblicata nel numero di marzo 1946 della rivista. Si tratta di “The Bogey Man Will Get You”, dove l’eroina protagonista va incontro ad una brutta fine quando, spinta dalla curiosità, ficca il naso negli affari del suo vicino di casa, che lei crede essere un vampiro... Mentre in realtà, come scopre a sue spese, questi è un licantropo!

Illustrazione in Weird Tales, gennaio 1941“Lupa”, di Robert Barbour Johnson, vede come protagonista l’ennesima ragazza-lupo. Il racconto esce su Weird Tales nel gennaio del 1941.

Dal canto suo Manly Wade Wellman (1903-1986), altro autore troppo spesso sottovalutato ma capace di scrivere ottimi racconti weird, prende spunto dalle leggende tradizionali degli Stati Uniti del Sud per imbastire alcune delle più affascinanti storie dell’orrore apparse sul mercato dei pulp [per un approfondimento su questo scrittore, il riferimento in italiano è un articolo del sottoscritto: “Manly W. Wellman e la tradizione popolare del racconto weird”, su Yorick Fantasy Magazine n. 16/17, Reggio Emilia, 1993].

Nel maggio 1936 Wellman pubblica su Weird Tales “The Horror Undying”, la prima delle sue storie d’argomento licantropico: qui gli atroci delitti del lupo mannaro avvengono nel pieno della guerra di Secessione americana, passando quasi in secondo piano di fronte agli orrori della battaglia. Segue, nel marzo 1937, “The Werewolf Snarls”, in cui un esperto di scienze occulte incontra uno strano personaggio che gli si rivela come un licantropo. Il racconto è però abbastanza convenzionale, e l’autore ha fatto di meglio in “Dhoh” (Weird Tales, luglio 1948), dove tuttavia non troviamo un uomo-lupo ma un uomo-orso! Wellman sfiorerà ancora il tema in “The Last Grave of Lill Warran” (Weird Tales, maggio 1951), racconto basato sulla credenza che un licantropo, se ucciso nella sua forma di lupo, è destinato dopo la morte a diventare un vampiro.

Weird Tales, maggio 1941, copertinaRiporta il tema entro schemi più convenzionali “The Phantom Pistol” (Weird Tales, maggio 1941) dell’abile Carl Richard Jacobi (1908-1997), dove il protagonista scopre che un suo amico collezionista di pistole antiche è un lupo mannaro, e lo uccide con uno dei pezzi della sua collezione, capace di sparare proiettili d’argento. Insieme a questa troviamo però su Weird Tales anche storie di falsa licantropia, e “The Mark of the Monster” di Jack Williamson (Weird Tales, maggio 1937) è una di esse: una tara familiare diventa qui il pretesto per convincere un uomo a credere di essere un licantropo. Il racconto è piuttosto ben dosato nel profondere un senso di mistero, ma il finale non-soprannaturale lascia con l’amaro in bocca.

Williamson, tuttavia, si rifarà in seguito con Darker Than You Think del 1940(Tr. it.: “Il figlio della notte”, Urania n. 4, Mondadori, 1952), capolavoro indiscusso del genere dove il tema orrorifico della licantropia si sposa con quello dei mutanti della fantascienza. Questo romanzo però non apparve su Weird Tales, bensì a puntate su Unknown, la rivista che sotto la direzione di John Campbell ne rinnovò per un breve periodo i fasti. Ma prima ancora di Williamson era già uscita su Strange Tales (nel numero di gennaio 1932) la novella Wolves of Darkness, in cui viene postulata una spiegazione pseudoscientifica per il mito del licantropo. Vi si narra del tentativo degli alieni di invadere il nostro mondo, con un’orda di abominevoli entità che entra nella nostra dimensione iniziando a possedere le menti e i corpi degli uomini, mutandone quindi l’aspetto in quello di mostruose creature lupesche. Alla fine si lascia intendere che da queste infiltrazioni aliene, avvenute anche secoli addietro, erano nate le leggende sui licantropi.

Il figlio della notte, 1952, copertinaVerso la metà degli anni Trenta nacquero un gran numero di magazines di weird menace, così erano chiamati i pulp in cui le storie di mistero e orrore erano intinte con una forte componente di sesso e sadismo; in pratica, riviste sul genere di Weird Tales ma con narrazioni molto più spinte e trasgressive, in cui la componente sovrannaturale non era strettamente necessaria all’esplicitarsi della storia. E anche qui le storie di licantropia non mancavano. Per esempio su Horror Stories compare, nel numero di agosto-settembre 1937, “Beast-Women Stalk at Night” di Wayne Rogers (pseudonimo di Archibald Bitter, che fu uno degli editori di Argosy), dove agisce un branco di nude e feroci donne-bestia che danno la caccia agli uomini spargendo nel mondo l’epidemia licantropica.

Un lupo gigantesco e sanguinario è presente anche in “The Death Beast” di Norvell Page (1904-1961), che vide la luce su Dime Mystery Magazine nel dicembre 1933, mentre un intero banco di licantropi agisce in “The Seal of Sin” di Henry Kuttner (Strange Stories, agosto 1940), nel quale però un anello magico, sul quale è inciso il sigillo di Salomone, dà a un occultista il potere di sconfiggerli. Il filone delle creature mannare prosegue poi in racconti come “The Werewolf of Wall Street”, di Edith e Ejler Jacobson (Dime Mystery Magazine, luglio 1938), “Master of the Werewolf” di Gabriel Wilson (Terror Tales, luglio-agosto 1939), e “Wooed by a Werewolf” di Robert Lesile Bellem (Uncanny Tales, novembre 1939).

Illustrazione di Virgil Finlay in Weird Tales, dicembre 1936
Illustrazione di Boris Dolgov in Weird Tales, settembre 1942
Illustrazione interna di Virgil Finlay per The Woman at Loon Point.
A destra, illustrazione di Boris Dolgov per Satan’s Bondage di Banister.


Ma è su Weird Tales che le storie sui lupi mannari trovano il loro campo più fecondo. Oltre a quelle già citate, ulteriori variazioni della trasformazione da uomo a bestia possono essere individuate nei racconti “Silver Bullets” di Jeremy Ellis (Weird Tales, aprile 1930), “The House of the Golden Eyes” di Theda Kenyon (settembre 1930), e “The Curse of the Valedi” di Captain S.P. Meek (luglio 1935). Si tratta tuttavia di storie piuttosto convenzionali, scritte da autori minori, che nulla aggiungono al mito dell’uomo-lupo. Un ingegnoso metodo per vanificare la maledizione della licantropia, è comunque impiegato da August Derleth e Mark Schorer nel racconto “The Woman at Loon Point” (Weird Tales, dicembre 1936) in cui il protagonista, un giovane in vacanza nei boschi del Michigan, viene morso da un licantropo e si trasforma a sua volta in bestia. La sorella dell’uomo, allora, lo incatena prima delle sue trasformazioni notturne, così che egli non possa assaggiare altro sangue con cui rinnovare i suoi poteri. Questo fa sì che la magia licantropia perde la sua efficacia e il giovane è salvo.

Weird Tales, settembre 1942, copertinaLa mutazione da uomo a lupo gioca una parte esplicita anche in “Loup-Garou” di Manly Banister (1914-1986) che, uscito su “The Unique Magazine” nel maggio 1937, narra in uno scenario contemporaneo dell’amore di un uomo per una bellissima ragazza-lupo destinata però alla tragica morte. Banister tornerà sull’argomento in “Satan’s Bondage” (Weird Tales, settembre 1942), definito un “werewolf-western” dall’editore della rivista, e in altri due racconti: “Devil Dog” (Weird Tales, luglio 1945) ed “Eena” (Weird Tales, settembre 1947), il suo capolavoro, la cui protagonista è un’altra donna-lupo.

In questa toccante storia uno scrittore, Joel Cameron, prende casa vicino a Wolf Lake facendo amicizia con i coloni locali. I semi della tragedia vengono piantati quando l’uomo, trovato un cucciolo di lupo albino, lo alleva contro la volontà dei coloni che gli sconsigliano di farlo. A dispetto del forte legame che si instaura tra loro, Eena (è questo il nome dato al lupo, che è di sesso femminile) una volta cresciuta fugge via dall’uomo, e presto sul posto iniziano a udirsi storie su un grosso lupo bianco a capo di un famelico branco. La trama prende una piega drammatica allorché Eena, piuttosto inaspettatamente, cambia trasformandosi in una giovane e bella ragazza che alterna la sua forma animale a quella umana. Eena intraprende così una relazione d’amore con il suo protettore, che resta ignaro della cosa; ma quando alla fine l’uomo si trova davanti il grosso lupo bianco, che stenta a riconoscere come il cucciolo che aveva allevato, non esita a sparargli. Scopre così di aver ucciso la donna amata, che torna alla forma umana morendo tra le sue braccia.

Un’attrazione fatale è presente anche in “Werewoman” di Catherine Lucille Moore (1911-1987), tra le più brillanti scrittrici di science fantasy di Weird Tales. Il racconto, facente parte della serie di Northwest Smith, uscì però su Leaves nel 1938: qui, l’avventuriero delle stelle incontra in un desertico reame alieno un branco di lupe mannare, e ne diventa il capo.

The White Wolf, 1941, copertinaNotevoli variazioni sul tema delle trasformazioni licantropiche sono anche i racconti “The Psychomorph” di E.A. Grosser (Unknown, febbraio 1940), “When the Werewolf Howls” (Horror Stories, maggio 1940), e “Beast of the Island” di Paul Selonke (Strange Stories, ottobre 1940), tutti usciti sulle riviste “rivali” di Weird Tales.

Gli anni Quaranta sono unanimemente considerati come il “Periodo d’Oro” per lo sviluppo e l’evolversi del filone licantropico, sia al cinema che nella letteratura. In narrativa, uno dei romanzi migliori del periodo è The White Wolf di Franklin Gregory (1905-1985), pubblicato nel 1941. Si tratta di un riuscito tentativo per dare alle storie di licantropi un trattamento adulto. Protagonista è ancora una volta una giovane donna, Sara de Camp d’Avesnes, la quale, dopo essersi immischiata con un culto Satanico, si trasforma in grosso lupo bianco e in questa forma uccide chi le sbarra la strada. Il padre di Sara, allarmato dai cambi di personalità della figlia, scopre che la ragazza era predestinata a diventare una wolf-woman come contropartita di un patto col diavolo fatto da un suo antenato. Il romanzo, eccellentemente scritto, è pieno di scene orrorifiche e splatter che lo rendono ancor oggi una lettura avvincente e moderna. Vi troviamo anche la terribile descrizione di un infante rapito dal licantropo, la cui testa, più tardi, viene ritrovata staccata dal corpo!

Weird Tales, novembre 1942, copertinaLa prima storia a cambiare in modo radicale lo stereotipo della licantropia (un tema che cominciava ad essere ormai usato e abusato da troppi scrittori), rappresentando un vero spartiacque tra passato e moderno, è “The Hound” di Fritz Leiber (Weird Tales, novembre 1942), racconto che si avvantaggia di un’ambientazione urbana e moderna. Il mostro licantropico qui è descritto come una creatura d’ombra di forma incerta, impossibile da definire ma dall’apparenza di lupo. È un fantasma che, nato dall’inconscio della sua vittima, prende sembianze di carne e sangue. E l’aspetto di belva ne fa una creatura ancor più temibile.

Un altro autore che ha reinterpretato in maniera originale la leggenda dell’homo lupis è stato Anthony Boucher (1911-1968), scrittore dai risvolti spesso umoristici. In “The Compleat Werewolf” (Unknown, aprile 1942) troviamo un lupo mannaro arruolato nell’F.B.I., e in “The Ambassadors” (Startling Stories, giugno 1952) i licantropi diventano plenipotenziari terrestri su altri pianeti. Sulla rivista di Farnsworth Wright è apparso invece, nel settembre 1945, il suo “Mr. Lupescu”, strano racconto di una creatura mannara nata dall’immaginazione.

Weird Tales, settembre 1927, copertinaI licantropi comparivano occasionalmente anche nei versi che si pubblicavano su Weird Tales, e “They Run Again” (nel numero del dicembre 1938) di Leah Bodine Drake, autrice che più tardi vinse un Premio Pulitzer, ne è il miglior esempio. Ma degni di menzione sono anche i componimenti di Henry Kuttner (“Ballad of the Wolf”, giugno 1936) e di C. Edgar Bolen (“Lycanthropus”, settembre 1936).

I romanzi e i racconti a tema licantropico pubblicati su Weird Tales (tra cui si citano ancora “The Wolf-Woman” di Bassett Morgan, settembre 1927, e “The Werewolf Owls” di Clifford Ball, novembre 1941) rappresentano una piccola ma significativa parte dell’enorme produzione letteraria che ha preso piede dal mito del werewolf, e attraverso tutta la serie di variazioni che alla fine hanno coinvolto anche il cinema, la figura del lupo mannaro è diventata una icona-simbolo dell’immaginario dell’uomo. Per questo, c’è da credersi che il suo sinistro ululato continuerà a riecheggiare nei nostri incubi ancora a lungo...

Illustrazione di Mont Sudbury per 'The Werewolf Owls' in Weird Tales, novembre 1941Nota Bibliografica: Diversi dei racconti citati nell’articolo sono rintracciabili, in traduzione italiana, nelle seguenti antologie: Storie di lupi mannari, a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco (“I Mammut” Newton Compton, Roma, 1994); Notti di luna piena, a cura di Domenico Cammarota (Fanucci, Roma, 1987); I signori dei lupi, a cura di Gianni Pilo (Fanucci, Roma, 1988); Mal di luna, a cura di G. Pilo e S. Fusco (Tascabili Economici Newton, Roma, 1994). Per i dati originali dei racconti, il riferimento principale è stato il volume The Collector’s Index to Weird Tales, compilazione a opera di Sheldon R. Jaffery e Fred Cook (Bowling Green State University Press, Ohio, 1985), mentre per l’iconografia, oltre che delle fonti originali si è fatto uso di Terror! A History of Horror Illustrations from the Pulp Magazines, di Peter Haining (Sphere Books, 1978). Nel campo critico, i volume consultati utilmente sono stati invece i seguenti: The Essential Guide to Werewolf Literature di Brian J. Frost (University of Wisconsin Press, Madison, WI, 2003); Werewolf in Legend, Fact and Art, di Basil Copper (St. Martin’s Press, New York, 1977), e A Lycanthropy Reader: Werewolves in Western Culture, di Charlotte F. Otten (Syracuse University Press, NY, 1986).

N.B.: Il presente articolo era stato pubblicato in forma incompleta, più breve e con un diverso titolo (“La figura del licantropo nel weird-tale americano del primo Novecento”) nel libretto collettivo Licantropi!, a cura di Elvezio Sciallis (Ed. Yorick Fantasy Magazine, Speciale n. 30.1, 2001). Questa, qui presentata, è la sua versione inedita, riveduta e aggiornata per l’occasione.

Pietro Guarriello

sabato 11 settembre 2010

Licantropi & Weird Tales: II

Saggio in tre parti: vedi parte I.

Harold Warner Munn, fotoÈ da notare che al tempo, seppure il corpus delle storie licantropiche fosse già abbastanza rilevante, ancora nessun classico canonizzava la leggenda del lupo mannaro, così come invece era stato fatto per la mitologia del vampiro con il Dracula di Bram Stoker.

H.P. Lovecraft stesso ne era consapevole, e dalle pagine della rubrica della posta di Weird Tales lanciò quindi una provocazione, suggerendo che qualcuno avrebbe dovuto provare a scrivere una storia di licantropi “diversa”, per esempio narrandola dal punto di vista del licantropo stesso. Lo fece, cogliendo il suo spunto, Harold Warner Munn (1903-1981) con la sua prima vendita professionale a Weird Tales, e il racconto, “The Werewolf of Ponkert” (pubblicato nel numero del luglio 1925) resta ancora oggi una pietra miliare sul tema della licantropia. Ambientato nell’Ungheria del XIV secolo, vi si riporta la cronaca in diario di Wladislaw Brenryk, nobile gentiluomo che, reso schiavo da un essere demoniaco, è costretto a trasformarsi in lupo compiendo ogni sorta di efferatezze. In questo sembiante arriverà perfino a uccidere la propria moglie e la sua bambina.

C’è da dire che il racconto di Munn, seppure appaia tradotto da noi con il titolo “Il Lupo Mannaro di Ponkert” nel secondo volume di Tutti i Romanzi e i Racconti di Lovecraft dell’editore Newton Compton (uscito inizialmente nel 1993, e poi ristampato), resta invece ancora inedito in italiano, perchè i curatori del suddetto libro hanno spacciato per The Werewolf of Ponkert un altro racconto di Munn che però, chiaramente, non è quello (si tratta infatti di “The Return of the Master”), inserendolo così arbitrariamente fra le collaborazioni narrative di Lovecraft, e arrivando perfino a inventare una presunta partecipazione dello scrittore di Providence alla stesura della storia.

Weird Tales, luglio 1925, copertina
Illustrazione di Frank Kelly Freas, Weird Tales, luglio 1925
La copertina di Andrew Brosnatch, e la pagina di Weird Tales con il racconto di Munn.
L’illustrazione interna è di Frak Kelly Freas.

In ogni modo H.W. Munn, quale scrittore dalle indubbie qualità, riuscì a dotare la sua novella di una sensibilità letteraria non comune e di un genuino senso di tragedia, e il racconto fu subito un successo; anche se, a dire la verità, Lovecraft non ne fu troppo soddisfatto, come si apprende da una sua lettera scritta qualche tempo dopo a Robert Bloch, di cui traduciamo qui di seguito un significativo estratto:

“Ebbi una lettera pubblicata nel 1923 in ‘The Eyrie’ [la rubrica della posta di Weird Tales] nella quale invitavo a scrivere storie dal punto di vista del ghoul o del lupo mannaro. H. Warner Munn ‘pensava’ di aver seguito la mia idea quando scrisse The Werewolf of Ponkert... ma in realtà l’ha pienamente fraintesa. Le sue simpatie erano ancora sul lato dell’umanità, mentre io mi riferivo a soggetti che fossero totalmente dissociati dal punto di vista dell’uomo e ad esso violentemente ostili”. Cfr. H. P. Lovecraft, Letters to Robert Bloch, a cura di David E. Schultz e S.T. Joshi (Necronomicon Press, 1993), p. 21.

Questa dichiarazione, scritta di pugno da Lovecraft, smentisce dunque decisamente coloro che vorrebbero l'autore di Providence come collaboratore o revisore del racconto.

Dopo l’uscita di “The Werewolf of Ponkert”, i lettori di Weird Tales chiesero a gran voce dei seguiti che sviluppassero ultriormente la vicenda dello sfortunato Wladislaw Brenryk. E Munn, consapevole di avere per le mani un buon soggetto, li accontentò, dando così inizio alle “Cronache del Clan dei Licantropi” che si dipanarono su “The Unique Magazine” dal 1927 al 1931. Qui, in un susseguirsi di epoche storiche e avvenimenti turbinosi e fantastici, si seguono le gesta dei discendenti di Brenryk che, afflitti dalla sua stessa maledizione atavica, finiscono uno per uno vittime del “Maestro”, un mostruoso essere mutaforma che ha tra i suoi poteri quello di trasformarsi in un licantropo e di mutare allo stesso modo anche gli uomini. L’elemento della licantropia, tuttavia, viene minimizzato ed è centrale solo in alcuni dei successivi racconti della serie, tra i quali “The Return of the Master” (Weird Tales, luglio 1927) e “The Werewolf’s Daughter” (Weird Tales, ott., nov. e dic. 1928).

Weird Tales, luglio 1927, copertina
Weird Tales, ottobre 1928, copertina
Munn in copertina su Weird Tales, illustrazioni di C.C. Senf.

Fra il 1977 e il 1979 l’intero ciclo di storie è stato poi raccolto sotto il titolo di Tales of the Werewolf Clan, pubblicato dall’editore americano Donald M. Grant in due oggi rari volumi da collezione, nei quali vennero aggiunte anche le storie addizionali con cui Munn aveva provveduto, in anni più recenti, a espandere e concludere la saga, rivelando infine che il Maestro non era un essere soprannaturale bensì un extraterrestre proteiforme, esiliato sulla Terra dai tempi dell’antica Babilonia per l’incantesimo di una strega. In italiano, il ciclo si trova parzialmente tradotto nel volumetto Stirpe di Lupo (Il Fantastico Economico Classico, Newton Compton, 1994).

Il vasto scopo di H. Warner Munn è stato unico negli annali dei pulps di weird-fiction, e le sue storie, ambientate sempre nello scenario di grandi avvenimenti storici (la disfatta della “Grande Armada” di Spagna, la Guerra dei Trent’Anni, l’Inquisizione, la Peste Nera a Londra, la scoperta d’America, ecc.) hanno una loro potente originalità che le contraddistingue e le rende avvincenti e ricche di fascino tutt’oggi. E nonostante il parere contrario di Lovecraft, restano tra le più singolari variazioni mai tentate sul tema della licantropia.

Weird Tales, marzo 1925, copertinaMetamorfosi lupesche figurano anche in altre popolari serie che apparivano all’epoca su Weird Tales. Seabury Quinn (1889-1969) include alcune delle più memorabili creature mannare nelle sue storie che vedono come protagonista l’investigatore dell’occulto Jules de Grandin, tra cui “Daughter in the Moonlight” (Weird Tales, agosto 1930) e “The Wolf of St. Bonnot” (Weird Tales, dicembre 1930). In quest’ultimo racconto il “licantropo” Gilles Garnier viene riportato in vita da una seduta spiritica e, nella forma di enorme lupo, inizia a insidiare la volontà di una donna. Qui, Quinn prende spunto dalla cronaca nera del passato e la condisce con il soprannaturale tipico della narrativa weird. Il personaggio Gilles Garnier, infatti, è realmente esistito agli inizi dell’Ottocento, trattandosi però nella realtà non di un vero licantropo ma di un serial-killer che, per la sua crudeltà, venne soprannominato “Il Lupo di St. Bonnot”. Le sue gesta furono così efferate che una “voce” su di lui apparve anche in quella stravagante bizzarria che è il Dizionario Infernale di Collins de Plancy (1844).

illustrazione in Weird Tales, marzo 1933La prima storia di Seabury Quinn in cui Jules De Grandin se la deve vedere contro un licantropo, è comunque “The Blood Flower” (Weird Tales, marzo 1927). Vi si racconta di una giovane donna che cade sotto un’oscuro incantesimo dopo aver annusato un fiore infernale, originario della Transilvania, che trasforma gli uomini in lupo. Il temibile fiore le è stato regalato da un suo conoscente che, subìta la stessa metamorfosi, vuole ora la donna come sua compagna. Un’altra donzella in pericolo salvata da De Grandin, che qui sfugge per un pelo alle grinfie di un lupo mannaro, la troviamo nel racconto “The Thing in the Fog”, pubblicato su Weird Tales nel marzo 1933.

Quinn cambia invece direzione in “The Gentle Werewolf” (Weird Tales, luglio 1940), racconto slegato dal ciclo di de Grandin che privilegia il fantasy rispetto all’horror, e a cui fa da sfondo l’epica della storia, con le sue leggende, i suoi drammi e i suoi furori cavallereschi. La trama vede una bella fanciulla mutata da una vecchia megera in lupo, la quale in questa forma è costretta a seguire da lontano il suo promesso sposo, paladino dei Crociati in Terra Santa. La storia fa venire in mente il film di Richard Donner Ladyhawke (1985).

Greye La Spina, fotoTra i più prolifici autori della “retroguardia” di Weird Tales, Greye La Spina (1880-1969) era al tempo una delle scrittrici più note e popolari. Questo prima di diventare una famosa fotografa e giornalista di New York e di lasciare il mondo della letteratura. Sposata in seconde nozze con un aristocratico italiano, i suoi racconti avevano una spiccata un’inclinazione verso il tema della licantropia, iniziando da “The Wolf on the Steppes” (che però apparve su Thrill Book nel 1919) fino al romanzo Invaders from the Dark, pubblicato in tre puntate su Weird Tales nel 1925, la sua opera più famosa che ha goduto anche di una ristampa negli anni Settanta. Protagonista ne è Portia Differdale, la vedova di un occultista, che nel romanzo si contende l’amore di un uomo con una licantropa che cela la sua natura mostruosa dietro le sembianze di una bella principessa Russa.

Una delle migliori storie di licantropia di Greye La Spina è poi “The Devil’s Pool” (Weird Tales, giugno 1932), in cui il pozzo del titolo ha il potere di trasformare in licantropi gli uomini che vi finiscono dentro. Una delle scene memorabili del racconto è quando una licantropa accovacciata di fronte a un grosso specchio osserva la sua immagine riflessa, che non è quella di una lupa ma di una donna nuda a quattro zampe. Immagine rappresentata fedelmente nella bella copertina del numero, di cui è autore il brillante artista J. Allen St. John.

Weird Tales, giugno 1932, copertina
illustrazione di Carl Kidwell
La copertina di J. Allen St. John, e illustrazione di Carl Kidwell per Magazine of Horror.

Kirk Mashburn (1900-1968) è un altro dei numerosi autori il cui profilo letterario si è perso nelle pagine oggi ingiallite di Weird Tales. Secondo Pilo e Fusco, si tratterebbe di un “venditore di prosciutti” del Michigan, morto nel 1935, mentre in realtà è stato uno scrittore professionista texano, piazzando un buon numero di storie sui pulp magazines del periodo. Anche R.E. Howard, il papà di Conan (ma anche di Kull e di Solomon Kane) ne apprezzò lo stile, e scrisse in una lettera che “Kirk Mashburn è uno scrittore dannatamente bravo”.

Weird Tales, novembre 1931, copertinaMashburn ebbe almeno due storie d’argomento licantropico pubblicate su Weird Tales. La prima di esse, “Placide’s Wife” (novembre 1931) viene erroneamente descritta sulla copertina del numero come una “impressionante storia di vampiri”, mentre in realtà la protagonista del racconto, Nita Nuboin, appare più di frequente in forma lupesca. Nel seguito della storia, “The Last of Placid’s Wife” (Weird Tales, settembre 1932) la fatale non-morta, che si distingue dalle altre eroine mannare per la particolarità di girare sempre nuda, ha un intero seguito di uomini-lupo alle proprie dipendenze, pronti a eseguire ogni suo comando.

Forse non molti sanno che su Weird Tales uscì anche il racconto “The Bagheeta” (luglio 1935) di cui era autore il famoso produttore di pellicole horror Val Lewton, l’uomo a cui si devono tanti classici del genere fra cui Cat People (1942), conosciuto in Italia come Il Bacio della Pantera. La storia, che quasi prefigura la trama del film, si basa su un’antica leggenda e parla di una creatura soprannaturale, metà donna e metà leopardo, che sembra essere la reincarnazione di una vergine morta per le torture inflittegli da uomini sadici e immorali. Naturalmente si tratta di una storia di vendetta.

Weird Tales, agosto 1938, copertinaUna simile leggenda, con alla base una maledizione che coinvolge ancora una volta una donna, dà origine all’evocativo racconto di Arlton Eadie (1862-1937) “The Wolf-Girl of Josselin”, pubblicato su Weird Tales nell’agosto 1938 e ambientato in una nebbiosa Cornovaglia. In questo scenario suggestivo si ritrova in vacanza un giovane inglese che, giunto nel villaggio di Josselin, s’innamora di una ragazza del posto, ignaro del fatto che tutte le donne che qui vivono nascondono un terribile segreto: sono infatti delle licantrope, condannate alla loro ferina natura dalla maledizione di una vecchia mendicante scacciata secoli prima dal villaggio.

[Continua]

Pietro Guarriello