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sabato 12 maggio 2012

Flaxman Low, detective dell’occulto

Flaxman Low, detective dell’occulto, 2012, copertinaNon certo il più famoso “detective dell’occulto”, di fronte almeno alle ben note e illustri referenze del Thomas Carnacki di W.H. Hodgson o del John Silence di Algernon Blackwood, ma comunque il più illustre e meglio definito precursore del particolare personaggio fantastico dell’“indagatore dell’ignoto”: il britannico Flaxman Low creato da E. e H. Heron negli ultimi anni dell’Ottocento era rimasto finora quasi del tutto sconosciuto al pubblico italiano, tradotto in tre soli racconti in Occulta. L'omnibus del soprannaturale (Mondadori, 1988) e un ultimo in Storie di Fantasmi (Edizioni EL, 2007).

Primo investigatore letterario a utilizzare i metodi dell’indagine scientifica in casi che rifuggono apparentemente da ogni logica, l’intero ciclo narrativo di Flaxman Low, detective dell’occulto si rende finalmente disponibile per la traduzione e cura di Giuseppe Lo Biondo, attraverso la sua Count Magnus Press, in una raccolta che ne ripropone tutte e dodici le storie apparse in Inghilterra su rivista nel 1898 e ’99, complete delle illustrazioni originali di Benjamin Edward Minns.

“Flaxman Low vide la luce tra le pagine del Pearson’s Magazine, in due serie di racconti, la prima pubblicata dal gennaio al giugno del 1898, e la seconda dal gennaio al giugno del 1899. I racconti furono inizialmente presentati ai lettori della rivista come veri resoconti d’indagini di fenomeni soprannaturali, per la firma di «E. and H. Heron», pseudonimo dietro al quale si celavano Vernon Hesketh Hesketh-Prichard (1876-1922), presumibilmente l’autore principale delle storie, e sua madre, Kate O’Brien Ryall (1851-1935). L’autenticità dei resoconti fu presto smentita, anche a causa del disappunto degli autori nei confronti della scelta editoriale”.

“Le storie riscossero una certa notorietà,” prosegue la postfazione del curatore, “e furono ammirate, tra gli altri, da Arthur Conan Doyle e da M.R. James, che definì Flaxman Low «ingegnoso e di successo, anche se troppo tecnicamente occulto». I racconti furono quindi raccolti nel volume Ghost: Being the Experience of Flaxman Low (1899) che fu pubblicato con i veri nomi degli autori e riproposto nel 1916 in edizione economica, con il titolo Ghost Stories; quest’ultima edizione comprendeva soltanto le prime sei storie della prima serie, e vide ripristinato lo pseudonimo «E. and H. Heron»”.

Informazioni sul blog ufficiale countmagnus.blogspot.it, il volume è acquistabile direttamente presso lo store di Lulu.com, da cui proviene la sottostante e corposa anteprima di 56 pagine.

– “Sapete, penso che non esista affatto il soprannaturale. Tutto è naturale. Abbiamo soltanto bisogno di più luce, più conoscenza”. –

Flaxman Low, detective dell’occulto
E. e H. Heron
Count Magnus Press, 2012
brossura, illustrazioni in bianco e nero, 330 pagine, €16.00
Andrea Bonazzi



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venerdì 4 maggio 2012

Lord Dunsany e Algernon Blackwood “dal vivo” in The Spoken Word: Short Stories

The Spoken Word: Short Stories. English and Irish authors read their own work, 2011, copertinaGià nel 2008 la British Library fornì al pubblico la ghiotta e, ahinoi, rarissima opportunità di ascoltare le voci di due maestri del Weird Tale come Arthur Machen e Algernon Blackwood, nel triplo Compact Disc dedicato ai British Writers nella serie The Spoken Word insieme ad altri nomi più o meno legati al fantastico letterario, da Conan Doyle a Ballard passando per Tolkien e vari altri.

Nel 2011 arriva invece un altro set tematico in tre CD a raccogliere esempi di narrativa breve personalmente registrata per la radio da diversi scrittori irlandesi e inglesi, The Spoken Word: Short Stories. English and Irish authors read their own work. Fra questi spicca all'occhio – e all’orecchio – dell’appassionato la presenza di Lord Dunsany, e sono ben due stavolta i racconti presentati dalla viva voce del buon Blackwood.

“Negli anni che seguirono la II Guerra Mondiale, la BBC invitò alcuni dei principali autori inglesi e irlandesi di storie brevi a leggere le proprie opere alla radio. Per la prima volta, questo archivio di registrazioni senza pari – molte sono le storie inedite finora nel formato audio, e nessuna prima disponibile dalla stessa voce dell’autore – tornano a essere ascoltate”.

Qui sotto la tracklist al completo, altre informazioni sulla collana e l’opera sono reperibili attraverso le pagine ufficiali della British Library Publishing.

Disc 1:
1. W. Somerset Maugham, Salvatore
2. Frank O’Connor, The Idealist
3. Phyllis Bentley, Beckermonds
4. Seán Ó’Faoláin, The Fur Coat
5. V. S. Pritchett, The Fly in the Ointment
Disc 2:
1. Edna O’Brien, The Small-Town Lovers
2. W. Somerset Maugham, The Luncheon
3. Harold Pinter, Tea Party
4. Algernon Blackwood, The Destruction of Smith
5. Kingsley Amis, The Green Man Revisited
Disc 3:
1. Lord Dunsany, The Pearly Beach
2. Algernon Blackwood, The Texas Farm Disappearance
3. Angela Carter, The Snow Child
4. A. E. Coppard, The Princess of Kingdom Gone
5. William Trevor, An Evening with John Joe Dempsey


The Spoken Word: Short Stories
English and Irish authors read their own work
The British Library Publishing, 2011
3 CD + booklet introduttivo, 210 minuti circa, £20.37
ISBN 9780712305419

Andrea Bonazzi

giovedì 1 settembre 2011

The Weird, un secolo di storie oscure e fantastiche nel compendio di Ann e Jeff VanderMeer

The Weird, 2011, copertinaNulla di meno facilmente definibile del concetto di weird, specie dovendo renderne tutte le gradazioni e i labili confini nei termini dell’italiano, senza un corrispettivo per certe parole squisitamente anglosassoni nell’illustrare le – per loro – innumerevoli sfumature del sinistro, dello “strano”, dell’inquietante al di sopra e al di là del naturale.

Ann e Jeff VanderMeer avevano tentato di definire in qualche modo il “nuovo weird”, sorto negli anni 90 tra fantasy urbana e nero realismo fantastico, con la pubblicazione nel 2008 dell’antologia The New Weird, influente anche se non risolutiva nell’inquadrare un genere così sfuggente per natura. Oggi, partendo da molto più lontano, la premiata coppia di editors torna stavolta a ripercorrere oltre un secolo di fantasie e di fantastici orrori con un vero e proprio monumentale compendio, The Weird: A Compendium of Dark & Strange Stories, in uscita nel Regno Unito a ottobre per la Atlantic Books, marchio dell’editrice inglese Corvus.

“Un compendio non ha la completezza di un’enciclopedia, né la vastità di un thesaurus,” scrive Ann VanderMeer nel presentare l’opera sulle pagine online di weirdtalesmagazine.com. “Anche se la spina dorsale del libro riflette l’immensa influenza sia di Kafka che di Lovecraft, da quel basilare centro focale ci siamo avventurati a proporre diverse tradizioni narrative weird ed «estranee» forse aperte a discussione. L’antologia vuol essere sia un interrogativo sulla weird fiction che un dialogo con essa. Ci auguriamo che i lettori siano deliziati dai classici qui inclusi e dalle inattese scoperte trovate in queste pagine”.

Tra le più voluminose selezioni antologiche tematiche di sempre, The Weird arriva con tutto il peso letterale e metaforico di un “mattone di carta” da 1152 pagine, coprendo un arco temporale che va dai primi del Novecento ai giorni nostri e, cosa non troppo usuale in quest’area letteraria, una varietà di lingue e nazionalità in traduzione da tutti continenti.

Fra titoli celebri, classici “minori” e novità recenti, l’elenco delle storie e degli autori è tanto vasto da renderne impossibile un sunto rappresentativo in poche righe: meglio piuttosto rimandare al chilometrico indice dei contenuti, riportato integralmente a seguito, in una quantità di voci, di temi e di periodi oltre che d’estrazioni culturali e di tendenze da un estremo all’altro del pur vasto spettro del fantastico weird; dentro, fuori e ai margini del genere. Il tutto mettendo assieme opposte visioni contemporanee come quelle di Thomas Ligotti e Stephen King; veterani dei pulp magazines come Abraham Merritt, C.A. Smith e lo stesso H.P. Lovecraft accanto ad artisti-letterati quali Alfred Kubin, Bruno Schulz, Mervyn Peake o Leonora Carrington; oscuri – ancor oggi – mitteleuropei come Stefan Grabiński e grandi latinoamericani come J.L. Borges e Julio Cortázar

Curiosità: l’Italia è rappresentata nel volume con “Il colombre” di Dino Buzzati e il ben più raro e misconosciuto “L’uomo vegetale” del poeta e scrittore fiorentino Luigi Ugolini (1891-1980), un racconto apparso sul Giornale Illustrato dei Viaggi nel 1917.

Con l’introduzione a firma dei due curatori, il libro si apre sulla prefazione scritta da Michael Moorcock per concludersi con una postfazione di China Miéville. In attesa che i Vandermeer lancino da ottobre il sito dedicato www.weirdfictionreview.com, informazioni sul volume sono reperibili presso la pagina ufficiale web dell’editore. E adesso, mettetevi comodi per scorrere il sommario…

Alfred Kubin – The Other Side (excerpt), 1908 (translation, Austria)
F. Marion Crawford – The Screaming Skull, 1908
Algernon Blackwood – The Willows, 1907
Saki – Sredni Vashtar, 1910
M.R. James – Casting the Runes, 1911
Lord Dunsany – How Nuth Would Have Practiced his Art, 1912
Gustav Meyrink – The Man in the Bottle, 1912 (translation, Austria)
Georg Heym – The Dissection, 1913 (new translation by Gio Clairval, Germany)
Hanns Heinz Ewers – The Spider, 1915 (translation, Germany)
Rabindranath Tagore – The Hungry Stones, 1916 (India)
Luigi Ugolini – The Vegetable Man, 1917 (new translation by Anna and Brendan Connell, Italy)
Abraham Merritt – The People of the Pit, 1918
Ryunosuke Akutagawa – The Hell Screen, 1918 (new translation, Japan)
Francis Stevens (Gertrude Barrows Bennett) – Unseen—Unfeared, 1919
Franz Kafka – In the Penal Colony, 1919 (translation, German/Czech)
Stefan Grabiński – The White Weyrak, 1921 (translation, Poland)
H.F. Arnold – The Night Wire, 1926
H.P. Lovecraft – The Dunwich Horror, 1929
Margaret Irwin – The Book, 1930
Jean Ray – The Mainz Psalter, 1930 (translation, Belgium)
Jean Ray – The Shadowy Street, 1931 (translation, Belgium)
Clark Ashton Smith – Genius Loci, 1933
Hagiwara Sakutarō – The Town of Cats, 1935 (translation, Japan)
Hugh Walpole – Tarn, 1936
Bruno Schulz – At the Sign of the Hourglass, 1937 (translation, Poland)
Robert Barbour Johnson – Far Below, 1939
Fritz Leiber – Smoke Ghost, 1941
Leonora Carrington – White Rabbits, 1941
Donald Wollheim – Mimic, 1942
Ray Bradbury – The Crowd, 1943
William Sansom – The Long Sheet, 1944
Jorge Luis Borges – The Aleph, 1945 (translation, Argentina)
Olympe Bhely-Quenum – A Child in the Bush of Ghosts, 1949 (Benin)
Shirley Jackson – The Summer People, 1950
Margaret St. Clair – The Man Who Sold Rope to the Gnoles, 1951
Robert Bloch – The Hungry House, 1951
Augusto Monterroso – Mister Taylor, 1952 (new translation by Larry Nolen, Guatemala)
Amos Tutuola – The Complete Gentleman, 1952 (Nigeria)
Jerome Bixby – It’s a Good Life, 1953
Julio Cortázar – Axolotl, 1956 (new translation by Gio Clairval, Argentina)
William Sansom, A Woman Seldom Found, 1956
Charles Beaumont – The Howling Man, 1959
Mervyn Peake – Same Time, Same Place, 1963
Dino Buzzati – The Colomber, 1966 (new translation by Gio Clairval, Italy)
Michel Bernanos – The Other Side of the Mountain, 1967 (new translation by Gio Clairval, France)
Merce Rodoreda – The Salamander, 1967 (translation, Catalan)
Claude Seignolle – The Ghoulbird, 1967 (new translation by Gio Clairval, France)
Gahan Wilson – The Sea Was Wet As Wet Could Be, 1967
Daphne Du Maurier – Don’t Look Now, 1971
Robert Aickman – The Hospice, 1975
Dennis Etchison – It Only Comes Out at Night, 1976
James Tiptree Jr. (Alice Sheldon) – The Psychologist Who Wouldn’t Do Terrible Things to Rats, 1976
Eric Basso – The Beak Doctor, 1977
Jamaica Kincaid – Mother, 1978 (Antigua and Barbuda/US)
George R.R. Martin – Sandkings, 1979
Bob Leman – Window, 1980
Ramsey Campbell – The Brood, 1980
Michael Shea – The Autopsy, 1980
William Gibson / John Shirley – The Belonging Kind, 1981
M. John Harrison – Egnaro, 1981
Joanna Russ – The Little Dirty Girl, 1982
M. John Harrison – The New Rays, 1982
Premendra Mitra – The Discovery of Telenapota, 1984 (translation, India)
F. Paul Wilson – Soft, 1984
Octavia Butler – Bloodchild, 1984
Clive Barker – In the Hills, the Cities, 1984
Leena Krohn – Tainaron, 1985 (translation, Finland)
Garry Kilworth – Hogfoot Right and Bird-hands, 1987
Lucius Shepard – Shades, 1987
Harlan Ellison – The Function of Dream Sleep, 1988
Ben Okri – Worlds That Flourish, 1988 (Nigeria)
Elizabeth Hand – The Boy in the Tree, 1989
Joyce Carol Oates – Family, 1989
Poppy Z Brite – His Mouth Will Taste of Wormwood, 1990
Michal Ajvaz – The End of the Garden, 1991 (translation, Czech)
Karen Joy Fowler – The Dark, 1991
Kathe Koja – Angels in Love, 1991
Haruki Murakami – The Ice Man, 1991 (translation, Japan)
Lisa Tuttle – Replacements, 1992
Marc Laidlaw – The Diane Arbus Suicide Portfolio, 1993
Steven Utley – The Country Doctor, 1993
William Browning Spenser – The Ocean and All Its Devices, 1994
Jeffrey Ford – The Delicate, 1994
Martin Simpson – Last Rites and Resurrections, 1994
Stephen King – The Man in the Black Suit, 1994
Angela Carter – The Snow Pavilion, 1995
Craig Padawer – The Meat Garden, 1996
Stepan Chapman – The Stiff and the Stile, 1997
Tanith Lee – Yellow and Red, 1998
Kelly Link – The Specialist’s Hat, 1998
Caitlin R. Kiernan – A Redress for Andromeda, 2000
Michael Chabon – The God of Dark Laughter, 2001
China Miéville – Details, 2002
Michael Cisco – The Genius of Assassins, 2002
Neil Gaiman – Feeders and Eaters, 2002
Jeff VanderMeer – The Cage, 2002
Jeffrey Ford – The Beautiful Gelreesh, 2003
Thomas Ligotti – The Town Manager, 2003
Brian Evenson – The Brotherhood of Mutilation, 2003
Mark Samuels – The White Hands, 2003
Daniel Abraham – Flat Diana, 2004
Margo Lanagan, Singing My Sister Down, 2005 (Australia)
T.M. Wright – The People on the Island, 2005
Laird Barron – The Forest, 2007
Liz Williams – The Hide, 2007
Reza Negarestani – The Dust Enforcer, 2008 (Iran)
Micaela Morrissette – The Familiars, 2009
Steve Duffy – In the Lion’s Den, 2009
Stephen Graham Jones – Little Lambs, 2009
K.J. Bishop – Saving the Gleeful Horse, 2010 (Australia)


The Weird
A Compendium of Dark & Strange Stories
a cura di Ann e Jeff VanderMeer
Atlantic Books, 2011
brossura, 1152 pagine, £19.99
ISBN 9781848876873

Andrea Bonazzi

martedì 3 maggio 2011

Storie di luce e tenebra: Algernon Blackwood

Storie di luce e di tenebra, 2011, copertinaCount Magnus Press prosegue l’opera di traduzione di classici del weird con l’uscita di Storie di luce e tenebra di Algernon Blackwood, edizione italiana della raccolta originale Day and Night Stories del 1917 per la versione e cura di Giuseppe Lo Biondo.

Quindici storie brevi scritte fra il 1909 e l’anno della pubblicazione – in Inghilterra per l’editore Cassel e per Dutton negli Stati Uniti –, compreso l’ultimo racconto dedicato all’investigatore dell’occulto John Silence, “Una vittima dello spazio superiore” (1914), ripercorrendo i peculiari percorsi narrativi di un maestro inglese del fantastico soprannaturale: reincarnazioni e paganeggiante timor reverenziale di fronte alle forze di natura, la magia incontaminata dell’infanzia, la condizione umana e il confronto con la morte, gli spunti autobiografici e le suggestioni maturate nel corso del suo viaggio tra le antichità e il deserto dell’Egitto, sfondo ricorrente in queste pagine.

“Nell’apparente etereogeneità della raccolta Storie di Luce e Tenebra troviamo una galleria di quei temi cari a Blackwood, e che sono alla base della sua opera. Fil rouge della raccolta è quel sentimento di stupore e soggezione che l’uomo prova di fronte ai misteri della natura e dell’esistenza, dei quali, di tanto in tanto e quasi con orrore, può percepire la magnificenza e l’eternità”.

Il libro è disponibile attraverso lo store di Count Magnus Press su Lulu.com, con un’ampia anteprima – più sotto consultabile – che in 52 pagine presenta l’intero primo racconto “L’appuntamento”, l’intervento critico del curatore e la bibliografia italiana in chiusura del volume. Informazioni presso il blog ufficiale countmagnus.blogspot.com, qui a seguito l’indice dei contenuti con titolo originale fra parentesi.

Day and Night Stories, Cassel 1917, copertina della prima edizine ingleseL’appuntamento (The Tryst)
Il tocco di Pan (The Touch of Pan)
Le ali di Horus (The Wings of Horus)
Iniziazione (Initiation)
Un episodio nel deserto (A Desert Episode)
L’altra ala (The Other Wing)
L’ospite della camera (The Occupant of the Room)
Espiazione di Caino (Cain’s Atonement)
Un calabrone egiziano (An Egyptian Hornet)
In acqua (By Water)
S. A. S. (H. S. H.)
Un pezzetto di legno (A Bit of Wood)
Una vittima dello spazio superiore (A Victim of Higher Space)
Transizione (Transition)
La tradizione (The Tradition)
Postafzione – Giuseppe Lo Biondo
Bibliografia


“Ma quando parlò nel suo modo meraviglioso, iniziai a comprendere quanto fosse limitata la mia prospettiva e come molte delle mie azioni fossero vane. Provavo vergogna del mio piccolo spirito, quando lo paragonavo alla grande visione di questo strano uomo il cui spirito si librava oltre le stelle” (Maude M.C. Ffoulkes, My Own Past, 1915).

Storie di Luce e Tenebra
Algernon Blackwood
Count Magnus Press, 2011
brossura, 324 pagine, €16.00




Andrea Bonazzi

mercoledì 2 febbraio 2011

Algernon Blackwood, fra genere gotico e occultismo

Algernon Blackwood, 1916, fotoAltro sognatore “scientifico” fu l’illustre figlio della Duchessa di Manchester, Algernon Blackwood. Come spesso era solito accadere nell’Inghilterra agli inizi del ventesimo secolo il padre del Nostro, un alto funzionario del Ministero delle Poste Britanniche, aderisce a una setta fondamentalista di stampo calvinista (quasi la stessa occorrenza toccata in sorte ad Aleister Crowley), condannando così il figlio a una carriera che è facile prevedere. Il giovane Algernon dimostrò subito una capacità di sopportazione molto limitata, tratto distintivo di ogni buon sognatore individualista che si rispetti, ma in particolare nei riguardi di una Divinità che condanna o perdona aprioristicamente.

Al termine di una esperienza di soggiorno e studio in Moravia, voluta dai genitori allo scopo di far apprendere al figlio il tedesco, lingua utile al commercio, il giovane Algernon deciderà ribellarsi alla religione dei suoi genitori mediante lo studio delle dottrine occulte, dell’ipnotismo e dei Veda. Successivamente, il Nostro viene inviato in una fattoria in Canada a curare alcuni affari di famiglia, esperienza che si rivelerà fallimentare. Lo vediamo tornare in un secondo momento e nello stesso luogo, ma per passare un lungo periodo nei boschi ancora parzialmente inesplorati di quelle regioni, in completo ritiro dal mondo e a “scopo di studio”, esperienza dalla quale Blackwood trarrà i suoi migliori “Camp Tales” (uno fra tutti “The Wendigo”).

Lo troviamo ancora una volta a New York, in rotta completa con la famiglia, senza soldi e senza alloggio, accusato di vagabondaggio e perfino di incendio doloso. Il suo migliore amico di allora, Arthur Bigge, si rivelerà in realtà un approfittatore senza scrupoli che si involerà rubandogli le poche possessioni rimastegli. In un secondo momento Blackwood ritroverà il suo persecutore e lo farà arrestare, dopodichè si farà assumere come reporter dal New York Times, occupazione che gli donerà anche una relativa stabilità economica. Di questo periodo, Blackwood ci ha lasciato un alter-ego indimenticabile, Jim Shorthouse, e due fra i suoi migliori racconti: “The Empty House” e “A case of Eavesdropping”.

È normale che un sognatore di professione vada alla ricerca di lontananze immaginate, ma è molto raro che queste si concretizzino in distanze fisiche. Le sue inquietudini personali, lo spingono infatti ad abbandonare il mestiere di reporter per quello di commerciante di alcolici, poi ancora sarà segretario di un famoso milionario, per infine abbandonare i suoi vagabondaggi e fare ritorno alla natia Inghilterra, come scrisse un suo biografo: “se non ricco di beni, quanto meno di esperienza”.

Starlight Man: The Extraordinary Life of Algernon Blackwood, 2001, copertinaDopo il suo ritorno, Blackwood si dedicò alla scrittura professionale e fu iniziato alla Golden Dawn da un amico (molto probabilmente quel M.W. al quale dedica il suo ciclo di John Silence) tornando così imperiosamente alle vecchie passioni giovanili. Ciò che, secondo David Punter, àncora saldamente la narrativa di Blackwood alla tradizione gotica è la sua ricercata attenzione agli ambienti, oltre che alla psicologia dei personaggi.

Ma eccetto alcuni casi, rare volte si tratta di ambienti chiusi. In “Ancient Sorceries”, uno dei casi non risolti di John Silence, è un’intera cittadina medioevale a esercitare un influsso maligno e irreversibile sulla psiche del protagonista. La cittadina, mano a mano che la narrazione si dipana, assume sempre più le caratteristiche di una maledizione circolare, che si ripete a ogni nuova reincarnazione della “vittima”. Giurata una volta fedeltà al Demonio, il povero Vezin sarà per sempre condannato a ripetere il gesto e non ha alcuna importanza che la cittadina sia praticamente disabitata in data odierna, in quanto alla prima apparizione di Vezin, i fantasmi demoniaci sorgono automaticamente intorno a lui e prendono nuova vita, ma per ripetere eternamente la stessa attività di una volta; iniziare Vezin al male. Il protagonista riesce infine a ricordare quando avvenne il fatto la prima volta e, così facendo, ad esorcizzarlo parzialmente sotto le scrupolose attenzioni di John Silence. Ma quando infine il detective psichico viene interrogato sulla possibile guarigione dello sfortunato e prostatato Vezin, egli risponde: “...Riemersioni subliminali di ricordi come queste possono essere incredibilmente dolorose e talora molto, molto pericolose. Spero solo che quell’anima sensibile possa quanto prima fuggire dall’ossessione di quel passato violento e tempestoso. Ma ne dubito, ne dubito...”.

Come Punter rileva, si tratta del passato che ritorna con il suo carico di angosce irrisolte e ripetitività diabolica. Viene da pensare ai principi del romanzo gotico, dove il simbolo del passato ominoso viene sempre rappresentato da un luogo; il castello dei Mysteries of Udolpho di Ann Radcliff, L’abbazia di Ambrosio in The Monk di M.G. Lewis, o ancora la monumentale e tardiva Gormenghast di Mervyn Peake: il Castello infinito e illimitato, che non rappresenta solo un passato oppressivo e imbalsamato in quanto, come suggerisce Peake, Gormenghast è un’immagine diretta del mondo. Ma con Blackwood assistiamo alla genesi di un gotico più maturo ed “evoluto”, se vogliamo.

The Willows, 2003, copertinaIl passato, in Blackwood, si libera decisamente delle limitazioni da ambiente chiuso, per diventare semplicemente Ambiente. Egli sposta, con un’abile mossa da consumato autore, l’attenzione percettiva del lettore non sul luogo “isolato” dell’azione, ma sul mondo stesso in cui il lettore vive e opera, in altre parole sulla realtà del mondo in cui viviamo come vero ambiente chiuso, recintato da un universo ostile, costantemente in agguato e in attesa di rivelarsi qualora il velo della percezione “normale” si squarci in un istante di fatale rivelazione.

Fra i racconti che segnano il passaggio tra uno stile e l’altro, il più rappresentativo è senza dubbio “The Insanity of Jones”. La parafernalia del gotico vi si trova tutta, compresa la scena finale di vendetta con i suoi particolari efferati, violenza rappresentata con tratti di un’alienità tanto più ostica e straniante in quanto avallata da una Giustizia soprannaturale implacabile e imparziale. In questo racconto, il lettore benpensante non vede nient’altro se non lo sfogo di una persona isolata e mentalmente disturbata, il lettore “iniziato” vede invece solo il naturale compiersi di un atto di giustizia troppo a lungo posticipato. Blackwood gioca ancora qui con l’ambiguità della nostra percezione riguardo alla follia e alla sanità mentale, non parla a una categoria o a una classe sociale “statica” (l’aristocrazia decaduta o decadente del gotico classico o della ghost story vittoriana) ma alla middle-up class londinese post-imperiale, ovvero a quel coacervo metropolitano di inquietudini, frustrazioni e straniamento che è la cifra della nostra cosiddetta modernità.

Contrariamente a quanto accade all’ultimo rampollo di una qualsiasi condannata famiglia di nobili scozzesi o inglesi, con il loro carico represso di presagi familiari, in “The Insanity of Jones” gli “omina” di una vendetta soprannaturale non attendono nel quadro di un antenato ritratto con uno stile particolarmente vivido, né nella stanza chiusa di una magione avita né in una dimenticata camera di tortura, ma fra i tavoli di una mensa per impiegati, alla periferia di un quartiere proletario oppure nello stesso ufficio dove Jones trascorre la maggior parte della sua vita monotona e confusa. Non per questo dobbiamo pensare che gli elementi soprannaturali perdano qualcosa della loro magniloquenza tragica, anzi, questi non si risparmiano neppure un trucco fra quelli tipici del genere; si permettono addirittura di giustificare e assolvere il protagonista, inviando per lui una guardia soprannaturale che lo scorta alla punizione con una spada fiammeggiante, forse consapevoli del fatto che fra “quelle facce soprannaturali che si affollano intorno a Jones” si trovino anche quelle persone “normali” che non assolvono e non perdonano secondo le leggi di questo mondo.

Wendigo, illustrazione di Matt FoxCome vediamo, l’unico accenno al conservatorismo “classico” del gotico o della ghost story rimane solamente in una certa qual alzata d’orgoglio tipicamente cockney, che consiste nel criticare la modernità in quanto arida e imbarbarita al momento di condannare senza appello un valore sacro e dignitoso quale il vecchio concetto aristocratico di “vendetta”.

Ma a pensarci bene, ciò serve magnificamente a Blackwood per alzare ancora di più il livello di ambiguità del racconto. Viene da pensare all’altrettanto ambiguo “tema del traditore e dell’eroe” di J.L. Borges, con il suo carattere di ripetitività ossessiva (il concetto di “destino” che in Borges è quasi più da intendersi come simbolo dell’arethè gauchesca argentina, più che ragionata riflessione sul concetto orientale di reincarnazione) e con la sua accumulazione di presagi nonchè strizzata d’occhio all’epica classica.

Se quello che scrive David Punter è esatto, ovvero che: “In Blackwood il regno del Soprannaturale è accettato come esistente, le sue storie sono piene di «spiegazioni»... ma sono spiegazioni che presuppongono una credenza,” quanto da lui sottolineato è tanto più vero sia per i casi di John Silence che per i suoi magnifici “Camp Tales”. È in questi che si rende Palese l’interesse “scientifico” che Blackwood nutre nei confronti dell’occulto, e precisamente è qui che egli si libera della sua doppia oppressione di tipo psicologico costituita in parte dal filisteismo ipocrita e bigotto della borghesia mercantile emergente, in parte dalla statica immobilità dell’aristocrazia decadente. Blackwood conosce la seconda attraverso la madre e la prima per averla vissuta sualla pelle attraverso i suoi viaggi in giro per il mondo, oltre che attraverso la pletora di occupazioni “moderne” alle quali si era dedicato.

Il Blackwood più maturo e più abile è per l’appunto il Blackwood che rispolvera la sua passione giovanile per l’occulto, l’ipnosi, la natura dei demoni e delle entità “elementali”, la magia; ma stavolta con occhi nuovi e con un bagaglio di esperienze molto più vasto e profondo. Potremmo anche dire, attraverso un percorso “gnostico” che assomiglia molto a quello mistico-alchemico di Arthur Machen. Nei suoi racconti ad ambiente naturale, troviamo quella componente del gotico che alcuni critici hanno denominato attenzione verso “Il barbarico”. Fanno bella scena di sé ambienti selvaggi, personaggi non-civilizzati o semi-civilizzati come il Défago di “The Wendigo”. Ma ancora una volta Blackwood inverte la cifra e il segno della narrazione per aumentare la nostra completa confusione, in quanto non sono realmente Entità appartenenti a un’altra dimensione a invadere il nostro Mondo, anche se ancora in buona parte inesplorato e ostile: siamo noi a invadere i loro rifugi, pagandone le tragiche conseguenze.

Forest Beasts, illustrazione di John KennI personaggi di Blackwood, nota sempre giustamente David Punter, non fanno in realtà nulla per meritare tale funesto destino: vi incappano quasi sempre per casualità. A volte, ma solo in casi rari, tale casualità non è affatto tale (come in “May Day Eve”); più spesso invece vale il detto “l’ignoranza non è una scusante”.

Il racconto lungo, o romanzo breve “The Man Whom the Trees Loved” costituisce un esempio magistrale in questo senso. Un uomo mite e riflessivo si ritira a vivere con la moglie in una augusta magione posta sul limitare di un bosco immenso. L’uomo ama gli alberi, per i quali ha sempre nutrito una speciale passione, ciò che ancora ignora è quanto dagli alberi egli sia riamato...

Fin dal principio del racconto, caratterizzato da quel tipo di preparazione lunga e dettagliata che costituisce il “marchio di fabbrica” di Blackwood, assistiamo a uno scontro di volontà impari e disperato fra la moglie del protagonista, tesa a difendere il marito da una minaccia esterna da lei avvertita e presagita, e quella delle “Entità” del bosco, che la parola “Alberi” definisce solo parzialmente. Gli Alberi attirano l’uomo sempre più verso di loro, si avvicinano alla casa di notte per riallontanarsi a giorno fatto, tendono i loro rami sul capo del dormiente per frusciare nelle sue orecchie un richiamo che è sempre lo stesso: “unisciti a noi”. I tentativi di salvataggio e opposizione della moglie sono tanto disperati quanto commoventi, è l’ultimo baluardo della “Ragione comune” contro “L’Altro Mondo”, le cui dinamiche Blackwood ricostruisce con accenni e con una concezione di fondo che ha origini antiche e poco esplorate.

La selva dell’uomo amato dagli alberi, così come quella canadese in “The Wendigo” o quella galleggiante in “The Willows”, è sempre la stessa; è la “Hyle” dei teologi gnostici della scuola di Chartres, la materia indifferenziata, il caos agli inizi della Creazione o, meglio detto, ai suoi margini, e contrariamente a quanto credevano gli aristotelici è una “Entità senziente” e dotata di volontà propria. Così come un gruppo di spiritisti si riunisce in circolo allo scopo di incarnare nel nostro mondo una Entità “umbratile”, allo stesso modo le Entità che vivono ai confini fra il nostro mondo e l’altro congiurano per “spiritualizzare” alcuni soggetti peculiarmente sensibili nel “Loro” mondo. A volte, questo processo di trasmutazione alchemica avviene in maniera quasi naturale e il risultato si concretizza in quella “Santa fuga del prigioniero” nel mondo delle fate di cui parlava Tolkien e che ha sapore gnostico e iniziatico, come nel caso di “May day Eve”. Più spesso, la trasformazione è tragica e dolorosa.

Blackwood condivide con Machen la stessa concezione delle forze naturali, ma mentre Machen rimane sempre all’interno di una normativa plotiniana che ammonisce a non superare mai quel limite imposto dalla legge fra il Caos e l’Ordine, Blackwood ammette candidamente che il nostro Universo è per metà coperto da un velo di ignoranza e che oltre quel velo si cela “L’altro Mondo”, con le sue Entità spesso ostili. Alcune vivono in “riserve”, come i Salici del racconto omonimo o gli Alberi del signor Bittacy, ma solo gli iniziati come il dottor Silence sono in grado di rendersi conto di quando un universo collima con l’altro (come in “The Camp of the Dog”), per gli altri ignari visitatori c’è una rivelazione ominosa seguita da una dolorosa metamorfosi.

The Willows, illustrazione di Sidney StanleyI Salici del racconto omonimo così come gli Alberi di Bittacy e Sanderson, oppure la solitaria e maestosa entità conosciuta come il Wendigo, fanno presa sull’immaginazione e l’intuizione dei soggetti che scelgono di catturare, oltre che sulla loro ignoranza e resistenza alla “loro” realtà, e sono precisamente queste prime due caratteristiche che Blackwood vuole esplorare “scientificamente” nei suoi racconti.

Le concezioni antiche volevano l’anima umana divisa in tre parti separate e connesse. Gli umanisti rinascimentali ripresero questa idea dalle concezioni egizie, ritornate in voga grazie alle innumerevoli copie manoscritte dei Geroglifica di Orapollo. Le sette massoniche del secolo ventesimo fecero incetta sia delle traduzioni rinascimentali, sia delle scoperte archeologiche effettuate al Cairo e a Saqqara, e la Golden Dawn, alla quale sia Blackwood sia Machen furono affiliati, non fu da meno. Gli egizi dividevano l’uomo in Ka (anima immortale), Ba (anima spirituale) e Aj (letteralmente “fantasma”). L’Aj è una entità che permane nel mondo materiale richiamata da qualche passione vissuta in vita (il classico ghost), il Ka, secondo gli gnostici valentiniani, ritorna direttamente al “Pleroma” di intelligenze che costituisce il “vero Dio” Increato e svincolato dalla sua creazione, ma il Ba non è né completamente spirito né completamente corpo; è una “mummia”, un morto-in-vita o vivo-nella-morte, ecco perchè gli egizi solevano lasciare offerte di cibo accanto alle mummie.

Allo stesso modo, i Salici del racconto si “nutrono” di qualcosa che non è mai specificato nella narrazione, ma che possiamo ricostruire tramite quanto sinora esposto. Essi privano gli uomini del loro “agente di trasformazione” lasciandoli vuoti e secchi come mummie, come involucri. Il Ba inoltre corrisponde, per gli gnostici alessandrini, alla “Imaginatio vera”, la facoltà che l’uomo possiede di comunicare con il mondo degli archetipi e degli Angeli. Gli Ishraquiyun (gnostici) persiani, di cui parla Henry Corbin, fanno inoltre menzione di una “Terra di Hurqalaya”, un mondo “sottile” che vive a stretto contatto col nostro, dove “gli spiriti si fanno carne e la carne si fa spirito”, proprio come accade nelle “Riserve” di Blackwood o sulle colline di “May Day Eve”.

Sarebbe affascinante pensare che George Gordon abbia messo le mani su qualche manoscritto “Ishraqui” mentre era di stanza nel Sudan per poi passarlo a qualche conventicola massonica alla quale sarà stato sicuramente affiliato, ho scritto di lui per non scrivere di qualche altro generale o archeologo britannico di stanza nel nord dell’Iraq o in missione diplomatica sulla catena dell’Elborz, ma è poco importante sapere se le conventicole esoteriche inglesi conoscessero o no della “Terra di Hurqalaya”. La stessa concezione, anche se con nomi diversi, si ritrova anche negli scritti di Jacob Boheme e, a voler guardare nel dettaglio, persino nelle visioni di William Blake.

Lasciando da parte le speculazioni fenomenologiche, è un fatto che la narrativa di Blackwood abbia profondamente influenzato la concezione dell’Orrore del buon H.P. Lovecraft e abbia anche creato una serie di scelti e ricettivi “continuatori” del suo stile e delle sue tematiche. Fra questi (che in tutto si contano sulle dita di una mano) cito Ramsey Campbell, che con il suo The Midnight Sun riprende il tema di “The Man Whom the Trees Loved”, forse in maniera più prolissa (si tratta di un romanzo di quasi 500 pagine) ma di sicuro effetto e potente atmosfera. Blackwood inseguì le sue teorie occulte su “L’espansione delle facoltà umane” fino alla fine, difendendole e diffondendole in quel mondo arido e opportunista che conobbe durante la sua maturità.

Bibligrafia parziale:
Algernon Blackwood, Colui che ascoltava nel buio e altre storie, Fanucci, 1978
Algernon Blackwood, John Silence, investigatore dell’Occulto, Fanucci, 1977
David Punter, Storia della Letteratura del Terrore, Editori Riuniti, 2000
Henri Corbin, Corpo spirituale e Terra Celeste, Adelphi, 1986

Mariano D’Anza

venerdì 28 gennaio 2011

A Weird Writer in Our Midst, Lovecraft agli albori della critica

A Weird Writer in Our Midst, 2010, copertinaFresco di stampa dall’americana Hippocampus Press, A Weird Writer In Our Midst: Early Criticism of H.P. Lovecraft è una raccolta saggistica curata da S.T. Joshi a presentare i primi approcci critici sull’opera di Howard Phillips Lovecraft, pubblicati in vita e nel periodo successivo alla scomparsa fino alla metà degli anni 50.

Come introduce la nota sulla quarta di copertina originale: – “ci è noto che H.P. Lovecraft fu virtualmente ignorato dalla comunità letteraria mainstream del suo tempo, ben conosciuto piuttosto nel solo minuscolo mondo del giornalismo amatoriale e dei fans del fantastico. Eppure, è sorprendente constatare quanti commenti su Lovecraft siano apparsi in varie sedi, sia preminenti che oscure, nei suoi stessi anni e subito dopo la morte nel 1937”.

Per la prima volta in unico volume, gli albori della critica lovecraftiana vengono presentati in una vasta gamma di testi e d’interventi, dai primi tentativi di analisi sui lavori del Sognatore di Providence, da parte di amici e scrittori come Long e Kleiner, ai necrologi, gli articoli e le memorie personali di colleghi e conoscenti, i commenti dei lettori nelle rubriche della posta su Weird Tales e su Astounding, l’ampia rassegna critica dal fandom degli anni 30 e 40 e, finalmente al di fuori del genere, le prime reazioni dagli ambienti della letteratura e dalla stampa, con le iniziali recensioni dell’esordio librario postumo attraverso la Arkham House. Compreso un commento di Algernon Blackwood da lettera privata ed esclusa, tuttavia, la più famosa, drastica, influente e ristampata delle stroncature: quella di Edmund Wilson in “Tales of the Marvellous and the Ridiculous” (New Yorker, 24 novembre 1945).

Documenti che segnano l’avvio di un riconoscimento critico che tarderà ancora per decenni ad affermarsi, in una gran mole di materiali difficilmente reperibili, sparsi allora fra giornali, riviste o rare e ormai collezionistiche pubblicazioni amatoriali. Un fitto indice di autori e contenuti che preferiamo riportare interamente a seguito, nonostante la lunghezza, in luogo di ulteriori commenti all’edizione:

Introduction – S.T. Joshi
I. Recollections of Lovecraft
Howard P. Lovecraft (1890-1937) – Walter J. Coates
Amateur Affairs – Hyman Bradofsky
[Letter to the Editor] – Robert Bloch
Interlude with Lovecraft – Stuart M. Boland
Howard Phillips Lovecraft – Muriel E. Eddy
I Met Lovecraft – Paul Livingston Keil
The Man Who Came at Midnight – Ruth M. Eddy
II. Criticism in Lovecraft’s Lifetime
A Note on Howard P. Lovecraft’s Verse – Reinhart Kleiner
Howard P. Lovecraft’s Fiction – W. Paul Cook
The Vivisector – Zoilus [Alfred Galpin]
Preface to The Shunned House – Frank Belknap Long, Jr.
A Weird Writer Is in Our Midst – Vrest Orton
The Sideshow – B.K. Hart
What Makes a Story Click? – J. Randle Luten
III. Comments from Readers
A. Weird Tales
B. Astounding Stories
IV. Criticism from the Fan World
H.P. Lovecraft, Outsider – August Derleth
A Master of the Macabre – August Derleth
Disbelievers Ever – R.W. Sherman
The Last of H.P. Lovecraft – J.B. Michel
What of H.P. Lovecraft? Or, A Commentary upon J.B. Michel – Autolycus
H.P. Lovecraft: Strange Weaver – J. Chapman Miske
Lovecraft and Benefit Street – Dorothy Walter
[Letters to the Editor] – Thomas Ollive Mabbott
A Plea for Lovecraft – W. Paul Cook
Let’s All Jump on H.P.L. – P. Schuyler Miller
Howard Phillips Lovecraft – Michael Harrison
The Lovecraft Cult – Arthur F. Hillman
Lovecraft Is 86 – Francis T. Laney
Rusty Chains – John Brunner
Some Notes on HPL – Sam Moskowitz, Fritz Leiber, Edward Wood, John Brunner
V. Notices from the Literary Community
Mystery and Adventure [The Outsider and Others] – Will Cuppy
Horror Story Author Published by Fellow Writers
[Review of The Outsider and Others] – T.O. Mabbott
Such Pulp as Dreams Are Made On – Robert Allerton Parker
Macabre, Lyrical and Weird – Peter De Vries
Mystery and Adventure [Beyond the Wall of Sleep] – Will Cuppy
Nightmare in Cthulhu – William Poster
Books Alive [1944] – Vincent Starrett
Bookman’s Holiday – Charles Collins
[On Lovecraft] – Algernon Blackwood
Mystery and Adventure [Marginalia] – Will Cuppy
Poesque Doodles – Marjorie Farber
Books Alive [1945] – Vincent Starrett
The Phoenix Nest – William Rose Benét
[Review of Supernatural Horror in Literature] – Fred Lewis Pattee
Pilgrims trough Space and Time – J.O. Bailey
Imagination Runs Wild – Richard B. Gehman
Books Alive [1949] – Vincent Starrett
A Bookman’s Notebook – Joseph Henry Jackson
Sabbat-Night Reading – E.O.D. Keown
Of Good and Evil – [Anthony Powell]
The Genius Who Lived Backwards – Vincent H. Gaddis
Appendix: Some Vignettes

Copertina di Jason C. Eckhardt, informazioni sul libro presso la pagina dedicata sul sito web dell’editore.

A Weird Writer In Our Midst: Early Criticism of H.P. Lovecraft
a cura di S.T. Joshi
Hippocampus Press, 2010
brossura, 254 pagine, $20.00
ISBN 9780984480210

Andrea Bonazzi

mercoledì 26 gennaio 2011

Arthur Machen, Algernon Blackwood e la Golden Dawn...

Arthur Machen, 1901, fotoConsiderazione en passant sorta a seguito della rilettura di diversi articoli in rete, ma valida a proposito di una gran parte della saggistica breve e delle note editoriali, critiche o biografiche – italiane e non – su Arthur Machen e altri autori fantastici d’area britannica e suoi contemporanei. Tutti interventi in cui si esalta, come fattore di primaria importanza, l’appartenenza all’ormai famoso “Ordine Ermetico dell’Alba Dorata”.

Tra gli avvenimenti principali nella vita dello scrittore gallese, massimo risalto viene usualmente dato al suo ingresso, nella società esoterica The Hermetic Order of the Golden Dawn, cui si associano invariabilmente i nomi di Bram Stoker, Algernon Blackwood, Lord Dunsany, Dion Fortune, Sax Rohmer e tanti altri scrittori weird e del mistero, oltre a William Butler Yeats e al celeberrimo Aleister Crowley che ne prese a un certo punto il controllo.

Tanto particolare entusiasmo per la Golden Dawn, da parte degli scrittori del periodo, appare in verità ampiamente mitizzato, spesso basato su informazioni parziali, datate o palesemente “di parte” che continuano tuttavia a restare fra le più diffuse, un po’ come accade per le leggende attorno a Lovecraft, complice l’estrema diffusione via Internet. I più documentati citano a supporto testi e pubblicazioni che, a ben vedere, non si rivelano a loro volta così limpidi circa le proprie fonti. Per esempio, l’affiliazione di Stoker risulta oggi indimostrabile benché avesse amici nell’Ordine (in italiano, vedasi anche The Dark Screen di Pezzini e Tintori, Gargoyle Books, 2008). Lo stesso si può tranquillamente affermare per il pragmatico Dunsany, mentre appare improbabile un’adesione formale di Rhomer, nonostante il suo interesse per l’occulto e i probabili contatti personali con membri riconosciuti, come lo furono Yeats e Lady Wilde (la madre di Oscar), oltre a Dion Fortune (Violet Mary Firth), Fiona MacLeod (William Sharp), Edith Nesbit o ancora Charles Williams.

Aderire a una massoneria o una società esoterica, nell’Inghilterra tra fine Ottocento e primi Novecento, per molti non era poi troppo diverso dall’iscriversi a un circolo sociale elitario, con una partecipazione personale non di rado minima o superficiale. E in quanto a Machen – ma non solo lui, vedremo – l’importanza del suo rapporto con l’“Alba Dorata” non è tanto individuabile nelle pretese conoscenze occulte che avrebbe dovuto trasporre in narrativa, come non pochi amano pensare, quanto nella profonda disillusione verso tali società esoteriche, documentata nei suoi scritti.

Poco dopo la morte della moglie, Arthur Machen aderisce alla Golden Dawn su invito dell’amico Arthur Edward Waite, risultandone iniziato nel novembre del 1899. Ma non si lascia coinvolgere più di tanto da un gruppo nel quale non ritrova un congeniale ambiente spirituale, e non andrà oltre il grado di “Praticus” , il terzo nell’Ordine più esterno. Da cattolico, se ne stuferà per meglio sviluppare più tardi una propria forma di cristianesimo basata sulla tradizione celtica.

Algernon Blackwood, fotoAlgernon Blackwood, altro nome ricorrente associato alla Golden Dawn, vi entra un anno più tardi, nell’ottobre del 1900. Ne sarà un poco più coinvolto approfondendo in tale ambiente le aree di suo maggiore interesse, ma lui pure si fermerà presto: raggiunto il grado massimo del primo Ordine, non prosegue oltre scegliendo di non diventare un adepto. Starlight Man: The Extraordinary Life of Algernon Blackwood, la biografia apparsa nel 2001 a firma di Mike Ashley, fornisce preziosi particolari sull’intero argomento.

Sia Machen che Blackwood seguono Waite quando ricostituisce la Golden Dawn nel 1903, dopo che si era spezzata in due fazioni, ma entrambi già perdevano interesse. Blackwood la considerava non più che una sorta di “club esclusivo” e scriverà più avanti, sulla rivista Time and Tide del 16 marzo 1923, di condividere il giudizio tutt’altro che lusinghiero espresso da Machen nel decimo capitolo del volume autobiografico Things Near and Far, pubblicato nel 1923:

“But as for anything vital in the secret order, or anything that mattered two straws to any reasonable being, there was nothing of it, and less than nothing. Among the members there were, indeed, persons of very high attainments, who, in my opinion, ought to have known better after a year’s membership or less; but the society as a society was pure foolishness concerned with impotent and imbecile Abracadabras. It knew nothing about anything and concealed the fact under an impressive ritual and a sonorous phraseology. It had no wisdom, even of the inferior or lower kind, in its leadership; [...]”

“Ma in quanto ad alcunché di vitale nell’Ordine segreto, o qualunque cosa che importasse un fico ad alcun essere ragionevole, di questo non c’era nulla, e men che nulla. Fra i membri v’erano, in effetti, persone d’alta cultura le quali, a mio giudizio, dopo un anno o meno d’affiliazione avrebbero dovuto avere più buonsenso; ma la società quanto a società era pura sciocchezza incentrata su inutili e imbecilli “Abracadabra.” Essa non sapeva niente di niente, e nascondeva la cosa sotto a un rituale di grand’effetto e una fraseologia altisonante. Non aveva saggezza, nella sua guida, nemmeno dell’inferiore o del più basso genere; [...]”

La traduzione è mia, restando l’originale inedito in Italia. L’autore gallese si riferisce all’Ordine in tutta trasparenza come Order of the Twilight Star, proseguendo le invettive, non senza caustico umorismo, ben oltre il brano estratto in precedenza.

Per approfondire, sui rapporti fra autori del fantastico e Golden Dawn si può leggere in inglese l’articolo di Leigh Blackmore Hermetic Horrors. Weird Fiction Writers and the Order of the Golden Dawn, disponibile negli archivi web di Scribd.

Andrea Bonazzi

domenica 16 gennaio 2011

Investigatori dell’occulto: disamina di un genere

John Silence, illustrazioneLa prima cosa da fare sarà senza dubbio definire bene la figura letteraria del “Dottore Psichico” o “Investigatore dell’Occulto”. La serie “classica”, per così dire (John Silence, Carnacki, Principe Zaleski etc.) deve le sue origini all’eminentissimo Sherlock Holmes, ma se ne discosta per molti particolari che cercheremo esaurientemente di elencare. Per cominciare, Holmes vive preferibilmente nel suo ritiro di Baker Street ma Scotland Yard, pur con qualche riserva, si tiene costantemente in contatto con lui, così come l’Intellighenzia londinese. Egli fra di loro è un “primus inter pares”, per lignaggio e propensioni nonostante la sua riservatezza, è buon amico-nemico dell’Investigatore Lestrade nonché (e questa è caratteristica imprescindibile) perfetto conoscitore della città in cui vive, Londra. Gli Investigatori dell’Occulto condividono con il loro “Padre putativo” praticamente solo quest’ultimo elemento.

Per quanto invece riguarda il resto, non si curano affatto dell’Intellighenzia né gli interessa particolarmente far parte dell’establishment, a meno che alcune “conoscenze altolocate” non siano necessarie a risolvere casi di peculiare complessità. Va pertanto rimarcato che, con l’esclusione del Principe Zaleski di Matthew Phipps Shiel, personaggio che appartiene alla nobiltà polacca ed è pertanto tenuto a conoscere gran parte delle altre genealogie nobiliari europee, questo elemento non è imprescindibile per un “Dottore psichico” tanto quanto lo è per il detective classico. E anche nel caso di Zaleski non si tratta a volte che di una pura “nota” di costume, utile solo a colorire ulteriormente trama e personaggio.

La scelta cosciente, da parte dell’“Investigatore dell’Occulto”, di mantenersi fuori dal mondo risponde altresì, come cercheremo di dimostrare, a un programma specifico. L’“Iniziato” gnostico, poco importa se la sua dottrina appartenga al “pessimismo” di Valentino, all’“Angelismo” di Basilide o al “Sofianismo” copto, deve liberarsi dall’opacità del mondo materiale e deve farlo tramite uno sforzo volontario e personale, e tramite l’esplorazione dei propri stadi nel cammino verso la “Rivelazione” finale. Gli elementi del mondo “esterno”, poco importa se sociali, linguistici, di lignaggio o di censo, non solo non costituiscono se non una perdita di tempo ma contribuiscono anche a inquinare ulteriormente la pura luce originaria dell’uomo “pneumatico”, l’uomo di spirito che è destinato alla conoscenza “gnosis”.

Se riflettiamo bene sulla temperie culturale e politica, presente nel periodo durante il quale questi scrittori davano vita alle loro creazioni letterarie, tale sfondo mistico non dovrebbe risultare particolarmente “forzato”. Non va dimenticato che Annie Besant, seguace e segretaria di Helena Petrovna Blavatski la fondatrice della Teosofìa, partecipò attivamente ai movimenti femministi dell’epoca, né che il Dottor Taverner di Dion Fortune (nome “iniziatico” della più prosaica scrittrice Violet Mary Firth, figura sulla quale torneremo più avanti) riflette perfettamente tutti gli elementi sopra indicati. Lo stesso socialismo di William Morris non era per niente alieno a tali componenti esoteriche, né il successivo “Comunismo” più rivoluzionario, con il suo programma di abbattimento delle differenze sociali sulla via del “Comunismo cosmico” che si può leggere anche “Rivelazione finale” o Eschaton.

William Hope Hodgson, l'autore di Carnacki, fotoSe vogliamo estenderci alla letteratura “moderna”, neppure la differenza fra “Babbani” e “Maghi di Hogwarts” della famosa e plurisfruttata saga di Harry Potter è particolarmente estranea alla differenza che le sette gnostiche dei primi secoli del cristianesimo stabilivano fra “uomini ilici” (da “Ule”, materia bruta) e “pneumatici” (uomini spirituali, veri gnostici). Per questo e altri motivi, il John Silence di Algernon Blackwood ha un passato e una condizione sociale sempre intravista o suggerita, mai del tutto esposta con chiarezza, e si occupa solo di casi “psichici” particolari, ma è quasi impossibile conoscere il “metodo” con il quale li scova, almeno prescindendo dalla categoria dell’“Occulto”. Il Principe Zaleski di Shiel vive come un recluso decadent nel suo torrione di beckfordiana memoria nel mezzo della campagna inglese, circondato da reperti archeologici che evocano un passato esotico e arcano, dai suoi libri di “teosofìa” (citazione testuale da Shiel) e dalle sue traduzioni di lingue “morte”. Thomas Carnacki, di Willam Hope Hodgson, si occupa solamente di casi proposti dai suoi sconosciuti amici e, per il resto, conduce la tipica vita del gentiluomo rurale (con un pizzico di “contafole” di paese che non guasta affatto), mentre il Dottor Taverner di Dion Fortune gestisce una “Clinica di salute mentale” (praticamente un manicomio), il che nell’Inghilterra dei primi del Novecento equivaleva in pratica a una morte sociale vera e propria, dato che i malati mentali venivano praticamente studiati alla stessa stregua dei “Selvaggi” anche durante gli ultimi anni dell’“Impero”.

Padre Brown d’altro canto, e dovremo includerlo in quanto nonostante la dichiarata ortodossia del suo creatore Gilbert Keith Chesterton non fa che confermare quanto detto sin qui, è un prete cattolico nell’Inghilterra anglicana (dunque un “papista”), mentre il Don Isidro di Jorge Luis Borges è addirittura un carcerato. Altra spiegazione di questo allontanamento spesso irreversibile dal mondo sociale andrà cercato, ancora, in alcuni concetti che lo gnosticismo iniziatico (che potremmo anche definire “eterodossia cattolica”) contribuisce a spiegare.

È molto difficile che i casi “soprannaturali” vengano cercati intenzionalmente da questa particolare classe di “professionisti”. Normalmente funziona al contrario secondo la formula tipica dei detectives “Hard Boiled”: – “Non sono io a cercare guai, sono i guai che cercano me!”. Questo tipo di racconti produce sempre qualche “coincidenza” per la quale il caso si propone “motu proprio” all’investigatore, come un gioco a incastro che alla fine “trova” il proprio protagonista.

All’interno dello gnosticismo, l’iniziato vero non ha più alcuna necessità di cercare il Mondo. Attraverso la sua “liberazione” (potremmo anche scrivere “emancipazione”) egli ha scoperto che l’Universo è solo un gioco di occultamenti progressivi, la luce viene nascosta dalle tenebre che non possono distruggerla, ma possono osteggiare l’iniziato. Una volta che l’Iniziato abbia assunto questa verità, non aiuterà i “Demiurghi” ponendosi egli stesso alla ricerca di un centro o “Polo”, che dia spiegazione della complessità del mondo (naturalmente si intende sempre per “Mondo” la complessa cosmogonia gnostica), non cercherà volontariamente il gioco di illusioni e confusioni che gli “Arconti” hanno sapientemente tessuto intorno agli ignari “tellurici”, ma sarà un “Polo” egli stesso (termine tradotto con “Qutb” nello gnosticismo persiano), aspetterà cioè che la Tenebra, non provocata, si muova e compia la sua mossa, per attirarle sul terreno dell’Iniziato, laddove egli potrà combatterla in situazione di vantaggio. Così, le vittime di casi soprannaturali del Dottor Taverner si riconoscono per alcuni “segni” specifici, indizio o di malattia peculiare o di “estraneità”, segni che l’Iniziato sa riconoscere, e quasi si pongono volontariamente nelle mani del Dottore riconoscendo intuitivamente la sua “Forte personalità psichica”.

I casi del Principe Zaleski sono sempre caratterizzati da una demoniaca complessità e lo “trovano” sempre nel momento in cui stanno per convertirsi in inevitabile tragedia, se non fosse per la soprannaturale capacità di risoluzione del Principe stesso, mentre la reputazione del Don Isidro di Borges è talmente incrollabile da permettergli di essere visitato costantemente dalla maggior parte dell’Intellighenzia argentina nella sua cella, quasi che la sua condizione di barbiere-carcerato non venga notata. Sappiamo già che Sherlock Holmes si appoggia, per la risoluzione dei suoi casi, alle risorse di Scotland Yard per quanto riguarda uomini e mezzi, per i nostri Investigatori dell’Occulto invece, non si tratta di nulla di così prosaico.

John Silence sembra avere, fra le sue conoscenze, un tipo particolare di “amici” che intervengono in suo aiuto quando necessario (a volte nemmeno questo fattore è lasciato direttamente all’intuizione del lettore); Il Dottor Taverner appartiene a una società iniziatica conosciuta sotto il nome di “Consiglio dei Sette” ed egli, a volte, è tenuto a intervenire per esplicita richiesta del Consiglio, quando il caso lo richieda, mentre quasi mai arriveremo a conoscere la natura esatta degli “amici” di Carnacki, né che tipo di criteri o fonti usi nel rinvenimento dei suoi casi paranormali.

Lo 'stimolante' del Principe Zaleski, illustrazionePer quanto invece riguarda il Principe Zaleski, egli sa esattamente come e quando muoversi e nessuno gli rifiuta aiuto, appoggio o informazioni, sia quale sia la gravità del caso. Vanno anche rimarcati i tratti apparentemente caricaturali di Zaleski rispetto al suo eminente patrigno di Baker Street, i quali in fondo non sono che un benevole ghigno di Matthew P. Shiel al suo illustre collega. Il detective di Arthur Conan Doyle è un entusiasta consumatore di cocaina, droga particolarmente stimolante per l’attività celebrale e i cui utilizzi clinici si stavano scoprendo proprio in quel periodo, mentre il Principe è un convinto fumatore di “cannabis indica”, oppiaceo dall’effetto calmante e onirico. Sherlock Holmes è uomo d’azione, può travestirsi in qualsiasi modo o foggia, spara ai criminali, gli dà la caccia senza pietà e lotta con loro all’ultimo sangue; Zaleski, piuttosto, risolve i suoi casi dal proprio torrione, “divinando” la soluzione grazie alle sue capacità intuitive (non deduttive), salvo nel famoso caso della “Società di Sparta” (la famosa “S.S.”, società fittizia la cui invenzione fu quasi profetica nei confronti della ben più reale “società” tedesca successiva), caso durante la risoluzione del quale il nostro viene quasi sacrificato dai suoi terribili accoliti, salvo poi uscire dalla situazione pronunciando una sola parola mistica, la natura della quale non potremo mai essere abbastanza dotti né preparati da scoprire.

Don Isidro Parodi, invece, non solo risolve tutti i suoi casi dalla cella del carcere in cui è rinchiuso, ma addirittura tutti cercano il suo aiuto, spontaneamente, come fosse un santo o un guru e non il barbiere di un quartiere povero argentino, mentre che dire di Padre Brown, ometto mite che non possiede né il phisique du role né l’inclinazione per mettersi a rincorrere criminali di qualsivoglia specie salvo, anche qui, l’eccezione costituita dal formidabile Flambeau che infatti si convertirà in accolito e seguace dell’umile ma implacabile pretino.

Altro fattore di cui dovremo tenere conto è l’utilizzo occulto del “colore” o della “sensazione “sottile”, che è un elemento chiave per comprendere il genere di “Investigazione soprannaturale”. Il lettore o lo scrittore “profano”, quello cioè più attento ai particolari del racconto di investigazione classico, si avvale di un tipo di interpretazione “per genere” così da porre sempre maggiore attenzione alla trama e agli elementi “polizieschi”, naturali e soprannaturali che siano, ma dimentica sempre che l’autore sa sempre più di quanto voglia lasciar intendere; bisogna leggere tra le righe della storia, per così dire, ed è là che si cela il vero “giallo”.

La ragione principale del declino di questo genere letterario sta nella sua apparente “artificialità”, che sembra contravvenire sprezzantemente ai principi basilari del genere. Le fonti e gli anelli delle catene deduttive di Sherlock paiono campati in aria solo all’inizio, ma alla fine appaiono chiari e ben sottolineati. Quando il detective di Baker Street sembra risolvere l’impossibile con un coup de main, il lettore si sente diviso fra l’ovvia stupefazione per la risoluzione del caso e la spiegazione di come l’investigatore abbia potuto superare gli ostacoli messi sul suo cammino grazie alla propria stupefacente conoscenza di persone e ambienti. Ma nei casi “Occulti” si sente nauseato a causa di tutti questi riferimenti ad “Amici superiori”, siano “Il Consiglio dei Sette” di Taverner o le “S.S.” di Zaleski impossibilitate a nuocere a causa di una non meglio identificata “parola di potere”. Per ovviare a questa nausea, basta solo scendere più nel dettaglio, usare una immaginazione “visiva”.

Se le regole del genere investigativo impongono di fornire al lettore “tutti” gli indizi necessari alla comprensione di come il caso sia stato risolto, gli autori di cui sopra non possono costituire in nessun caso un’eccezione, dato che questo genere letterario è sempre un esercizio di equilibrio perfetto tra elementi “Fantastici” ed elementi “reali”, e non tragga in inganno l’apparente “faciloneria” con la quale l’Harry Dickson di Jean Ray sembra fare uso sconsiderato del’elemento fantastico per scardinare la base deduttiva classica del racconto di investigazione: anche lì si sta facendo un uso ragionato e coerente di termini ed indizi. Cadere eccessivamente dall’una o dall’altra parte sarebbe pertanto un gesto di disattenzione da parte di un autore che si rispetti, ecco perché l’“Investigatore psichico” necessita di un lavoro più difficile per essere debitamente tratteggiato rispetto a quello “deduttivo” classico. Ma dove si possono trovare certi indizi senza ricorrere al frusto espediente del Deus ex Machina?

Arthur Machen, altro autore sul quale dovremo tornare più avanti, si è operato molto in questo gioco di riferimenti “occulti”. L’antesignano di tale tecnica è stato senza dubbio Robert Louis Stevenson nel suo New Arabian Nights, ripreso e arricchito dal Tale of the Three Impostors di Machen sulla cui lettura simbolica ha scritto belle pagine, a suo tempo, Elèmire Zolla. Ma è nel suo romanzo semi-autobiografico The Hill of Dreams che Machen descrive una tipica inziazione gnostica, secondo la formula fortunata (utilizzata peraltro nel Demian di Hermann Hesse con le stesse premesse simboliche) del “Romanzo di formazione”.

Investigatore dell'occulto, fotoIl protagonista de La collina dei sogni di Machen vive alcune abbaglianti visioni del passato mitico della sua terra (l’“Insula Avallaunius” o “Isola di Avalon” delle leggende celtiche), in principio sotto forma di incubi oppressivi, per poi rendersi conto che il clima di terrore generato proviene solamente dalla sovrapposizione di un mondo “Reale” (quello archetipico delle figure mitologiche) su quello “apparente” e fittizio della Londra industriale e operaia (e non al contrario. Se la lettura vi sembrasse forzata, ricordatevi della complessa simbologia che sta alla base de Il signore degli anelli e di cosa siano realmente gli “Orcs”…). Tutto il romanzo, nonostante la sua “sottigliezza” che spesso rende la lettura lenta e laboriosa, è in realtà molto interessante ed evocativo, ma risulta ancora più interessante se si tiene conto dei dettagli e degli “indizi” che Machen lasciò per il lettore e che contribuiscono a inquadrare molte altri capolavori del Fantastico in una prospettiva più ampia e meno artificiale della loro fortuna attuale.

L’intero romanzo va in realtà letto seguendo passo per passo gli stadi della trasmutazione alchemica. La prima parte; o “Età dell’ignoranza” del protagonista corrisponderà al “Nigredo” (opera al nero, operazione sulla materia bruta e ignorante, “rozza”, non temperata), la seconda parte, quella durante la quale l’eroe scopre che le sue visioni non sono pericolose, corrisponde già a uno stadio di “raffinamento” della materia originale, quello in cui l’eroe scopre la propria complessità “pneumatica” attraverso un “sentimento esterno”, un “matrimonio bianco” (leggi non consumato, l’amore di Machen è quasi sempre scevro da componenti sessuali); siamo pertanto nell’“opera al rosso”, quella del trasporto erotico verso la divinità, il “rubedo” che è come un roseto che si risveglia alla vita primaverile, e in Machen, infatti, il “rubor” acquista via via una serie concatenata di similitudini. La pubertà che si risveglia, il porpora delle torri di Avalon quando cala il crepuscolo, poco prima che l’immaginazione salvifica affondi nella notte, il “rossore” delle gote dell’innamorata del protagonista, il “risveglio” della passione, etc.

C’è chi ha tacciato Machen di “Decadente mancato”, ed è stato praticamente Mario Praz nel suo La carne, la morte e il diavolo, saggio sul decadentismo. Mancato dove? Proprio in questa sua “puritana” reticenza riguardo al sesso, troppo stilizzato, sempre simbolico, mai concretizzato, in aperto contrasto con gli amplessi esorbitanti di un Aubrey Beardsley, di un D’Annunzio o di un Huysmans, ma si è trattato di reticenza puritana da parte sua o del semplice fatto che Machen “voleva” che fosse così, in quanto non gli interessava “impressionare” o “scandalizzare” il lettore, ma rappresentare un stadio mistico più che una semplice esperienza erotica? Che faremo allora, tacceremo di puritanesimo anche i poeti mistici arabi e persiani o gli attribuiremo, al contrario, uno sfrenato erotismo represso?

Così il buon autore di investigazione soprannaturale agisce in soldoni come Machen, dissemina indizi, suggerisce colori e figure che solo un mitografo preparato riesce a scoprire, soprattutto un mitografo “informato”. Zaleski risolve i suoi casi meditando accanto alla mummia di una principessa egizia; è un simbolo dell’intuizione che “dorme sotto le ceneri” della mortalità, della passione nascosta, simbolo a sua volta dell’attività occulta del protagonista celata dal suo aspetto apparente di esiliato polacco, decadente e oppiomane; di “mummia” appunto morta al mondo. Ed è oltretutto un “rebus” che chissà non possa rivelarci qualcosa in più sulla sua qualità di “Iniziato”; “Passio surgit de Umbra” era il nome occulto di una affiliata femminile alla Golden Dawn, è sicuramente un indizio in più, anche se mai ne avremo la conferma definitiva dato che la mitografìa non si avvale di schiaccianti prove cronologiche o filologiche.

In altre parole, la ragione della fine di questo genere letterario ai giorni nostri sta propriamente nell’“oggetto” dell’investigazione. Questi autori sapevano dare ai loro racconti un’aura di genuino terrore in quanto si interrogavano metafisicamente sull’“Essenza” del Male, più che sui suoi agenti. Per Machen esiste una differenza ben precisa fra “Il Male” inteso nella sua accezione di “Santità rovesciata” e la brutalità dell’assassino, del killer seriale, dello stupratore, del genio del crimine organizzato o del mafioso, che costituiscono la fauna del detective classico.

Six Problems for Don Isidro Parodi, copertinaPer illustrare meglio cosa si intende dire, non c’è che analizzare ciò che in proposito scrisse Borges, che di tali giochi a rimandi metafisici basò tutta la sua letteratura, o buona parte di essa. Le figure “buffonesche” che confidano nelle soprannaturali capacità intuitive di Don Isidro Parodi sono figure caricaturali, sia della becera borghesia argentina dell’epoca sia di “tipi umani” che Borges decide di mettere alla berlina, e vanno sì inquadrati nelle figure linguistiche del cocoliche e del lunfardo, generi letterari più o meno culti che Borges intendeva scherzosamente criticare, ma si possono anche interpretare, a seconda degli argomenti, con le carte dei tarocchi. I suoi racconti, di fatto, fanno pensare molto a Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino.

Il primo racconto della serie parla di un inganno ben congegnato, ma dal movente incomprensibile. Fondamentalmente, la figura comica e ingenua figura di Achille Molinari ricorda moltissimo il Flambeau (“infiammabile”) di Padre Brown. Nel caso di Chesterton (peraltro ammiratissimo da Borges), si tratta di un giovane brillante ma confuso, che da bizzarro e geniale criminale si converte in amico e spalla inseparabile del suo ex-arcinemico. Nel caso di Borges si tratta invece di un giornalista brillante e intelligente, ma fondamentalmente ingenuo e credulone, che per la sua “opacità” viene pesantemente buggerato invece di ottenere la tanto desiderata adesione a una misteriosa setta orientale. Nel caso di Borges, le qualità di Molinari si trovano invertite rispetto a quelle di Flambeau, dato che il primo rimane decisamente ancorato alla sua “telluricità”. La figura corrisponde quasi esattamente, secondo l’interpretazione “occulta” del tarocco, allo “zero” o “Matto”.

Nel pensiero del neoplatonico Plotino, alle cui intuizioni si deve principalmente tutta l’interpretazione esoterica e alchemica dei tarocchi, che è molto più recente di quanto l’Occultismo voglia riconoscere, lo zero corrisponde all’“Abisso indifferenziato” o “Caos”. Il Caos è propriamente la confusione, laddove il basso si confonde con l’alto, la verità con la menzogna, l’apparenza con la realtà: ecco perché la carta mostra la figura di un giovane con cappello da buffone, vestito di stracci lisi e multicolori e inseguito da un cane. Così Molinari crede per tutta la durata del racconto di stare partecipando a una iniziazione reale, quando al contrario si tratta solo di una burla ben organizzata. Gli Orientali stanno solo prendendolo in giro, e precisamente per confondere “l’alto con il basso”.

Ricorda molto “Il Mago” dei tarocchi. Il mazzo detto “Marsigliese” ci presenta Le bateleur come un giovane che sembra mostrare, su di un banco che somiglia a quello degli illusionisti, una serie disparata di oggetti come se il personaggio stesse preparandosi a qualche trucco di magia. Ed è così che vediamo Gervasio Montenegro nel racconto di Borges, anche se si tratta del piano reclinabile nello scompartimento di un treno. Ma va ricordato che all’interno degli Arcani Maggiori, il Mago è l’unica figura che mantiene uno sguardo obliquo invece che rivolgerlo alla sinistra, alla destra o al fronte delll’osservatore. Sembra più che altro un giocoliere che non sa più che inventarsi, o un artista che non sa ancora bene come utilizzare tutti i suoi strumenti. È questa ambiguità furfantesca il tratto distintivo di Montenegro, questa abilità nel confondere la totale incomprensione del mistero poliziesco con un’apparente entusiasmo del tipo “ho capito tutto!”. Anche Montenegro assomiglia molto ad alcune simpatiche canaglie di Padre Brown.

Abbiamo scelto solo queste due per non allungare eccessivamente il brodo, ma credo che il succo si sia capito. Fondamentalmente, quello di Borges è un gioco di specchi dove l’immagine si confonde col suo doppio e si moltiplica all’infinito, contribuendo a scagliare il mistero su di un piano più sottile, complesso e metafisico. Savastano diventa una replica più “popolare” di Molinari, il quale è la replica più “intellettuale” di Sangiacomo, etc. Ma è anche il gioco favorito da Borges, la macchinazione nella macchinazione, la confusione fra copia e originale.

La Cosmogonia gnostica successiva a Plotino, quella cioè attribuita da Sant’Ireneo a Basilide e Valentino, è basata sull’esistenza di intermediari fra lo gnostico e la Divinità. Nei sistemi “negativi” questi Angeli sono conosciuti con il nome di “Arconti”, overo principi archetipici di difetti umani; in quelli “Positivi” sono figure che assomigliano molto agli “Elohim”, angeli o spiriti che governano pianeti o case planetarie, come l’Oyarses di Clive Staples Lewis nel suo Ciclo di Edwin Ransom. L’interpretazione occultistica dei tarocchi, che non risale anteriormente al Secolo Diciottesimo, comprende sia il sistema negativo che quello positivo. Don Isidro Parodi è il “Polo” (Qutb), il “Liberato” attraverso l’Iniziazione ovvero, secondo Basilide, L’“Adamo Originario”, che essendo passato attraverso i cieli e le stelle, che rappresentano gli umani difetti, si è purificato e ha ritrovato il suo stato originario.

Ma senza dubbio, se Don Isidro è passato attraverso tutte le esperienze di coloro che cercano il suo aiuto e se questi rappresentano simbolicamente gli Angeli gnostici, il detective incarcerato è un “Iniziato” che non arriva mai realmente a raggiungere la libertà che sta nell’unicità del Dio Plotiniano, in quanto questo “Uno” è sempre lo specchio o la copia imperfetta di qualcos’altro, cioè è sempre un “Due” un “Tre” e così via. Somiglia all’Almotasim del racconto omonimo, che alla fine non è la Divinità ma solo lo specchio di Una divinità maggiore, che è lo specchio di un’altra e così all’infinito, ma questa è solo la visione personale di Borges.

Senza dubbio gli altri Investigatori psichici hanno le stesse capacità del Don argentino: osservare, aspettare, correggere attraverso la conoscenza “gnosis”. In molti dei casi di cui ci parla Dion Fortune, il Dottor Taverner si limita, per quasi tutto il tempo della narrazione, a seguire non visto lo sviluppo del caso e le sue logiche conseguenze per poi “correggere” l’equivoco prima che impedisca la normale risoluzione, come nel caso della “Figlia di Pan” e nel caso dell’Ondina.

Prince Zaleski and Cummings King Monk, 1977, copertinaGià abbiamo parlato del poseur Zaleski, mentre John Silence sa sempre in anticipo di che si tratta o quasi, gli basta guardare attentamente l’interlocutore “con uno sguardo dei suoi” e la sua abilità specifica sta nel farsi aiutare dai suoi collaboratori senza che questi abbiano il tempo di riflettere sull’esatta natura del fenomeno. Conoscenza che, non essendo iniziati, causerebbe probabilmente il loro tracollo psichico. In altre parole, queste figure di “Detectives-iniziati” assomigliano molto agli “Istari” di Tolkien, uomini cioè il cui alto grado di conoscenza (Gnosis), gli ha permesso di raggiungere poteri quasi angelici. Che la maggior parte di questi autori (eccetto naturalmente Borges, Hodgson e Ray) sia appartenuta all’ordine della Golden Dawn è rilevante solo nel senso delle possibili conoscenze di occultismo con cui la setta li deve aver più o meno familiarizzati.

È vero che sia Machen che Blackwood cercheranno di dimenticare quel tipo di esperienza, ma nessuno dei due, né tantomeno Dion Fortune che creò poi la sua personale conventicola magica, dimenticò mai l’occultismo. Machen formò la sua personale visione mistica, basata sul cristianesimo celtico-medievale, sull’alchimia; Blackwood non smise mai di parlare dell’Occulto, anche in conferenze americane e programmi radiofonici, mentre Dion Fortune continuò a promuovere le proprie conoscenze magiche nel suo Order of the Inner Light.

Quel che voglio dire è che per scrivere un buon giallo “soprannaturale” bisogna possedere necessariamente una infarinatura di tali dottrine, in particolare per quanto concerne i due principi metafisici di “Bene” e “Male”. Ecco perché i brividi di un Blackwood non saranno mai paragonabili a quelli di un Seabury Quinn o di un Sidney Horler, ma potranno assomigliare semmai a quelli di un Manly Wade Wellman, scrittore americano che con il suo Judge Pursuivant pare ritornare parzialmente ai fasti di un Carnacki e di un John Silence.

Attualmente, solo John Connolly con il suo Charlie “Bird” Parker continua degnamente questo filone, stavolta partendo da premesse dell’Hard-Boiled più che del giallo di investigazione alla Conan Doyle. In altre parole, un buon scrittore deve sempre documentarsi scientificamente prima di affrontare questo difficile genere e mi potete credere se vi dico che quella “Occulta”, per uno che sa il suo mestiere (di scrivere) è una “Scienza” oggettiva e filologicamente fondata quanto qualsiasi altra…

Riporto qui una bibliografia parziale in italiano. Chi fosse interessato a non spendere troppo (dato che a parte una traduzione recente del John Silence, tutte le altre sono fuori catalogo e costano abbastanza) può ordinare i testi in lingua presso le librerie in rete oppure leggerli gratis, sempre in inglese, con il Project Gutenberg.

Gianni Montanari (a cura di), Investigatori del
l’occulto, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1990 [In particolare la buona introduzione del curatore]
J.L. Borges – A. Bioy Casares, Sei problemi per Don Isidro Parodi, Einaudi, Torino, 1975
W.H. Hodgson, Carnacki, cacciatore di spettri, SIAD Edizioni, Milano, 1978
M.P. Shiel, Il principe Zaleski, Sellerio, Palermo, 1986
Dion Fortune, I segreti di Taverner, dottore dell’occulto, Venexia, Roma, 2003
A. Blackwood, John Silence e altri incubi, UTET, Torino, 2010

Saggistica:
Plotino, Enneadas, Ed. It. testo a fronte, Rusconi, Milano, 2006
Henry Corbin, Corps Spirituelle et terre Celeste, Ed. Bouchet Chastel, Paris, 1979, p. 123
San Ireneo, Contra Haereses, Ed. It. testo a fronte, Fondazione Lorenzo Valla – Arnoldo Mondadori, Milano, 2003
Ioan P. Couliano, Experiences de l’extase, Payot, Paris, 1984, p. 8-9, pp.19 e seg.
Israel Regardie, The Golden Dawn, Llewelyn Publications, Woodbury, MN , 1971, p. 27
Henry Corbin, Corps Spirituelle et terre Celeste, Ed. Bouchet Chastel, Paris, 1979

Mariano D’Anza