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sabato 23 febbraio 2013

The Ghosts & Scholars Book of Shadows, fantasmi nella tradizione di M.R. James

The Ghosts & Scholars Book of Shadows, 2012, coperina di di Paul LoweEdito dalla Sarob Press di Robert Morgan, una small press dedita al genere horror soprannaturale, The Ghosts & Scholars Book of Shadows raccoglie dodici racconti di autori contemporanei ispirati alle ghost stories di Montague Rhodes James.

L’antologia, un’edizione limitata in 340 copie, nasce da una competizione letteraria del 2011, organizzata dalla Ghosts & Scholars M.R. James Newsletter, nella quale gli autori furono chiamati a cimentarsi con la scrittura di un prequel o di un seguito ai racconti di M.R. James.

La editor Rosemary Pardoe lanciava così la sfida, nella primavera del 2011, sulle pagine della newsletter:

[…] Che fine ha fatto il ‘satiro’ (o i ‘satiri’) alla fine di «Un episodio di storia cattedrale»? I vicoli di Islington sono ancora frequentati dall’essere incontrato dal dottor Abell in «Due dottori»? Che ne è stato dei resti delle atrocità in «Un intrattenimento serale», e il conte Magnus e il suo piccolo amico sono ancora in agguato a un qualche crocevia nell’Essex? In merito ai prequel, io per prima vorrei sapere che tipo di tesoro ha trovato il canonico Alberico, come è stato custodito, e i dettagli della sua morte nel letto, a causa di un attacco improvviso. E qual era esattamente il sistema di credenze che spinse James Wilson a far riporre le sue ceneri nel globo al centro del labirinto di Mr. Humphrey: qual è il significato delle figure del globo – Wilson era membro di una setta gnostica? Devo andare avanti? Sono sicura che potrete pensare a molti altri misteri che pretendono una soluzione e una risposta.”

La qualità delle storie non deluse le aspettative, e le migliori furono selezionate per un’antologia; tra queste la vincitrice della competizione, “Quis est Iste?” di Christopher Harman, l’unica a essere pubblicata in precedenza nella newsletter. Pur prendendo spunto dai racconti di James, le storie non sono scritte in uno stile rispettosamente jamesiano ma rispecchiano, invece, lo stile degli autori, rendendo l’antologia più moderna e abbordabile agli appassionati di weird tale in genere. I titoli e le rispettive ispirazioni sono:

Helen Grant – Alberic de Mauléon (Canon Alberic’s Scrap-book)
Rick Kennett – Anningley Hall, Early Morning (The Mezzotint)
John Llewellyn Probert – The Mezzotaint (The Mezzotint)
Christopher Harman – Quis est Iste? (Oh, Whistle, and I’ll Come to You, My Lad)
Jacqueline Simpson – The Guardian (The Treasure of Abbot Thomas)
Reggie Oliver – Between Four Yews (A School Story)
Louis Marvick – The Mirror of Don Ferrante (Casting the Runes)
Mark Valentine – Fire Companions (Two Doctors)
Derek John – Of Three Girls and of Their Talk (Wailing Well)
C.E. Ward – The Gift (The Experiment)
David A. Sutton – Malice (The Malice of Inanimate Objects)
Peter Bell – Glamour of Madness (A Vignette)


Il libro contiene un’introduzione di R. Pardoe, oltre alle note biografiche sugli autori, ed è reperibile attraverso le pagine web di Sarob Press. In copertina è riprodotta un’opera di Paul Lowe, ispirata al noto racconto “Oh, Whistle, and I’ll Come to You, My Lad”.

La schiera degli imitatori di M.R. James è da sempre ben definita e nutrita, probabilmente anche perché James diede, nelle sue prefazioni e in alcuni articoli, chiare indicazioni di stile e d’intenti, che molti autori hanno fatto proprie.

The James Gang: A Bibliography of Writers in the M.R. James Tradition, 1991

Nel 1979 fu creata da Rosemary Pardoe, già co-fondatrice della British Fantasy Society, la rivista Ghost & Scholars, con l’intento promuovere gli studi su M.R. James e incoraggiare nuovi autori a scrivere racconti in tale tradizione. La testata pubblicò il trentatreesimo e ultimo numero nel 2001, ma l’attività di ricerca storica e letteraria prosegue tuttora sotto forma di newsletter, nella quale occasionalmente vengono proposti racconti di autori moderni.

Dall’esperienza della rivista vide la luce nel 1987 l’antologia Ghosts and Scholars: Ghost Stories in the Tradition of M. R. James, seguita poi da The James Gang: A Bibliography of Writers in the M.R. James Tradition (1991), un chapbook di poche pagine che elenca circa cento autori ispirati da James. Il libretto, sempre a cura di Rosemary Pardoe, è considerato oggi una pubblicazione imperdibile per i cultori del prevosto di Eton. Questa prima antologia, oltre che i racconti di alcuni scrittori classici dalla “James Gang”, includeva racconti scritti sulla base di alcune trame lasciate incompiute da James (“Stories I have tried to write”). Altri due sviluppi di trame lasciate incompiute furono poi pubblicati nella newsletter (si tratta di “The game of Bear” e “Merfield House”, nella n. 12 del 2007).

Nel 2001 Ramsey Campbell compilò Meddling with Ghosts: Stories in the Tradition of M. R. James, che include anche una versione ampliata di The James Gang, e il suo tributo a James, “The Guide”, e che può essere considerata un proseguimento del libro della Pardoe. L’antologia è divisa in tre sezioni: i precursori, i contemporanei, e gli eredi.

Entrambe le antologie hanno avuto una loro edizione italiana. Si tratta di Fantasmi: storie e altre storie sulle orme di M.R. James, curata da Gabriele La Porta, edizione Newton Compton, e di Racconti Sinistri nella tradizione di M.R. James, edizione Sylvestre Bonnard. Purtroppo, l’edizione italiana di Racconti sinistri non include The James Gang, né il racconto “The White Sack” di A.N.L. Munby pubblicato dalla stessa editrice ne La mano di alabastro, edizione italiana dell’unica raccolta di Munby.

Ghosts and Scholars: Ghost Stories in the Tradition of M. R. James, 1987, copertina
Meddling with Ghosts. 2001, copertina
Fantasmi: storie e altre storie, 1989, copertina
Racconti sinistri, 2006, copertina
- AA.VV.; a cura di Rosemary Pardoe; The Ghosts & Scholars Book of Shadows; Sarob Press; Neuilly-le-Vendin, 2012; copertina rigida, 144 pagine, 340 copie numerate.
- AA.VV.; a cura di Rosemary Pardoe e Richard Dalby; Ghosts and Scholars: Ghost Stories in the Tradition of M. R. James; Crucible, 1987.
- Rosemary Pardoe; The James Gang: A Bibliography of Writers in the M.R. James Tradition; The Haunted Library, Hoole, Chester, England, 1991.
- AA.VV.; a cura di Ramsey Campbell; Meddling with Ghosts: Ghost Stories in the Tradition of M. R. James; The British Library, 2001.
- AA.VV.; a cura di Rosemary Pardoe e Richard Dalby; Fantasmi: storie e altre storie sulle orme di M.R. James; Newton Compton, 1989.
- AA.VV.; a cura di Ramsey Campbell; Racconti sinistri nella tradizione di M.R. James; Sylvestre Bonnard, 2006.


Per maggiori informazioni su Ghost & Scholars si rimanda al sito web dedicato www.pardoes.info.
 
Giuseppe Lo Biondo

domenica 17 febbraio 2013

Quis est iste qui venit? I fantasmi di M.R. James.


Chi è colui che viene?

L’emblematica citazione biblica, contenuta nel racconto “Oh, Whistle, and I’ll Come to You, My Lad” spesso richiama Montague Rhodes James e, di riflesso, il racconto di fantasmi anglosassone. Questa associazione di idee trae forse origine dal potere suggestivo della domanda in questione, che possiede, nella sua immediatezza, quel particolare senso del mistero ispirato dalle ghost stories.

Dalla prima edizione di “Ghost Stories of an Antiquary” (1904)
Dalla prima edizione di “Ghost Stories of an Antiquary” (1904)

Il racconto, pubblicato originariamente nelle Ghost Stories of an Antiquary (1904), narra dell’evocazione di un essere spettrale, richiamato involontariamente dal protagonista che ha maldestramente ignorato, per via di una curiosità quasi oziosa, un oscuro avvertimento; l’identità e le ragioni di questa apparizione rimarranno tuttavia dei punti irrisolti.

Il protagonista della storia è Parkins, un professore di ontografia (dubbio insegnamento accademico, funzionale in qualche modo al racconto), che conduce per puro caso delle ricerche sul sito di alcune rovine templari. L’azione si svolge nella località balneare di Burnstow (cittadina fittizia, ispirata a Felixstowe, nel Suffolk), dove Parkins si reca per un periodo di riposo da dedicare al golf. Il protagoniosta del racconto viene presentato al lettore come scettico nei confronti del sovrannaturale e, per non lasciare alcun dubbio, dichiara esplicitamente la propria posizione:
“A proposito di quanto avete detto adesso, colonnello, penso di dovervi dire che la mia posizione in materia è molto rigida. Sono infatti un convinto detrattore di quello che è chiamato ‘soprannaturale’.”
Parkins mostra quindi (e ispira al lettore) quell’atteggiamento scettico che predispone maggiormente al brivido soprannaturale, secondo una posizione che accomuna l’estetica di M.R. James a quella di H.P. Lovecraft.

Nel corso delle sue ricerche presso le rovine templari, il professore rinviene un fischietto che reca le misteriose incisoni “Quis est iste qui venit” (circondate da svastiche che qui non hanno la connotazione negativa poi data dal nazismo, ma possono essere lette come simboli di auspicio) e le iscrizioni “FUR/FLA/FLE/BIS”. Incuriosito dall’oggetto, e quasi a voler esorcizzare il mistero che questo rappresenta, lo usa con incauta leggerezza. Il fischio emesso ha un suono inquietante e causa a Parkins delle strane visioni notturne, fino a quando, al compimento del climax del racconto, egli viene aggredito da un misterioso essere fatto da lenzuola di lino contorte, nella stanza della pensione dove alloggia. Il racconto sviluppa in sostanza il tema della violazione di un avvertimento e della punizione causata da questa contravvenzione: soggetto ancestrale che ispira, nella sua essenzialità, un innato senso di inquietudine nel lettore.

Illustrazione di James Mac Bride da “Ghost Stories of an Antiquary” (1904)
Illustrazione di James Mac Bride da “Ghost Stories of an Antiquary” (1904)

A intensifcare la portata del sinistro mistero (chi è colui che viene?) , vi è il fatto che questo viene proposto attraverso un evocativo verso biblico (Isaia 63:1) che profetizza la venuta di Cristo tra le genti.

“Quis est iste qui venit de Edom
tinctis vestibus de Bosra
iste formonsus in stola sua gradiens
in multitudine fortitudinis suae
ego qui loquor iustitiam
et propugnator sum ad salvandum”

“Chi è costui che viene da Edom,
da Bozra con le vesti tinte di rosso?
Costui, splendido nella sua veste,
che avanza nella pienezza della sua forza?
– Io, che parlo con giustizia,
sono grande nel soccorrere.”

La domanda, resa familiare dal verso (familiare era di certo a James e al suo entourage), rimane comunque irrisolta, e non può che trovare terreno fertile nell’intimo del lettore. L’uso di materia religiosa da parte di James è tutt’altro che casuale, come segnala Peter Penzoldt. James gioca con la superstizione che vuole che frasi isolate della Bibbia, ottenute casualmente, abbiano una valenza profetica. Va detto, che la tecnica narrativa di James poggia sulla creazione di una sospensione dell’incredulità molto convincente, senza la quale il climax finale risulterebbe troppo avventato e inverosimile. In tal senso l’uso di materia biblica è uno degli espedienti che rende il lettore incline ad accettare passivamente dei fatti inspiegabili. Si ricordi in questo senso la lezione di Roger Caillois che esclude categoricamente (cfr. Nel cuore del fantastico) il sentimento fantastico da qualsiasi opera a sfondo religioso.
“Niente di ciò che è oggetto di fede può apparire fantastico.”
L’abilità di Montague Rhodes James è tutta nella costruzione di un intreccio teso a provocare quel disagio e quell’inquietudine, preparatori alla scena finale. I suoi racconti, in generale, rinnovano la ghost story vittoriana e sono attenti a quei tratti psicologici che caratterizzarono il racconto di fantasmi nel periodo edwardiano. I cliché del gotico: lugubri manieri, l’incombere sul presente di un terribile passato, le eroine perseguitate, i cimiteri solitari, i fantasmi dal bianco sudario, fanno ormai parte per James di un canone ben definito e perdono il ruolo di veicoli principali del terrore per i suoi smaliziati lettori. Lo scenario si sposta sempre più verso luoghi e personaggi familiari, e che rendono maggiormente plausibile l’elemento soprannaturale della storia. Il terrore viene spostato da un momento di dissonanza esteriore, da una minaccia fisica tangibile, a una imperfezione interiore, a uno scompiglio dell’animo evocato attraverso immagini e atmosfere apparentemente comuni e innocue, che preparano il lettore e lo rendono disposto ad acettare l’autenticità degli eventi soprannaturali.

Illustrazione di James Mac Bride da “Ghost Stories of an Antiquary” (1904)
Illustrazione di James Mc Bride da “Ghost Stories of an Antiquary” (1904)

Nel racconto in questione le scene più inquietanti sono ambientate nel rassicurante scenario di una spiaggia, alla luce del giorno (si potrebbe qui pensare a R.L. Stevenson, ma il fine ultimo dei due scrittori è decisamente differente). Lo stesso titolo del racconto “Oh, Whistle, and I’ll Come to You, My Lad”, tratto da una ballata (“Oh, Whistle, and I’ll Came to You”, 1793) di Robert Burns, poeta scozzese del XVIII secolo, comunica un’immagine bucolica e gioiosa. Immagini niente affatto cupe e sicuramente familiari al lettore di James, assumono qui una valenza nuova e si fanno carico di una nota stridente. Niente di originale, è vero, se si pensa all’uso del perturbante in letteratura che fece E.T.A. Hoffmann, anche se quest’ultimo è maggiormente legato al gotico e al grottesco, inteso come deformazione caricaturale della realtà. Non è un caso che in M.R. James il classico spettro dal lenzuolo bianco non sia ricoperto da un improbabile sudario, ma dalle comuni lenzuola di lino di un letto comune, come quello che potrebbe trovarsi in un qualsiasi hotel.

Se da una parte l’incertezza su chi o cosa venga evocato dal suono del fischietto genera inquietudine, a intensificare l’appresione vi è il sospetto che sia stato violato un ordine ben preciso, un avvertimento.

Immagine dall’omonimo film della BBC (1968)Uno dei tratti distintivi del narrato di James (ma si potrebbe dire della ghost story in generale) sta nel fatto che molte cose sono soltanto suggerite al lettore, che in tal modo attiva dei meccanismi personali di elaborazione del testo, creando un elevato livello di partecipazione emotiva. Un esempio di questa tecnica, è rappresentato dall’oscuro avvertimento inciso nel fischietto: “FUR/FLA/FLE/BIS”, del quale James non dà alcuna spiegazione. Esistono diverse interpretazioni in merito all’iscrizione, ma la più accreditata è quella della studiosa Rosemary Pardoe, secondo cui l’iscrizione andrebbe letta come “Fur, Flabis, Flebis” ossia “Ladro, soffierai, piangerai”.

Parkins pagherà infatti per la sua curiosità, e per avere ignorato l’avvertimento, ma chi o che cosa abbia effettivamente evocato, non lo saprà mai. Quel che importa a James non è svelare il mistero, come potrebbe accadere in un racconto poliziesco, ma crearlo e lasciare il lettore con la curiostà verso la soluzione del mistero, e con quel senso di disagio che può dare un evento che, in fin dei conti, non ha alcuna spiegazione razionale.

Va rilevato che James presuppone nel suo lettore l’atteggiamento scientifico e curioso dei suoi personaggi, con i quali il lettore è portato ad immedesimarsi (complice anche la scarsa descrizione psicologica di questi) . È certamente necessario partire dall’assunto che i segni del passato e gli indizi possano essere decifrati e compresi, per rendere appieno il fallimento di questa indagine. E in questo James non può che esser figlio dello spirito scientifico dell’età vittoriana. Del resto, ne “La pietra di confine del vicino” James fa dire ad un suo personaggio:
 “Ricordate, se vi piace… che io sono un vittoriano per nascita e per educazione, e che l’albero vittoriano, molto ragionevolmente, porta dei frutti vittoriani.
I suoi protagonisti sono studiosi ed eruditi, e nello specifico hanno tutti mezzi necessari a risolvere gli enigmi proposti, come potrebbe avvenire in un racconto poliziesco. Lo stesso Parkins è un professore universitario, e ha tutti gli strumenti indispensabili alla soluzione dell’enigma. È il suo fallimento che amplifica la portata del mistero. Del resto l’atteggiamento dell’antiquario di James non è dissimile da quello di un detective. Gli indizi del passato costituiscono per lui le chiavi per poter leggere la storia e talvolta per risolvere degli enigmi. Il fallimento di questa indagine costituisce l’elemento fantastico dei racconti. Ma si tratta di un fallimento premeditato, inprescindibile, risaputo e condiviso a priori con il lettore. La spiegazione dei fatti non verrà mai. Il soprannaturale viene consegnato al lettore come un dato di fatto, reso credibile da una precisa tecnica narrativa e, soprattutto, da un’atmosfera magistralmente creata. Ma l’orrore soprannaturale si limita a un momento puramente estetico. In questo James si differenzia da altri maestri del genere come Sheridan Le Fanu o Algernon Blackwood che spesso non resistono alla tentazione di spiegare i fatti sovrannaturali, forse con eccessiva partecipazione, indebolendo in tal modo il climax e l’effetto orrorifico delle storie (ma Blackwood e, in modo minore, Le Fanu hanno intenti chiaramente differenti).

Lo schema dell’avvertimento violato e della conseguente punizione fa parte della struttura base di un buon numero di fiabe e se ne trovano svariati esempi nelle sacre scritture e nella letteratura classica (si pensi alla storia del Paradiso Terrestre o a quella del vaso di Pandora). Uno schema più volte associato a James è quello della nota fiaba di Barbablù. James riprende spesso questa struttura e cita la fiaba esplicitamente in “The Residence At Whitminster”. Tuttavia, in molte varianti della favola classica, l’ordine delle cose che è sovvertito, viene alla fine ristabilito: non avviene lo stesso nei racconti di James. In sostanza uno schema che inconsciamente è radicato nell’uomo, viene violato e questo aggiunge un ulteriore elemento di disagio nel lettore.

Julia Briggs rileva, giustamente, che la psicologia dei personaggi dei racconti di James è superficiale e non è posta una grande attenzione su essa. Arriva anche ad affermare che
“Dai suoi racconti la psicologia è completamente e arditamente bandita.”

Ghost Stories of an Antiquary (1904)Questo è evidente anche nel racconto in questione: per esempio il motivo chiave dello sviluppo della storia, la curiosità di Parkins, non è sviluppato in termini psicologici del personaggio, ma viene fornito come un fatto e non importa, ai fini della storia, compredere il motivo di tale curiosità. David Punter fa tuttavia notare che, se da una parte l’affermazione della Briggs è corretta, questo non significa che James non sia attento alla psicologia, in particolare a quella del lettore, in quanto egli cerca, con cognizione di causa, di innescare in esso quei meccanismi del perturbante che, essendo basati su una convincente forma di sospensione dell’incredulità, garantiscono un efficace effetto terrifico. È quindi l’intreccio, lo sviluppo della storia, e soprattutto l’atmosfera quello che interessa veramente a James, perchè attraverso questi elementi James ha la possibilità di interagire maggiormente con il lettore. I personaggi hanno lo scopo funzionale di asservire alla trama e la loro psicologia non necessita di particolari giustificazioni. Non va dimenticato, in generale, che i racconti di James erano nati per essere letti pubblicamente, “ [...] ad amici pazienti, usualmente durante il periodo natalizio,” (cfr. Prefazione a Ghost Stories of an Antiquary) e che la forma e l’obiettivo ne hanno in maniera forte plasmato lo stile e il narrato.

Per concludere potremmo dire che, in un modo particolare, l’attributo psicologico si può applicare ai racconti di M.R. James, anche se non si può negare che la cosiddetta ghost story psicologica oggi definisce un ben altro filone, nel quale l’elemento sovrannaturale trova la sua sede naturale nell’inconscio dei personaggi. In questo filone possiamo collocare alcuni tra i più grandi maestri della letteratura sovrannaturale: Henry James, Oliver Onions, E.F. Harvey, Robert Aickman, Walter de la Mare.

Oggi James è considerato un maestro giustamente imitato. Forse questa attribuzione potrebbe risultare eccessiva, per un autore che non considerava le ghost stories il fulcro della propria attività letteraria. Di certo egli ha fatto propri i dettami di un genere molto particolare, la cui evoluzione non poteva che essere limitata e destinata alla ripetizione e all’imitazione, dati i suoi angusti limiti.


Bibliografia:
Montague Rhodes James; Ghost Stories of an Antiquary; Edward Arnold, London; 1904.
Peter Penzoldt; The Supernatural in Fiction; Prometheus Books; New York; 1952.
Julia Briggs; Night Visitors: Rise and Fall of the English Ghost Story; Faber & Faber; London; 1977
Roger Caillois; Nel cuore del Fantastico; Feltrinelli; Milano; 1984.
Julia Briggs; Visitatori notturni; Bompiani; Milano; 1988.
David Putner; Storia della letteratura del terrore. Il «gotico» dal Settecento a oggi; Editori Riuniti; Milano; 2006.
AA.VV.; Warnings To The Curious: A Sheaf of Criticism on M. R. James; Hippocampus Press; New York; 2007.



Giuseppe Lo Biondo
(in prima versione su Quis est iste qui venit? del 28/03/11)

domenica 28 ottobre 2012

Arte e mistero. Dieci inquietanti racconti

“Statue assassine, disegni, dipinti e incisioni che prefigurano orrendi delitti, ritratti di persone defunte che si animano e scendono dalla cornice intrecciando inquietanti liaison con i viventi: grandi scrittori come Hawthorne, Mérimée, Dickens, Poe, Pirandello – accanto a maestri riconosciuti della ghost story come Le Fanu e M.R. James – hanno affrontato il rapporto tra l’opera d’arte e il mondo degli spiriti, schiudendo inquietanti prospettive sulla contaminazione tra l’aldiquà e l’aldilà della tela, tra questo e l’altro mondo”.

Un’antologia sul tema dell’opera arte nella letteratura ottocentesca del fantastico: l’idea sarebbe invero interessante, persino in qualche modo originale, non fosse per i consueti limiti che l’editoria italiana tutta si auto-impone, da decenni, facendo uscire compilazioni di genere – rigorosamente sotto la festività di Halloween, altrimenti si teme non vendano – che poco o nulla osano di nuovo, limitandosi alla ristampa o riproposta dei soliti nomi e titoli “sicuri”.

Tematica seducente per una selezione di racconti, Arte e mistero. Dieci inquietanti racconti a cura di Enrico Badellino esce per l’editore Skira senza fare eccezione alla tacita regola di affidarsi quasi esclusivamente ai classici, persino in alcune delle traduzioni (Poe viene ripresentato nella versione di Giorgio Manganelli, Dickens in quella di Malcom Skey). Storie perfettamente rappresentative fra Hawthorne e Mérimée, tra Le Fanu e M.R. James... ma nondimeno ancora storie già notissime, e non necessariamente solo agli appassionati, come a volersi rivolgere sempre e solo a lettori totalmente digiuni sia del fantastico che dei suoi preminenti autori.

Nel sommario, che riportiamo a seguito, c’è almeno tuttavia un racconto inedito in Italia: “Lo schizzo misterioso” (L’esquisse mystérieuse) di Erckmann-Chatrian, due scrittori francesi d’origini alsaziane che nella seconda metà dell’Ottocento firmarono assieme molte pregevoli storie del soprannaturale. E accanto alle scelte dalla lingua inglese e dal francese, troviamo anche due illustri presenze nazionali con “Il monumento” di Luigi Capuana e l’ultima delle Novelle per un anno scritta da Luigi Pirandello appena prima della morte.

Contenuti:
Prefazione – Enrico Bandellino
I ritratti profetici – Nathaliel Hawthorne
La Venere d’Ille – Prosper Mérimée
Schalken il pittore – Joseph Sheridan Le Fanu
Il ritratto ovale – Edgar Allan Poe
Lo schizzo misterioso – Emile Erckmann e Alexandre Chatrian
Una storia di fantasmi – Charles Dickens
La cornice d’ebano – Edith Nesbit
La mezzatinta – Montague Rhodes James
Il monumento – Luigi Capuana
Effetti di un sogno interrotto – Luigi Pirandello
Note ai testi


Enrico Badellino ha tradotto e curato, tra gli altri, Balzac, Flaubert, Stendhal, Zola, Gide e Mérimée. Ha pubblicato diversi volumi e antologie, tra cui Sepolto vivo! (1999) con una introduzione di Malcom Skey, Dizionario delle morti celebri (2004) e Bulli di carta. La scuola della cattiveria in cento anni di storia (2010) con Francesco Benincasa.

Informazioni sul volume presso le pagine web ufficiali di Skyra Editore.

Arte e mistero. Dieci inquietanti racconti
a cura di Enrico Badellino
collana StorieSkira, Skira Editore, 2012
brossura, 208 pagine, €18.50
ISBN 9788857213972
Andrea Bonazzi

sabato 12 maggio 2012

Flaxman Low, detective dell’occulto

Flaxman Low, detective dell’occulto, 2012, copertinaNon certo il più famoso “detective dell’occulto”, di fronte almeno alle ben note e illustri referenze del Thomas Carnacki di W.H. Hodgson o del John Silence di Algernon Blackwood, ma comunque il più illustre e meglio definito precursore del particolare personaggio fantastico dell’“indagatore dell’ignoto”: il britannico Flaxman Low creato da E. e H. Heron negli ultimi anni dell’Ottocento era rimasto finora quasi del tutto sconosciuto al pubblico italiano, tradotto in tre soli racconti in Occulta. L'omnibus del soprannaturale (Mondadori, 1988) e un ultimo in Storie di Fantasmi (Edizioni EL, 2007).

Primo investigatore letterario a utilizzare i metodi dell’indagine scientifica in casi che rifuggono apparentemente da ogni logica, l’intero ciclo narrativo di Flaxman Low, detective dell’occulto si rende finalmente disponibile per la traduzione e cura di Giuseppe Lo Biondo, attraverso la sua Count Magnus Press, in una raccolta che ne ripropone tutte e dodici le storie apparse in Inghilterra su rivista nel 1898 e ’99, complete delle illustrazioni originali di Benjamin Edward Minns.

“Flaxman Low vide la luce tra le pagine del Pearson’s Magazine, in due serie di racconti, la prima pubblicata dal gennaio al giugno del 1898, e la seconda dal gennaio al giugno del 1899. I racconti furono inizialmente presentati ai lettori della rivista come veri resoconti d’indagini di fenomeni soprannaturali, per la firma di «E. and H. Heron», pseudonimo dietro al quale si celavano Vernon Hesketh Hesketh-Prichard (1876-1922), presumibilmente l’autore principale delle storie, e sua madre, Kate O’Brien Ryall (1851-1935). L’autenticità dei resoconti fu presto smentita, anche a causa del disappunto degli autori nei confronti della scelta editoriale”.

“Le storie riscossero una certa notorietà,” prosegue la postfazione del curatore, “e furono ammirate, tra gli altri, da Arthur Conan Doyle e da M.R. James, che definì Flaxman Low «ingegnoso e di successo, anche se troppo tecnicamente occulto». I racconti furono quindi raccolti nel volume Ghost: Being the Experience of Flaxman Low (1899) che fu pubblicato con i veri nomi degli autori e riproposto nel 1916 in edizione economica, con il titolo Ghost Stories; quest’ultima edizione comprendeva soltanto le prime sei storie della prima serie, e vide ripristinato lo pseudonimo «E. and H. Heron»”.

Informazioni sul blog ufficiale countmagnus.blogspot.it, il volume è acquistabile direttamente presso lo store di Lulu.com, da cui proviene la sottostante e corposa anteprima di 56 pagine.

– “Sapete, penso che non esista affatto il soprannaturale. Tutto è naturale. Abbiamo soltanto bisogno di più luce, più conoscenza”. –

Flaxman Low, detective dell’occulto
E. e H. Heron
Count Magnus Press, 2012
brossura, illustrazioni in bianco e nero, 330 pagine, €16.00
Andrea Bonazzi



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martedì 21 dicembre 2010

The Ghost Story 1840-1920: storia culturale del racconto inglese di fantasmi

The Ghost Story 1840-1920: A Cultural History, 2010, copertinaAncora una monografia dal Regno Unito sulla tradizione letteraria delle storie di spettri, approfondita e – ahinoi – costosa, come molto spesso càpita per le pubblicazioni d’ambito accademico.

Dalla Manchester University Press arriva The Ghost Story 1840-1920: A Cultural History, un saggio di Andrew Smith, docente d'Inglese presso l’università gallese di Glamorgan, che prende in esame la ghost story britannica per inquadrarla nel contesto storico, socio-economico e politico fra il XIX e il primo XX secolo.

Da una propria “teoria economica della storia di fantasmi”, Smith attraversa gli sviluppi del genere da Charles Dickens a Wilkie Collins, la particolarità della ghost story al femminile, una lettura dello spiritualismo, allora in voga, coi suoi pretesi messaggi dall’aldilà, Henry James e la visione anglo-americana della narrativa spettrale, e ancora il fantasma dell’occupazione coloniale, sino al revival gotico di M.R. James. Il tutto in una riconsiderazione critica dell’opera di questi e altri autori, fra i quali Charlotte Riddell, Vernon Lee, May Sinclair, Rudyard Kipling e Joseph Sheridan Le Fanu.

Un’accurata recensione del libro è disponibile, in inglese, a firma di Matt Foley in The Gothic Imagination, sul sito web dell’università di Stirling. Maggiori informazioni sul volume alla pagina dedicata sul sito ufficiale della Manchester University Press.

The Ghost Story 1840-1920: A Cultural History
Andrew Smith
Manchester University Press, 2010
copertina rigida, 256 pagine, £55.00
ISBN 9780719074462

Andrea Bonazzi

giovedì 25 novembre 2010

Bibliofilia dell’assurdo

“…perché un libro esista, basta che sia possibile”.
– “La Biblioteca di Babele”, J.L. Borges

tessera bibliotecaria della Miskatonc University, secondo la 'HPL Hisorical Society'Libri non terminati, libri perduti, apocrifi e pseudoepigrafi: “pseudobiblia”, per Lyon Sprague de Camp.
Libri senza libri, ignorati dai cataloghi di tutte le librerie, nascosti nell’ultima caverna sotto la sala lettura del Brithish Museum, scritti solo per la circolazione privata: “abiblia”, per Max Beerbohm.

Afferma Umberto Eco: “Tutti (almeno tra le persone che frequento e che non usano il telefonino) conoscono la lista dei libri dell’abbazia di San Vittore stesa da Rabelais, con titoli affascinanti come «Ars honeste petandi» o «De modo cacandi»”. Con la stessa sicurezza si potrebbe affermare che tutti quelli che (non solo usano il telefonino ma sono tecnologico-dipendenti) non sono a conoscenza dell’esistenza di una lista dei libri dell’abbazia di San Vittore, ma conoscono il Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alazhared.

The Necronomicon nella versione di George Hay, 1978, copertinaA oggi gli studi specifici sugli pseudobiblia e sulle “biblioteche immaginarie” sono talmente numerosi da costituire un vero e proprio genere letterario accomunabile alla paradossografia (genere che nasce con Callimaco e concerne la raccolta di thaùmatha, cioè fatti naturali straordinari di eccezionali opere dell’uomo).

Una sintesi di due categorizzazioni, che tiene conto di possibili sottocategorie, proposte l’una da Domenico Cammarota e l’altra da Roberto Palazzi, potrebbe essere la seguente:

I. libri esistiti: perduti; dispersi; distrutti; etc…
II. libri esistenti: irreperibili; rarissimi; censurati; cassati dai cataloghi storici delle biblioteche; etc…
III. libri che potrebbero esistere: ricostruzioni apocrife; citazioni; libri annunciati ma mai pubblicati; postumi; work in progress; lavori in nuce; etc…
IV. libri non esistenti: citati in bibliografie, cataloghi; artifici narrativi.

Inoltre, potremmo stilare un’altra categorizzazione in base alla quale lo pseudobiblium può:

I. fornire la base per l’intreccio della narrazione;
II. aggiunge verosimiglianza se supportato da un background plausibile;
III. fungere da leitmotiv in una serie di libri o di opere di un determinato autore o canone narrativo;
IV. essere usato come un espediente letterario per illustrare una storia senza storia;
V. essere essenzialmente un titolo-burla che serve a stabilire il tono umoristico o satirico dell’opera.

Gli pseudobiblia o fictional books – con accezione più moderna ed esterofila –, quando sono usati come titolo-burla o come preteso supporto per una ricerca reale vengono definiti “falsi letterari”.

Una delle caratteristiche dei libri immaginari è che sono così convincentemente reali da divenirlo.
E proprio in quanto immaginari incarnano, o dovremmo dire impaginano, il libro ideale che si tratti di un grimorio maledetto o di un manuale sull’onesto modo di scorreggiare.
D’altra parte, un peto, ha una virtù che l’attuale letteratura “di massa” non possiede: permane di più nel tempo.

Catalogue del conte di Fortsas, 1840, frontespizioFrançois Rabelais crea 139 libri immaginari e li elenca nella famosa e spassosa “Lista della Biblioteca dell’Abbazia di san Vittore” nel Gargantua e Pantagruel.

Il Catalogus Catalogorum Perpetuo Durabilis del 1567, dagli intenti parodici e dal lunghissimo sottotitolo in un tedesco sgrammaticato, fa di meglio.
Dal Seicento in poi, molti cataloghi immaginari vedranno la luce fino a giungere alla beffa bibliofila per eccellenza: il Catalogo dei libri del conte di Fortsas, uno strano libello di dodici pagine recapitato, nel 1840, a tutti i principali bibliografi e bibliofili e alle maggiori librerie del Belgio e della Francia.

Il Catologue d’une très-riche mais peu nombreuse collection de livres provenant de la bibliothèque de feu M.r le Comte J.-N.-A. de Fortsas, dont la vente se fera à Binche, le 10 août 1840, à onze heures du matin en l’étude et par le ministère de M.e Mourlon, Notaire, rue de l’Église n.° 9 è tirato in 60 copie nella cittadina di Mons (la stessa dei famosi Arcieri figli di un’altra, questa volta involontaria beffa, a opera di Arthur Machen) e venduto a cinquanta centesimi, metteva all’asta un’intera biblioteca immaginaria. Tutti gli “unica” contenuti nel Catalogo, numerati da 3 a 215, sono infatti immaginari a eccezione di tre titoli su 52.

L’anonimo curatore del catalogo ci informa che il conte: “[…] non accettava sui suoi ripiani che opere sconosciute a tutti i bibliografi e cataloghisti. […] non appena veniva a conoscenza che un’opera, fino ad allora sconosciuta, era stata segnalata in qualche catalogo.” […] era riportata nel suo inventario manoscritto, in una colonna destinata a ciò, con queste parole: «Si trova menzionato in questa o quell’opera», etc.; poi: «venduto», «donato», o (cosa incredibile se non si sapesse fino a che punto può spingersi la passione dei collezionisti esclusivi) «distrutto»”.

Lo stesso conte di Fortsas non esiste affatto, benché provvisto di una credibile e onorevole nota biografica che riporta: “Jean-Népomucène-Auguste Pichauld, conte di Fortsas, nato il 24 ottobre 1770 nel suo castello di Fortsas, vicino a Binche nell’Hainaut, è deceduto, il 1º settembre 1839, nello stesso luogo della sua nascita e nella stanza dove aveva compiuto 69 anni il giorno prima. Insieme ai suoi libri, aveva visto (o piuttosto non aveva visto) passare trenta anni di rivoluzioni e di guerre senza muoversi un istante dalla sua occupazione preferita, senza uscire in qualche modo dal suo santuario. È per lui che avremmo dovuto creare il motto «Vitam impendere libris»”.

Autore di quella che lui stesso definì “une pure espiéglerie d’écolier” (una birichinata da scolaro) fu un maggiore dell’esercito in pensione, Renier-Hubert-Ghislain Chalon (1802-1889), presidente della “Società dei Bibliofili Belgi” e autore di saggi sulla numismatica.

Pare che solo lo scrittore e libraio di Liegi, l’erudito Pierre-Alphonse (1813-1877), fiutasse la frode mentre tutti i destinatari presero seriamente l’affare. E Chalon fu il primo a stupirsene. Il mondo dell’alta bibliofilia era in subbuglio. Il Presidente del Consiglio de Gerlache, pur affermando che il conte di Fortsas peccava di furfanteria, possedeva egli stesso una buona metà delle opere cosiddette uniche.

La famiglia dei principi di Ligne, toccata dall’annuncio di un’opera licenziosa del principe-scrittore (titolo n. 48 che recita “Le mie campagne nei Paesi Bassi, con l’elenco, giorno per giorno, delle fortezze che ho vinto all’arma bianca. Stampato da me solo, per me solo in un solo esemplare, e per evidenti ragioni [...]”), fece di tutto per assicurarsi il possesso e la messa fuori circuito del racconto “delle scappatelle di questo sporcaccione di nonno”.

A Binche si venne a sapere che alte personalità avevano intenzione di trasferirsi per contendersi tali tesori con rialzi di offerta. Vista la cattiva piega che stava assumendo la faccenda, Chalon deciderà prudentemente di metter fine all’inganno: pubblicò e inviò un avviso ai destinatari del catalogo, segnalando che l’asta non avrebbe avuto luogo poiché la città di Binche aveva deciso di acquistare in blocco tutta la mirifica biblioteca.

Catalogues des livres de la bibliothèque de M. Ed. C., frontespizioAll’inizio del secolo XX, librai e bibliofili burloni, furono molto attivi nella creazione di cataloghi fantastici a stampa…

Edmond Cuénoud, bibliofilo fornito di humour, fa stampare nel 1910 un Catalogues des livres de la bibliothèque de M. Ed. C. illustrato da Carlègle, pseudonimo di Charles Émile (1877-1937). Al titolo si accompagnano indicazioni strettamente necessarie: “Abelardo, scompleto, tagliato” (riferimento al fatto che Pietro Abelardo fu evirato per aver sposato in segreto l’allieva Eloisa), o “F. Cooper, L’ultimo dei Mohicani, pelle rossa”.

In Germania, tra il 1910 e il 1912, il libraio Martin Breslauer dà alle stampe Die unsichtbare Bibliothek (La biblioteca invisibile). L’Inghilterra, nel 1928, vede Henry Gordon Ward curare un pamphlet di sedici pagine in-ottavo intitolato A Seventeenth-Century German Moch Catalogue (Catalogus etlicher sehr alten Bücher welche neulich in Irrland auff einem alten eroberten Schlosse in einer Bibliothec gefunden worden [Catalogo di alcuni libri antichi trovati recentemente in Irlanda nella biblioteca di un vecchio castello conquistato]). La tesi su cui è costruito sostiene che, nel 1650, un anonimo autore tedesco avrebbe trovato quest’elenco di 100 titoli ironici di libri, suddivisi per soggetto, nella biblioteca di un antico castello irlandese. Titoli come il n° 5, Nimrod’s Tractätlein von der Jägerey (Trattatello sulla caccia di Nimrod) e il n° 9 Joh. Fausts Magia Naturalis, Fledermäuse zu machen (La magia naturale di Johann Faust su come fare pipistrelli) uniti al sinistro rinvenimento, restano parodici e burleschi ma fanno registrare un leggero inclinarsi del gusto verso il mistero e l’occulto.

Fino al capostipite del romanzo gotico e a partire da lui, Melmoth the Wanderer di Charles Robert Maturin (1820) che contiene “A Modest Proposal for the Spreading of Christianity in Foreign Parts, di autore sconosciuto, manoscritto ritrovato in un ospizio”, sarà tutto un fiorire di misteri intorno a libri occulti. Da The Mad Trist scritto da sir Launcelot Canning contenuto in “The Fall of the House of Usher” (1839) di Edgar Allan Poe, che narra del cavaliere medievale Ethelred, a M. R. James che nel “Canon Alberic’s Scrapbook” (1895) attribuisce la paternità di un album, frutto della collatio di diversi manoscritti, al Canonico Alberic de Mauleon, mentre in “Casting the Runes” (1911) ci regala ben due pseudobiblia: History of Witchcraft e The Truth of Alchemy di Mr. Karswell, e in “The Treasure of Abbot Thomas” (1904) il plausibilissimo Sertum Stein feldense Norbertinum di autore sconosciuto, e altri.

The King in Yellow, I ed. 1895, copertinaE ancora, da Arthur Machen, che nel celebre “The White People” (1899) racconta di un misterioso Green Book di autore ignoto, a Ambrose Bierce con le Revelations of Hali di E.S. Bayrolles in “An Inhabitant of Carcosa” (1886), che servirà da modello al The King in Yellow di Robert W. Chambers (1895), e con le Marvells of Science di Morryster che appaiono citate anche nell’opera di H.P. Lovecraft.

Nel cerchio di autori che si muovono attorno a Lovecraft vi sono inoltre August Derleth, con i Thaumaturgical Prodigies in the New-English Canaan scritti dal Reverendo Philips Ward contenuti in The Lurker on the Threshold (1945), le gotiche Confessions of the Mad Monk Clithanus scritte dal monaco pazzo Clithanus in “The Passing of Eric Holm” (1939), i famosi Celaeno Fragments attribuiti a Laban Shrewsbury presenti in The Trail of Cthulhu (1962). E altri come Ramsey Campbell con le Revelations of Glaaki in “The Inhabitant of the Lake” (1964), o Brian Lumley con il Cthäat Aquadingen in “The Cyprus Shell” (1968) fra gli autori che, sin dagli anni Trenta, contribuirono agli innumerevoli pseudo-titoli di vena lovecraftiana.

Frank Belknap Long fa scrivere The Secret Watcher da Halpin Chalmers nel racconto “The Hounds of Tindalos” (1931); Robert E. Howard in “Children of the Night” e “The Black Stone” (1931) cita il Nameless Cults di Von Junz, meglio noto come Unaussprechlichen Kulten; Clark Ashton Smith presenta il Book of Eibon, o Livre d’Ivon, in “The Holiness of Azederac” (1933) e The Testament of Carnamagos in “Xeethra” (1934); Robert Bloch introduce Mysteries of the Worm, ovvero il De Vermis Mysteriis di Ludwig Prinn, nel suo “The Shambler from the Stars”(1935), e il Cultes des Goules del Comte d'Erlette in “The Suicide in the Study” (1935); Henry Kuttner fa comparire il Book of Iod in “Bells of Horror” (1939)…

History of the Necronomicon, 1927, il manoscritto originale di LovecraftTutte storie appartenenti al cosiddetto “Ciclo di Chtulhu” ideato in origine da Lovecraft, subcreatore del Necronomicon (letteralmente: “Libro delle leggi che governano i morti”) o Al Azif, autore del quale sarebbe l’arabo folle Abdul Alhazred, vissuto nell’ottavo secolo dopo Cristo. Alhazred avrebbe trascorso dieci anni nel grande deserto dell’Arabia meridionale, il Raba El Khaliyeh, lo “Spazio vuoto” degli antichi arabi, in quello che Matthew Pearl ne L’ombra di Edgar definisce “l’altro mondo... un mondo immaginario fatto di libri e scrittori capaci d’invadere le menti di chi li legge...”.

Fino ai contemporanei. Un volume spurio della Anglo-American Cyclopaedia (New York 1917) è il pretesto che usa Jorge Luis Borges, nel racconto “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius” (1940), per mettere due scrittori argentini sulle tracce dell’unica copia della Cyclopaedia in cui si parla di Uqbar. Meno fantasioso e più scontato, Arturo Pérez-Reverte ha costruito il suo Il Club Dumas (1993) attorno alla ricerca de Le Nove Porte del Regno delle Tenebre, un trattato del 1666 su come evocare il Demonio.

The Grasshopper Lies Heavy (La cavalletta non si alzerà più) di Hawthorne Abendsen è il libro immaginario, e proibito negli U.S.A. controllati dai giapponesi, che innerva La svastica sul Sole (The Man in the High Castle, 1962), romanzo in cui Philip K. Dick immagina che nazisti e giapponesi abbiano vinto la Seconda Guerra Mondiale e si siano spartiti il mondo. Il medievale Viage to the Contree of the Cimmerians, dell’oscuro Gervase di Langford, mina alle radici l’albero genealogico di una famiglia nobiliare inglese e trasforma un businessman in un assatanato bibliofilo nel romanzo Codex (2004) di Lev Grossman. E potremmo continuare per pagine e pagine…

E se è vero quel che afferma Ermanno Olmi, cioè che un libro non serve a nulla se non si incarna in vita vissuta, è altrettanto vero quel che sostiene Umberto Eco: “Questi libri non sono mai esistiti ma sarebbero stati meglio di tanti altri esistenti o esistiti”. Ma soprattutto, reale o immaginaria, la bibliofilia è una malattia dell’anima. Ed è contagiosa.


Bibliografia. Testi di carattere generale sulle biblioteche immaginarie o pseudobiblia:
Albani, Paolo e della Bella, Paolo, “Pseudobiblia o bibliografie immaginarie”, in: Forse Queneau. Enciclopedia delle scienze anomale, Bologna, Zanichelli, 1999, pp. 335-338.
Arnaud, Noël, “Bibliothèques imaginaires”, in: Arnaud, Noël e Caradec, François, Encyclopédie des Farces et Attrapes et des Mystification, Paris, Jean-Jacques Pauvert, 1964, pp. 230-238.
Beerbohm, Max, “Books Within Books”, in: And Even Now (Essays), London, William Heinemann, 1920.
Benrekassa, Georges, “Bibliothèques imaginaires: honnêteté et culture, des lumières à leur postérité”, Romantisme, 44, 1984, pp. 3-18.
Bergier, Jacques, I libri maledetti, Roma, Edizioni Mediterranee, 1972.
Blumenthal, Walter Hart, Imaginary Books and Phantom Libraries, Philadelphia, George S. MacManus Company, 1966.
Braffort, Paul, “Les bibliothèques invisibles”, in: Oulipo, La Bibliothèque Oulipienne, vol. 3, Paris, Seghers, 1990, pp. 241-266.
Breslauer, Martin, An illustrated catalogue of books and manuscripts. The gentle science of books collecting, n° 54: Bibliophily and bibliomanis, The Art of forming a library, Collectors and collection, The bookseller auction sale catalogues 1663-1939, Imaginary libraries, The gentle science of art collecting, Books and criminality: being a rogues’ gallery of book and comprising a unique collection illustrative of forgery in literature, London, Martin Breslauer, 1941.
Brunet, Gustave, Essai sur les bibliothèques imaginaires, Paris, Imprimerie de Ch. Lahure et Cie, 1851.
Brunet, Gustave, Fantaisies Bibliographiques, Paris, Jules Gay, 1864.
Brunet, Gustave, Imprimeurs imaginaires et libraires supposées. Étude bibliographique, Paris, Librairie Tross, 1866.
Carpenter, Edwin H., Some Libraries we have not visited, Pasadena, Ampersand Press, 1947.
Delepierre, Octave, Supercheries littéraires, pastiches, suppositions d’auteur dans les lettres et dans les arts, London, Trübner & Co., 1874.
De Turris, Gianfranco e Fusco, Sebastiano, “I libri che non esistono (e quelli che non dovrebbero esistere)”, in: Jacques Bergier, I libri maledetti, Roma, Edizioni Mediterranee, 1972, pp. 149-206.
De Turris, Gianfranco e Fusco, Sebastiano, “Gli pseudobiblia nella letteratura fantastica”, in: Robert William Chambers, Il re in giallo, Roma, Fanucci, 1975, pp. 7-28.
Dunin-Wasowicz, Pawel, Widmowa biblioteka. Leksykon ksiazek urojonych [Biblioteca inesistente. Dizionario di libri immaginari], Warszawa, Swiat Ksiazki; Lampa i Iskra Boza, 1997.
Fumagalli, Giuseppe, Delle Biblioteche Immaginarie e dei libri che non esistono, Milano, Tip. Lombardi, 1892.
Goulemot, Jean Marie, “En guise de conclusion: les bibliothèques imaginaires (fictions romanesques et utopies)”, in: Histoire des bibliothèques françaises, 2, Claude Jolly, ed., “Les bibliothèques sous l’ancien Régime”, Paris, Promodis - Éditions du Cercle de la librairie, 1989, pp. 500-511.
G.[uadalupi], G. [ianni], “Biblioteche immaginarie”, in: Vittorio Di Giuro, a cura di, Manuale Enciclopedico della Bibliofilia, Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 1997, p. 116.
Jeandillou, Jean-François, Supercheries littéraires. La vie et l’œuvre des auteurs supposés, Paris, Editions Usher, 1989.
Nodier, Charles, Questions de littérature légale. Du plagiat, de la supposition d’auteurs, des supercheries qui ont rapport aux livres (1812), 2e éd. “revue, corrigée et considérablement augmentée”, Paris, Impr. Crapeler, 1828.
Oulipo, “Bibliothèques invisibles, toujours”, in: La Bibliothèque Oulipienne, vol. 5, Bordeaux, Le Castrol Astral, 2000, pp. 219-247.
Pini, Massimo, “Biblioteche immaginarie”, in: Arcana, vol. I, Milano, Sugar, 1969, p. 92.
Puech, Jean-Benoît, Du vivant de l’auteur, Seyssel, Éditions Camp Vallon, 1990.
Roscioni, Gian Carlo, “Fantasmi di libri”, in: L’arbitrio letterario. Uno studio su Raymond Roussel, Torino, Einaudi, 1985, pp. 71-85.
Santoro, Michele, “Il libro che non c’è. Breve indagine sugli pseudobiblia fra leggenda e finzione letteraria”, Bibliotime, 4, 1992, pp. 4-6.
Santoro, Michele, “Gli scaffali dei sogni. Le pseudobiblioteche fra letteratura, utopia e leggenda”, Bibliotime, 4, 1993, pp. 6-9.
Serrai, Alfredo, “Cataloghi fantastici”, in: Storia della bibliografia, vol. IV, Roma, Bulzoni, 1993, pp. 272-280.
Spargo, John Webster, Imaginary Books and Libraries. An Essay in Lighter Vein, Chicago, Caxton Club, 1952.
Sprague De Camp, Lyon, “The Unwritten Classics”, The Saturday Review of Literature, New York, 29 marzo 1947, vol. 30, n. 13, pp. 7-8 e pp. 25-26.
T.[uzzi], H. [ans], ”Cataloghi immaginari”, in: Vittorio Di Giuro, a cura di, Manuale Enciclopedico della Bibliofilia, Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 1997, p. 154.
Versins, Pierre, “Bibliothèques imaginaires”, in: Encyclopédie de l’utopie, des voyage extraordinaires et de la science fiction, Lausanne, l’Age d’homme, 1972, p. 114.


Nota bibliografica:
La riproduzione integrale del catalogo di Fortsas si trova nel Journal de l’amateur de livres (1850, pp. 141-152) a cura di Jannet, nell’Essai sur le bibliothèques imaginaires (1851) di Brunet e più di recente nel libro di Walter Klinefelter The Fortsas bibliohoax (Newark, N.J., The Carteret book club, 1941) e in The Fortsas Hoax (London, Arborfield, 1961) curato da James Moran. Notizie interessanti sono anche nel Dictionnaire des ouvrages anonymes et pseudonymes composées (1822-1827) di Antoine-Alexandre Barbier e nelle Supercheries littéraires dévoilées (1847-1853) di Joseph-Marie Quérard.

Linkografia:
Wikipedia: Fictional book
The Frank W. Tober Collection on Literary Forgery
The Invisible Library Catalog
Wikipedia: Cthulhu Mythos arcane literature

Tatiana Martino

giovedì 11 novembre 2010

The Ghost Story from the Middle Ages to the Twentieth Century

The Ghost Story from the Middle Ages to the Twentieth Century, 2010, copertinaPubblicata in Irlanda dalla Four Courts Press, The Ghost Story from the Middle Ages to the Twentieth Century è una raccolta saggistica sulle “storie spettrali dal medioevo al secolo ventesimo” selezionata per la cura di Helen Conrad O’Briain e Julie Anne Stevens, entrambi docenti rispettivamente al Trinity College e al St. Patrick’s College di Dublino.

Decisamente costosa, come regolarmente avviene, purtroppo, per simili edizioni ristrette all’ambito accademico, l’antologia riunisce diciassette fra saggi e articoli dedicati alle ghost stories, dal trecentesco Robert Mannyng all’influenza di Edgar Allan Poe su Chuck Palahniuk passando per autori e temi sia classici che meno familiari al grande pubblico, fra i quali J. Sheridan Le Fanu, Robert Louis Stevenson, Oscar Wilde, Edith Wharton, Margaret Oliphant, M.R. James, Henry James, Robert Aickman, e Shirley Jackson.

Come riporta in inglese la presentazione editoriale: “discendente diretto delle storie narrate attorno al focolare, il racconto breve non ha mai trascurato il perturbante. Di fatto, lo sviluppo della storia di fantasmi letteraria ha contribuito a rendere la narrativa breve quel che è oggi: un genere che guarda a quel che viene intuito, piuttosto che a ciò che si conosce, compresso e fugace per sua natura stessa. Questi studi sulla ghost story letteraria intendono gettare una luce sui suoi metodi e soggetti, a partire dalle storie di spettri d’estrazione popolare per seguirne, poi, le forme a stampa nella loro espansione dal locale al mondo intero. Saggi che seguono il percorso tracciato dalla manifestazione quasi palpabile del tradizionale fantasma sino ai moderni aspetti del terrore psicologico”.

Informazioni sul volume presso la pagina web dell’editore. A seguito, l’indice dei contenuti:

Introduction – Julie Anne Stevens
Transformations of the ghost story in post-Reformation England – Peter Marshall
Telling tales in Robert Mannyng deBrun’s Handlyng synne – Andrew J. Power
“The gates of hell shall not prevail against it”: Laudian Ecclesia and Victorian culture wars in the ghost stories of M.R. James – Helen Conrad-O’Briain
Robert Aickman, the ghost story and the idea of Englishness – Darryl Jones
Gendering the ghost story? Victorian women and the challenge of the pianto – Jarlath Killeen
“This voice out of the unseen”: love, death and mourning in the writing of Margaret Oliphant – Elizabeth McCarthy
Sheridan Le Fanu and the spectral empire – Nicholas Allen
The true artistry of Oscar Wilde: sources and style in “The Canterville ghost” – Anne Markey
Flashlights and fiction: the development of the modern Irish ghost story – Julie Anne Stevens
Things at once spectral and human: Robert Louis Stevenson’s ghosts – Jenny McDonnell
Pictures of the floating world: Keri Hulme’s post-apocalyptic New Zealand – Melanie Otto
“Taking noiseless turns in the passage”: phantoms and floor plans in Henry James’ The turn of the screw – Dara Downey
“The consecration of his enterprise”: Henry James’ “The real right thing” – Stephen Matterson
Edith Wharton’s wartime ghosts – Ann Patten
Hideous doughnuts and haunted housewives: Gothic undercurrents in Shirley Jackson’s domestic humour – Bernice M. Murphy
A “dramar in reel life”: freaky dolls, M.R. James and modern children’s ghost stories – Jane Suzanne Carroll
Hauntedness: Edgar Allen Poe and Chuck Palahniuk – Philip Coleman


The Ghost Story from the Middle Ages to the Twentieth Century
a cura di Helen Conrad O’Briain e Julie Anne Stevens
Four Courts Press, 2010
copertina rigida, 288 pagine, €55.00
ISBN 9781846822391

Andrea Bonazzi

mercoledì 1 settembre 2010

Da M.R. James a Lord Dunsany: intervista con Giuseppe Lo Biondo della Count Magnus Press

Gli Dèi di Pegàna, 2010, copertinaLa nascita di un’altra piccola realtà editoriale di casa nostra legata al fantastico di stampo classico, la Count Magnus Press, palesa una ripresa di interesse verso un genere che purtroppo, da parecchi anni a questa parte, è stato alquanto bistrattato in Italia, ed è chiaro segno del movimento vitale che si sta sviluppando nel sottobosco dell’editoria amatoriale che vive (anche se di certo non prospera) ai margini di quella ufficiale nazionale. Un evento del genere non poteva passare inosservato dalle parti di Weirdletter, e dopo aver recensito il primo titolo uscito, l’inedito romanzo Le Cinque Ampolle di M.R. James, abbiamo contattato Giuseppe Lo Biondo, il deus ex machina dietro il marchio di Count Magnus Press, il quale ha accettato di rispondere a qualche nostra domanda. Ne è scaturita questa piccola intervista, che vi proponiamo.

Pietro Guarriello: In un panorama asfittico com’è quello italiano relativo al fantastico, la pubblicazione di un inedito di M.R. James può considerarsi un piccolo evento. Come hai deciso di tradurlo?

Giuseppe Lo Biondo: La mia risposta è un po’ nella domanda. Come tanti (... bé, forse pochi-ma-buoni) comincio a sentire la mancanza, sul mercato italiano, di alcuni libri che forse non meritano di essere dimenticati. The Five Jars sicuramente non raggiunge le vette della letteratura fantastica (nonostante una contemporanea di James lo paragonasse ad Alice in Wonderland) ma M.R. James, come autore, non merita certamente di avere una bibliografia in italiano incompleta (almeno per le opere di narrativa). Certamente questa semplice constatazione non è molto, e non è abbastanza per giustificare i motivi che mi hanno portato a curare io stesso un’edizione italiana di un simile libro. Di sicuro non sono un professionista, e la spinta principale è venuta dalla mia passione per la letteratura fantastica, ma il momento in cui questa idea si è concretizzata è stato quello in cui ho iniziato (per la verità di recente) a curiosare nel mondo dei cultori del fantastico in Italia. Prima la rivista Hypnos e alcuni editori specializzati, poi la Dagon Press, della quale ho avuto modo di apprezzare l’ottima edizione dei racconti di Carl Jacobi raccolti in Rivelazioni in Nero.
Queste realtà, in definitiva, mi hanno dato la spinta e la convinzione che la passione possa sopperire laddove altri interessi (banalmente economici) dirottano le scelte dei maggiori editori.
Per la parte “tecnica”, posso dire che la traduzione è stata fatta sulla base del testo dell’edizione del 1922, che ho cercato di riprodurre anche per l’impaginazione e la grafica. Il tono del racconto a volte è poco confidenziale, ma mi è sembrato di leggere una certa compostezza di sentimenti anche sull’originale, e ho cercato di restare aderente a questo tono.

P.G.: È stato immediato pensare all’autoproduzione, o prima hai provato a bussare alla porta di qualche editore professionale?

G.L.B.: Sì, come ho detto, il progetto è nato da una mia passione; è stata quindi una scelta, dovuta semplicemente al fatto che mi è venuto d’istinto provare a fare il curatore e l’editore. Certamente, poter contare su di un editore professionale sarebbe stato d’aiuto, così come avere una consulenza linguistica, dato che l’inglese di quasi un secolo fa ha le sue peculiarità; ma in fondo è stato anche più divertente così.

P.G.: La scelta di Lulu.com quale editore PoD è stata casuale, o da te voluta? Qual è la tua esperienza con la realtà del print-on-demand?

G.L.B.: Sinceramente non ho molta esperienza in fatto di print-on-demand. La mia scelta è stata indirizzata su Lulu.com da varie discussioni sul web e da una comparazione minima delle caratteristiche dei vari PoD. Alla fine sono stato indirizzato su Lulu.com per le indicazioni sulla qualità (carta, rilegatura, inchiostri) e devo dire che i libri sono di buona fattura, anche superiore a certi prodotti della distribuzione ordinaria. Unico inghippo, le spese di spedizione: effettivamente, essendo i libri stampati all’estero, sono un po’ care se si vuole una consegna rapida, altrimenti si aspetta. Inoltre, devo constatare che è opinione diffusa il fatto che pubblicare su PoD implichi un prodotto di scarsa qualità. Non nego che la frenesia del cosiddetto “Web 2.0” stia diffondendo una sempre più snervante mediocrità (che del resto è quella del mondo “reale”), a causa della quale è difficile trovare quello che di buono prende corpo attraverso Internet. Spero di non contribuire troppo al caos.

Lord Dunsany, fotoP.G.: Ora è appena uscito, sempre per i tipi di Lulu.com, un altro libro da te curato e tradotto, Gli Dèi di Pegàna di Lord Dunsany, un altro grande classico sempre assente in Italia (a parte qualche estratto) e da lungo tempo atteso. Noi di Weirdletter lo recensiremo prossimamente. Intanto, ci puoi dire quali sono le caratteristiche di questo scrittore, e di questo libro in particolare, che ti hanno spinto a decidere di curarne un’edizione?

G.L.B.: Lord Dunsany fa parte di quel genere di scrittori che pochi conoscono, ma che tanto hanno dato alla letteratura fantastica. In tanti si sono ispiratati a quello che ha scritto, ma spesso non gli viene dato il giusto peso, se non nei contesti specialistici. Basti dire che da lui sono stati ispirati H.P. Lovecraft, J.R.R. Tolkien, C. A. Smith. The Gods of Pegāna è veramente un libro fondamentale e il fatto che sia stato per tanto tempo ignorato dagli editori italiani è cosa triste. Sicuramente la prosa di Dunsany, in questo libro (volutamente) arcaica e quasi biblica, può risultare d’intoppo al “commercio”. Pegāna è una sorta di cosmogonia letteraria, un “genere” che prima non esisteva, se non con intenti principalmente filosofici, e che il Lord irlandese ha concepito in un ambito artistico-letterario. Rimando all’anteprima del libro su Lulu.com per una Nota al testo nella quale, con molta modestia, cerco di contestualizzare un minimo il libro, fornendo qualche indicazione.

P.G.: Hai messo a disposizione queste tue traduzioni in una vetrina Internet, però soltanto in versione cartacea. Se ne desume che tu sia un appassionato della carta stampata; qual è il tuo pensiero riguardo ai libri in versione elettronica? Pensi che gli eBook soppianteranno un giorno il libro tradizionale?

G.L.B.: Credo che il mezzo e i modi facciano parte dell’esperienza della lettura, quantomeno della mia. Nella mia esperienza di (meta)lettore c’è sempre l’istinto del bibliofilo: c’è la ricerca di qualcosa di “curioso”, c’è il libro come oggetto, la ricerca di una vecchia edizione, sapere che in fondo è per pochi cultori, scoprire delle note a margine, degli ex-libris originali... Certo questo lega bene con il tipo di narrativa che prediligo. Eppure devo dire che non disdegno i formati elettronici, principalmente per usi di ricerca e studio, meno per diletto. Non voglio però sminuire l’esperienza del libro digitale che ha comunque vari vantaggi, primo tra tutti il realizzarsi, attraverso la rete, di una vertiginosa iperconnettività dei testi, di qualcosa che sempre più tende a una inconcepibile e proteiforme “Biblioteca di Babele”. Comunque, Le Cinque Ampolle non è su Lulu.com solo per motivi tecnici (non mi convince molto il modello DRM di Adobe e costa troppo, sto cercando di capire quali alternative ci sono). Il libro intanto è disponibile in semplice formato PDF su payloadz.com. Suppongo, comunque, che i lettori di M. R. James lo vogliano avere da riporre su uno scaffale; personalmente continuo a pensare che un Ebook tolga un po’ di piacere alla lettura, ma questa è solo una mia idea.

P.G.: Cosa ne pensi dello stato della letteratura fantastica in Italia e, in generale, chi sono i tuoi autori preferiti?

Giuseppe Lo Biondo, fotoG.L.B.: Penso di non allontanarmi troppo dal vero, affermando che la letteratura fantastica in Italia abbia sempre trovato molti ostacoli ad acquisire, presso critici e letterati, la dignità e la portata che ha avuto in altri paesi. Mi pare, tuttavia, pur non avendo abbastanza prospettiva per un’analisi precisa, che oggi le cose stiano cambiando in meglio. Il fatto che libri di scrittori come Buzzati e Calvino siano ormai ampiamente accessibili al consumo di massa, è probabilmente sintomatico della presa coscienza di una tradizione italiana del fantastico. Accanto a questi maestri, nuovi autori si affermano e autori meno recenti vengono riscoperti, ed è sempre meno sentita (anche se probabilmente è ancora forte) la necessità di rifarsi a modelli esteri. Con questo non voglio dire che sia auspicabile o necessario avere un “genere” fantastico strettamente italiano: il fantastico ha da sempre valicato con facilità i confini nazionali, essendo per natura incentrato sulle paure e sui desideri dell’uomo. Voglio però constatare che in Italia abbiamo ormai iniziato, da qualche tempo, non solo a produrre con cognizione (e non come un incidente di percorso) letteratura fantastica, ma anche a smetterla di associare automaticamente e con supponenza il fantastico a tanta letteratura “popolare”, che pure nei canoni del fantastico ha trovato ampia diffusione.
Ultimamente editrici come la Gargoyle Books e tanti piccoli editori stanno includendo nelle loro collane dei classici inediti in Italia. Noto, inoltre, una nuova sensibilità nelle proposte editoriali che riguardano il fantastico, vicina a quella degli anni 60-70. Le edizioni sono sempre più curate e importanti e, dopo lo sdoganamento del “fantastico alle masse” degli anni 90 (forse necessario?), il genere riacquista importanza.
Personalmente, penso di essere anch’io una vittima della sofferta eredità fantastica italiana e un mio limite è quello di non interessarmi più di tanto ai nuovi autori (chiedo venia). Gli autori che prediligo sono M.R. James, H.P. Lovecraft, A. Machen, A. Blackwood, Jean Ray, Buzzati, Calvino... Ma la lista si allungherebbe troppo e sospetto che non sia molto interessate.

P.G.: Per finire, dopo M.R. James e Lord Dunsany, hai intenzione di portare in Italia altri classici della letteratura weird e fantastica? Ci puoi dare magari qualche anticipazione?

G.L.B.: Mi piacerebbe vedere in Italia i grandi classici del fantastico anglosassone che ruotano idealmente intorno a M.R. James (la scelta del nome della casa editrice non è stata certo casuale). Su alcuni libri, la coltre di polvere e ragnatele è molto più spessa e difficile da sollevare che nel caso di James e Dunsany. Diciamo che, da non professionista, il mio limite è quello delle opere i cui diritti d’autore sono estinti, ma non manca certo materiale. Al momento sto lavorando a uno di quei libri di ghost stories che circolavano al tempo di M.R. James. Non dico altro per scaramanzia (…non che ci creda, ma perché rischiare?) e perché temo che il progetto sia un po’ troppo ambizioso. Vedremo.

P.G.: È tutto. Grazie per la tua disponibilità!

G.L.B.: Grazie a te per l’opportunità e un saluto a tutti!

Informazioni presso la pagina web di Count Magnus Press.
Distribuzione: Count Magnus Press Store su Lulu.com.

Pietro Guarriello

lunedì 12 luglio 2010

M.R. James Redux: Le cinque ampolle

Montague Rhodes James fotoVenerato oggi come il maestro indiscusso della ghost story moderna, Montague Rhodes James (1862-1936) ci ha lasciato un piccolo numero di capolavori, opere basilari nel campo della narrativa breve del soprannaturale e tutti, a più riprese, tradotti anche in italiano. A partire dal 1960, anno cruciale in cui uscirono antologie memorabili come Un Secolo di Terrore (a cura di Bruno Tasso), I Vampiri tra noi (a cura di Ornella Volta e Valerio Riva) e, un gradino sopra tutte, Storie di Fantasmi (a cura di Carlo Fruttero e Franco Lucentini). A queste sono seguite poi diverse raccolte antologiche dello scrittore, ognuna a suo modo eccellente: da Cuori Strappati, del 1967 (nella storica collana “Il Pesanervi” di Bompiani, che vantava una prefazione scritta nientemenoché da Dino Buzzati, che fu grande estimatore di James) fino all’edizione principe di Theoria, Tutti i Racconti (1989 e 1993) a cura del grande e compianto Malcolm Skey. Quest’ultima ripubblicata di recente, in due tomi (e in maniera un po’ “piratesca”) da Costa & Nolan.

Quando si credeva che non ci sarebbero state più novità da parte di questo scrittore, ecco, invece, che spunta un inedito che ci coglie di sorpresa. E che inedito! Si tratta infatti dell’unico romanzo scritto da M. R. James, che non rientra propriamente nei territori dell’horror,ma è una fantasia surreale concepita apparentemente per un pubblico di ragazzi. Il libro, Le cinque ampolle (traduzione dell’originale The Five Jars) è appena uscito in sordina per i tipi di Lulu.com e viene così presentato da Giuseppe Lo Biondo, benemerito curatore e traduttore di questa piccola ma affascinante edizione:

“Entrato in possesso, in modo piuttosto insolito, di uno scrigno contenente cinque ampolle, M. (o N) si trova presto ad esplorare una dimensione soprannaturale e viene coinvolto in strani avvenimenti che culminano in una singolare battaglia tra esseri fatati. Scritto nel 1922 per la giovane Jane MacBryde, “The Five Jars” è una fantasia di stampo britannico che si colloca nel filone inglese della narrativa giovanile per ragazzi di quel tempo, vicino ad opere come “Alice in Wonderland” o a quelle di George MacDonald o Rudyard Kipling”.

M.R. James, Le cinque ampolle, 2010 copertinaIl delizioso volumetto, ben stampato e ben curato (cosa rara nel campo delle autoproduzioni), impreziosito inoltre da una bella copertina del pittore Arthur Rackam, si basa sulla prima edizione originale del romanzo pubblicata a Londra dall’editore Edward Arnold, dalla quale si riprendono anche le suggestive illustrazioni di Gilbert James (nessuna parentela con Montague Rhodes). Un vero gioiellino, quindi, che raccomandiamo a tutti gli estimatori del Prevost di Eton.

Da parte nostra, aggiungiamo altre necessarie informazioni su questa novella rimasta finora nell’oscurità, le cui edizioni a stampa sono oggi piuttosto rare da trovare. Anche uno dei maggiori biografi e studiosi di James la liquida frettolosamente, dedicandole solo poche brevi righe e descrivendola – con poco acume, diremmo noi – come “appartenente al genere peculiare della fantasy (...) con qualche sorta di interesse e idea che la accomuna ai libri di Narnia di C. S. Lewis, senza però averne i sottesi significati teologici”. (Cfr. Richard William Pfaff, Montague Rhodes James, The Scholar Press, Londra, 1980, p. 417).

Non c’è dubbio che un’opera così particolare come The Five Jars si ponga al di fuori dei binari canonici di James, ricordato principalmente per le sue storie di fantasmi; ma è ingiusto non darle il giusto peso all’interno del corpus narrativo dello scrittore. Benchè si tratti di una “fantasia surreale” (la definizione è di Rosemary Pardoe, curatrice dell’edizione limitata della Tartarus Press uscita nel 1995, in sole 300 copie) composta e pensata per un pubblico più giovane, il libro offre anche i suoi momenti di raggelanti brividi non lesinando scene orrorifiche e spaventose, tanto che al tempo, poco dopo la sua uscita, fu bandito dalle letture per ragazzi. Lo stesso H.P. Lovecraft ha scritto che il romanzo di James possiede le sue “ombre spettrali”. E detto da Lui...

Resta il fatto che, al di fuori del proprio contesto anglosassone, The Five Jars è probabilmente l’opera narrativa meno nota di James, adombrata negli anni dal successo delle sue ben più note ghost stories e dalla scarsità delle edizioni. Ricercando nella biografia dello scrittore, scopriamo che questo romanzo era stato scritto per una giovane ragazza, Jane McBryde, di cui M.R. James era diventato tutore legale nel 1904, dopo che a questa morì il padre, James McBryde (intimo amico di Montague Rhodes e illustratore della prima edizione delle Ghost Story of an Antiquary). Gli avvenimenti, infatti, sono narrati nella forma di una lettera rivolta alla stessa McBryde, come scritta da un personaggio chiamato “M.” che altri non è se non M.R. James stesso.

James McBryde “Oh, Whistle and I’ll Come to You, My Lad”Illustrazione di James McBryde per “Oh, Whistle and I’ll Come to You, My Lad”

La trama, in dettaglio, è questa: mentre è intento in uno dei suoi vagabondaggi nella campagna inglese, il narratore, M. (che come abbiamo detto è lo stesso James) viene guidato nei pressi di un “ruscello mormorante” che gli rivela le istruzioni per rintracciare un misterioso contenitore, perduto dal tempo dei Romani e al cui interno sono riposte cinque magiche ampolle, che vengono alla luce dopo che la scatola, ben sigillata, si apre all’improvviso allorchè viene investita dai raggi lunari. Sulle piccole ampolle di vetro sono incise delle parole in latino, ognuna delle quali sta a indicare la vista, l’udito, la parola, la mente e il cuore. Il narratore, incerto su come usarle, le lascia sullo scrittoio e va a coricarsi. Quella notte fa uno strano sogno, che però gli permette di capire come usare le ampolle stesse. Avvicina quindi il contenuto della prima ampolla alle sue orecchie e, magicamente, riesce a comprendere il linguaggio degli animali. I miracolosi recipienti aprono infatti i cancelli di un mondo mistico, rendendo consapevoli di uno strano territorio nascosto agli occhi degli uomini.

Le notti successive M. apre le altre ampolle (non ne può aprire più d’una per volta) e le sue magiche capacità aumentano di conseguenza. La seconda ampolla gli consente di vedere il Piccolo Popolo, e con questo fa presto amicizia. Le creature fatate lo avvisano però di un pericolo, mettendolo in guardia circa “Gli Altri”, esseri misteriosi che da tempo danno la caccia alle ampolle per usarle per i loro malvagi scopi. Gli Others sono capaci di assumere un aspetto normale e apparentemente amichevole, e cercano di blandirlo.

La terza ampolla dà al narratore il potere di parlare con gli animali, gli spiriti e le creature del mondo elementale. La quarta lo rende in grado di scorgere eventi accaduti nel passato, mentre la quinta e ultima ampolla gli dona la facoltà di ridurre la sua taglia a piacimento, così da poter visitare i suoi piccoli amici nelle loro dimore.

Ma, notte dopo notte, gli attacchi degli “Altri” si fanno più forti e insistenti, finchè si arriva alla resa dei conti quando frotte di pipistrelli e altre strane creature assediano la casa di M. Questi, però, è ora pronto ad affrontarle e, usando strani orpelli e ferri di cavallo, riesce ad abbattere la magia dei suoi nemici, sbaragliandoli. Viene quindi accolto dal Piccolo Popolo come “il Signore delle Cinque Ampolle”.

The Five Jars, 1922 - frontespizioLa rappresentazione dell’attacco dei pipistrelli nella prima edizione del romanzo

James suggerisce, tra le righe, anche un’alternativa razionale: cioè che la storia non sia stata altro che un’esperienza occorsa in sogno, forse dopo aver ingerito delle bacche allucinogene...

Si chiude così, in modo un po’ astuto e un po’ beffardo, questa curiosa novella che, comunque, vale la pena leggere anche per altri motivi oltre quelli dati dal piacere intrinseco della lettura, gradevole per la sua atmosfera fiabesca e insolita per i suoi tocchi orrorifici. Ci sono infatti i tipici riferimenti eruditi di cui andava famoso James, e la descrizione che dà delle creature del Piccolo Popolo si distacca nettamente da quella più convenzionale di altre opere (il White People di Machen, per esempio). Leggere per credere!

Come abbiamo detto, non mancano nella narrazione anche momenti più marcatamente paurosi, come la descrizione dei pilastri di nebbia, o l’entrata in scena dei “palla-pipistrello” (Bat Ball, in originale), e il curatore stesso, nella sua “Nota” posta a chiusura del libro, scrive che “(...) le regole compositive della ghost story stabilite da James, che furono consolidate nei suoi racconti soprannaturali e descritte nelle introduzioni delle sue antologie e nell’ormai celebre articolo Ghosts – Treat Them Gently, trovano applicazione anche in questo romanzo breve.” (cit. pp. 159-160).

M.R. James, The Five Jars, 1922 copertinaNella curiosa trama non mancano neppure abbondanti riferimenti al folklore Celtico, di cui James era vero esperto: dalla fonte magica e dalle bacche miracolose, alla strega che ricorda la perfida dea Morrigan delle leggende norrene, fino al Piccolo Popolo (o “popolo delle colline”) che secondo l’esperta Margaret Murray s’identifica con i Tùatha Dé Danann, divinità ridimensionate e relegate a un mondo invisibile dal sopravvento della cristianità.

Resta da dire che anche un romanzo atipico come Le Cinque Ampolle non è, a ben vedere, così distaccato dal resto dell’opera di M.R. James. Questo infatti si ricollega in modo abbastanza evidente ad uno dei suoi “racconti di fantasmi”, quell’“After Dark in the Playing Fields” che, in una ben tristemente nota traduzione italiana (in Fantasmi e altri Orrori, a cura di Gianni Pilo, Newton & Compton, 1995) è stato barbaramente reso come “Di notte nel parco dei divertimenti”... Anche se nel racconto non c’è nessun luna park! (Si tratta invece di campi da gioco – per la precisione di campi da cricket – e giustamente nell’edizione superiore di Theoria s’intitola “Dopo il calar del sole nei campi da gioco”). Questo racconto, infatti, è condotto più su toni fiabeschi e si situa nello stesso mondo di The Five Jars, con gufi parlanti e anche coi minuscoli abitanti del Piccolo Popolo. Però, è molto più sinistro del romanzo. Per una dettagliata comparazione tra le due opere, si veda Rosemary Pardoe, “Some Thoughts on The Five Jars and ‘After Dark in the Playing Fields’” (in Ghosts & Scholars n. 12, 1990, pp. 26-27).

Ciò che distingue Montague Rhodes James dagli altri ghost writers della sua generazione, è l’ambientazione dei suoi racconti che crea uno scenario realistico e, potremmo dire, quasi “familiare” in cui prendono corpo in tutta la loro “materialità” le spaventose manifestazioni del perturbante. The Five Jars si caratterizza per essere lontano da questo sfondo di rigoroso realismo, più sulla scìa delle fantasie per ragazzi scritte da Algernon Blackwood (Jimbo, o la saga di Zio Paul), e per questo resta opera unica e singolare nella sua produzione.

Un’anteprima con le prime pagine del libro è disponibile via lulu.com.

Le cinque ampolle
Montague Rhodes James
a cura di Giuseppe Lo Biondo
Count Magnus Press, 2010
brossura, 164 pagine, €14.00



Pietro Guarriello