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sabato 31 dicembre 2011

Distinti saluti, Jack lo Squartatore

Distinti saluti, Jack lo Squartatore, 2011, copertinaQuando su una certa copertina uno sguardo distratto intravede associati i nomi di Robert, di Joe e di Jack, esso non può che soffermarsi avidamente. Una volta focalizzata l’attenzione su chi veramente essi siano l’acquisto diventa quasi obbligato.

Robert Bloch, l’indimenticato autore di Psycho e di innumerevoli racconti weird. Joe Lansdale, lo straordinario scrittore della serie di Hap & Leonard, de La notte del drive in e di tanti altri romanzi noir e horror che ormai hanno fatto epoca. E ovviamente il personaggio del caso, Jack... Jack lo Squartatore. Essi nello specifico si vanno ora ad associare in un opera del tutto particolare, una graphic novel preannunciantesi di auspicabile interesse che sarà oggetto della nostra breve recensione.

Ma ricostruiamo il filo della storia e cronistoria del racconto per gli ignari. Risale al 1943, infatti, la pubblicazione sulle pagine della leggendaria rivista Weird Tales del famoso racconto “Yours truly, Jack the Ripper”, nel quale lo scrittore riprende l’altrettanto leggendaria figura del primo serial killer documentato come tale dalla Storia, proseguendone le gesta in America e in un’epoca a lui contemporanea. La novella trasportava di peso il personaggio della cronaca nei territori del Soprannaturale ed ebbe notevolissimo successo, tanto da divenire una di quelle più note dello scrittore e ispiratrice di numerose versioni successive del personaggio.

Facciamo un balzo avanti di alcuni decenni e proprio il suddetto Joe Lansdale in collaborazione con il fratello John Lansdale – scrittore un po’ meno noto, ma comunque versato nel genere e suo compagno di diverse avventure fumettistiche – si dedica nel 2010 all’adattamento del testo per la letteratura disegnata. In esso i due - pur nella fedeltà al racconto di riferimento - introducono alcune variazioni e alcuni ulteriori ammodernamenti fra i quali spicca l’introduzione del personaggio di Jenny Davis, la quale - per citare le parole della postfazione al volume scritta per mano di Davide Morando - è una “reporter d’assalto, emancipata e piuttosto sboccata, decisa a prendere il controllo della situazione. Un character «lansdaleiano» puro, che ruba la scena ai due protagonisti originali dell’opera, Sir Guy Hollis e John Carmody, attualizzando il ritmo del racconto e rendendolo accessibile anche alle nuove generazioni, senza per questo tradire lo spirito dell’opera originale di Bloch”. E non è un caso perciò che - senza anticipare nulla - proprio in Jenny Davis si accentreranno i principali motivi di distinzione rispetto al modello, soprattutto per quello che riguarda la conclusione della vicenda.

Uscito per la IDW e pubblicato in Italia dalla GP Publishing nella collana Just Novels, il fumetto si avvale alla parte grafica dell’interpretazione del disegnatore Kevin Colden. Meno noto in Italia di suoi altri colleghi, Colden vanta comunque una carriera non priva di riconoscimenti, fra i quali spicca soprattutto la nomination agli Eisner Awards, gli Oscar americani del fumetto, e la vittoria dello Xeric Grant nel 2007 per la serie Fishtown. Nel presente adattamento Distinti saluti, Jack lo squartatore, il disegnatore opta per un segno secco, vibrante, caratterizzato dall’uso di un deciso bianco e nero espressionistico nella definizione di linee e volumi o - per essere più precisi - piuttosto da una tricromia di bianco, nero e grigio, nella quale abbondantissimo è l’uso di larghi retini per dare un effetto retrò all’opera e ove soprattutto estese pennellate di rosso incidono frequentemente il loro segno sulle pagine nei momenti essenziali del racconto (o in rapporto a dettagli cruciali dello stesso).

Distinti saluti, Jack lo Squartatore, tavolaNe consegue un disegno estremamente efficace che, seppure non privo di qualche rozzezza e incertezza anatomica - che purtroppo non pare a chi scrive una scelta stilistica del tutto voluta - riesce sostanzialmente a colpire nel centro del bersaglio, emozionando soprattutto grazie al suddetto espediente dei punti di colorazione rosso sangue. Un espediente se vogliamo non del tutto originale e abbastanza scontato in un fumetto horror, ma che complessivamente funziona molto bene.

Spiace dire che in questo caso pare, invece, complessivamente meno funzionante la componente scrittoria, ove gli elementi esoterici, l’aspetto investigativo, le necessarie parti di raccordo degli episodi, il coinvolgimento dei personaggi risultano scarsamente chiari e/o malamente amalgamati, soprattutto aggiungendovi il fatto che l’intento di base doveva essere proprio in larga parte quello di rendere più attuale e coinvolgente la storia. Per usare le parole dello stesso Bloch, infatti, la riflessione e lo spunto originale della narrazione intendeva indagare i motivi costitutivi connessi con l’esistenza del mito di Jack lo Squartatore, facendogli traguardare il “semplice” dato cronachistico dell’assassino storico e individuandone invece un’aura di fondo più maligna e arcana.

“Lo Squartatore rimane come simbolo di tutte le nostre paure: la paura di uno sconosciuto in una strada buia, la paura del prossimo, il cui aspetto esteriore può nascondere la bestia dentro, o anche la paura di un amico che pensiamo di conoscere; un amico che può diventare un demonio, una volta che la sua maschera si stacca e viene fuori il coltello”. (R. Bloch).

Ma, per quanto la scenggiatura della versione fumettistica sia anche brillante e tagliente e cerchi di articolare la trama originaria con lo scopo di soddisfare tale assunto, purtroppo spesso l’eccessiva brevità dello sviluppo della vicenda, le scarse spiegazioni nei momenti di raccordo, il ritmo non sempre straordinario non riescono del tutto a raggiungere il fine che era stato prefissato. La narrazione si mantiene pertanto piuttosto fredda e con esiti ben diversi rispetto a quello che avrebbe potuto essere. Probabilmente - se una spiegazione si deve dare ai difetti di un racconto comunque reso in maniera più che sufficiente e con qualche sprazzo di notevole valore - troppe mani e troppe menti si sono applicate all’oggetto senza che esse siano riuscite a ottenere la giusta quadratura. O, in altre parole, uno scrittore-mito di riferimento, due soggettisti/sceneggiatori, un disegnatore non sempre possono riuscire a trovare la giusta forma di collaborazione nella coesione e sintesi di un esito complessivo e globale delle rispettive intuizioni.

In conclusione, se siete dei fan di Bloch, se siete dei lansdaleiani duri e puri che non si fanno scappare nulla di questo scrittore, dei fanatici della letteratura del Soprannaturale o dei fumettofili sempre alla ricerca di disegni quantomeno interessanti, vale la pena senza dubbio che cerchiate questa graphic novel, poichè essa sarà comunque in grado di fornirvi degli spunti di appagamento. In caso contrario, forse può essere una lettura non indispensabile da procurarsi in prestito, da prendere presso le biblioteche del fumetto, da leggere collettivamente con amici vari, o da acquistare presso le bancarelle dell’usato. Attendete qualche tempo e poi cercatela. È vero che dieci Euro sono pochi e che si tratta di una cifra tutto sommato spendibile, ma per lettori occasionali o non ferratissimi di weird meglio comunque economizzare, investire in qualcos’altro e soprattutto - forse - evitare qualche piccola delusione.

Distinti saluti, Jack lo Squartatore
Dal racconto cult di Robert Bloch
Joe R. Lansdale, John L. Lansdale, Kevin Colden
GP Publishing, 2011
brossurato, 80 pagine, €10.00
ISBN 9788864685403

Umberto Sisia

giovedì 1 settembre 2011

The Weird, un secolo di storie oscure e fantastiche nel compendio di Ann e Jeff VanderMeer

The Weird, 2011, copertinaNulla di meno facilmente definibile del concetto di weird, specie dovendo renderne tutte le gradazioni e i labili confini nei termini dell’italiano, senza un corrispettivo per certe parole squisitamente anglosassoni nell’illustrare le – per loro – innumerevoli sfumature del sinistro, dello “strano”, dell’inquietante al di sopra e al di là del naturale.

Ann e Jeff VanderMeer avevano tentato di definire in qualche modo il “nuovo weird”, sorto negli anni 90 tra fantasy urbana e nero realismo fantastico, con la pubblicazione nel 2008 dell’antologia The New Weird, influente anche se non risolutiva nell’inquadrare un genere così sfuggente per natura. Oggi, partendo da molto più lontano, la premiata coppia di editors torna stavolta a ripercorrere oltre un secolo di fantasie e di fantastici orrori con un vero e proprio monumentale compendio, The Weird: A Compendium of Dark & Strange Stories, in uscita nel Regno Unito a ottobre per la Atlantic Books, marchio dell’editrice inglese Corvus.

“Un compendio non ha la completezza di un’enciclopedia, né la vastità di un thesaurus,” scrive Ann VanderMeer nel presentare l’opera sulle pagine online di weirdtalesmagazine.com. “Anche se la spina dorsale del libro riflette l’immensa influenza sia di Kafka che di Lovecraft, da quel basilare centro focale ci siamo avventurati a proporre diverse tradizioni narrative weird ed «estranee» forse aperte a discussione. L’antologia vuol essere sia un interrogativo sulla weird fiction che un dialogo con essa. Ci auguriamo che i lettori siano deliziati dai classici qui inclusi e dalle inattese scoperte trovate in queste pagine”.

Tra le più voluminose selezioni antologiche tematiche di sempre, The Weird arriva con tutto il peso letterale e metaforico di un “mattone di carta” da 1152 pagine, coprendo un arco temporale che va dai primi del Novecento ai giorni nostri e, cosa non troppo usuale in quest’area letteraria, una varietà di lingue e nazionalità in traduzione da tutti continenti.

Fra titoli celebri, classici “minori” e novità recenti, l’elenco delle storie e degli autori è tanto vasto da renderne impossibile un sunto rappresentativo in poche righe: meglio piuttosto rimandare al chilometrico indice dei contenuti, riportato integralmente a seguito, in una quantità di voci, di temi e di periodi oltre che d’estrazioni culturali e di tendenze da un estremo all’altro del pur vasto spettro del fantastico weird; dentro, fuori e ai margini del genere. Il tutto mettendo assieme opposte visioni contemporanee come quelle di Thomas Ligotti e Stephen King; veterani dei pulp magazines come Abraham Merritt, C.A. Smith e lo stesso H.P. Lovecraft accanto ad artisti-letterati quali Alfred Kubin, Bruno Schulz, Mervyn Peake o Leonora Carrington; oscuri – ancor oggi – mitteleuropei come Stefan Grabiński e grandi latinoamericani come J.L. Borges e Julio Cortázar

Curiosità: l’Italia è rappresentata nel volume con “Il colombre” di Dino Buzzati e il ben più raro e misconosciuto “L’uomo vegetale” del poeta e scrittore fiorentino Luigi Ugolini (1891-1980), un racconto apparso sul Giornale Illustrato dei Viaggi nel 1917.

Con l’introduzione a firma dei due curatori, il libro si apre sulla prefazione scritta da Michael Moorcock per concludersi con una postfazione di China Miéville. In attesa che i Vandermeer lancino da ottobre il sito dedicato www.weirdfictionreview.com, informazioni sul volume sono reperibili presso la pagina ufficiale web dell’editore. E adesso, mettetevi comodi per scorrere il sommario…

Alfred Kubin – The Other Side (excerpt), 1908 (translation, Austria)
F. Marion Crawford – The Screaming Skull, 1908
Algernon Blackwood – The Willows, 1907
Saki – Sredni Vashtar, 1910
M.R. James – Casting the Runes, 1911
Lord Dunsany – How Nuth Would Have Practiced his Art, 1912
Gustav Meyrink – The Man in the Bottle, 1912 (translation, Austria)
Georg Heym – The Dissection, 1913 (new translation by Gio Clairval, Germany)
Hanns Heinz Ewers – The Spider, 1915 (translation, Germany)
Rabindranath Tagore – The Hungry Stones, 1916 (India)
Luigi Ugolini – The Vegetable Man, 1917 (new translation by Anna and Brendan Connell, Italy)
Abraham Merritt – The People of the Pit, 1918
Ryunosuke Akutagawa – The Hell Screen, 1918 (new translation, Japan)
Francis Stevens (Gertrude Barrows Bennett) – Unseen—Unfeared, 1919
Franz Kafka – In the Penal Colony, 1919 (translation, German/Czech)
Stefan Grabiński – The White Weyrak, 1921 (translation, Poland)
H.F. Arnold – The Night Wire, 1926
H.P. Lovecraft – The Dunwich Horror, 1929
Margaret Irwin – The Book, 1930
Jean Ray – The Mainz Psalter, 1930 (translation, Belgium)
Jean Ray – The Shadowy Street, 1931 (translation, Belgium)
Clark Ashton Smith – Genius Loci, 1933
Hagiwara Sakutarō – The Town of Cats, 1935 (translation, Japan)
Hugh Walpole – Tarn, 1936
Bruno Schulz – At the Sign of the Hourglass, 1937 (translation, Poland)
Robert Barbour Johnson – Far Below, 1939
Fritz Leiber – Smoke Ghost, 1941
Leonora Carrington – White Rabbits, 1941
Donald Wollheim – Mimic, 1942
Ray Bradbury – The Crowd, 1943
William Sansom – The Long Sheet, 1944
Jorge Luis Borges – The Aleph, 1945 (translation, Argentina)
Olympe Bhely-Quenum – A Child in the Bush of Ghosts, 1949 (Benin)
Shirley Jackson – The Summer People, 1950
Margaret St. Clair – The Man Who Sold Rope to the Gnoles, 1951
Robert Bloch – The Hungry House, 1951
Augusto Monterroso – Mister Taylor, 1952 (new translation by Larry Nolen, Guatemala)
Amos Tutuola – The Complete Gentleman, 1952 (Nigeria)
Jerome Bixby – It’s a Good Life, 1953
Julio Cortázar – Axolotl, 1956 (new translation by Gio Clairval, Argentina)
William Sansom, A Woman Seldom Found, 1956
Charles Beaumont – The Howling Man, 1959
Mervyn Peake – Same Time, Same Place, 1963
Dino Buzzati – The Colomber, 1966 (new translation by Gio Clairval, Italy)
Michel Bernanos – The Other Side of the Mountain, 1967 (new translation by Gio Clairval, France)
Merce Rodoreda – The Salamander, 1967 (translation, Catalan)
Claude Seignolle – The Ghoulbird, 1967 (new translation by Gio Clairval, France)
Gahan Wilson – The Sea Was Wet As Wet Could Be, 1967
Daphne Du Maurier – Don’t Look Now, 1971
Robert Aickman – The Hospice, 1975
Dennis Etchison – It Only Comes Out at Night, 1976
James Tiptree Jr. (Alice Sheldon) – The Psychologist Who Wouldn’t Do Terrible Things to Rats, 1976
Eric Basso – The Beak Doctor, 1977
Jamaica Kincaid – Mother, 1978 (Antigua and Barbuda/US)
George R.R. Martin – Sandkings, 1979
Bob Leman – Window, 1980
Ramsey Campbell – The Brood, 1980
Michael Shea – The Autopsy, 1980
William Gibson / John Shirley – The Belonging Kind, 1981
M. John Harrison – Egnaro, 1981
Joanna Russ – The Little Dirty Girl, 1982
M. John Harrison – The New Rays, 1982
Premendra Mitra – The Discovery of Telenapota, 1984 (translation, India)
F. Paul Wilson – Soft, 1984
Octavia Butler – Bloodchild, 1984
Clive Barker – In the Hills, the Cities, 1984
Leena Krohn – Tainaron, 1985 (translation, Finland)
Garry Kilworth – Hogfoot Right and Bird-hands, 1987
Lucius Shepard – Shades, 1987
Harlan Ellison – The Function of Dream Sleep, 1988
Ben Okri – Worlds That Flourish, 1988 (Nigeria)
Elizabeth Hand – The Boy in the Tree, 1989
Joyce Carol Oates – Family, 1989
Poppy Z Brite – His Mouth Will Taste of Wormwood, 1990
Michal Ajvaz – The End of the Garden, 1991 (translation, Czech)
Karen Joy Fowler – The Dark, 1991
Kathe Koja – Angels in Love, 1991
Haruki Murakami – The Ice Man, 1991 (translation, Japan)
Lisa Tuttle – Replacements, 1992
Marc Laidlaw – The Diane Arbus Suicide Portfolio, 1993
Steven Utley – The Country Doctor, 1993
William Browning Spenser – The Ocean and All Its Devices, 1994
Jeffrey Ford – The Delicate, 1994
Martin Simpson – Last Rites and Resurrections, 1994
Stephen King – The Man in the Black Suit, 1994
Angela Carter – The Snow Pavilion, 1995
Craig Padawer – The Meat Garden, 1996
Stepan Chapman – The Stiff and the Stile, 1997
Tanith Lee – Yellow and Red, 1998
Kelly Link – The Specialist’s Hat, 1998
Caitlin R. Kiernan – A Redress for Andromeda, 2000
Michael Chabon – The God of Dark Laughter, 2001
China Miéville – Details, 2002
Michael Cisco – The Genius of Assassins, 2002
Neil Gaiman – Feeders and Eaters, 2002
Jeff VanderMeer – The Cage, 2002
Jeffrey Ford – The Beautiful Gelreesh, 2003
Thomas Ligotti – The Town Manager, 2003
Brian Evenson – The Brotherhood of Mutilation, 2003
Mark Samuels – The White Hands, 2003
Daniel Abraham – Flat Diana, 2004
Margo Lanagan, Singing My Sister Down, 2005 (Australia)
T.M. Wright – The People on the Island, 2005
Laird Barron – The Forest, 2007
Liz Williams – The Hide, 2007
Reza Negarestani – The Dust Enforcer, 2008 (Iran)
Micaela Morrissette – The Familiars, 2009
Steve Duffy – In the Lion’s Den, 2009
Stephen Graham Jones – Little Lambs, 2009
K.J. Bishop – Saving the Gleeful Horse, 2010 (Australia)


The Weird
A Compendium of Dark & Strange Stories
a cura di Ann e Jeff VanderMeer
Atlantic Books, 2011
brossura, 1152 pagine, £19.99
ISBN 9781848876873

Andrea Bonazzi

venerdì 28 gennaio 2011

A Weird Writer in Our Midst, Lovecraft agli albori della critica

A Weird Writer in Our Midst, 2010, copertinaFresco di stampa dall’americana Hippocampus Press, A Weird Writer In Our Midst: Early Criticism of H.P. Lovecraft è una raccolta saggistica curata da S.T. Joshi a presentare i primi approcci critici sull’opera di Howard Phillips Lovecraft, pubblicati in vita e nel periodo successivo alla scomparsa fino alla metà degli anni 50.

Come introduce la nota sulla quarta di copertina originale: – “ci è noto che H.P. Lovecraft fu virtualmente ignorato dalla comunità letteraria mainstream del suo tempo, ben conosciuto piuttosto nel solo minuscolo mondo del giornalismo amatoriale e dei fans del fantastico. Eppure, è sorprendente constatare quanti commenti su Lovecraft siano apparsi in varie sedi, sia preminenti che oscure, nei suoi stessi anni e subito dopo la morte nel 1937”.

Per la prima volta in unico volume, gli albori della critica lovecraftiana vengono presentati in una vasta gamma di testi e d’interventi, dai primi tentativi di analisi sui lavori del Sognatore di Providence, da parte di amici e scrittori come Long e Kleiner, ai necrologi, gli articoli e le memorie personali di colleghi e conoscenti, i commenti dei lettori nelle rubriche della posta su Weird Tales e su Astounding, l’ampia rassegna critica dal fandom degli anni 30 e 40 e, finalmente al di fuori del genere, le prime reazioni dagli ambienti della letteratura e dalla stampa, con le iniziali recensioni dell’esordio librario postumo attraverso la Arkham House. Compreso un commento di Algernon Blackwood da lettera privata ed esclusa, tuttavia, la più famosa, drastica, influente e ristampata delle stroncature: quella di Edmund Wilson in “Tales of the Marvellous and the Ridiculous” (New Yorker, 24 novembre 1945).

Documenti che segnano l’avvio di un riconoscimento critico che tarderà ancora per decenni ad affermarsi, in una gran mole di materiali difficilmente reperibili, sparsi allora fra giornali, riviste o rare e ormai collezionistiche pubblicazioni amatoriali. Un fitto indice di autori e contenuti che preferiamo riportare interamente a seguito, nonostante la lunghezza, in luogo di ulteriori commenti all’edizione:

Introduction – S.T. Joshi
I. Recollections of Lovecraft
Howard P. Lovecraft (1890-1937) – Walter J. Coates
Amateur Affairs – Hyman Bradofsky
[Letter to the Editor] – Robert Bloch
Interlude with Lovecraft – Stuart M. Boland
Howard Phillips Lovecraft – Muriel E. Eddy
I Met Lovecraft – Paul Livingston Keil
The Man Who Came at Midnight – Ruth M. Eddy
II. Criticism in Lovecraft’s Lifetime
A Note on Howard P. Lovecraft’s Verse – Reinhart Kleiner
Howard P. Lovecraft’s Fiction – W. Paul Cook
The Vivisector – Zoilus [Alfred Galpin]
Preface to The Shunned House – Frank Belknap Long, Jr.
A Weird Writer Is in Our Midst – Vrest Orton
The Sideshow – B.K. Hart
What Makes a Story Click? – J. Randle Luten
III. Comments from Readers
A. Weird Tales
B. Astounding Stories
IV. Criticism from the Fan World
H.P. Lovecraft, Outsider – August Derleth
A Master of the Macabre – August Derleth
Disbelievers Ever – R.W. Sherman
The Last of H.P. Lovecraft – J.B. Michel
What of H.P. Lovecraft? Or, A Commentary upon J.B. Michel – Autolycus
H.P. Lovecraft: Strange Weaver – J. Chapman Miske
Lovecraft and Benefit Street – Dorothy Walter
[Letters to the Editor] – Thomas Ollive Mabbott
A Plea for Lovecraft – W. Paul Cook
Let’s All Jump on H.P.L. – P. Schuyler Miller
Howard Phillips Lovecraft – Michael Harrison
The Lovecraft Cult – Arthur F. Hillman
Lovecraft Is 86 – Francis T. Laney
Rusty Chains – John Brunner
Some Notes on HPL – Sam Moskowitz, Fritz Leiber, Edward Wood, John Brunner
V. Notices from the Literary Community
Mystery and Adventure [The Outsider and Others] – Will Cuppy
Horror Story Author Published by Fellow Writers
[Review of The Outsider and Others] – T.O. Mabbott
Such Pulp as Dreams Are Made On – Robert Allerton Parker
Macabre, Lyrical and Weird – Peter De Vries
Mystery and Adventure [Beyond the Wall of Sleep] – Will Cuppy
Nightmare in Cthulhu – William Poster
Books Alive [1944] – Vincent Starrett
Bookman’s Holiday – Charles Collins
[On Lovecraft] – Algernon Blackwood
Mystery and Adventure [Marginalia] – Will Cuppy
Poesque Doodles – Marjorie Farber
Books Alive [1945] – Vincent Starrett
The Phoenix Nest – William Rose Benét
[Review of Supernatural Horror in Literature] – Fred Lewis Pattee
Pilgrims trough Space and Time – J.O. Bailey
Imagination Runs Wild – Richard B. Gehman
Books Alive [1949] – Vincent Starrett
A Bookman’s Notebook – Joseph Henry Jackson
Sabbat-Night Reading – E.O.D. Keown
Of Good and Evil – [Anthony Powell]
The Genius Who Lived Backwards – Vincent H. Gaddis
Appendix: Some Vignettes

Copertina di Jason C. Eckhardt, informazioni sul libro presso la pagina dedicata sul sito web dell’editore.

A Weird Writer In Our Midst: Early Criticism of H.P. Lovecraft
a cura di S.T. Joshi
Hippocampus Press, 2010
brossura, 254 pagine, $20.00
ISBN 9780984480210

Andrea Bonazzi

giovedì 30 dicembre 2010

The Arkham Sampler (1948-1949)

The Arkham Sampler (1948-1949), 2010, copertine
The Arkham Sampler (1948-1949), 2010, volumi

Oggi rari e pregiati pezzi da collezione, i fascicoli di The Arkham Sampler furono pubblicati in otto uscite trimestrali fra il 1948 e 1949, curati da August Derleth come rivista di anticipazioni, articoli, recensioni e lettere per la sua Arkham House.

Sotto la copertina composta da Ronald Clyne, riproposta con diversa colorazione in ogni numero, nel magazine trovarono ampio spazio anche poesia e narrativa breve, spesso anche originale, degli autori che fecero le fortune della piccola casa editrice specializzata di Sauk City: dai classici H.P. Lovecraft, R.E. Howard e C.A. Smith fino a Frank Belknap Long, Robert Bloch, Carl Jacobi ed E. Hoffmann Price, o ancora Anthony Boucher, David H. Keller, H. Russell Wakefield e Alfred E. van Vogt, e i “giovani” Ray Bradbury, Fritz Leiber e Theodore Sturgeon

Una ghiotta parata di autori e contenuti, sinora riservata a pochi appassionati ma oggi riproposta al completo in The Arkham Sampler (1948-1949), con l’accurata ristampa in fac-simile dell’intera doppia annata: ottocento pagine riprodotte in un set di due tomi co-pubblicato dalla canadese Battered Silicon Dispatch Box insieme all’Arkham House, con la collaborazione della August Derleth Society.

La tiratura è limitata a sole 250 coppie di volumi rilegati in tela, al costo di 149.95 dollari canadesi. Informazioni e acquisto presso le pagine dedicate sui siti web di The Battered Silicon Dispatch Box e della Arkham House.

The Arkham Sampler (1948-1949)
a cura di August Derleth
Battered Silicon Dispatch Box, 2010
copertina rigida, 2 volumi, 800 pagine, $149.95
ISBN 9781552469279

Andrea Bonazzi

giovedì 25 novembre 2010

Bibliofilia dell’assurdo

“…perché un libro esista, basta che sia possibile”.
– “La Biblioteca di Babele”, J.L. Borges

tessera bibliotecaria della Miskatonc University, secondo la 'HPL Hisorical Society'Libri non terminati, libri perduti, apocrifi e pseudoepigrafi: “pseudobiblia”, per Lyon Sprague de Camp.
Libri senza libri, ignorati dai cataloghi di tutte le librerie, nascosti nell’ultima caverna sotto la sala lettura del Brithish Museum, scritti solo per la circolazione privata: “abiblia”, per Max Beerbohm.

Afferma Umberto Eco: “Tutti (almeno tra le persone che frequento e che non usano il telefonino) conoscono la lista dei libri dell’abbazia di San Vittore stesa da Rabelais, con titoli affascinanti come «Ars honeste petandi» o «De modo cacandi»”. Con la stessa sicurezza si potrebbe affermare che tutti quelli che (non solo usano il telefonino ma sono tecnologico-dipendenti) non sono a conoscenza dell’esistenza di una lista dei libri dell’abbazia di San Vittore, ma conoscono il Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alazhared.

The Necronomicon nella versione di George Hay, 1978, copertinaA oggi gli studi specifici sugli pseudobiblia e sulle “biblioteche immaginarie” sono talmente numerosi da costituire un vero e proprio genere letterario accomunabile alla paradossografia (genere che nasce con Callimaco e concerne la raccolta di thaùmatha, cioè fatti naturali straordinari di eccezionali opere dell’uomo).

Una sintesi di due categorizzazioni, che tiene conto di possibili sottocategorie, proposte l’una da Domenico Cammarota e l’altra da Roberto Palazzi, potrebbe essere la seguente:

I. libri esistiti: perduti; dispersi; distrutti; etc…
II. libri esistenti: irreperibili; rarissimi; censurati; cassati dai cataloghi storici delle biblioteche; etc…
III. libri che potrebbero esistere: ricostruzioni apocrife; citazioni; libri annunciati ma mai pubblicati; postumi; work in progress; lavori in nuce; etc…
IV. libri non esistenti: citati in bibliografie, cataloghi; artifici narrativi.

Inoltre, potremmo stilare un’altra categorizzazione in base alla quale lo pseudobiblium può:

I. fornire la base per l’intreccio della narrazione;
II. aggiunge verosimiglianza se supportato da un background plausibile;
III. fungere da leitmotiv in una serie di libri o di opere di un determinato autore o canone narrativo;
IV. essere usato come un espediente letterario per illustrare una storia senza storia;
V. essere essenzialmente un titolo-burla che serve a stabilire il tono umoristico o satirico dell’opera.

Gli pseudobiblia o fictional books – con accezione più moderna ed esterofila –, quando sono usati come titolo-burla o come preteso supporto per una ricerca reale vengono definiti “falsi letterari”.

Una delle caratteristiche dei libri immaginari è che sono così convincentemente reali da divenirlo.
E proprio in quanto immaginari incarnano, o dovremmo dire impaginano, il libro ideale che si tratti di un grimorio maledetto o di un manuale sull’onesto modo di scorreggiare.
D’altra parte, un peto, ha una virtù che l’attuale letteratura “di massa” non possiede: permane di più nel tempo.

Catalogue del conte di Fortsas, 1840, frontespizioFrançois Rabelais crea 139 libri immaginari e li elenca nella famosa e spassosa “Lista della Biblioteca dell’Abbazia di san Vittore” nel Gargantua e Pantagruel.

Il Catalogus Catalogorum Perpetuo Durabilis del 1567, dagli intenti parodici e dal lunghissimo sottotitolo in un tedesco sgrammaticato, fa di meglio.
Dal Seicento in poi, molti cataloghi immaginari vedranno la luce fino a giungere alla beffa bibliofila per eccellenza: il Catalogo dei libri del conte di Fortsas, uno strano libello di dodici pagine recapitato, nel 1840, a tutti i principali bibliografi e bibliofili e alle maggiori librerie del Belgio e della Francia.

Il Catologue d’une très-riche mais peu nombreuse collection de livres provenant de la bibliothèque de feu M.r le Comte J.-N.-A. de Fortsas, dont la vente se fera à Binche, le 10 août 1840, à onze heures du matin en l’étude et par le ministère de M.e Mourlon, Notaire, rue de l’Église n.° 9 è tirato in 60 copie nella cittadina di Mons (la stessa dei famosi Arcieri figli di un’altra, questa volta involontaria beffa, a opera di Arthur Machen) e venduto a cinquanta centesimi, metteva all’asta un’intera biblioteca immaginaria. Tutti gli “unica” contenuti nel Catalogo, numerati da 3 a 215, sono infatti immaginari a eccezione di tre titoli su 52.

L’anonimo curatore del catalogo ci informa che il conte: “[…] non accettava sui suoi ripiani che opere sconosciute a tutti i bibliografi e cataloghisti. […] non appena veniva a conoscenza che un’opera, fino ad allora sconosciuta, era stata segnalata in qualche catalogo.” […] era riportata nel suo inventario manoscritto, in una colonna destinata a ciò, con queste parole: «Si trova menzionato in questa o quell’opera», etc.; poi: «venduto», «donato», o (cosa incredibile se non si sapesse fino a che punto può spingersi la passione dei collezionisti esclusivi) «distrutto»”.

Lo stesso conte di Fortsas non esiste affatto, benché provvisto di una credibile e onorevole nota biografica che riporta: “Jean-Népomucène-Auguste Pichauld, conte di Fortsas, nato il 24 ottobre 1770 nel suo castello di Fortsas, vicino a Binche nell’Hainaut, è deceduto, il 1º settembre 1839, nello stesso luogo della sua nascita e nella stanza dove aveva compiuto 69 anni il giorno prima. Insieme ai suoi libri, aveva visto (o piuttosto non aveva visto) passare trenta anni di rivoluzioni e di guerre senza muoversi un istante dalla sua occupazione preferita, senza uscire in qualche modo dal suo santuario. È per lui che avremmo dovuto creare il motto «Vitam impendere libris»”.

Autore di quella che lui stesso definì “une pure espiéglerie d’écolier” (una birichinata da scolaro) fu un maggiore dell’esercito in pensione, Renier-Hubert-Ghislain Chalon (1802-1889), presidente della “Società dei Bibliofili Belgi” e autore di saggi sulla numismatica.

Pare che solo lo scrittore e libraio di Liegi, l’erudito Pierre-Alphonse (1813-1877), fiutasse la frode mentre tutti i destinatari presero seriamente l’affare. E Chalon fu il primo a stupirsene. Il mondo dell’alta bibliofilia era in subbuglio. Il Presidente del Consiglio de Gerlache, pur affermando che il conte di Fortsas peccava di furfanteria, possedeva egli stesso una buona metà delle opere cosiddette uniche.

La famiglia dei principi di Ligne, toccata dall’annuncio di un’opera licenziosa del principe-scrittore (titolo n. 48 che recita “Le mie campagne nei Paesi Bassi, con l’elenco, giorno per giorno, delle fortezze che ho vinto all’arma bianca. Stampato da me solo, per me solo in un solo esemplare, e per evidenti ragioni [...]”), fece di tutto per assicurarsi il possesso e la messa fuori circuito del racconto “delle scappatelle di questo sporcaccione di nonno”.

A Binche si venne a sapere che alte personalità avevano intenzione di trasferirsi per contendersi tali tesori con rialzi di offerta. Vista la cattiva piega che stava assumendo la faccenda, Chalon deciderà prudentemente di metter fine all’inganno: pubblicò e inviò un avviso ai destinatari del catalogo, segnalando che l’asta non avrebbe avuto luogo poiché la città di Binche aveva deciso di acquistare in blocco tutta la mirifica biblioteca.

Catalogues des livres de la bibliothèque de M. Ed. C., frontespizioAll’inizio del secolo XX, librai e bibliofili burloni, furono molto attivi nella creazione di cataloghi fantastici a stampa…

Edmond Cuénoud, bibliofilo fornito di humour, fa stampare nel 1910 un Catalogues des livres de la bibliothèque de M. Ed. C. illustrato da Carlègle, pseudonimo di Charles Émile (1877-1937). Al titolo si accompagnano indicazioni strettamente necessarie: “Abelardo, scompleto, tagliato” (riferimento al fatto che Pietro Abelardo fu evirato per aver sposato in segreto l’allieva Eloisa), o “F. Cooper, L’ultimo dei Mohicani, pelle rossa”.

In Germania, tra il 1910 e il 1912, il libraio Martin Breslauer dà alle stampe Die unsichtbare Bibliothek (La biblioteca invisibile). L’Inghilterra, nel 1928, vede Henry Gordon Ward curare un pamphlet di sedici pagine in-ottavo intitolato A Seventeenth-Century German Moch Catalogue (Catalogus etlicher sehr alten Bücher welche neulich in Irrland auff einem alten eroberten Schlosse in einer Bibliothec gefunden worden [Catalogo di alcuni libri antichi trovati recentemente in Irlanda nella biblioteca di un vecchio castello conquistato]). La tesi su cui è costruito sostiene che, nel 1650, un anonimo autore tedesco avrebbe trovato quest’elenco di 100 titoli ironici di libri, suddivisi per soggetto, nella biblioteca di un antico castello irlandese. Titoli come il n° 5, Nimrod’s Tractätlein von der Jägerey (Trattatello sulla caccia di Nimrod) e il n° 9 Joh. Fausts Magia Naturalis, Fledermäuse zu machen (La magia naturale di Johann Faust su come fare pipistrelli) uniti al sinistro rinvenimento, restano parodici e burleschi ma fanno registrare un leggero inclinarsi del gusto verso il mistero e l’occulto.

Fino al capostipite del romanzo gotico e a partire da lui, Melmoth the Wanderer di Charles Robert Maturin (1820) che contiene “A Modest Proposal for the Spreading of Christianity in Foreign Parts, di autore sconosciuto, manoscritto ritrovato in un ospizio”, sarà tutto un fiorire di misteri intorno a libri occulti. Da The Mad Trist scritto da sir Launcelot Canning contenuto in “The Fall of the House of Usher” (1839) di Edgar Allan Poe, che narra del cavaliere medievale Ethelred, a M. R. James che nel “Canon Alberic’s Scrapbook” (1895) attribuisce la paternità di un album, frutto della collatio di diversi manoscritti, al Canonico Alberic de Mauleon, mentre in “Casting the Runes” (1911) ci regala ben due pseudobiblia: History of Witchcraft e The Truth of Alchemy di Mr. Karswell, e in “The Treasure of Abbot Thomas” (1904) il plausibilissimo Sertum Stein feldense Norbertinum di autore sconosciuto, e altri.

The King in Yellow, I ed. 1895, copertinaE ancora, da Arthur Machen, che nel celebre “The White People” (1899) racconta di un misterioso Green Book di autore ignoto, a Ambrose Bierce con le Revelations of Hali di E.S. Bayrolles in “An Inhabitant of Carcosa” (1886), che servirà da modello al The King in Yellow di Robert W. Chambers (1895), e con le Marvells of Science di Morryster che appaiono citate anche nell’opera di H.P. Lovecraft.

Nel cerchio di autori che si muovono attorno a Lovecraft vi sono inoltre August Derleth, con i Thaumaturgical Prodigies in the New-English Canaan scritti dal Reverendo Philips Ward contenuti in The Lurker on the Threshold (1945), le gotiche Confessions of the Mad Monk Clithanus scritte dal monaco pazzo Clithanus in “The Passing of Eric Holm” (1939), i famosi Celaeno Fragments attribuiti a Laban Shrewsbury presenti in The Trail of Cthulhu (1962). E altri come Ramsey Campbell con le Revelations of Glaaki in “The Inhabitant of the Lake” (1964), o Brian Lumley con il Cthäat Aquadingen in “The Cyprus Shell” (1968) fra gli autori che, sin dagli anni Trenta, contribuirono agli innumerevoli pseudo-titoli di vena lovecraftiana.

Frank Belknap Long fa scrivere The Secret Watcher da Halpin Chalmers nel racconto “The Hounds of Tindalos” (1931); Robert E. Howard in “Children of the Night” e “The Black Stone” (1931) cita il Nameless Cults di Von Junz, meglio noto come Unaussprechlichen Kulten; Clark Ashton Smith presenta il Book of Eibon, o Livre d’Ivon, in “The Holiness of Azederac” (1933) e The Testament of Carnamagos in “Xeethra” (1934); Robert Bloch introduce Mysteries of the Worm, ovvero il De Vermis Mysteriis di Ludwig Prinn, nel suo “The Shambler from the Stars”(1935), e il Cultes des Goules del Comte d'Erlette in “The Suicide in the Study” (1935); Henry Kuttner fa comparire il Book of Iod in “Bells of Horror” (1939)…

History of the Necronomicon, 1927, il manoscritto originale di LovecraftTutte storie appartenenti al cosiddetto “Ciclo di Chtulhu” ideato in origine da Lovecraft, subcreatore del Necronomicon (letteralmente: “Libro delle leggi che governano i morti”) o Al Azif, autore del quale sarebbe l’arabo folle Abdul Alhazred, vissuto nell’ottavo secolo dopo Cristo. Alhazred avrebbe trascorso dieci anni nel grande deserto dell’Arabia meridionale, il Raba El Khaliyeh, lo “Spazio vuoto” degli antichi arabi, in quello che Matthew Pearl ne L’ombra di Edgar definisce “l’altro mondo... un mondo immaginario fatto di libri e scrittori capaci d’invadere le menti di chi li legge...”.

Fino ai contemporanei. Un volume spurio della Anglo-American Cyclopaedia (New York 1917) è il pretesto che usa Jorge Luis Borges, nel racconto “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius” (1940), per mettere due scrittori argentini sulle tracce dell’unica copia della Cyclopaedia in cui si parla di Uqbar. Meno fantasioso e più scontato, Arturo Pérez-Reverte ha costruito il suo Il Club Dumas (1993) attorno alla ricerca de Le Nove Porte del Regno delle Tenebre, un trattato del 1666 su come evocare il Demonio.

The Grasshopper Lies Heavy (La cavalletta non si alzerà più) di Hawthorne Abendsen è il libro immaginario, e proibito negli U.S.A. controllati dai giapponesi, che innerva La svastica sul Sole (The Man in the High Castle, 1962), romanzo in cui Philip K. Dick immagina che nazisti e giapponesi abbiano vinto la Seconda Guerra Mondiale e si siano spartiti il mondo. Il medievale Viage to the Contree of the Cimmerians, dell’oscuro Gervase di Langford, mina alle radici l’albero genealogico di una famiglia nobiliare inglese e trasforma un businessman in un assatanato bibliofilo nel romanzo Codex (2004) di Lev Grossman. E potremmo continuare per pagine e pagine…

E se è vero quel che afferma Ermanno Olmi, cioè che un libro non serve a nulla se non si incarna in vita vissuta, è altrettanto vero quel che sostiene Umberto Eco: “Questi libri non sono mai esistiti ma sarebbero stati meglio di tanti altri esistenti o esistiti”. Ma soprattutto, reale o immaginaria, la bibliofilia è una malattia dell’anima. Ed è contagiosa.


Bibliografia. Testi di carattere generale sulle biblioteche immaginarie o pseudobiblia:
Albani, Paolo e della Bella, Paolo, “Pseudobiblia o bibliografie immaginarie”, in: Forse Queneau. Enciclopedia delle scienze anomale, Bologna, Zanichelli, 1999, pp. 335-338.
Arnaud, Noël, “Bibliothèques imaginaires”, in: Arnaud, Noël e Caradec, François, Encyclopédie des Farces et Attrapes et des Mystification, Paris, Jean-Jacques Pauvert, 1964, pp. 230-238.
Beerbohm, Max, “Books Within Books”, in: And Even Now (Essays), London, William Heinemann, 1920.
Benrekassa, Georges, “Bibliothèques imaginaires: honnêteté et culture, des lumières à leur postérité”, Romantisme, 44, 1984, pp. 3-18.
Bergier, Jacques, I libri maledetti, Roma, Edizioni Mediterranee, 1972.
Blumenthal, Walter Hart, Imaginary Books and Phantom Libraries, Philadelphia, George S. MacManus Company, 1966.
Braffort, Paul, “Les bibliothèques invisibles”, in: Oulipo, La Bibliothèque Oulipienne, vol. 3, Paris, Seghers, 1990, pp. 241-266.
Breslauer, Martin, An illustrated catalogue of books and manuscripts. The gentle science of books collecting, n° 54: Bibliophily and bibliomanis, The Art of forming a library, Collectors and collection, The bookseller auction sale catalogues 1663-1939, Imaginary libraries, The gentle science of art collecting, Books and criminality: being a rogues’ gallery of book and comprising a unique collection illustrative of forgery in literature, London, Martin Breslauer, 1941.
Brunet, Gustave, Essai sur les bibliothèques imaginaires, Paris, Imprimerie de Ch. Lahure et Cie, 1851.
Brunet, Gustave, Fantaisies Bibliographiques, Paris, Jules Gay, 1864.
Brunet, Gustave, Imprimeurs imaginaires et libraires supposées. Étude bibliographique, Paris, Librairie Tross, 1866.
Carpenter, Edwin H., Some Libraries we have not visited, Pasadena, Ampersand Press, 1947.
Delepierre, Octave, Supercheries littéraires, pastiches, suppositions d’auteur dans les lettres et dans les arts, London, Trübner & Co., 1874.
De Turris, Gianfranco e Fusco, Sebastiano, “I libri che non esistono (e quelli che non dovrebbero esistere)”, in: Jacques Bergier, I libri maledetti, Roma, Edizioni Mediterranee, 1972, pp. 149-206.
De Turris, Gianfranco e Fusco, Sebastiano, “Gli pseudobiblia nella letteratura fantastica”, in: Robert William Chambers, Il re in giallo, Roma, Fanucci, 1975, pp. 7-28.
Dunin-Wasowicz, Pawel, Widmowa biblioteka. Leksykon ksiazek urojonych [Biblioteca inesistente. Dizionario di libri immaginari], Warszawa, Swiat Ksiazki; Lampa i Iskra Boza, 1997.
Fumagalli, Giuseppe, Delle Biblioteche Immaginarie e dei libri che non esistono, Milano, Tip. Lombardi, 1892.
Goulemot, Jean Marie, “En guise de conclusion: les bibliothèques imaginaires (fictions romanesques et utopies)”, in: Histoire des bibliothèques françaises, 2, Claude Jolly, ed., “Les bibliothèques sous l’ancien Régime”, Paris, Promodis - Éditions du Cercle de la librairie, 1989, pp. 500-511.
G.[uadalupi], G. [ianni], “Biblioteche immaginarie”, in: Vittorio Di Giuro, a cura di, Manuale Enciclopedico della Bibliofilia, Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 1997, p. 116.
Jeandillou, Jean-François, Supercheries littéraires. La vie et l’œuvre des auteurs supposés, Paris, Editions Usher, 1989.
Nodier, Charles, Questions de littérature légale. Du plagiat, de la supposition d’auteurs, des supercheries qui ont rapport aux livres (1812), 2e éd. “revue, corrigée et considérablement augmentée”, Paris, Impr. Crapeler, 1828.
Oulipo, “Bibliothèques invisibles, toujours”, in: La Bibliothèque Oulipienne, vol. 5, Bordeaux, Le Castrol Astral, 2000, pp. 219-247.
Pini, Massimo, “Biblioteche immaginarie”, in: Arcana, vol. I, Milano, Sugar, 1969, p. 92.
Puech, Jean-Benoît, Du vivant de l’auteur, Seyssel, Éditions Camp Vallon, 1990.
Roscioni, Gian Carlo, “Fantasmi di libri”, in: L’arbitrio letterario. Uno studio su Raymond Roussel, Torino, Einaudi, 1985, pp. 71-85.
Santoro, Michele, “Il libro che non c’è. Breve indagine sugli pseudobiblia fra leggenda e finzione letteraria”, Bibliotime, 4, 1992, pp. 4-6.
Santoro, Michele, “Gli scaffali dei sogni. Le pseudobiblioteche fra letteratura, utopia e leggenda”, Bibliotime, 4, 1993, pp. 6-9.
Serrai, Alfredo, “Cataloghi fantastici”, in: Storia della bibliografia, vol. IV, Roma, Bulzoni, 1993, pp. 272-280.
Spargo, John Webster, Imaginary Books and Libraries. An Essay in Lighter Vein, Chicago, Caxton Club, 1952.
Sprague De Camp, Lyon, “The Unwritten Classics”, The Saturday Review of Literature, New York, 29 marzo 1947, vol. 30, n. 13, pp. 7-8 e pp. 25-26.
T.[uzzi], H. [ans], ”Cataloghi immaginari”, in: Vittorio Di Giuro, a cura di, Manuale Enciclopedico della Bibliofilia, Milano, Edizioni Sylvestre Bonnard, 1997, p. 154.
Versins, Pierre, “Bibliothèques imaginaires”, in: Encyclopédie de l’utopie, des voyage extraordinaires et de la science fiction, Lausanne, l’Age d’homme, 1972, p. 114.


Nota bibliografica:
La riproduzione integrale del catalogo di Fortsas si trova nel Journal de l’amateur de livres (1850, pp. 141-152) a cura di Jannet, nell’Essai sur le bibliothèques imaginaires (1851) di Brunet e più di recente nel libro di Walter Klinefelter The Fortsas bibliohoax (Newark, N.J., The Carteret book club, 1941) e in The Fortsas Hoax (London, Arborfield, 1961) curato da James Moran. Notizie interessanti sono anche nel Dictionnaire des ouvrages anonymes et pseudonymes composées (1822-1827) di Antoine-Alexandre Barbier e nelle Supercheries littéraires dévoilées (1847-1853) di Joseph-Marie Quérard.

Linkografia:
Wikipedia: Fictional book
The Frank W. Tober Collection on Literary Forgery
The Invisible Library Catalog
Wikipedia: Cthulhu Mythos arcane literature

Tatiana Martino

domenica 21 novembre 2010

The Fantasy Fan: la prima fanzine weird dagli anni 30 in unico volume

The Fantasy Fan, 2010, copertina
È stata la prima fanzine a occuparsi di narrativa weird, pubblicata a Elizabeth, nel New Jersey, da un giovanissimo Charles D. Hornig con uscite mensili discontinue tra il settembre del 1933 e il febbraio ’35. Per quanto amatoriale, con una tiratura probabilmente mai superiore alle 300 copie diffuse in abbonamento postale tra gli appassionati specialmente di Weird Tales, sulle pagine di The Fantasy Fan trovavano spazio opinioni, racconti e versi di autori come H.P. Lovecraft, C.A. Smith, R.E. Howard, Robert Bloch, August Derleth, David H. Keller, Robert H. Barlow e tanti altri affermati o – allora – emergenti scrittori di genere che senza problemi si confrontavano coi fans, liberamente concedendo quelle proprie storie che non trovavano altrimenti una collocazione in ambito professionale.

La firma del sognatore di Providence vi è fra le più ricorrenti con “The Other Gods” e “From Beyond”, oltre alle prime parti del Supernatural Horror in Literature, ai sonetti “The Book”, “Pursuit”, “The Key” e “Homecoming” e le ristampe di “Polaris” e “Beyond the Wall of Sleep”. Di Howard venivano proposti per esempio “Gods of the North”, una versione riveduta di “The Frost-Giant’s Daughter”, e poesie come “Voices in the Night”. Di Smith apparvero “The Ghoul”, “The Epiphany of Death”, “The Primal City” e ancora i versi di “A Dream of the Abyss”, “Necromancy”, “Medusa” o “Malanoth”. Fra le curiosità, anche il poema “Dreams of Yith” di Duane W. Rimel, in qualche parte revisionato dallo stesso Lovecraft, forse persino da Ashton Smith.

Ma la fanzine proponeva pure recensioni e critica, rubriche e aree di dibattito, compreso “il punto di ebollizione”, un angolo della posta dal titolo “The Boiling Point” nel quale non mancarono lunghe polemiche, anche spigolose, come la controversia fra Clark Ashton Smith e un appena diciassettenne ma già agguerrito Forest J. Ackerman che diede fuoco alle polveri lamentandosi, piuttosto rudemente, di una smithiana storia horror apparsa su Wonder Stories come fantascienza. I più curiosi potranno leggere della diatriba su questa pagina del sito The Eldritch Dark, l’intera rubrica è stata già invece pubblicata nel booklet della Necronomicon Press The Boiling Point (1985).

Sempre più difficoltose a reperirsi, e ancor più raro trovarne una completa collezione, le uscite della storica Fantasy Fan sono state ora riunite in unico volume dall’americano Lance Thingmaker in The Fantasy Fan: The Fans’ Own Magazine. September, 1933 - February, 1935, un progetto in tutto degno dei passionali fans degli anni 30 che lo ha visto reperirne e scansionarne ogni singolo fascicolo, riprodotto nelle stesse dimensioni – cm. 21x14 – e stampato su buona carta colorata per mantenere in pieno l’effetto delle edizioni originali.

The Fantasy Fan, 2010, cofanetto“L’obiettivo alla base di questo mio progetto,” – scrive il curatore nell’introduzione del volume, – “era di renderlo disponibile a chi volesse leggere le riviste così com’erano originariamente apparse. Ho immaginato questa storia: Charles Horning, frustrato per la chiusura della sua fanzine, che decide di preservarne le rimanenti copie, le porta in una legatoria locale del New Jersey e riunisce insieme la serie completa delle sue 18 uscite in un semplice volume rilegato in copertina rigida, con un cofanetto. Dunque, questo è proprio quel che ho fatto: nessuna sovracopertina di fantasia, niente titoli a foglia d’oro sul dorso, né risguardi in carta marmorizzata. Soltanto un semplice bel libro”.

Nessun altro intervento quindi, nemmeno editoriale salvo la breve nota introduttiva e l'aggiunta del testo integrale, in appendice, del saggio lovecraftiano sull'orrore soprannaturale nella letteratura, le cui puntate non avevano trovato conclusione sul magazine. Il tutto per una raccolta che restituisce in effetti le sensazioni della stampa d’epoca, benché ci si rammarichi della mancanza di un qualche più dettagliato indice per titoli o anche per autore.

In circa 350 pagine, a copertina rigida con dorso in tela, il libro è privatamente realizzato in una edizione limitata di 200 copie, le prime cento delle quali corredate di cofanetto rigido e stampa commemorativa con ritratto di Charles Hornig.

In assenza di un ufficiale sito web, ogni dettaglio sull’iniziativa è reperibile su questa pagina della R.E. Howard United Press Association. Richieste per informazioni e ordini si possono inoltrare via email presso l’editore, ma è possibile tenere d’occhio il suo Ebay Store per eventuali copie postevi direttamente in vendita.

The Fantasy Fan
The Fans’ Own Magazine. September, 1933 - February, 1935
a cura di Lance Thingmaker
edizione privata, 2010
copertina rigida in cofanetto, 350 pagine, $55.00

Andrea Bonazzi

lunedì 13 settembre 2010

Licantropi & Weird Tales: III

Saggio in tre parti: vedi parte II.

Illustrazione di Harold S. De Lay in Weird Tales, agosto-settembre 1936Il paesaggio fatto di oscure foreste e di boschi enormi e secolari ha da sempre un posto privilegiato all’interno delle storie di licantropia. Ma anche altri scenari, se ben descritti, riescono a evocare un’atmosfera altrettanto suggestiva. In “The Werewolf of the Sahara” (Weird Tales, agosto-settembre 1936) il misterioso G.G. Pendarves (pseudonimo maschile sotto cui si nascondeva in realtà una gentile donzella, Gladys Gordon Trenery) ci porta tra le dune d’Egitto, dove la magia nera di un malvagio sceicco trasforma in licantropo un avventuriero svedese che, alla fine, verrà liberato dall’amore di una donna. “The Hound of Pedro” (Weird Tales, novembre 1938) di Robert Bloch si ambienta invece in Messico, al tempo della dominazione spagnola. Il Pedro del titolo è Pedro Dominguez, tirannico leader di una banda di predoni che si divertono a fare razzie e a terrorizzare le popolazioni locali. Per accrescere la sua autorità, egli fa un patto col diavolo che lo trasforma però in un bestiale licantropo, costretto a bere il sangue di giovani donne.

Robert Bloch (1917-1994), famoso per aver scritto Psycho, fu uno degli autori di punta di Weird Tales, e un’altra sua inusuale storia di licantropi fu pubblicata nel numero di marzo 1946 della rivista. Si tratta di “The Bogey Man Will Get You”, dove l’eroina protagonista va incontro ad una brutta fine quando, spinta dalla curiosità, ficca il naso negli affari del suo vicino di casa, che lei crede essere un vampiro... Mentre in realtà, come scopre a sue spese, questi è un licantropo!

Illustrazione in Weird Tales, gennaio 1941“Lupa”, di Robert Barbour Johnson, vede come protagonista l’ennesima ragazza-lupo. Il racconto esce su Weird Tales nel gennaio del 1941.

Dal canto suo Manly Wade Wellman (1903-1986), altro autore troppo spesso sottovalutato ma capace di scrivere ottimi racconti weird, prende spunto dalle leggende tradizionali degli Stati Uniti del Sud per imbastire alcune delle più affascinanti storie dell’orrore apparse sul mercato dei pulp [per un approfondimento su questo scrittore, il riferimento in italiano è un articolo del sottoscritto: “Manly W. Wellman e la tradizione popolare del racconto weird”, su Yorick Fantasy Magazine n. 16/17, Reggio Emilia, 1993].

Nel maggio 1936 Wellman pubblica su Weird Tales “The Horror Undying”, la prima delle sue storie d’argomento licantropico: qui gli atroci delitti del lupo mannaro avvengono nel pieno della guerra di Secessione americana, passando quasi in secondo piano di fronte agli orrori della battaglia. Segue, nel marzo 1937, “The Werewolf Snarls”, in cui un esperto di scienze occulte incontra uno strano personaggio che gli si rivela come un licantropo. Il racconto è però abbastanza convenzionale, e l’autore ha fatto di meglio in “Dhoh” (Weird Tales, luglio 1948), dove tuttavia non troviamo un uomo-lupo ma un uomo-orso! Wellman sfiorerà ancora il tema in “The Last Grave of Lill Warran” (Weird Tales, maggio 1951), racconto basato sulla credenza che un licantropo, se ucciso nella sua forma di lupo, è destinato dopo la morte a diventare un vampiro.

Weird Tales, maggio 1941, copertinaRiporta il tema entro schemi più convenzionali “The Phantom Pistol” (Weird Tales, maggio 1941) dell’abile Carl Richard Jacobi (1908-1997), dove il protagonista scopre che un suo amico collezionista di pistole antiche è un lupo mannaro, e lo uccide con uno dei pezzi della sua collezione, capace di sparare proiettili d’argento. Insieme a questa troviamo però su Weird Tales anche storie di falsa licantropia, e “The Mark of the Monster” di Jack Williamson (Weird Tales, maggio 1937) è una di esse: una tara familiare diventa qui il pretesto per convincere un uomo a credere di essere un licantropo. Il racconto è piuttosto ben dosato nel profondere un senso di mistero, ma il finale non-soprannaturale lascia con l’amaro in bocca.

Williamson, tuttavia, si rifarà in seguito con Darker Than You Think del 1940(Tr. it.: “Il figlio della notte”, Urania n. 4, Mondadori, 1952), capolavoro indiscusso del genere dove il tema orrorifico della licantropia si sposa con quello dei mutanti della fantascienza. Questo romanzo però non apparve su Weird Tales, bensì a puntate su Unknown, la rivista che sotto la direzione di John Campbell ne rinnovò per un breve periodo i fasti. Ma prima ancora di Williamson era già uscita su Strange Tales (nel numero di gennaio 1932) la novella Wolves of Darkness, in cui viene postulata una spiegazione pseudoscientifica per il mito del licantropo. Vi si narra del tentativo degli alieni di invadere il nostro mondo, con un’orda di abominevoli entità che entra nella nostra dimensione iniziando a possedere le menti e i corpi degli uomini, mutandone quindi l’aspetto in quello di mostruose creature lupesche. Alla fine si lascia intendere che da queste infiltrazioni aliene, avvenute anche secoli addietro, erano nate le leggende sui licantropi.

Il figlio della notte, 1952, copertinaVerso la metà degli anni Trenta nacquero un gran numero di magazines di weird menace, così erano chiamati i pulp in cui le storie di mistero e orrore erano intinte con una forte componente di sesso e sadismo; in pratica, riviste sul genere di Weird Tales ma con narrazioni molto più spinte e trasgressive, in cui la componente sovrannaturale non era strettamente necessaria all’esplicitarsi della storia. E anche qui le storie di licantropia non mancavano. Per esempio su Horror Stories compare, nel numero di agosto-settembre 1937, “Beast-Women Stalk at Night” di Wayne Rogers (pseudonimo di Archibald Bitter, che fu uno degli editori di Argosy), dove agisce un branco di nude e feroci donne-bestia che danno la caccia agli uomini spargendo nel mondo l’epidemia licantropica.

Un lupo gigantesco e sanguinario è presente anche in “The Death Beast” di Norvell Page (1904-1961), che vide la luce su Dime Mystery Magazine nel dicembre 1933, mentre un intero banco di licantropi agisce in “The Seal of Sin” di Henry Kuttner (Strange Stories, agosto 1940), nel quale però un anello magico, sul quale è inciso il sigillo di Salomone, dà a un occultista il potere di sconfiggerli. Il filone delle creature mannare prosegue poi in racconti come “The Werewolf of Wall Street”, di Edith e Ejler Jacobson (Dime Mystery Magazine, luglio 1938), “Master of the Werewolf” di Gabriel Wilson (Terror Tales, luglio-agosto 1939), e “Wooed by a Werewolf” di Robert Lesile Bellem (Uncanny Tales, novembre 1939).

Illustrazione di Virgil Finlay in Weird Tales, dicembre 1936
Illustrazione di Boris Dolgov in Weird Tales, settembre 1942
Illustrazione interna di Virgil Finlay per The Woman at Loon Point.
A destra, illustrazione di Boris Dolgov per Satan’s Bondage di Banister.


Ma è su Weird Tales che le storie sui lupi mannari trovano il loro campo più fecondo. Oltre a quelle già citate, ulteriori variazioni della trasformazione da uomo a bestia possono essere individuate nei racconti “Silver Bullets” di Jeremy Ellis (Weird Tales, aprile 1930), “The House of the Golden Eyes” di Theda Kenyon (settembre 1930), e “The Curse of the Valedi” di Captain S.P. Meek (luglio 1935). Si tratta tuttavia di storie piuttosto convenzionali, scritte da autori minori, che nulla aggiungono al mito dell’uomo-lupo. Un ingegnoso metodo per vanificare la maledizione della licantropia, è comunque impiegato da August Derleth e Mark Schorer nel racconto “The Woman at Loon Point” (Weird Tales, dicembre 1936) in cui il protagonista, un giovane in vacanza nei boschi del Michigan, viene morso da un licantropo e si trasforma a sua volta in bestia. La sorella dell’uomo, allora, lo incatena prima delle sue trasformazioni notturne, così che egli non possa assaggiare altro sangue con cui rinnovare i suoi poteri. Questo fa sì che la magia licantropia perde la sua efficacia e il giovane è salvo.

Weird Tales, settembre 1942, copertinaLa mutazione da uomo a lupo gioca una parte esplicita anche in “Loup-Garou” di Manly Banister (1914-1986) che, uscito su “The Unique Magazine” nel maggio 1937, narra in uno scenario contemporaneo dell’amore di un uomo per una bellissima ragazza-lupo destinata però alla tragica morte. Banister tornerà sull’argomento in “Satan’s Bondage” (Weird Tales, settembre 1942), definito un “werewolf-western” dall’editore della rivista, e in altri due racconti: “Devil Dog” (Weird Tales, luglio 1945) ed “Eena” (Weird Tales, settembre 1947), il suo capolavoro, la cui protagonista è un’altra donna-lupo.

In questa toccante storia uno scrittore, Joel Cameron, prende casa vicino a Wolf Lake facendo amicizia con i coloni locali. I semi della tragedia vengono piantati quando l’uomo, trovato un cucciolo di lupo albino, lo alleva contro la volontà dei coloni che gli sconsigliano di farlo. A dispetto del forte legame che si instaura tra loro, Eena (è questo il nome dato al lupo, che è di sesso femminile) una volta cresciuta fugge via dall’uomo, e presto sul posto iniziano a udirsi storie su un grosso lupo bianco a capo di un famelico branco. La trama prende una piega drammatica allorché Eena, piuttosto inaspettatamente, cambia trasformandosi in una giovane e bella ragazza che alterna la sua forma animale a quella umana. Eena intraprende così una relazione d’amore con il suo protettore, che resta ignaro della cosa; ma quando alla fine l’uomo si trova davanti il grosso lupo bianco, che stenta a riconoscere come il cucciolo che aveva allevato, non esita a sparargli. Scopre così di aver ucciso la donna amata, che torna alla forma umana morendo tra le sue braccia.

Un’attrazione fatale è presente anche in “Werewoman” di Catherine Lucille Moore (1911-1987), tra le più brillanti scrittrici di science fantasy di Weird Tales. Il racconto, facente parte della serie di Northwest Smith, uscì però su Leaves nel 1938: qui, l’avventuriero delle stelle incontra in un desertico reame alieno un branco di lupe mannare, e ne diventa il capo.

The White Wolf, 1941, copertinaNotevoli variazioni sul tema delle trasformazioni licantropiche sono anche i racconti “The Psychomorph” di E.A. Grosser (Unknown, febbraio 1940), “When the Werewolf Howls” (Horror Stories, maggio 1940), e “Beast of the Island” di Paul Selonke (Strange Stories, ottobre 1940), tutti usciti sulle riviste “rivali” di Weird Tales.

Gli anni Quaranta sono unanimemente considerati come il “Periodo d’Oro” per lo sviluppo e l’evolversi del filone licantropico, sia al cinema che nella letteratura. In narrativa, uno dei romanzi migliori del periodo è The White Wolf di Franklin Gregory (1905-1985), pubblicato nel 1941. Si tratta di un riuscito tentativo per dare alle storie di licantropi un trattamento adulto. Protagonista è ancora una volta una giovane donna, Sara de Camp d’Avesnes, la quale, dopo essersi immischiata con un culto Satanico, si trasforma in grosso lupo bianco e in questa forma uccide chi le sbarra la strada. Il padre di Sara, allarmato dai cambi di personalità della figlia, scopre che la ragazza era predestinata a diventare una wolf-woman come contropartita di un patto col diavolo fatto da un suo antenato. Il romanzo, eccellentemente scritto, è pieno di scene orrorifiche e splatter che lo rendono ancor oggi una lettura avvincente e moderna. Vi troviamo anche la terribile descrizione di un infante rapito dal licantropo, la cui testa, più tardi, viene ritrovata staccata dal corpo!

Weird Tales, novembre 1942, copertinaLa prima storia a cambiare in modo radicale lo stereotipo della licantropia (un tema che cominciava ad essere ormai usato e abusato da troppi scrittori), rappresentando un vero spartiacque tra passato e moderno, è “The Hound” di Fritz Leiber (Weird Tales, novembre 1942), racconto che si avvantaggia di un’ambientazione urbana e moderna. Il mostro licantropico qui è descritto come una creatura d’ombra di forma incerta, impossibile da definire ma dall’apparenza di lupo. È un fantasma che, nato dall’inconscio della sua vittima, prende sembianze di carne e sangue. E l’aspetto di belva ne fa una creatura ancor più temibile.

Un altro autore che ha reinterpretato in maniera originale la leggenda dell’homo lupis è stato Anthony Boucher (1911-1968), scrittore dai risvolti spesso umoristici. In “The Compleat Werewolf” (Unknown, aprile 1942) troviamo un lupo mannaro arruolato nell’F.B.I., e in “The Ambassadors” (Startling Stories, giugno 1952) i licantropi diventano plenipotenziari terrestri su altri pianeti. Sulla rivista di Farnsworth Wright è apparso invece, nel settembre 1945, il suo “Mr. Lupescu”, strano racconto di una creatura mannara nata dall’immaginazione.

Weird Tales, settembre 1927, copertinaI licantropi comparivano occasionalmente anche nei versi che si pubblicavano su Weird Tales, e “They Run Again” (nel numero del dicembre 1938) di Leah Bodine Drake, autrice che più tardi vinse un Premio Pulitzer, ne è il miglior esempio. Ma degni di menzione sono anche i componimenti di Henry Kuttner (“Ballad of the Wolf”, giugno 1936) e di C. Edgar Bolen (“Lycanthropus”, settembre 1936).

I romanzi e i racconti a tema licantropico pubblicati su Weird Tales (tra cui si citano ancora “The Wolf-Woman” di Bassett Morgan, settembre 1927, e “The Werewolf Owls” di Clifford Ball, novembre 1941) rappresentano una piccola ma significativa parte dell’enorme produzione letteraria che ha preso piede dal mito del werewolf, e attraverso tutta la serie di variazioni che alla fine hanno coinvolto anche il cinema, la figura del lupo mannaro è diventata una icona-simbolo dell’immaginario dell’uomo. Per questo, c’è da credersi che il suo sinistro ululato continuerà a riecheggiare nei nostri incubi ancora a lungo...

Illustrazione di Mont Sudbury per 'The Werewolf Owls' in Weird Tales, novembre 1941Nota Bibliografica: Diversi dei racconti citati nell’articolo sono rintracciabili, in traduzione italiana, nelle seguenti antologie: Storie di lupi mannari, a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco (“I Mammut” Newton Compton, Roma, 1994); Notti di luna piena, a cura di Domenico Cammarota (Fanucci, Roma, 1987); I signori dei lupi, a cura di Gianni Pilo (Fanucci, Roma, 1988); Mal di luna, a cura di G. Pilo e S. Fusco (Tascabili Economici Newton, Roma, 1994). Per i dati originali dei racconti, il riferimento principale è stato il volume The Collector’s Index to Weird Tales, compilazione a opera di Sheldon R. Jaffery e Fred Cook (Bowling Green State University Press, Ohio, 1985), mentre per l’iconografia, oltre che delle fonti originali si è fatto uso di Terror! A History of Horror Illustrations from the Pulp Magazines, di Peter Haining (Sphere Books, 1978). Nel campo critico, i volume consultati utilmente sono stati invece i seguenti: The Essential Guide to Werewolf Literature di Brian J. Frost (University of Wisconsin Press, Madison, WI, 2003); Werewolf in Legend, Fact and Art, di Basil Copper (St. Martin’s Press, New York, 1977), e A Lycanthropy Reader: Werewolves in Western Culture, di Charlotte F. Otten (Syracuse University Press, NY, 1986).

N.B.: Il presente articolo era stato pubblicato in forma incompleta, più breve e con un diverso titolo (“La figura del licantropo nel weird-tale americano del primo Novecento”) nel libretto collettivo Licantropi!, a cura di Elvezio Sciallis (Ed. Yorick Fantasy Magazine, Speciale n. 30.1, 2001). Questa, qui presentata, è la sua versione inedita, riveduta e aggiornata per l’occasione.

Pietro Guarriello