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lunedì 19 novembre 2012

I figli di Beowulf 2012

I figli di Beowulf 2012, copertinaArriva con I figli di Beowulf 2012. Il nuovo fantasy italiano il quarto appuntamento nella serie di antologie originali dedicate al fantasy contemporaneo in Italia curate da Alberto Henriet per la Midgard Editrice di Perugia, in una selezione narrativa e saggistica quest’anno orientata in modo assai particolare sulle contaminazioni tra il genere western e il fantastico.

I Figli di Beowulf è una serie antologica che raccoglie il meglio del fantastico italiano nella misura del racconto e del saggio breve. Anche in questa edizione del 2012, vengono edite opere che spaziano nei vari sottogeneri del Fantasy italiano. Alberto Henriet presenta una nuova avventura, questa volta esoterica, del suo supereroe Capitan Aosta, alla ricerca della mitica città nordica dei Guerrieri Techno. Francesco Brandoli affronta il gothic-western, e il suo eroe solitario James Ulrich deve fronteggiare la minaccia inquietante di un villaggio western dominato dalle streghe. Andrea Coco affronta il lato «scientifico» del fantastico con un’avventura straordinaria che ha inizio all’aeroporto di Roma Fiumicino, mentre al fantasy classico è riconducibile il racconto di Alberto Rescio. Un noir di Tullio Bologna, e saggi di Lorenzo Spurio su Beowulf e di Giuseppe Panella sulla produzione Weird & Western di Robert E. Howard, completano questa singolare antologia”.

Illustrazioni interne in bianco e nero di Pompeo De Vito, mentre risalta in copertina una riproduzione dell’ottocentesco dipinto Jason Charming the Dragon di Salvator Rosa. Il volume è stampato con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Perugia, maggiori informazioni disponibili presso le pagine ufficiali web dell’editrice Midgard.

I figli di Beowulf 2012. Il nuovo fantasy italiano
a cura di Alberto Henriet
collana Narrativa, Midgard Editrice, 2012
brossura, 192 pagine, €18.50
ISBN 9788866720249

Andrea Bonazzi

venerdì 19 ottobre 2012

Fenomenologia della fine del mondo. Science fiction e fantasy dall’Ottocento a oggi

Fenomenologia della fine del mondo, 2012, copertinaL’ombra della “fine dei tempi” certo non sfuma dopo il passaggio nel nuovo Millennio, né le suggestioni apocalittiche si estingueranno con l’imminente concludersi di un ciclo nell’ormai famoso calendario Maya.

Fra i più ricorrenti e antichi temi letterari, del mondo alla sua fine visto in due secoli di narrative del fantastico si occupa Fenomenologia della fine del mondo. Science fiction e fantasy dall’Ottocento a oggi, un saggio in volume di Riccardo Notte pubblicato a Roma da Bulzoni Editore.

“L’ingegneria genetica, le nanotecnologie, l’intelligenza Artificiale, la robotica, l’esplorazione spaziale e le reti promettono di espandere il potenziale umano ben oltre i limiti dell’immaginazione, ma la fiducia nelle sorti progressive dell’uomo è smentita dal diffondersi di una sotterranea ansietà. In questa situazione contraddittoria proliferano i millenarismi e si diffondono dubbie attese escatologiche che generano una mitridatizzazione di massa dell’apocalisse. Ma esiste un «genere» che più di ogni altro esplora limiti e potenzialità dell’uomo. In due secoli la science fiction ha formulato varie congetture apocalittiche, strettamente connesse alle conquiste scientifiche e tecnologiche, di fatto assumendo il ruolo di coscienza critica tecnica dell’uso politico dei suoi poteri. Fenomenologia della fine del mondo esplora la nascita, la maturità, gli sviluppi recenti e l’orizzonte teoretico e culturale di una forma letteraria che esprime un nuovo éschaton solo apparentemente mondano”.

Laureato in Filosofia presso l’Università “Federico II” di Napoli, Riccardo Notte è docente di Antropologia culturale presso l’Accademia di Brera a Milano. Redattore del bimestrale «Mass Media» fra 1988 e il ’95, ha lungamente collaborato a diversi quotidiani e periodici ed è stato commissario per la XIV Quadriennale di Roma. Si è occupato delle nuove tecnologie di comunicazione nei volumi Millennio virtuale (1996), La razza stellare (1999) e La condizione connettiva. Filosofia e antropologia del Metaverso (2002), quindi alle ricadute sociali e culturali dell’intelligenza artificiale pubblicando, fra l’altro, You, Robot. Antropologia della vita artificiale (2005) e Machina ex machina (2008).

Informazioni sul libro sono disponibili attraverso le pagine Internet di Bulzoni Editore. Qui sotto, invece, ne riportiamo l’indice dei contenuti:

Premessa
Capitolo I. Grandi apocalizzatori moderni
Capitolo II. Apocalissi mistiche e filosofiche del primo Novecento
Capitolo III. Futurismo apocalittico
Capitolo IV. Fuoco, terra, acqua
Capitolo V. Armageddon robotica
Capitolo VI. Nuove iconografie apocalittiche
Capitolo VII. Apocalittica e ridonanza
Bibliografia
Indice dei nomi


Fenomenologia della fine del mondo
Science fiction e fantasy dall’Ottocento a oggi
Riccardo Notte
collana Biblioteca di cultura, Bulzoni, 2012
brossura, 190 pagine, €16.00
ISBN 9788878706293
Tatiana Martino

sabato 13 ottobre 2012

Il fantasy in Italia, saggio tematico sul genere

Il fantasy in Italia, 2012, copertinaCasa editrice attenta nel corso dei decenni agli sviluppi della letteratura fantastica italiana, sia nell’ambito critico che in quello narrativo, la Solfanelli di Chieti pubblica il saggio tematico Il fantasy in Italia scritto da Franco Ressa e introdotto da una presentazione di Paolo Gulisano.

“Il genere fantasy viene inteso come risultante dall’unione di due altri generi quali la fiaba e l’epica, rimasti in secondo piano o dimenticati nella cultura recente, ma oggi riportati a vivere in una nuova veste”.

“Vengono studiati gli influssi positivi, e pure le possibilità di aberrazione possibili attraverso un uso distorto del nuovo genere,” prosegue la nota editoriale. “Si esamina dalla sua origine l’epica cavalleresca medievale e rinascimentale italiana, fino al suo tramonto durante il XVI secolo, e quindi il sorgere e prosperare della fiaba in epoca barocca, la sua trasformazione didattica alla fine dell’Ottocento, quindi il sorgere del genere fantasy, iniziato ad affermarsi in Italia nell’ultimo trentennio del XX secolo. La panoramica sulle tendenze attuali del fantasy italiano tiene conto anche delle produzioni nelle arti musicali, del fumetto, e del nuovo fenomeno mondiale del gioco di ruolo, applicazione pratica e immedesimante delle tematiche e del mondo epico-fiabesco scaturito dalla fantasia di J.R.R. Tolkien”.

Laureato in architettura e in lettere, l’autore ha insegnato per alcuni anni al politecnico di Milano, città dove risiede. Franco Ressa si occupa di storia e archeologia e della loro diffusione, oltre a scrivere saggistica e sceneggiature di comics come Storia del Piemonte a Fumetti (1993), per i disegni di Nives Manara con la quale ha pure realizzato l’albo fantasy a fumetti Alis (2010). Sempre in contesto fantasy, ha firmato la direzione artistica della rivista di giochi di ruolo Rune nel 1994-96.

Concludono l’opera un glossario ragionato di elementi e caratteristiche tipiche nel genere, e una vasta bibliografia. Informazioni sul volume presso le pagine web delle Edizioni Solfanelli.

Il fantasy in Italia
Franco Ressa
collana Athenaeum, Solfanelli, 2012
brossura, 216 pagine, €16.00
ISBN 9788874977604
Andrea Bonazzi

lunedì 10 settembre 2012

Gli avventurieri del mare. I pirati di Robert E. Howard

Gli avventurieri del mare, 2012, copertinaA un anno di distanza dall’uscita di Dark Agnes, donna di spada, prosegue l’opera di pubblicazione degli inediti avventurosi e fantastici di Robert Ervin Howard presso la collana Libra Fantastica di Elara, oggi distribuita nelle edicole, con il volume Gli avventurieri del mare interamente dedicato alle storie howardiane di pirateria e bucanieri.

“Negli anni oscuri nei quali la Britannia abbandonata dalle legioni di Roma è preda della follia e della bramosia di sanguinari razziatori proclamatisi re, l’indomabile rinnegato irlandese Cormac Mac Art detto il Lupo, e il gigantesco pirata vichingo Wulfhere infestano i mari e saccheggiano le coste britanniche sterminando chiunque si metta sul loro cammino, siano uomini, monarchi, cavalieri o mostri provenienti dalle più remote antichità. E mille anni più tardi, nei tempi di Henry Morgan e di Capitan Blood, Terence Vulmea, detto l’Irlandese Nero, reincarna questi avventurieri e diventa il più crudele e leggendario pirata della Fratellanza Rossa, spina nel fianco degli altezzosi inglesi che solcano con i loro velieri le acque pericolose delle Indie Occidentali e delle Americhe. Grandi avventure, epopee leggendarie, con il fascino di uno dei più grandi scrittori del nostro tempo, impreziosito dalla cura di traduzione e presentazione che fanno di questo straordinario libro un must per chi ama Howard e per tutti coloro che sentono il fascino dell'avventura”.

Nella traduzione ancora di Anna Rita Guarnieri e Armando Corridore, la raccolta introduce il personaggio della spadaccina Helen Tavrel, in un racconto del 1928 rimasto inedito sino agli anni 70, oltre a comprendere l’avventura caraibica di Vulmea il Nero e quattro storie del ciclo di Cormac, due delle quali incompiute, “Tigers of the Sea” e “The Temple of Abomination”, e proposte nelle versioni completate da Richard L. Tierney nel 1975.

Benché non indicato, è un’opera di Peter Lee la suggestiva illustrazione in copertina. Informazioni presso la pagina dedicata sul sito web dell’editore, qui a seguito un indice dei contenuti con i riferimenti originali fra parentesi.

Nota introduttiva – Armando Corridore
Parte Prima: Cormac Mac Art
Le tigri del mare (Tigers of the Sea, 1975) – con Richard L. Tierney
Le spade del Mare del Nord (Swords of the Northern Sea, 1974)
La notte del lupo (The Night of the Wolf, 1969)
Il tempio dell’abominio (The Temple of Abomination, 1975) – con Richard L. Tierney
Parte Seconda: Terence Vulmea il Nero
La vendetta di Vulmea il Nero (Black Vulmea’s Vengeance, 1938)
Parte Terza: Helen Tavrel
L’isola della rovina del pirata (Isle of Pirate’s Doom, 1975)


Gli avventurieri del mare
Robert E. Howard
collana Libra Fantastica, Elara Libri, 2012
brossura, 304 pagine, €13.50
Andrea Bonazzi

sabato 27 agosto 2011

Conan il barbaro, tutto il ciclo howardiano in un volume

Conan il barbaro, 2011, copertinaSull’onda dell’uscita cinematografica di Conan the Barbarian – film ahinoi senza spessore, bidimensionale anche in “3D” e già piuttosto freddamente accolto nelle sale –, la Newton Compton riporta in libreria l’intero ciclo narrativo del Conan di Robert Ervin Howard, a prezzo decisamente abbordabile in un unico e ben corposo volume dal titolo Conan il barbaro. Una saga immortale.

Nelle 864 pagine del libro confluiscono i due distinti tomi dedicati all’eroe cimmero nella precedente edizione Newton dell’opera fantastica di R.E. Howard, curata e introdotta da Gianni Pilo e Sebastiano Fusco nel 1995 per le varie traduzioni dello stesso Pilo, di Giusi Riverso, G.L. Staffilano e Riccardo Valla.

Fra i testi originali di Howard vengono mantenute anche alcune delle più o meno drastiche “revisioni postume” di Lyon Sprague de Camp, che negli anni 50 rielaborò alcuni frammenti incompiuti dello scomparso autore texano, come la semplice sinossi alla base de “Il Palazzo dei Morti” (“The Hall of the Dead”), o storie mai pubblicate come il racconto avventuroso di pirati “The Black Stranger”, trasformato ne “Il tesoro di Tranicos” reinserendovi il personaggio di Conan per protagonista, oltre a riadattarne le originarie ambientazioni storiche allo sfondo heroic fantasy dell’Era Hyboriana.

Informazioni sull’uscita presso il sito web dell’editore, mentre è possibile consultare una dettagliata bibliografia italiana della saga di Conan e dell’opera howardiana attraverso le pagine di www.librihowardiani.altervista.org. Qui a seguito un sommario dei contenuti del volume.

Introduzione: Howard un “eroe” letterario – Gianni Pilo e Sebastiano Fusco
Cronologia howardiana – Gianni Pilo e Sebastiano Fusco
La Torre dell’Elefante (The Tower of the Elephant, 1933)
Il Palazzo dei Morti (The Hall of the Dead, 1967, revisione di L.S. de Camp)
Il Dio nell’urna (The God in the Bowl, 1952)
Gli intrusi a palazzo (Rogues in the House, 1934)
La figlia del gigante dei ghiacci (The Frost Giant’s Daughter, 1934)
La Regina della Costa Nera (Queen of the Black Coast, 1934)
La valle delle donne perdute (The Vale of Lost Women, 1967)
Colosso nero (Black Colossus, 1933)
Ombre al chiaro di luna (Iron Shadows in the Moon/Shadow in the Moonlight, 1934)
Nascerà una strega (A Witch Shall Be Born, 1934)
Ombre a Zamboula (Man-Eaters of Zamboula/Shadows in Zamboula, 1934)
Il diavolo di ferro (The Devil in Iron, 1934)
Gli Accoliti del Cerchio Nero (The People of the Black Circle, 1934)
L’ombra che scivola (Xuthal of the Dusk/The Slithering Shadow, 1933)
Lo stagno dei neri (The Pool of the Black One, 1933)
Chiodi rossi (Red Nails, 1936)
Le gemme di Gwahlur (Jewels of Gwalhur, 1935)
Oltre il Fiume Nero (Beyond the Black River, 1935)
Il tesoro di Tranicos (
The Black Stranger/The Treasure of Tranicos, 1953, revisione di L.S. de Camp)
La fenice sulla lama (The Phoenix on the Sword, 1932)
La cittadella scarlatta (The Scarlet Citadel, 1933)
L’ora del Dragone (The Hour of the Dragon/Conan the Conqueror, 1935-1936)
Appendice I: L’Era Hyboriana – Robert E. Howard
La cronologia di Conan stabilita da Lyon Sprague de Camp
Appendice II: Conan e la Fantasia Eroica – Gianni Pilo e Sebastiano Fusco
Appendice III: Le avventure di Conan – Gianni Pilo e Sebastiano Fusco


Conan il barbaro. Una saga immortale
Robert E. Howard
Grandi Tascabili Contemporanei, Newton Compton, 2011
brossura, 864 pagine, €6.90
ISBN 9788854124868

Andrea Bonazzi

domenica 21 agosto 2011

Fantasmi, Racconti e Altri regni di Richard Matheson

Ghost, 2011, copertinaNovità e recuperi editoriali dell’opera di Richard Matheson continuano a riproporsi nelle pubblicazioni di Fanucci Editore per quest’anno, con gli ultimi tre volumi apparsi fra l’inverno e l’estate del 2011, tutti nella traduzione italiana a firma di Maurizio Nati.

Di recente uscita è Ghost (Earthbound, 1982), uno “spettrale” romanzo di Matheson pubblicato ventinove anni or sono in origine sotto lo pseudonimo di Logan Swanson, finora rimasto inedito in Italia.

“A due passi da New York esiste una località chiamata Logan Beach. D’estate è una frequentata stazione di villeggiatura, ma d’inverno ha un’atmosfera da vecchia America dimenticata, angosciosa e rarefatta: un litorale battuto dal vento e dalla pioggia, una grande casa in cima a una scogliera, una villetta sulla sabbia e il resto del mondo lontano come non mai. Proprio qui, e proprio in un inverno più inclemente del solito, si rifugiano David ed Ellen, una matura coppia di coniugi, con la speranza di ricucire in qualche modo il loro rapporto in crisi da anni, lontani dall’assolata California e da una storia di infedeltà che Ellen non riesce a perdonare. Ma l’insidia è dietro l’angolo, nella persona di un’enigmatica e bellissima ragazza che compare all’improvviso dal nulla e che pian piano si insinua nella vita di David fino a sconvolgerla, facendo leva sulle sue debolezze. Chi è questa donna di nome Marianna? Da dove viene? E soprattutto, cosa vuole? David dovrà affrontare e sconfiggere i propri demoni, anche quelli più inconfessati: in ballo non c’è più soltanto il suo matrimonio, ma la sua sanità mentale e la sua stessa vita”.

scarica l'anteprima PDF, iconaMaggiori informazioni sulle pagine web ufficiali di Fanucci, dalle quali sono liberamente scaricabili le pagine iniziali del romanzo in una anteprima formato PDF (274 Kb).

Ghost
Richard Matheson
Collezione ventesima, Fanucci, 2011
brossura, 240 pagine, €10.00
ISBN 9788834717493


I migliori racconti, 2011, copertinaProposito de I migliori racconti appare quello di raccogliere in un solo agile volumetto le nove storie brevi più note e forse rappresentative dello scrittore americano.

“Dall’autore di «Io sono leggenda», «Tre millimetri al giorno» e «Duel e altri racconti», una nuova antologia che raccoglie i migliori racconti scritti da Richard Matheson. Matheson si dimostra qui capace di creare atmosfere di terrore, paranoia, disagio esistenziale, e di evocare molti dei fantasmi che ossessionano il nostro presente e la nostra idea di futuro, attraversando spesso un’umanità marginale caratterizzata da un forte senso di rivalsa. Questa antologia raccoglie nove racconti, alcuni dei quali, come «Duel», sono stati adattati per il grande schermo: «Nato d’uomo e di donna», «Duel», «La danza dei morti», «L’uomo enciclopedico», «La casa impazzita», «La legione dei cospiratori», «I figli di Noè», «Il nuovo vicino di casa» e «La preda».

Informazioni in rete ancora presso il sito web dell’editore.

I migliori racconti
Richard Matheson
Tif extra, Fanucci, 2011
brossura, 192 pagine, €10.00
ISBN 9788834717585


Altri regni, 2011, copertinaUltima pubblicazione fantastica di Matheson dopo una lunga pausa decennale, il recentissimo Altri regni (Other Kingdoms, 2011) è invece un romanzo fra i toni del fiabesco e del romantico.

“Divenuto ormai da tempo un autore di culto nel campo del genere fantastico, all’età di ottantaquattro anni Richard Matheson è ancora in grado di stupire il suo pubblico. Altri regni conferma le sue intatte capacità di narratore, unite in questo caso a una vena di leggera autoironia, a una sorta di gioco della scrittura che irride sé stessa, senza peraltro rinunciare ad ammaliare il lettore con una storia sospesa tra il fantasy e l’horror, e che affonda le sue radici nel romanzo gotico inglese. Alexander White è il protagonista di un’avventura che lo porterà dalle atrocità della Grande guerra fino a un mondo impossibile del quale diventerà a poco a poco, e suo malgrado, una parte integrante. Vivrà in prima persona tutta la fascinosa bellezza e la crudele diversità dei suoi diciotto anni, prima con la razionalità e poi con l’abbandono al suo destino. Storia d’amore e di mistero, «Altri regni» è l’ennesima dimostrazione che dai tempi di «Duel» e di «lo sono leggenda», Richard Matheson è ancora in grado di descrivere il fascino della paura e la forza dell’ignoto”.

scarica l'anteprima PDF, iconaAnche per Altri regni, dalla scheda informativa di fanucci.it è possibile scaricare un’anteprima con le prime sette pagine dell’opera in formato PDF (374 Kb).

Altri regni
Richard Matheson
Collezione vintage, Fanucci, 2011
brossura, 304 pagine, €16.00
ISBN 9788834716779

Tatiana Martino

sabato 2 luglio 2011

The 2011 Rhysling Anthology, un anno di poesia fantastica in America

The 2011 Rhysling Anthology, copertinaFondata nel 1978, l’americana Science Fiction Poetry Association sceglie annualmente una selezione fra la migliore poesia di carattere fantascientifico, fantasy, horror, surreale e fantastico apparsa nell’anno precedente, premiata con gli specialistici Rhysling Awards i cui vincitori vengono regolarmente riproposti nell’ambito del più noto e prestigioso premio Nebula, oltre che pubblicati nella complessiva antologia delle opere considerate in nomination.

Curata da David Lunde ed edita dall’associazione stessa in collaborazione con la Raven Electrick Ink, The 2011 Rhysling Anthology. The best SF, Fantasy, and Horror Poetry of 2010 esce quindi a raccogliere i più rappresentativi versi fantastici scelti nel periodo, in una settantina di nomi a comprendere poeti e autori di ogni tendenza e sottogenere dal weird di Richard L. Tierney, Ann K. Schwader e Robin Spriggs fino alla fantascienza e fantasy di Jane Yolen e Catherynne M. Valente.

Maggiori informazioni presso il sito ufficiale della Science Fiction Poetry Association www.sfpoetry.com, o alla pagina commerciale del volume su Amazon.com.

The 2011 Rhysling Anthology
The best SF, Fantasy, and Horror Poetry of 2010
A cura di David Lunde
Science Fiction Poetry Association / Raven Electrick Ink, 2011
brossura, 138 pagine, $12.95
ISBN 9780981964348

Andrea Bonazzi

sabato 11 giugno 2011

Fungi #20: un quarto di secolo di fantasy e weird fiction

Fungi #20, 2011, copertinaPubblicato negli Stati Uniti a partire dal 1984, in uscite decisamente irregolari e intermittenti con lunghe pause fra una sospensione e l’altra, il “magazine di fantasy e weird fictionFungi torna alle stampe con un corposo numero 20 a festeggiare il superamento del proprio venticinquennale, e a ben dieci anni di distanza dalla sua ultima, precedente apparizione. Il ritorno della rivista, curata da Pierre V. Comtois sotto il marchio della Fungoid Press, avviene grazie alle moderne tecniche di stampa e distribuzione on demand, che consentono maggiore diffusione per mezzo delle grandi catene librarie online con l’edizione di una ricca brossura in oltre 180 pagine d’ampio formato.

Fra i contenuti, l’omaggio ai 90 anni del venerabile Ray Bradbury e tanta nuova e vecchia narrativa weird, horror, fantasy e di fantascienza fra nuove nuovi e classiche riproposte da R.H. Benson a C.A. Smith, da H.P. Lovecraft a Frank Belknap Long sino a Thomas Ligotti. Oltre ai racconti di Richard A. Lupoff, E.P. Berglund e tanti altri, Robert M. Price ci propone una nuova avventura del barbaro Thongor di Lemuria creato a suo tempo da Lin Carter, mentre uno speciale è dedicato a Ramsey Campbell con la ristampa di un paio di sue rare storie.

A completare il tutto le sezioni di poesia fantastica, interventi critici su C.S Lewis e sull’illustratore Robert Logrippo, in copertina con la sua tavola per l’edizione 1971 del romanzo The Boat of the Glen Carrig di Hodgson. Numerose le illustrazioni in bianco e nero a ospitare i disegni di Theodore Kittleson, Marie Melechinsky, Steve Lines e Toren Atkinson.

Informazioni presso la pagina web del curatore su pierrevcomtois.com. Qui a seguito, il lungo indice dei materiali presentati in questo numero.

Fiction:
Locust Time – Dale Phillips
Forced Conclusion – Pierre V. Comtois
Walking in Longnight – Colleen Drippe
The Tree – H.P. Lovecraft
A Future Odissey – RonHilger
A Good Service – Adam Walter
The Eye Above the Mantle – Frank Belknap Long
Moss Covered Stones – Colleen Drippe
Sergeant Ghost – Richard A. Lupoff
Witch Queen of Lemuria – Robert M. Price
Living the Good Lives – E.P. Berglund
Stacks – Joshua Shapiro
Hounded by Night – Andrew M. Seddon
The Watcher – R.H. Benson
The Hollow Man – Don Webb
Annabel Lee – Glynn Barrass
Sect of the Idiot – Thomas Ligotti
Full Circle – Leah M. Cyr
Novelette:
A Kaleidoscope of Shadows – August Jacobs
How the Universe Got Even With Me, or I Kicked a Crab – C. George Porter
Midnight Corridor – R.J. Zimmerman

Special Ramsey Campbell section:
The Sentinels – Ramsey Campbell
The Hollow in the Woods – Ramsey Campbell

Special Spotlight on David Daniel:
In the Spotlight: David Daniel – Pierre V. Comtois
David Daniel and the Spiral of Time – Ed Ford
Antipodes – David Daniel
Adonis Days – David Daniel
Fallen World – David Daniel

Ray Bradbury Tribute:
Ray Bradbury at 90: A Literary Legend Commences His Tenth Decade – James E. Person, Jr.
What Age Is This? – Ray Bradbury
Bradbury’s Credo – Gregorio Montejo
Ray – Henry J. Vester III

Non Fiction:
Bob Logrippo: Nightmare Scenarist – Pierre V. Comtois
C.S. Lewis and American Pulp Science Fiction – Dale Nelson

Poetry:
The Graveyard Tree – John Grey
Finding the Old Man in the House – John Grey
The Corpse and the Skeleton – Clark Ashton Smith
Frankenstein – John Grey
The Black Lake/A Phantasy – Clark Ashton Smith


Fungi #20
a cura di Pierre V. Comtois
Fungoid Press, spring 2011
brossura, illustrazioni in b/n, 186 pagine, $15.00
ISBN 9781602647589

Andrea Bonazzi

mercoledì 1 giugno 2011

Conan il mito. Identità e metamorfosi di un personaggio seriale tra letteratura, fumetto, cinema e televisione

Conan il mito, 2011, copertinaDalle Edizioni ETS di Pisa è in arrivo Conan il mito. Identità e metamorfosi di un personaggio seriale tra letteratura, fumetto, cinema e televisione, un saggio di Paolo Bertetti dedicato al più celebre fra i personaggio di Robert Ervin Howard e alle sue molteplici incarnazioni, nel corso ormai di oltre settant’anni, attraversando la cultura popolare dalla narrativa ai mezzi di comunicazione più diversi fin sulle tavole dei comics, il piccolo e grande schermo, i tavoli e i monitor di gioco.

“Creato negli anni 30 dalla penna di Robert Howard e reso celebre dalle illustrazioni di Frank Frazetta e dalla muscolare interpretazione cinematografica di Arnold Schwarzenegger, Conan il Barbaro è certo il personaggio più noto e amato dell’immaginario Heroic Fantasy. Un eroe nato sulle pagine dei pulp che, a partire dagli anni 60, diventa protagonista di alcune fortunate serie a fumetti e di due film, ma anche di adattamenti televisivi, cartoni animati, giochi di ruolo e computer games. Un vero personaggio transmediale ante-litteram, un «mito d’oggi» oggetto in anni recenti di un rinnovato interesse, che culmina ora nel nuovo film diretto da Marcus Nispel e interpretato da Jason Momoa. Conan il mito analizza le origini, la storia e le metamorfosi del barbarico eroe, soffermandosi in particolare sui modi in cui l’identità del personaggio si sia andata costruendo, e insieme diversificando, attraverso le sue diverse avventure nei vari media. Il libro delinea così un percorso suggestivo tra le molteplici incarnazioni del barbaro guerriero, ma offre anche l’occasione per riprendere la riflessione semiotica sul problema del personaggio e sui modi in cui i vari sistemi semiotici lavorano in maniera diversa alla sua costruzione”.

Laureato in Lettere Moderne con una tesi di Semiologia sulla costruzione del mondo nei romanzi di fantascienza, Paolo Bertetti è ricercatore universitario in Semiotica e psicologia della comunicazione simbolica. Ha curato i volumi Nuove narrazioni. Tarantino, Baricco, il cyberpunk (1996) e La semiotica venticinque anni dopo (1999) e ha al suo attivo diverse pubblicazioni riguardanti soprattutto la teoria del testo e della narrazione.

Informazioni presso il sito web www.edizioniets.com.

Conan il mito. Identità e metamorfosi di un personaggio seriale tra letteratura, fumetto, cinema e televisione
collana La Piazza Universale, Edizioni ETS, 2011
brossura, 176 pagine, €15.00
ISBN 9788846729538

Andrea Bonazzi

giovedì 19 maggio 2011

Dark Agnes, donna di spada di Robert E. Howard

Dark Agnes, donna di spada, 2011, copertinaCon la la nuova collana Libra Fantastica di Elara dedicata a fantastico, fantascienza, fantasy e horror arrivano gli inediti per l’Italia di Robert Ervin Howard a partire da questo volumetto dedicato a Dark Agnes, donna di spada, nella traduzione di Armando Corridore e Anna Rita Guarnieri, a presentare il ciclo dell’oscura e caparbia donna d’arme francese del XVI secolo in tre storie composte nei primi anni 30 ma pubblicate soltanto fra il 1971 e il ’75.

Fra queste l’incompleta prima stesura di “Mistress of Death”, portata a termine in seguito da Gerald W. Page, solo episodio a inserire l’elemento fantastico in un contesto altrimenti rigorosamente circoscritto al genere storico-avventuroso.

Oltre ad Agnes, troviamo nella seconda parte del volume le cronache del mezzo gaelico e mezzo normanno Cormac, stavolta sul medievale sfondo della Terza Crociata con due racconti apparsi nel 1931 sulla rivista Oriental Stories.

“Dall’autore di Conan il Barbaro per la prima volta in Italia il ciclo completo delle avventure di Dark Agnes de Chastillon, spadaccina bellissima e implacabile nella Francia del ’500. Ribellandosi al volere del padre che la vuole dare in sposa a un uomo che non ama e che la tratterà come una serva, Agnes trasforma la cerimonia nuziale in un bagno di sangue e fugge alla ventura. Tra briganti e mercenari, cavalieri dal dubbio passato, subdoli osti, cortigiane e stregoni non morti, Agnes l’Oscura conoscerà la durezza del tradimento e il valore del coraggio e dell’indipendenza. A completamento del volume un altro grande personaggio inedito: Cormac FitzGeoffrey, guerriero irlandese che rimane in Terrasanta dopo la fine dell’ultima Crociata trovandosi alle prese con tradimenti da vendicare, schiave bellissime da sottrarre a vili torture e strane pietre maledette che scatenano la sete di sangue negli uomini inclini alla cupidigia. Scritti l’anno precedente la prima storia di Conan, i racconti di Cormac sono una prova generale degli elementi narrativi principali, del carattere e delle atmosfere che si ritroveranno nelle storie del famoso barbaro di Cimmeria”.

Tutto questo in ulteriore attesa di Vulmea il Nero, El Borak, de Montour, Red Sonja di Rogatino e altri personaggi della ricca vena pulp intrisa di avventura, passione storica ed esotismo propria del “bardo di Cross Plains", che la collana promette di far conoscere finalmente anche al pubblico italiano.

Informazioni e acquisti presso la pagina dedicata sul sito web di Elara Libri. A seguito l’indice dei contenuti, con i riferimenti originali fra parentesi.

Nota introduttiva – Armando Corridore
Parte Prima: Agnes l’oscura
1. Res Adventurae (Sword Woman, 1934)
2. Lame per la Francia (Blades for France, 1934)
3. Amante della morte (Mistress of Death, 1934- 1971) – con Gerald W. Page
Parte Seconda: Cormac il guerriero
1. I falchi dell’Outremere (Hawks of Outremer, 1931)
2. Il sangue di Belshazzar (The Blood of Belshazzar, 1931)


Dark Agnes, donna di spada
Robert E. Howard
collana Libra Fantastica, Elara Libri, 2011
brossura con risvolti, 256 pagine, €13.50
ISBN 9788864990347

Andrea Bonazzi

sabato 5 marzo 2011

I Figli di Beowulf 2010

I Figli di Beowulf 2010, copertinaTerzo appuntamento con l’annuale antologia italiana fantasy curata da Alberto Henriet per Midgard Editrice, I Figli di Beowulf 2010. Il nuovo fantasy italiano presenta in questa sua nuova edizione cinque racconti e un romanzo breve, oltre a un intervento saggistico sulle definizioni del fantastico tra orrore, fantasia moderna e generi di “spada e magia”.

“«I Figli di Beowulf 2010» è un’antologia di narrativa e saggi brevi dedicati al fantasy italiano, una raccolta che spazia attraverso tematiche e stili diversi in modo originale e stimolante. Tullio Bologna ambienta il suo romanzo in una Siena del Futuro. Francesco Brandoli presenta una storia di vampiri dalla forte vena romantica. Dalmazio Frau narra le gesta del Capitano Thibaud, antieroe antimoderno. Maurizio Landini si occupa di Military Fantasy. Giuseppe Panella teorizza sul fantasy con un saggio. Altri testi completano l’antologia”.

Il volume è stampato con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Perugia, in copertina il dipinto “Uomo in armatura” (1511-1512) di Sebastiano del Piombo. Informazioni presso la pagina dedicata sul sito web dell’editrice Midgard, qui a seguito l’indice dei contenuti.

Introduzione. Beowulf 2010, Waitakere – Alberto Henriet
Narrativa:
Hadding e il draugr – Francesco Brandoli
Jonathon Dark – Alberto Henriet
La corviera – Valentino Sergi
Il viandante d’autunno – Dalmazio Frau
Morte all’ombra del drappellone – Tullio Bologna
Elfi guastatori – Maurizio Landini
Saggistica:
Dispositivi del fantastico. L’horror, il fantasy, la sword & sorcery – Giuseppe Panella


I Figli di Beowulf 2010. Il nuovo fantastico italiano
a cura di Alberto Henriet
Collana Narrativa, Midgard Editrice, 2011
brossura, 178 pagine, €16.50
ISBN 9788895708867

Andrea Bonazzi

domenica 27 febbraio 2011

Scoperte e riscoperte: Tito di Gormenghast

Tito di Gormenghast, 1981, copertinaCapita talora di scoprire quasi per caso opere delle quali non si conosceva (più o meno colpevolmente) nemmeno l’esistenza. Possono essere libri totalmente ignoti o, come nel presente caso, altri che in libreria sono caduti sotto lo sguardo anche diverse volte senza mai – chissà perché? – attirare troppo l’attenzione. L’ignoranza spesso ha conseguenze imbarazzanti, ma l’importante è cercare di porvi rimedio. Proprio per questo ho deciso di porre al mio intervento il titolo che avete sotto gli occhi, appunto affinché per qualcuno questo scritto possa essere la via per la scoperta di un libro che ho trovato davvero notevolissimo, come magari per qualcun altro possa essere quella per una riscoperta.

Il testo al quale mi riferisco è Titus Groan di Mervyn Peake (in Italia Tito di Gormenghast, edito da Adelphi): complice un’altra lettura che ne faceva menzione, mi ha subito incuriosito e ho concepito il desiderio ardente di leggerlo.

È uno stranissimo libro, Titus Groan: definito di volta in volta come appartenente a diverse tipologie – la fantasy come il romanzo gotico, l’allegoria come una sorta di neo-epica inglese, il romanzo per ragazzi (con il quale condivide almeno qualche piccola apparenza) e il romanzo in qualche modo sociale – a ben vedere esso non rientra in nessuna di esse e da tutte è per certi versi tuttavia racchiuso e circoscritto. Dal contenuto certamente fantastico si potrebbe ipotizzare che sia fantasy, ma poiché non condivide il concetto di “creazione secondaria” di J.R.R. Tolkien, o comunque una qualunque architettura costitutiva tipica di tale sottogenere, si tratta di una classificazione a dir poco faticosa; allo stesso modo il testo presenta sicuri elementi gotici, pur non avendo come scopo ultimo quello di provocare terrore e di destabilizzare la nostra tranquillizzante visione dell’esistente tramite il manifestarsi dell’irrazionale e del soprannaturale; in modo analogo esso mostra fattori allegorici e di critica sociale, pur non essendo sicuramente un romanzo “a chiave”, costruito per interpretare e valutare la nostra realtà contemporanea; così pure Peake mette in scena personaggi dai nomi parlanti, buffi, quasi archetipici di una certa letteratura per ragazzi, pur essendo il suo lavoro estremamente più complesso e stratificato della maggior parte della narrativa di tal fatta.

Un romanzo molto strano, quindi, forse nemmeno un romanzo vero e proprio, parlando stricto sensu. Titus Groan, infatti, è caratterizzato in primissimo luogo dall’estrema limitatezza della trama. Essa potrebbe essere riassumibile all’incirca in questo modo: nel cupo, vastissimo, indecifrabile castello di Gormenghast nasce finalmente il tanto atteso erede al trono del Conte, Tito de’ Lamenti (Titus Groan, appunto). Assistiamo alle reazioni dei principali abitanti del castello nel suo primo anno di vita fino alle circostanze che porteranno alla sua investitura. Parallelamente assistiamo alla parabola ascendente, in società, del giovane, astuto e ambizioso Ferraguzzo (Steerpike).

Pare abbastanza evidente come una trama di questo genere sia abbastanza stringata per un’opera di oltre 500 pagine, sia pure aggiungendovi gli episodi che in qualche modo ne costellano e integrano lo sviluppo.

Titus Groan, 1946, copertinaIn ogni caso, si può affermare almeno una cosa, e cioè come la cifra essenziale e prevalente del libro non sia senz’altro la narratività. Chiunque è in grado di capirlo anche solo a una prima lettura, quando dense e ripetute volute descrittive si inerpicano sul tessuto della trama principale, prendendone totale possesso e prevaricando sullo svolgimento degli eventi che la compongono. In altre parole, fatti che molto spesso potrebbero essere narrati rapidamente occupano pagine e pagine di spazio testuale, nelle quali descrizioni barocche e dettagliatissime si innervano su altrettanto estese considerazioni riflessive e sociali stabilendo, di fatto, strettissime connessioni fra i primi e le seconde. Proprio dalle seconde i primi diventano così inevitabilmente dipendenti. È chiaro allora – ed è stato notato da molti – come appunto il castello di Gormenghast sia lo stesso protagonista degli eventi, e lo dimostra proprio la sua natura mutevole e in qualche modo fluida, cangiante in base alle persone, alle inquadrature e alle circostanze, nonché agli stessi momenti narrativi .

L’esilità della trama si accompagna dunque, paradossalmente a una sua sostanziale funzionalità, ad altri elementi della narrazione, poiché essa serve, appunto, a sviluppare tutto il castello di significati che – mi si perdoni il gioco di parole – proprio nel castello hanno motivo di origine.

In primo luogo, perciò, Gormenghast è il luogo di una vastità ineffabile: non è lecito – afferma Anthony Burgess nell’introduzione – tracciare una mappa del castello alla fine del racconto, poiché esso risulta in conclusione inconoscibile e indefinibile. Le sue stanze sono in modo curioso perennemente uguali e perennemente diverse, invase dalla polvere e dai sintomi della decadenza, e allo stesso tempo immemore vestigio dei dettami incomprensibili di una Tradizione della quale si è smarrito financo il minimo senso. Il paragone corre subito inevitabile con “La Biblioteca di Babele” di J.L. Borges: se l’Universo nel racconto borgesiano è la Biblioteca, allora altrettanto Gormenghast è senza dubbio l’Universo nel romanzo di Peake, e anche gli spazi esterni a esso non esistono in altro modo che come sua dipendente e contrapposizione, poiché in ogni caso qualsivoglia tipo di movimento risulta alla fine centripeto. Tutto ritorna sempre alla fortezza.

In questo mondo Tito infante (come pure i suoi familiari, del resto) pur non facendo nulla è il protagonista onnipresente della storia, in quanto la sua stessa persona coincide costitutivamente con il castello (lo si dice esplicitamente). Analogamente, fra tante roccaforti della letteratura Gormenghast spicca in quanto prende possesso della vicenda e ogni suo contrafforte, pinnacolo, stanza e ricettacolo diviene in qualche modo elemento prevalente nell’attenzione dei lettori, simbolo non solo del mondo fossilizzato della società descritta, ma anche della psiche contorta e delirante dei numerosi personaggi che la popolano. Giustamente (ma solo fino a un certo punto) si è parlato di romanzo gotico: il castello è un mondo lugubre, fatiscente e in rovina, pervaso dall’immobilismo e a tratti dalla demenza, luogo di momenti di orrore e delirio, di caos e di disordine ontologico. Allo stesso modo gli abitanti di questo mondo cimiteriale sono gli spettri che lo abitano, biologicamente ancora in vita ma ciascuno pervaso da tratti di “sepolcralità” e follia, a partire dal conte Sepulcrio (Sepulchrave) per proseguire con le zie gemelle, caratterizzate da tronfia alterigia e passiva idiozia nonché da una paralisi che non è solo fattore clinico ma esistenziale, per proseguire ancora con lo scheletrico Lisca (Flay), il ripugnante – e a tratti mostruoso fino ai limiti dell’inumano – cuoco Sugna (Swelter) e tanti altri.

Ferraguzzo (Steerpike), illustrazione di Mervyn PeakeGli unici motori del cambiamento, un cambiamento tanto temuto quanto indefinibilmente minaccioso, sono proprio Tito, la cui nascita e crescita sono accompagnate da sentori e presagi che promettono di mettere in crisi il mondo immutabile della Tradizione (le cui conseguenze si vedranno nei successivi libri della serie) e soprattutto Ferraguzzo. Portatore di irrefrenabile ambizione, di spiriti libertari e sottilmente anarchici, incarnazione di sfrenato egoismo e arrivismo, nonché di un’ambizione senza limiti, Ferraguzzo è con la sua iconoclasta e incendiaria (letteralmente) malvagità una delle figure più potenti del romanzo nel quale esprime l’antagonista ideale e assoluto. Un antagonista, però, che anch’esso non riesce a sfuggire ai limiti geografici e alle leggi sottese al castello, rimanendo perciò pur sempre inglobato in questo mondo.

Tornando dunque a un punto nodale che mi interessava sviscerare e sottoporre all’attenzione dei lettori, come definire dunque il romanzo?

Se ha un senso cercare una forma specifica nella quale inquadrare l’opera, e assodato che i nuclei tematici di riflessione sul mondo (sia il nostro che quello di Gormenghast) sono quelli suddetti, tale forma specifica non può che trovarsi, secondo me, per mezzo dell’ottica che più ne spiega le qualità complessive. Potremmo parlare, cioè, di romanzo “metaforico”, ove i vari livelli di lettura e le varie caratteristiche interpretative che ho finora cercato brevemente di mettere in luce possono essere interpretati come immagine dalle valenze molteplici. Metafora della società inglese postbellica? Sicuramente, ma sarebbe forse ancora riduttivo e semplicistico spiegare l’oppressiva stasi di Gormenghast come un tentativo di dipingere un mondo devastato dal secondo conflitto mondiale, e tuttora in disfacimento, in preda ai vani furori di rinnovamento da parte di una gioventù amorale e sfrenatamente capitalistica (Ferraguzzo).

La metafora va oltre, a livello esistenziale e – oserei dire – raggiunge anche profondità metafisiche. È l’intera esistenza umana che si aggira nel nulla e sprofonda nelle nebbie catacombali e distorte di un aldilà fin troppo terreno. La fortezza – con le sue esplosioni di violenza sottesa, con le sue finte apparizioni soprannaturali (come non pensare ad Ann Radcliffe e ai suoi successori?), con i suoi presagi, le sue figure mostruose, le sue luciferine cucine trasudanti calore, le inestricabili gallerie di pietra – è un espressionistico specchio di anime umane in preda al tormento, alla cieca angoscia del vivere, all’inane tentativo del cercare di fuggire in qualche modo (a volte anche inconsapevolmente) verso un altro-da-qui che ha la tragicissima caratteristica del non poter esistere. Se il carcere è infinito, dal carcere non c’è ovviamente via di fuga, se non tramite l’annullamento in riti inconcludenti che impediscano di pensare oppure, se non ancora una volta, per mezzo dell’extrema ratio di una follia salvifica.

Metafora e metafisica, sono forse le uniche chiavi di lettura che in molteplici modi e a molti livelli possono schiuderci in modo ottimale le labirintiche porte del testo (e del castello stesso): una Legge vuota e inconsistente regola le sorti degli uomini e li conduce ad atti privi del benché minimo valore, costantemente ripetuti in una sorta di istituzionalizzazione del non-senso alla quale tutti sono vincolati. I rapporti umani si isteriliscono perciò fatalmente nello stesso identico modo in cui isterilisce qualsiasi elemento naturale all’interno delle mura (si veda l’albero morto delle gemelle). Le figure istituzionali crollano anch’esse nel ridicolo. Gli unici momenti di tenerezza, di passione e di vitalità sfumano nell’inconcludenza o nel patetico. Molto spesso si conducono all’esterno della fortezza (si veda il personaggio di Keda), ma hanno sorte che non si intende anticipare e che il lettore scoprirà. Si può ben intuire, però, che non sarà eccessivamente gratificante.

Mervyn Peake, autoritratto, 1933La fine del romanzo mantiene un’aura di sospensione, poiché ovviamente si tratta solo della prima parte di una trilogia che vede lo svilupparsi delle avventure di Tito, ma tematicamente esso potrebbe dirsi già pienamente conchiuso. Già così l’opera riesce a comunicare il sentimento e le riflessioni che tramite un quadro essenzialmente descrittivo aveva intenzione di passare fin dalla prima pagina.

Spenderò solo due ultime parole per concludere sullo stile di Peake: vigoroso, sottile, ironico, insinuante, di volta in volta acceso e intimista, cupo ed eccessivo. L’autore se ne serve come di uno strumento versatilissimo, capace agli estremi di applicarsi a un tempo del racconto estremamente dilatato per pagine e pagine sulla stessa rapida scena, come di affidarsi a uno stream of consciuousness che, attraverso un gioco di specchi prospettico, descrive l’episodio da più punti di vista (e questo avviene almeno in un capitolo). Egli sceglie, in definitiva, di adottare il mezzo stilistico più adeguato e affine a veicolare appunto i messaggi dei quali si è parlato poc’anzi.

Uno stile, per così dire, anch’esso metafisico per un romanzo che ho voluto definire tale e che trova uno dei tanti esempi straordinari di sé nella conclusione. E per una volta si potrà citare evidentemente la fine del testo senza per questo incorrere nelle giuste ire dei lettori poiché, come si è già detto più volte, alla fine dei giochi nella trama non avviene poi tantissimo e ciò che è maggiormente imprevedibile si trova negli episodi aggiuntivi piuttosto che nella linea principale degli eventi. Tutto sommato in Gormenghast non esiste una fine, non un inizio, né effettivamente un passato del tutto trascorso (poiché esso ricorre costantemente), né un futuro incognito a venire. Esistono solo un quando (ora) e un dove (Gormenghast stesso). O così accade almeno per adesso, in questo primo romanzo... Ma, senza anticipare oltre e tornando allo stile, terminerò appunto con la conclusione del romanzo – quasi una sorta di sipario che cala sul primo atto, in attesa che in un prossimo futuro vi possa parlare del libro secondo: Gormenghast.

“Il castello respirava e laggiù, sotto la Sala delle Sculture Radiose, la ruota di Gormenghast si era rimessa in moto. Dopo quel vuoto di silenzio, pur non avendo udito alcun suono, egli [il custode delle sculture, N.d.r.] si sentiva ora crescere dentro una specie di tumulto. Nessun suono, ma ormai dovevano essere ripresi gli schianti delle porte sbattute, gli echi nei corridoi, le luci vacillanti lungo i muri. Nell’alveare di pietra, le passioni ormai vagavano libere, nella loro creta mortale, di cella in cella, e il futuro racchiudeva lacrime e risa strane, nascite e morti feroci sotto umbratili volte. E sogni e violenze e delusioni. Ecco, ancora un poco e sarà l’alba, in un incendio verde, e l’amore stesso si ergerà a lanciare il grido dell’insurrezione! Perché domani è un giorno nuovo – e Tito è entrato nella sua fortezza”.

Umberto Sisia

sabato 25 settembre 2010

The Robert E. Howard Reader, saggi sul Bardo di Cross Plains

The Robert E. Howard Reader, 2010, coverFinalmente in uscita l’attesa raccolta saggistica The Robert E. Howard Reader, curata e introdotta da Darrell Schweitzer per l’americana Wildside Press. Preannunciato e atteso fin dal 2006, il libro riunisce insieme classici e nuovi saggi, interventi e articoli scritti da critici e scrittori di primissimo piano sul “Bardo di Cross Plains”.

Da Fritz Leiber a Poul Anderson e Michael Moorcock, da Lyon Sprague de Camp a S.T. Joshi, le voci di autori ed esperti lungo i decenni dello scorso secolo fino a oggi si alternano in analisi e opinioni personali sull’opera di Robert Ervin Howard, forse non ancora pienamente approfondita da un punto di vista critico in un approccio condotto, sino agli ultimi tempi, più da certo fandom che non da parte maggiormente “accademica”.

Certamente, una tappa importante dopo le valide ma non recentissime pubblicazioni in volume di antologie di studi come The Dark Barbarian: The Writings of Robert E. Howard, a Critical Anthology (Wildside, 2000), The Barbaric Triumph: The Heroic Fantasy of Robert E. Howard (Wildside, 2004) e Two-Gun Bob: A Centennial Study of Robert E. Howard (Hippocampus, 2006).

Informazioni sul titolo disponibili presso il sito web dell’editore, mentre riportiamo a seguito la lista dei contenuti al completo:

Introduction – Darrell Schweitzer
Robert E. Howard: A Texan Master – Michael Moorcock
The Everlasting Barbarian – Leo Grin
Robert E. Howard’s Fiction – L. Sprague de Camp
The Art of Robert Ervin Howard – Poul Anderson
Howard’s Style – Fritz Leiber
What He Wrote and How They Said It – Robert Weinberg
Barbarism vs. Civilization – S.T. Joshi
Crash Go the Civilizations – Mark Hall
Return to Xuthal – Charles Hoffman
Howard’s Oriental Stories – Don D’Ammassa
King Kull as a Prototype of Conan – Darrell Schweitzer
How Pure a Puritan Was Solomon Kane? – Robert M. Price
Balthus of Cross Plains – George H. Scithers
Fictionalizing Howard – Gary Romeo
A Journey to Cross Plains – Howard Waldrop
Weird Tales and the Great Depression – Scott Connors
After Aquilonia and Having Left Lankhmar: Sword & Sorcery Since the 1980s – Steve Tompkins


The Robert E. Howard Reader
a cura di Darrell Schweitzer
Wildside Press, 2010
brossura, 212 pagine, $14.99
ISBN 9781434411655

Andrea Bonazzi

mercoledì 4 agosto 2010

Solomon Kane. Ciclo completo

Solomon Kane. Ciclo completo, 2010, copertina“Nei suoi occhi vibrava una luce nera, ardente, e tuttavia repressa da un carattere austero. Non era facile stabilirne il colore, che a volte aveva il grigiore del mare in tempesta e a volte il nero della notte, con sfumature di ghiaccio. Le pesanti sopracciglia gli conferivano inoltre un aspetto sinistro. Era tetro quanto il territorio in cui si aggirava”.

In concomitanza con l’uscita italiana del film, ritorna in libreria Solomon Kane, lo spadaccino d’austera estrazione puritana che vaga in avventure esotiche e soprannaturali tra l’Europa, l’Africa e il Nuovo Mondo del periodo storico fra il XVI e il XVII secolo, in una fanatica ed estrema missione personale come strumento di giustizia contro il male. Il più manicheo – e forse maniacale – fra i personaggi di Robert Ervin Howard, ma tra quelli pure dotati di un più complesso spessore psicologico.

Il debutto di Solomon Kane, con un nome che già fonde assieme quelli biblici e antitetici del re Salomone e di Caino, avviene con il racconto “Red Shadows” sulla rivista Weird Tales dell’agosto 1928. Seguiranno altre otto storie brevi e tre poesie oltre ad alcuni frammenti, incompiuti, che altri autori proveranno nel tempo a completare, da Ramsey Campbell, nel corso degli anni 70, fino a Gianluigi Zuddas, nell’edizione italiana raccolta in Solomon Kane (Fanucci, 1979) e in seguito ne Le avventure di Solomon Kane (Nord, 1998) o Solomon Kane, il giustiziere (Nord, 2002). Il ciclo è pubblicato anche dalla Newton Compton, nel quarto volume del cofanetto dedicato a Robert Howard, Tutti i cicli fantastici **** I Cicli di Solomon Kane e di Kirby Buchner (1995), adesso ristampato in tutta fretta, come titolo a sé – e con un’equivoca indicazione di “romanzo” – anticipando l’esordio cinematografico del personaggio.

Weird Tales, august 1928, copertinaA riproporne più seriamente il ciclo narrativo è ora Coniglio Editore, nella collana Ai confini dell'immaginario diretta da Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, con Solomon Kane. Ciclo completo, una riedizione – comprensiva degli interventi di Zuddas a completare le storie incompiute, oltre ad aggiungere un inizio e una conclusione per la saga – che non si limita a ristamparne la pregevole prima traduzione italiana di Roberta Rambelli, ma ne integra le poesie e i racconti con le varianti sinora rimaste inedite in Italia. Come i versi di “Solomon Kane’s Homecoming”, completi della loro versione alternativa pubblicata soltanto nel 1998, o l’originale “Blades of theBrotherhood” che John Pocsik rimaneggiò col titolo di “The Blue Flame of Vengeance”, nei primi anni 60, aggiungendovi elementi sovrannaturali altrimenti assenti dal racconto.

Titoli originali, variazioni e fonti sono riportati puntualmente in sede d’indice, in un’edizione doverosamente curata che si apre sulla prefazione (benché non firmata) dei due curatori, “Deo Duce, Comite Ferro”, seguita a mo’ d’introduzione da “La storia di Solomon Kane” scritta da Fred Blosser. In appendice, gli “Appunti per una storia a fumetti di Solomon Kane” di Giuseppe Cozzolino chiudono le pagine del libro con un excursus sul protagonista howardiano nel mondo della “letteratura disegnata”.

Altre informazioni presso la pagina dedicata sul sito web dell’editore. Indice dei contenuti al completo sul sito de I libri italiani di Robert Ervin Howard.

Solomon Kane. Ciclo completo
Robert E. Howard
collana Ai confini dell'immaginario, Coniglio Editore, 2010
brossura, 384 pagine, €16.00
ISBN 9788860632562

Andrea Bonazzi

domenica 25 luglio 2010

Solomon Kane: c’era davvero bisogno di adattamenti? Una recensione semiseria

Solomon Kane locandina italianaLa visione della recente pellicola ispirata (molto liberamente ispirata) all’eroe howardiano ha lasciato con sé, inevitabilmente, un interrogativo di questo genere.

Interpretato da James Purefoy con Max Von Sydow, Rachel Hurd-Wood e Pete Postlethwaite, il film scritto e diretto da Michael J. Bassett prende ispirazione dal personaggio omonimo creato da Robert Ervin Howard in un ciclo di racconti apparsi su Weird Tales a partire dal 1928.

Per iniziare, eccone la sinossi presentata sul sito ufficiale www.solomonkane.it:

“Il Capitano Solomon Kane è una brutale ed efficiente macchina di morte del Millecinquecento. Armato di pistole, armi da taglio e spada, lui e i suoi uomini sono assassini assetati di sangue mentre combattono per l’Inghilterra, una guerra dopo l’altra, in tutti i continenti. All’inizio della storia, Kane e la sua banda di saccheggiatori si stanno aprendo una sanguinosa strada attraverso le orde di difensori di una esotica città del nord Africa. Ma quando Solomon decide di attaccare un misterioso castello nelle vicinanze e di saccheggiarne le ricchezze di cui aveva tanto sentito parlare, la sua missione prende una piega nefasta. Uno a uno, gli uomini di Kane restano uccisi da creature demoniache fino a che non rimane da solo a confrontarsi con il Mietitore del Diavolo, mandato dagli abissi dell’Inferno per prendere possesso della sua anima corrotta e senza speranza. Pur riuscendo finalmente a sfuggirgli, Kane è costretto a redimersi rinunciando alla violenza e dedicandosi interamente ad una vita di pace e purezza. La sua nuova spiritualità viene però subito messa alla prova quando inizia a viaggiare attraverso l’Inghilterra devastata da diabolici cavalieri, i Raider, capeggiati da un terrificante Feudatario mascherato, Overlord. Dopo che Kane fallisce il tentativo di fermare il brutale massacro dei Crowthorn, una famiglia puritana che lo ha preso a benvolere, giura di ritrovare e liberare la loro figlia, Meredith, rapita e presa come schiava, anche se questo significa mettere a repentaglio la propria anima riabbracciando il suo passato di assassino, se pure per una giusta causa. La sua determinata caccia lo porta a scontrarsi con i segreti mortali della propria famiglia, mentre tenta di salvare Meredith e tutta l’Inghilterra dalle forze del male”.

Ero partito diretto verso il cinema invero con un certo scetticismo, pronto alla visione di un film anche pessimo ma che, quantomeno, riuscisse a suscitare in me almeno qualche emozione forte che mi ricordasse la letteratura. Certo è questo il fascino degli adattamenti e delle trasposizioni: “tradurre” in altri linguaggi opere che fino ad allora si erano immaginate soltanto nella nostra visualizzazione mentale della letteratura. In tal senso speravo che, da fervente seguace di Solomon, almeno qualcosina di potente e coinvolgente sarei riuscito a ritrovare.

La tradizione delle trasposizioni howardiane al cinema confortava e non confortava allo stesso tempo. Tralasciando gli infiniti riferimenti secondari presenti in altre opere, se ci rifacciamo ai fondamentali, il Conan di John Milius risultava solo a metà riuscito, pervaso da eccellenti atmosfere, ma anche viziato da uno Schwarzenegger mai altrettanto “plasticoso” e inadatto al ruolo nel corso della sua carriera; allo stesso modo il Conan il distruttore di Richard Fleischer era godibile e divertente, ma molto spesso trascendeva in certi aspetti ridicoli sui quali è meglio sorvolare; il Kull con Kevin Sorbo-Hercules esisteva nella memoria, ma essenzialmente come termine di paragone negativo. Il mantra di preparazione a Solomon Kane, infatti, per un pessimista esigente come me non ha potuto essere altro che “non potrà mai essere peggio di Kull,” e con questo moto dell’animo mi ero preparato al film di Basset con una certa benevolenza.

Ebbene, non è stato peggio di Kull sicuramente, e tuttavia la sensazione dominante è stata ed è che ben poco di howardiano sia rimasto nell’adattamento di Solomon Kane, anzi, per dirla tutta, quasi nulla. C’è un attore che avrebbe il fisico e lo sguardo perfetto, vestito a regola d’arte con la tenuta d’ordinanza dello spadaccino puritano, ci sono locations e atmosfere visive talora quasi perfette, ma la storia e lo spirito del personaggio howardiano se ne sono andati allegramente a farsi benedire....

Tralasciamo per ora gli aspetti un po’ più balzani della storia (ne parlerò fra breve), ma è nella configurazione del personaggio che il film va a fallire dapprima nella maniera più infima. Se paragoniamo il protagonista di Bassett al Solomon howardiano, il primo appare sostanzialmente come un normale avventuriero: monotematico, monocorde, talvolta quasi un allegrone (sorride persino), dotato di un background drammatico inesistente nell’originale (e francamente un po’ ridicolo e prevedibile), anche talora piuttosto stupido. Senza dimenticare che Solomon è nell’originale un puritano fanatico, che alla fine apre maggiormente il proprio orizzonte mentale a una più ampia concezione di ciò che è bene. Tutto un aspetto che nel film resta totalmente assente, in favore di un banalissimo atteggiamento “Viva Dio, abbasso Satana”. Per carità, nulla di scandaloso...

In tal senso, però, si sarebbe potuta intitolare direttamente l’opera a “un pirla di avventuriero qualsiasi vestito di nero e con le spade” e si sarebbero deluse molte meno aspettative, o quantomeno si sarebbe stati più onesti su ciò che ci si dovesse aspettare.

Quanto alla storia, non starò ora a riassumere puntigliosamente ogni cosa, ma certo è d’obbligo denotarne le scelte principali più discutibili: cogliere sì qualche minuscolo spunto dai vari racconti howardiani come la ricerca della fanciulla in pericolo, il maniero maledetto, il ritorno a casa di Solomon Kane, una personalissima rielaborazione dei neri cavalieri della morte, ma aggiungendovi lo stupidissimo tema della “redenzione dell’anima” sul quale gli autori insistono fino allo sfinimento (ma Kane in Howard non si deve redimere di un accidenti…È – a suo modo – un redentore, considerandosi la mano della giustizia divina); e poi frullare tutto questo con delle origini traumatiche delle quali non si sente alcun bisogno, con uno scontro finale con uno stregone abbastanza improbabile, dimenticarsi del periodo storico che in Howard è sempre realisticamente dominante nonostante il tono weird in favore di un’Inghilterra fantastica inesistente, introdurre – tramite una pseudo-citazione de “Gli specchi di Thuzun Tune” – il fratello povero del Balrog... Mi pare che ce ne sia già d’avanzo.

Solomon Kane e demone, fotoInsomma, si capirà bene che se vogliamo parlare di una storia ispirata a Solomon qui non ci siamo proprio, e si parla di una trama che non sta né in cielo né in terra, soprattutto se si pensa che esistevano almeno tre o quattro storie lunghe già pronte di Howard che potevano essere trasposte perfettamente al cinema, oppure “fuse” in una vicenda unica con una trama già adeguata a una versione cinematografica (vedi almeno “La luna dei teschi” e “Le spade della fratellanza”). Parlando di Solomon Kane, il film risulta quindi molto triste e si configura come un progetto senza capo né coda, segnato da scelte fallimentari di partenza. Quasi tutte almeno: salviamo gli attori, i quali – Purefoy in primis – sono azzeccati nel complesso.

Tutto questo se pensiamo inoltre che moltissimi fan, sull’onda dell’entusiasmo, saranno andati a vederlo sperando quantomeno in un barlume di luce howardiana: come me suppongo che molti sarebbero stati benissimo disposti e pronti a perdonare anche molti intuibili svarioni.

Detto ciò, e se cancelliamo Solomon dai nostri desideri, il film risulta anche tutto sommato vedibile e piacevole per almeno tre quarti della sua durata. Le avventure del “tizio vestito di nero un po’ bigotto e romantico con la spada e le pistole” scorrono via in modo abbastanza movimentato e scorrevole, con scene d’azione anche discrete. Ci sono alcune (molte) “telefonate” alle quali lo spettatore spera che nessuno risponderà (ma si isponderà... Eccome se si risponderà) e diverse forzature e meccanicità. Ma nel complesso il tutto resta abbastanza divertente.

A partire dalle scene ambientate nel castello, però, quando per la seconda volta appare la “Strega” di Sam Raimi presa di peso da Evil Dead III con sua relativa immediata dipartita, proprio nelle scene che dovrebbero essere cruciali il film si auto-demolisce spietatamente e masochisticamente. Se qualcuno aveva messo in piedi una mezza struttura con zeppe e sostegni di rinforzo, adesso lo stesso genio inizia a togliere i puntelli dal di sotto a uno a uno; qualche stolto inizia a rispondere al telefono di cui sopra, qualcun altro decide di fare un crossover imprevisto con Il Signore degli Anelli e un tocco di suprema depressione raggiunge il lettore/spettatore sano di mente quando nel cupo mondo di Solomon Kane viene fuori un tono da happy end finale – dopo qualche decina di migliaia di morti.

Ah, però, i titoli di coda sono meravigliosi (paradossalmente forse sono la parte più autenticamente emozionante dell’intero film). E anche il font del titolo è molto bello... Sì sì...

Tornando seri, posso recuperare adesso la domanda del titolo: ce n’era davvero bisogno? In termini howardiani, no davvero. Non c’era davvero bisogno di questa trasposizione. Ciò non toglie che da lettori appassionati potremmo sperare, per un giorno lontano, in qualcosa di meglio e di serio... Se individuiamo il film nell’ottica dello pseudo-fantasy di serie B, divertente e adatto per passare una serata spensierata, allora esso ha anche una sua ragion d’essere ed è pure simpatico. Ma non è affatto Solomon Kane.

In termini di trasposizioni riuscite, vorrei ricordare, per concludere, l’eccellente sua prima miniserie a fumetti prodotta dalla Marvel: se trasposizione avrà un giorno da essere, dovrebbe seguire quella filosofia. Il mondo del fumetto generalmente è stato in questo senso infinitamente più incline a rendere giustizia ai personaggi di R.E.H., a partire da Conan per proseguire con tutti gli altri. La ricetta corretta è semplice, quasi banale, e non richiederebbe in realtà null’altro che il buon senso: fedeltà al personaggio, allo spirito e al messaggio che l’autore voleva comunicare, alla filosofia compositiva, alle storie narrate – adattando e al massimo ampliando, quindi, le trame di Howard; e quand’anche si inventassero delle altre storie nuove, così come fecero Roy Thomas e altri con Conan, occorrerebbe la volontà di rispettare la personalità, l’individualità artistica e, in sostanza, l’anima dell’opera modello. Dopodiché si potrebbe anche sbagliare e produrre delle opere (magari delle sterili imitazioni) scadenti, ma lo si farebbe in onestà e non ammantando un poveretto della cappa di un sovrano.

E l’unico manto che Solomon Kane – un puritano rigido e tutto di un pezzo – può accettare, lo si sa, è quello della Fede e della Giustizia, non altri appioppati da altrui.



Umberto Sisia