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lunedì 5 settembre 2011

Edward Lucas White e il sogno della Storia

Edward Lucas White, fotoPer scrittori come Edward Lucas White (1866-1934) andrebbe tracciata una cronistoria che affonda le sue radici nella più remota antichità. Personaggio originalissimo, White appartenne alla nobile ed elitaria stirpe degli scrittori “onirici”, il cui capostipite in età moderna fu senz’altro l’irlandese Lord Dunsany. Autori che trassero l’interezza (o quasi) della loro opera da sogni, autori che vissero per tutta la vita in due mondi.

Il rapporto che l’Antichità intessé con il mondo onirico (Regno di Morfeo, fratello della Morte) fu lungo e prolifico. Nella Magna Grecia, i sacerdoti di Apollo scavarono caverne e ipogei, dove i fedeli si addormentavano cercando la saggezza nei sogni rivelatori inviati dal Dio, conosciuto sotto l’appellativo di “Pholarchos” ovvero signore (“Archos”) del rifugio (“Pholèos”), dove gli adoratori si nascondevano come animali, inseguendo il sonno sacro. Alla Pizia di Delfi occorreva una notte di sonno dopo aver inalato i fumi sacri per ottenere il responso profetico, e il suo era un vero e proprio viaggio, non dissimile da quelli effettuati dagli sciamani uralo-altaici; ma la cosa non deve né stupire né risultare macchinosa. La credenza diffusa era che i sogni realmente profetici fossero tali in quanto l’onironauta, che in Magna Grecia veniva chiamato “Iatromante”, doveva visitare lo stesso regno dei morti, pertanto, come rileva lo studioso Peter Kingsley è ben vero che “Scendere nel regno dei morti quando si muore è una cosa, farlo quando si è ancora in vita, preparati e consapevoli, e giovarsi dell’esperienza è tutt’altra”.

Per farlo ci volevano dei “professionisti”, persone capaci di passare da un mondo all’altro senza morire, sciamani, profeti, “Iatromanti”. Siamo ancora convinti, da bravi figli di Cartesio, che la Civiltà occidentale sia frutto della razionalità, ma alcuni ritrovamenti archeologici avvenuti in data recente gettano una luce tutt’altro che “razionale” sulla Grecia arcaica, “culla” della nostra cultura umanistica e scientifica. Il presocratico Parmenide, citato da Platone e da lui considerato “Padre” della filosofia, ci ha lasciato un solo poema incompleto il cui incipit si apre su di un viaggio effettuato dal filosofo aldilà delle porte del giorno e della notte nella casa vicina all’ingresso del Tartaro, la cui signora e Dea ha nome Persefone, colei che lo ha condotto “sulla strada della divinità”. Parmenide è stato il fondatore di quello sfaccettato e variegato concetto che in Occidente prende il nome di “Scienza”, ma la sua saggezza affondava nei sogni e nelle visioni. Il mondo romano non fu da meno di quello greco nel riconoscere i rapporti intercorrenti fra sonno, visione e “guarigione” divina, quando necessaria.

Tanto è vero che l’ipocondriaco retore romano Elio Aristide (IV sec. A.C.), narrò con dovizia di particolari le sue vicissitudini e tribolazioni da Roma al Santuario di Delfi, allo scopo di implorare dal Dio il sogno profetico che lo avrebbe liberato dai suoi malesseri di ordine psicologico (Aristide fu forse il primo schizofrenico in letteratura che annoveri la storia occidentale). Per quanto invece riguarda Apuleio, le Rivelazioni avute in sogno, nel suo bellissimo romanzo Le Metamorfosi, o l’asino d’oro, non si contano. Il Dio Eros si manifesta in sogno alla bella Psiche per unirsi a lei mentre Lucio, il protagonista, viene tramutato in asino al termine di un rito magico che ha sapore di incubo, per poi venire liberato da un altro sogno inviato da Iside, Dea notturna e lunare. Il messaggio antico era sempre lo stesso, il sogno è collegato alla sfera del sacro, gli Dèi inviano i sogni. Questo corpus di credenze o di verità (è ben lecito credere che la verità si componga di molteplici e vari aspetti, discordanti forse, ma non per questo meno “veri”), si è sempre riaffermato attraverso i secoli e le ere.

La Rivoluzione francese, enciclopedica, razionale e didascalica, dette la stura al Romanticismo tedesco, fatto di paesaggi onirici, incubi medievali e ominose profezie, mentre l’Industrializzazione dell’Inghilterra colonialista e banchiera produsse, di riflesso, narratori onirici del calibro di Lord Dunsany. Ma mentre quest’ultimo fu estremamente prossimo alle cosmogonie di un Parmenide di Elea, soprattutto con il suo ciclo The Gods of Pegana, Edward Lucas White fu piuttosto vicino alle ansie di Elio Aristide. Si sa che ogni scrittore “onirico” sceglie (o viene scelto) da un suo predecessore, il quale, spesso, agisce sulla sua opera come un vero e proprio “Nume tutelare”. H.P. Lovecraft rimase segnato dall’opera di Dunsany, Elio Aristide concentrò la sua ossessione su Asclepio, dio dei sogni e della medicina, mentre White cadde sotto l’egida di Edgar Allan Poe.

Ho citato Aristide non a sproposito, come vedremo, in quanto la natura della sua ossessione per la divinità era estremamente simile a quella che White nutrì per Poe. White restò ossessionato dal padre della letteratura gotica moderna, talmente tanto da essere costretto a disfarsi della sua opera – invano, vedremo – in quanto puntualmente “qualcosa” lo costringeva sempre a rileggerlo.

Lukundoo e altre storie, 2011, copertinaE oggi è concessa a noi l’occasione, forse unica più che rara, di rileggere White, o meglio di leggere (perché la sua opera è quasi totalmente inedita in italiano) le migliori fantasie oniriche dello scrittore, raccolte in una recente e bella raccolta pubblicata dalla Dagon Press in una preziosa edizione a tiratura limitata. Il libro, Lukundoo e Altre Storie, raccoglie tutte le migliori storie horror, fantastiche e “strane” di White, tradotte per la prima volta nel nostro paese a cura dello specialista Bernardo Cicchetti. Prenderemo quindi in esame questa edizione per analizzare il percorso artistico e onirico dello scrittore.

Dotato di un solido senso della struttura e della trama, Edward Lucas White seguì studi classici ed esercitò l’ufficio di professore di Lettere a Baltimora, non tralasciando di mettere le sue notevoli doti di scrittore al servizio di romanzi storici di indubbia validità. Come emerge dalla sua biografia, a parte i sogni due sono i fattori chiave per comprendere la narrativa gotica di White: il pessimismo e l’amore per il passato e le vittime della storia. Il pessimismo di White non assurse mai alle vette cosmogoniche del suo ammiratore Lovecraft, eppure fu vissuto con altrettanta serietà, con consequenzialità stoica, diremmo quasi alla Seneca. White amò una sola donna per tutta la vita, sua moglie, e fu incapace di sopravvivere alla perdita, ma potremmo quasi dire che, per una personalità rarefatta e sibillina come la sua, ciò costituì null’altro se non un pretesto, benchè importante. L’altro, l’amore per il passato, fu una conseguenza ineluttabile del primo.

David Punter (cfr. la sua Storia della Letteratura del Terrore) segnalò già che caratteristica imprescindibile del gotico è “l’amore per il barbarico”, l’attenzione morbosa per gli aspetti più selvaggi, crudeli ed esotici del mondo, componente letteraria che è poi uno specchio attraverso il quale l’uomo dell’Occidente civilizzato guarda il mondo e lo re-interpreta secondo le proprie categorie, componente che è presente in larga parte in White, ma alla quale egli aggiunge un’ossessione tutta sua, che nessun altro scrittore fantastico trattò meglio di lui se non forse Robert E. Howard: l’ossessione per il “Leader”, il “capo naturale”, l’uomo che ricerca il potere e la gloria e inevitabilmente (fatalmente) ne rimane schiacciato.

“Lukundoo”, il suo racconto più “quotato” e antologizzato, ruota tutto intorno a questo fattore. White insiste lungamente sulle qualità di leader di Ralph Stone, sul suo successo nella vita, le sue prodigiose intuizioni, la soggezione che egli esercita grazie al suo carisma, doti soprannaturali, qualità eccezionali che, se intese nel senso della “Hybris” greca (il passare il limite consentito agli uomini per entrare nella proibita sfera degli Dèi) giustificano ampiamente la terribile, agghiacciante punizione. Stone ha sfidato un possente sciamano, appartenente a una tribù africana semisconosciuta, e ne pagherà tutte le conseguenze.

È stato detto che “Lukundoo” è il racconto di White più riuscito, il più “impattante” a livello di scrittura, ma bisognerebbe leggere accuratamente anche gli altri prima di prodursi in giudizi definitivi. Il racconto intitolato “Il Muso” (“The Snout”) è scritto con una tecnica ironica e nebulosa, che ricorda il Poe di “Re Peste”, in quanto tutto il racconto (un lungo e particolareggiato incubo) si può leggere tranquillamente come un’allegoria visionaria del Potere. Un gruppo di ladri riesce a introdursi nella fantastica abitazione di un eccentrico e ricchissimo personaggio per trovarvi… L’Orrore.

Lukundoo and Other Stories, Doran (New York), 1927L’intera abitazione è disseminata di opere d’arte eseguite dal proprietario, opere d’arte che suggeriscono orribili commistioni fra l’umano e il bestiale: “… Erano figure umane, ma nessuna aveva una testa umana. Le teste erano invariabilmente quelle di uccelli, di animali o pesci, generalmente di animali, alcune di animali comuni, molti di creature delle quali avevo visto illustrazioni o sentito parlare; alcuni erano creature immaginarie come draghi e grifoni, più della metà delle teste appartenevano ad animali di cui non sapevo nulla o che erano stati inventati dal pittore”.

All’inizio i ladri colgono solo descrizioni nebulose da parte della servitù riguardo le abitudini di questo bizzarro personaggio, che dipinge come un Fuchs o un Beksinski, fatto che contribuisce ad aumentare la grottesca aura di mistero che permea la storia: “Di lunghi sussurri inaudibili ho colto solo frammenti”.

Una volta: “Oh non vuole nessuno vicino a lui. Lo senti singhiozzare come un bambino. Quando sta peggio lo senti, di notte, ululare e strillare come un’anima persa”. E ancora: “La pelle liscia di un bimbo e non più pelosa della mia o della tua”. E ancora oltre: “Violino? Nessun violinista può batterlo. L’ho ascoltato per ore. Ti fa pensare ai tuoi peccati. Poi cambia e ricordi il tuo primo amore, e le piogge di primavera e i fiori, e quando eri bambino sulle ginocchia di tua madre. Ti strappa le lacrime dal cuore”.

L’esplorazione della casa da parte dei tre ladri segue passo passo il ritmo della fiaba nera; scale intrecciate con altre scale, porte che rimandano ad altre porte, robusti servitori incrociano la loro strada prima di essere brutalmente liquidati, servitori vestiti con uniformi di altri tempi, si ritrovano damigiane ripiene di strani liquidi, imbottigliate esclusivamente per il misterioso padrone… fino alla rivelazione finale, assurda come le premesse. Nonostante il tema macabro e bizzarro, il professore di storia antica fa capolino in più di una pagina. Vi è più di una ironica strizzata d’occhio ai bassi e feroci dominatori del passato (e forse del presente), da Cesare a Napoleone, da Gengis Khan ad Attila l’Unno, mentre nel bizzarro proprietario della casa occhieggiano già i semiumani pitti di R.E. Howard, mescolanza di ferinità barbarica e decadente civilizzazione.

Ma non è l’unico racconto che White dedica a questo tema. Ne “L’Isola Stregata” (“Sorcery Island”) lo stesso tema del leader pazzo o semiumano ricorre, lasciando immutata la rarefatta atmosfera di mistero, anche se stavolta l’infermità dell’antagonista è di tipo mentale più che fisico. In tutti questi racconti, l’ombra di E.A. Poe è pressoché tangibile, vi si ritrovano gli stessi emblematici personaggi di “The Fall of the House of Usher”, ma White sembra scomporli in giochi di prestigio, ricomporli in ambienti esotici, mescolarli con riflessioni sulla storia e sulla natura del potere, imbizzarrirli con elementi magici, soprannaturali, nebulosi come rivelazioni oniriche.

Il protagonista, nell’atto di sorvolare un arcipelago equatoriale, accusa un’avaria al biplano e atterra fortunosamente in un grosso isolotto. Scopre ben presto che questo isolotto è stato adibito, da un suo vecchio compagno di studi di nome Pembroke, a mò di “Rifugio” per una piccola ed estremamente selezionata cerchia di famosi musicisti e artisti americani ed Europei, artisti contrattati profumatamente dal bizzarro anfitrione allo scopo di trovare un ipotetico “suono perfetto”. L’ospite rimane stupito dalla modernità delle strutture dell’isola, ma si rende conto ben presto che il disegno di Pembroke è ben più agghiacciante di quanto sembri all’inizio, e che quel tipo di soggiorno è ben più “forzato” di quanto l’apparente, fredda ospitalità di Pembroke lasci intendere.

Allen Koszowski, illustrazione di copertina per Sesta and Other Strange Stories, 2001Occulte corrispondenze opprimono l’osservatore, incarnate nella figura di “mamma Bevan”, una anziana fattucchiera gallese che intesse intorno alle stralunato aviatore una rete fatta di cantilene magiche e cerchi tracciati nella sabbia, mentre un fastidioso branco di oche, che la strega porta sempre con sé, suscita nel protagonista sentimenti di furia irrazionale. La modernità si mescola alla magia nera medievale, la sofisticazione della civiltà e della ricchezza si sposa al soprannaturale in un connubio da incubo che dissemina inquietanti indizi, indizi che minacciano la psiche del protagonista, mentre Pembroke, taciturno e letale, occupa la sua nicchia fra gli eroi “naturali” del romanzo gotico, dal Frankenstein della Shelley al Melmoth di Maturin.

Inoltre, nell’Isola abitata da bizzarri personaggi sospesi in un tempo allegorico a metà fra la modernità e la superstizione ancestrale, l’appassionato riconoscerà la comunità di The Wicker Man, film inglese degli anni 70 dove il formidabile barone, interpretato da Christopher Lee, rivolge ben più di una strizzata d’occhio al sibillino Pembroke. Come nei sogni, White pare suggerire che esista un fiabesco connubio fra l’oca maschio, capobranco del chiassoso seguito di mamma Bevan e la vita stessa di Pembroke, connubio che il protagonista non esiterà a sfruttare a suo vantaggio, riguadagnando la propria libertà a bordo di un favoloso “biplano Visconti” fornito da un irato Pembroke, biplano di cui una benevola nota avverte: “Non si trovano tracce di un aeroplano del genere. Che sia una delle invenzioni oniriche di White?”

Il racconto “La Spada di Floki” (“Floki’s Blade”) pare una accurata e dotta ricostruzione di una saga nordica, piena di colpi di scena, azione e magia e sicuramente lo è, ma prima di tutto è una rielaborazione in chiave norrena del “Metzengerstein” di Poe. Vi si ritrovano tutti gli elementi chiave; due famiglie in lotta perpetua, una aggressiva e apparentemente trionfante e un’altra apparentemente più debole ma, alla fine, vittoriosa. L’attacco notturno per fuoco e per saccheggio permane in tutta la sua potenza, mentre l’elemento della vendetta soprannaturale, che in Poe è un cavallo, in White è rappresentato da una spada; manca solo la figura del signorotto brutale, che da White è rovesciata nel positivo Floki. La scena di battaglia finale, con conseguente smascheramento della traditrice è un puro e semplice colpo di scena alla Poe, ma viene amalgamato così bene alla materia da saga che quasi non si nota la differenza, altro saggio della maestria di White.

“La Cintura” (“The Pig-skin Belt”) è un racconto che avrebbe fatto sicuramente la felicità di R.E. Howard. Vi si narrano le laboriose vicissitudini di un tipico gentiluomo del sud nel liberarsi della maligna influenza di un potente mago cinese esperto di metamorfosi. Ovviamente tutta l’azione si svolge su suolo americano e vi si respirano le classiche atmosfere da provincia del sud, col suo razzismo velato e compiacente, i paesaggi bucolici, il tipico senso di cavalleria esercitato da gentiluomini che, a guerra civile ultimata, non pensano ad altro se non a consolidare le proprie fortune nonché impalmare qualche bella ragazza di buona famiglia. In tali ambienti è nata gran parte della buona narrativa “Horror” e “Weird” e questo racconto in particolare richiama bonariamente alla memoria più di qualche ottima narrazione del cinico Ambrose Bierce, con le sue storie di vendette soprannaturali condite con qualche battuta ironica sulla “varia umanità” di provincia. È uno dei pochi racconti in cui la figura del capo la scampa, non riservandosi però di trattare i suoi sottoposti di colore esattamente come Stone trattava i suoi portatori africani, nella più pura tradizione colonialista del sud.

Menzione a parte meritano i racconti puramente “sinistri” di White, riguardo ai quali occorrerà interrogare l’autore in prima persona: “La Casa dell’Incubo l’ho scritto proprio come l’ho sognato, parola per parola, dal momento che è stato proprio come se leggessi il racconto stampato, e come se tutto mi accadesse in tempi arcaici, quando le automobili avevano la guida a destra e la leva del cambio all’esterno della carrozzeria. Il sogno ebbe l’insolita peculiarità di farmi svegliare dopo il secondo incubo, così scosso che mia moglie dovette calmarmi e rassicurarmi come si fa con un bambino spaventato; poi tornai a dormire e terminai il sogno! E la sua conclusione mi giunse come una totale sorpresa, scioccante come il culmine di Il Muso o di Amina”. Sarà semplice comprendere che chiunque sogni cose come Il Puzzle, Il Messaggio sulla Lavagna o La Cintura debba farne dei racconti per potersene completamente liberare”.

E “La Casa dell’Incubo” è davvero qualcosa di cui uno scrittore dovrebbe liberarsi… se lo avesse sullo stomaco. Nella figura del misterioso ragazzo dal labbro leporino ci sono in potenza tutti i degenerati abitanti della provincia del New England di H.P.L., mentre l’orribile fantasma della scrofa mangiauomini è chiaro lascito degli incubi porcini di W.H. Hodgson. “Amina” è invece un’avventura alla Mille e una notte. C’è una spedizione nel deserto iraniano, il solito leader occidentale supercivilizzato ma imbevuto di superstizioni locali, conoscenza che usa per dominare gli autoctoni, ennesimo “Avatar” dello Stone di “Lukundoo”, il quale, come ebbe a dire China Miéville, è la più bella immagine del “senso di colpa colonialista” che sia mai stata rappresentata in letteratura fantastica.

Nel “popolo libero” dei Ghoul e degli Efreet del deserto fanno capolino le mostruose creature pre-celtiche di Arthur Machen, mentre la semiferina Amina che dà il titolo al racconto è una perfetta immagine dell’erotismo femminile “nero” e selvaggio, che stringe la mano sia ad “Alraune” di Hans Einz Ewers sia alla Helen Vaughan de “Il Gran Dio Pan”. Ne “Il Canto delle Sirene” (“The Song of the Sirens”) White si cimenta invece con il genere marinaresco rivelando l’erudizione e la cura che sono propri del neofita. La cura maniacale che dedica a tratteggiare le mansioni marinaresche di un bastimento americano, nonché la vividezza con la quale descrive i personaggi della ciurma, dal chiassoso marinaio Burke al semidemente capitano Benson, senza contare il misterioso Wilson, ricorda le indimenticabili narrazioni di Lord Dunsany, da “Un racconto di terra e di mare” a “Povero vecchio Bill”, mentre le sirene di White assomigliano alle deità con cui il suo collega oniromante irlandese popolò i suoi sogni, assolutamente originali, distaccate e lontane da qualsiasi immagine preconcetta le riguardi, terribili e implacabili nel loro mistero.

The Song of the Sirens, Dutton (New York), 1919, copertinaRacconti come “Disvola” e “La Pantera Maculata” appartengono invece al genere storico in cui White eccelleva, e sono state giustamente incluse nell’antologia non solo in quanto tutte frutto di sogni più o meno vividi ma anche in quanto il soprannaturale vi aleggia in maniera estremamente sottile. Nel secondo viene ricostruita con amore la vita civile nella Roma di Commodo e il “perturbante” viene incarnato da una bestia feroce che pare dotata di una vitalità inestinguibile e di una maligna intelligenza. Vi si riconoscono i temi della nostalgia e del riscatto sociale, ma più che altro dell’’insoddisfazione di vivere all’interno di un sistema politico sul perenne orlo del collasso (quello della Roma tardo-imperiale) incarnato nel desiderio di libertà perennemente frustrato della bestia che diviene ben presto cieca e brutale ferocia. Il primo, proveniente da un sogno “in lingua italiana” dell’autore, è invece una storia tutta rinascimentale di vendetta agghiacciante e definitiva, variazione palese, anche se originale, sul tema di “Hop Frog” di Edgar Allan Poe.

Menzione a parte meriterà il racconto “Sesta”, un incubo “vegetale” che è un’apparente variazione sul già citato tema de “L’Isola Stregata”. C’è una canaglia iniziale alla Jean Ray, campeggia ancora una volta la componente “coloniale”, con più di una strizzata d’occhio all’Allan Quatermain di H. Rider Haggard, ma tutto l’esotismo del racconto appare distorto e allucinante, come un dipinto eseguito a colori alieni, e la rivelazione dell’orrore finale lascia un sapore amarissimo in bocca, è come una scudisciata, un taglio netto con la sanità mentale che ha l’aspetto delle feroci rivelazioni offerte nei sogni e non ha nulla da invidiare agli orrori metamorfici di Hodgson e Lovecraft.

In definitiva il volume Lukundoo e Altre Storie di Edward Lucas White, ennesima e più che meritevole fatica dell’editrice Dagon Press, è un vero gioiello che merita di essere esibito nella biblioteca di qualsiasi appassionato del fantastico. Le ragioni del suo oramai essere considerato un autore “di nicchia” stanno forse nel suo “unpolitically-correct”. In White non esiste il termine “di colore”, ma “negro”, mentre i cinesi sono tutti servili, inquietanti e sfoggiano codini stile “yellow peril made in Sax Rohmer”, ma si dimentica sempre che è proprio da quell’humus razzista (razzismo che peraltro White non condivideva se non per esigenze letterarie dell’epoca) che nasce buona parte della migliore letteratura “nera”. L’orrore per il “diverso” che diventa terrore per l’ignoto, poi rimorso, poi “ossessione” per il rimorso.

Non va inoltre dimenticato che White era affascinato, come ogni scrittore del Fantastico, proprio da quell’esotico che giganteggia in ogni suo racconto e dalla componente di ancestralità che lo circonda. Da non ignorare inoltre, che, a dispetto della terminologia, il Nostro ha scritto alcune fra le più belle pagine sull’anticolonialismo mai scritte, con la sola eccezione di Conrad e di Kipling, di cui pure White fu acceso ammiratore.

Tradotto mirabilmente dallo stesso curatore Bernardo Cicchetti, il volume contiene tre fra le più importanti raccolte di racconti Weird di Edward Lucas White seguendone fedelmente le edizioni americane, constando rispettivamente in Lukundoo and Other Stories (1927), The Song of the Sirens (1919) e Sesta and Other Strange Stories (ed. americana del 2001). Il libro costituisce quindi una assoluta “ghiottoneria”, in quanto è l’unica traduzione italiana finora esistente, oltre che la più completa. Lo arricchiscono il saggio “Henry Lucas White: mercante di sogni” di Andrea Jarok, nonché una dotta postfazione di Cicchetti, e lo impreziosiscono illustrazioni di Williy Pogany, Jack Gaughan, Franklin Booth, Lee Brown Coye, Virgil Finlay, Sidney Sime, per citarne solo alcuni.

Mariano D’Anza

martedì 21 giugno 2011

Lovecraft e le ombre nei ricordi di Frank Belknap Long

Lovecraft e le ombre, 2011, copertinaEsce per il marchio editoriale di Profondo Rosso Lovecraft e le ombre, versione italiana del volume H.P. Lovecraft: Dreamer on the Nightside di Frank Belknap Long, scritto nel 1975 in memoria dell’amico Howard Phillips Lovecraft. Suoi singoli capitoli erano apparsi già fra il 2007 e il 2009 sulle pagine bimestrali di Mystero, materiale finalmente riunito nella sua versione integrale per la traduzione di Nicola Lombardi che pure firma l’introduzione del volume.

Il libro fu scritto in fretta e furia e pubblicato presso l’Arkham House come risposta all’uscita, solamente pochi mesi prima, del volume Lovecraft: a Biography, prima biografia di HPL scritta da un Lyon Sprague De Camp accusato di applicare scarsa obbiettività e simpatia personale, oltre a impietosi giudizi professionali, verso lo scomparso scrittore del New England. Long ne lesse in anticipo le bozze e decise di dare una risposta che rispecchiasse maggiormente la figura personale del gentiluomo di Providence.

Composto come una frettolosa e disordinata sequenza di non sempre precisi ricordi personali, Dreamer on the Nightside presenta tutti i difetti e pure gli innegabili pregi di un’opera del genere, dispersiva e priva del rigore sistematico di un saggio vero e proprio nella sua pretesa di confutare il ritratto proposto da De Camp, ma vivida nelle dirette memorie di un lungo e intimo rapporto di amicizia, pur se attraverso i filtri dell’età e della distanza temporale.

Nonostante le ovvie carenze strutturali, delle quali Long è peraltro consapevole, il saggio possiede un indubbio interesse per quanto riguarda il lato umano del maestro di Providence, costituendo, come rimarca ancora l’autore nella sua Introduzione, l’omaggio di una persona affezionata che ha intrattenuto con Lovecraft un rapporto di amicizia durato dodici anni, fatto di scambi di opinioni, lettere, condivisione di interessi e di conoscenze.

H.P. Lovecraft: Dreamer on the Nightside, 1975, copertinaSi citano personaggi importanti sia per Lovecraft che per Long, come W. Paul Cook considerato dal primo come [...] luce brillante fra i giornalisti amatoriali”, editore fra l’altro della prima raccolta di poesie di Belknap Long A Man from Genoa. Come si fa affettuosa menzione di personaggi quali Zealia Bishop i cui racconti, come “The Mound” (“Il tumulo”), furono “revisionati” da Lovecraft, scrittrice descritta da Long come [...] una donna di grande fascino, e di eccezionale bellezza”, per citarne solo alcuni. Nomi che all’interno di una biografia sistematica occuperebbero solo un posto di contorno.

D’altronde, come conclude Frank Belknap Long in sede introduttiva a proposito di una ideale descrizione “pittorica” dell’amico e maestro: “non ho compiuto deliberatamente alcuno sforzo, poi, per evitare che alcune delle seguenti pagine apparissero per quello che un pittore post-impressionista potrebbe pensare sia il modo migliore di rappresentare HPL, se non altro per il fatto che nessuna scuola pittorica precedente avrebbe saputo rendere giustizia alla sua tenebrosa genialità”.

L’edizione italiana si presenta per la cura di Luigi Cozzi riccamente illustrata in bianco e nero, con diverse fotografie e riproduzioni oltre a numerose illustrazioni nel testo (non sempre correttamente segnalate), dalle quattro tavole fra dipinti e incisioni di Francisco Goya ai disegni di Charlie McGill, Hannes Bok, Lawrence Sterne Stevens e Dan Adkins, fino alle sei elaborazioni fotografiche lovecraftiane di Andrea Bonazzi. In conclusione, una nota biografica sullo scrittore newyorkese scomparso nel 1994.

Informazioni presso la pagina web dell’editore.

Lovecraft e le ombre
Frank Belknap Long
Orizzonti del fantastico, Profondo Rosso, 2011
brossura, illustrazioni in b/n, 224 pagine, €24.00
ISBN 9788895294445

Mariano D’Anza

martedì 7 giugno 2011

William Hope Hodgson: La terra dell’eterna notte

Articolo in tre parti. Vedi parte precedente.

William Hope Hodgson, 1915-18, fotoMa l’ansia classificatoria di William Hope Hodgson risponde altresì a un piano immaginifico ben preciso che trova compiutezza nel vero capolavoro visionario del Nostro. The Night Land, a Love Tale (La terra dell'eterna notte) vede le stampe nel 1912 e viene, alcuni decenni dopo, entusiasticamente recensito da Clark Ashton Smith che lo presenterà con queste parole al pubblico statunitense:

“In tutto l’Universo della Letteratura esistono poche opere che siano altrettanto eccelse, altrettanto puramente creative, come The Night Land. Per molti errori formali che possono enumerarsi in questo libro, per quanto eccessiva possa apparire la sua lunghezza, questa è la Grande Opera del cosmo agonizzante, la Grande Opera epica di un mondo assediato dalla Notte Eterna e dagli artigli dell’oscurità. Solo un grande poeta avrebbe potuto concepire e creare questa storia”.

Gli “Errori formali” ai quali Clark Ashton Smith fa riferimento sono probabilmente costituiti da una certa qual compostezza di matrice vittoriana, peraltro assente dai racconti di Hodgson laddove il genio e l’intuizione del Nostro sono più liberi di esprimersi in azione immediata e travolgente.

Le stampelle di tipo vittoriano di cui Hodgson si avvale in questo romanzo rallentano invece troppo spesso il ritmo dell’azione, mentre H.P. Lovecraft appare più infastidito dalla componente romantico-sentimentale del romanzo vedendola, da bravo materialista scientifico qual era, null’altro che una sublimazione esasperata del concetto vittoriano di fedeltà coniugale. Ma quella di Hodgson è un’opera compiuta, non un tentativo né tantomeno un esperimento letterario. La potenza evocativa delle immagini è degna di figurare accanto a romanzi-fiume quali Il Signore degli Anelli e a livello di contenuti gli è forse addirittura superiore.

The Night Land, a Love Tale è la “Summa Theologica” di Hodgson, vi si ritrovano compiutamente tutti i suoi temi e le sue intuizioni ma trasfigurate in una luce nuova e in una “teleologia della salvezza” attraverso l’orrore del Male e il Sacrificio. Contrariamente alla retorica vittoriana del tempo, l’amore che lega il protagonista all’eroina del romanzo è solo un pretesto, la promessa di un incontro più che la sua realizzazione, raggiunta peraltro a prezzo di sforzi sovrumani, come vedremo. Bisogna solo superare le prime pagine di amore romantico, nonché alcune parti peculiarmente pesanti del secondo volume (come il capitolo “In the Island”).

Il protagonista si innamora di una giovane e bella ragazza ma è forse l’intensità del desiderio provato a impedirgli di essere più esplicito. La donna combina con un altro uomo. Dopo una serie di vicissitudini tipicamente vittoriane, i due riescono alfine a coronare il loro sogno d’amore, ma il destino è in agguato: dopo poco infatti, ella muore. Distrutto dal dolore il protagonista viene una notte proiettato, durante il sonno, in un altro tempo migliaia di anni avanti nel futuro, secondo un copione che abbiamo già visto all’opera in The House on the Borderland (La casa sull'abisso).

The Night Land, 1921, copertinaIl futuro che Hodgson ricrea è ben lontano da quanto ci si aspetterebbe. Ben presto quello che all’inizio sembrava come un semplice pretesto studiato per fare da cornice a una situazione romantica, diviene uno dei più grandiosi affreschi della Letteratura fantastica mai concepito. Migliaia di anni avanti, nel nostro futuro, la Terra, attraverso metamorfosi mostruose, è stata definitivamente annichilita in un Universo di tenebra e Terrore. Le alterazioni progressive operate a danno delle leggi naturali imposte dall’uomo a ritmi millenari, unitamente a rivoluzioni cosmiche non previste, hanno causato catastrofi irreversibili. Il sole si è oscurato e spento, la Terra si è vista spopolata da tutte le specie prima conosciute per vedersi invasa da creature da incubo uscite dal Caos e dal buio perenne. Gli ultimi sparuti milioni di esseri umani vivono all’interno di una gigantesca piramide chiamata “Il Grande Rifugio”, dove alcuni saggi scienziati, sfruttando ciò che resta di una potente forza chiamata “Corrente Terracquea” hanno riprodotto una certa forma di luce e di energia, oltre a elaborare una serie di apparati e dispositivi di difesa e avvistamento per difendere ciò che resta della razza umana dalle insidie di creature potentissime e maligne.

Hodgson non si cimentò mai nell’opera di tracciare una mappa della Terra Notturna, ma se l’avesse fatto avrebbe suscitato l’invidia di J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis. Su di un lungo cammino verso nord, chiamato dai superstiti “La strada di Coloro che stanno in silenzio”, vagano entità il cui abominio può solo essere immaginato, mentre il punto cardinale del nord è occupato da un luogo chiamato “La Casa del Silenzio”, dimora di orrori senza fine. “La Cosa che fa segnali”, Entità gigantesca e mostruosa, occupa invece un punto imprecisato a ovest, mentre nel mezzo si stendono le Fosse dei Giganti, fornaci di lava dove creature urlanti, che paiono uscite direttamente dalle incisioni di William Blake, si producono in strane attività. “La Piana dei Mastini” viene percorsa da bestie a quattro zampe della stazza di tori di grandi dimensioni, mentre dall’Ovest si ode l’eco di una perenne risata. In questo mondo da incubo, percorso da Giganti famelici dalla testa simile a quella di un granchio e da tempeste maligne che causano la perdita dell’anima oltre a quella delle facoltà vitali, gli abitanti della piramide sono costretti a vivere senza mai poter uscire dal loro rifugio. Città intere occupano i vari piani della piramide, mentre scienziati particolari, adibiti all’osservazione delle attività e dei movimenti delle orribili creature, scrutano la notte con potentissimi apparati ottici, alimentati dalla “Corrente Terracquea”, e danno vita a un poderoso campo magnetico che circonda il rifugio, unico baluardo in grado di tenere a bada le orribili entità.

Il protagonista si trova reincarnato nella figura di un giovane scienziato, l’unico in grado di “sentire la Notte” e distinguere i messaggi lanciati attraverso l’etere dalle varie entità che la abitano, secondo un leitmotiv di viaggio in altre dimensioni che verrà plurisfruttato da Erick Rucker Eddison in Zimiamvia, passando per The Time Machine (La macchina del tempo) di H.G. Wells per approdare in Edgar Rice Burroughs con il suo “Ciclo di Marte” e, conseguentemente, nell’Almuric di Robert E. Howard.

Il Grande Rifugio, illustrazioneUna notte in particolare il protagonista ode una voce, è quella di una fanciulla di nome Naani che altro non è se non la bella Mirdath perduta ere addietro nello spazio e nel tempo, che pare rivelare l’esistenza di un rifugio minore e meno potente, in procinto di soccombere all’assalto delle forze delle tenebre. Dopo la sfortunata spedizione di cinquecento giovani ardimentosi ma ignari dei pericoli delle terre notturne, il protagonista decide di partire da solo. Comincia da qui il lungo, terribile viaggio attraverso le lande della Notte. Hodgson racchiude in questo romanzo tutto l’orrore della prima guerra mondiale, le trincee di Ypres e della Somme, lo sgomento, la disperazione, l’annientamento fisico e spirituale.

Tolkien profuse nel Il Signore degli Anelli uno sdegno metafisico nei confronti di un regime oscuro e disumano, quello di Sauron-Hitler; Hodgson, invece, consegna l’umanità alle forze delle Tenebre attraverso un’operazione tesa a ritrovare la speranza dopo la catastrofe. Con le sue lunghe esplorazioni degli abissi umani, il Nostro ha compreso una verità essenziale, e cioè che l’uomo, lasciato in balia dell’Oscurità che alberga dentro di lui, è schiavo delle Potenze bestiali dell’Inconscio. Esse, alla fine, prenderanno il sopravvento e causeranno il suo esilio, relegandolo ai margini della ragione imperante, ai margini dello stesso concetto di Civiltà, “Ultimo Rifugio” assediato dai mostri delle pulsioni e della spinta al progresso forzato e inumano.

È quello che accadrà nelle trincee della Grande Guerra, una lunga, estenuante spirale verso le Tenebre della barbarie, purtroppo soltanto all’inizio del suo tragico snodarsi nella Storia. Nel romanzo, inoltre, egli stabilisce un occulto, sottile legame fra gli orrori dell’oscurità e le potenze della luce. Nelle antiche cronache di questo Mondo si narra infatti di un’oscura alleanza, stabilita in ere antiche, fra esseri umani e creature da incubo, mutanti che abitano in forre e crepacci e dotati di oscuri poteri, alleanza stabilita per ottenere il controllo delle risorse planetarie superstiti alla Catastrofe. Alleanza terminata in una guerra che ha condotto alla creazione della Piramide.

Dopo innumerevoli rivolgimenti gli uomini del “Grande Rifugio” hanno abolito l’uso di armi a distanza, come fucili o mitragliatrici, in quanto: “Sarebbero risultate pregiudizievoli per la pace in altre circostanze giacché irritavano senza necessità le forze di quella terra, assassinando barbaramente mostri che non facevano altra cosa che girare a distanza dal grande rifugio”. Gli uomini validi utilizzano invece fantastici strumenti chiamati “Diskos”, a metà fra spade e lame rotanti per combattere; armi per il corpo a corpo alimentate dall’onnipresente, anche se flebile, Corrente Terracquea; armi “personalizzate” che possono anche mutilare colui che le brandisca senza esserne il legittimo proprietario.

The Night Land vol. II, 1972, copertinaNell’ultima umanità alberga altresì un profondo rispetto per i morti, che vengono inumati in giardini immensi e fra ridenti colline coperte da serre immani, sotto le quali risuonano canne d’organo che emettono suoni dolci e malinconici. Sull’orlo dell’estinzione, la razza umana ha finalmente riscoperto un nuovo concetto della dignità e della fratellanza universale, dopo l’ennesima catastrofe sociale e climatica che vide orrendi connubi con creature oscure, connubi che terminarono con l’umanità vista come “organismo ospite”, vestigia di quella dominante un tempo e con i Mostri come veri “Padroni di Casa”. Dopo aver ricacciato i “mutanti” frutto di questi connubi, i superstiti edificarono la piramide che il protagonista si appresta ad abbandonare per inseguire il fantasma di un amore e, forse, la speranza.

Molte idee vengono chiaramente delineate, molte altre risultano potenti anche se accennate. Purtroppo il lettore incappa sovente in capitoli di estenuante lentezza, causata da una prosa ridondante, barocca e antiquata. Conviene affidarsi alla versione “depurata” del compianto Lin Carter, 400 pagine rispetto alle 500 e passa dell’originale, per apprezzare appieno la forza visionaria di questo bellissimo romanzo. Sicuramente l’idea principale ha avuto una vasta eco successiva, dando vita a tutto il filone “mutante” della Fantascienza, né và dimenticato l’impatto che l’opera di Hodgson ha avuto sulle arti grafiche e il fumetto in generale. Il disegnatore mainstream Richard Corben (meritevole di aver dato vita anche a un ottima riduzione di “The Valley of the Worm” di R.E. Howard con il suo Bloodstar) unitamente agli sceneggiatori Simon Revelstroke e Jan Strnad, creerà l’evocativo Mutant World basato in parte sulle idee di The Night Land, mentre in tempi più recenti il duo Revelstroke-Corben darà vita anche a una interessante riduzione di The House on the Borderland.

Hodgson partirà davvero per trincee i cui orrori con tanta intuizione descrisse. Si distinse ivi per il suo coraggio, incappò in una bomba, sopravvisse, fu decorato e congedato ma uno spirito inquieto come il suo, che tanto aveva scritto sulle forze visibili e invisibili che fungono da sprone alla macchina del corpo e della volontà, non poteva riposare a lungo. Ritornerà a combattere a Ypres, ancora viandante solitario fra le lande della Notte, cosciente di dover effettuare un ulteriore sacrificio inseguendo ancora, come il protagonista del suo capolavoro, una speranza per l’uomo in balìa della propria oscurità fra gli abomini e i fuochi della Morte e lì infine, l’eroico, infaticabile, coraggioso Hodgson, dopo un attimo di tenebra causato dall’ultima esplosione di una mina, andò a visitare di persona quei mondi ignoti di meraviglie di cui tanto era andato in cerca da vivo.

Bibliografia parziale in italiano di W.H. Hodgson:
Naufragio nell'ignoto, Fanucci, 1974, ristampa 1989
Carnacki, cacciatore di spettri, SIAD Edizioni, 1978
"Al largo" ("The Voice in the Night") in Horroriana, Mondadori, 1979
La casa sull'abisso, Fanucci, 1985
I pirati fantasma, Fanucci Editore, 1986, ristampa 1994
L'orrore del mare, Newton & Compton, 1993
La casa sull'abisso, Compagnia del Fantastico. Gruppo Newton, 1994
I pirati fantasma, Compagnia del Fantastico. Gruppo Newton, 1994
La terra dell'eterna notte, Fanucci, 1996
La casa sull'abisso e altre storie del terrore, Classici Urania, Mondadori 1996
La casa sull'abisso, Gruppo Editoriale Newton, 2003

Mariano D’Anza

domenica 5 giugno 2011

William Hope Hodgson sulla terraferma: investigatori dell’occulto e altri orrori

Articolo in tre parti. Vedi parte precedente.

William Hope Hodgson, fotoUna volta abbandonato il mare William Hope Hodgson, memore delle sue passate disavventure, deciderà di migliorare il proprio fisico rendendolo duro e scattante. Non contento, scriverà un manuale di cultura fisica e fonderà addirittura una palestra “per allenare lo spirito e i corpo”. Più avanti nel tempo e in un altro continente, uno smilzo, angariato e malaticcio Robert E. Howard deciderà di trasformare il proprio corpo in quello di uno dei suoi barbarici eroi d’età antidiluviana, come Conan e Kull di Valusia, e praticherà il pugilato. Destini simili, diverse fortune. Altre coincidenze? Hodgson moltiplica le sue prodezze atletiche tanto da meritarsi alcune pagine di ammirazione da parte del giornale locale, la sua palestra è piena, ma non basta, così il Nostro si improvvisa fotografo amatoriale. Non basta ancora: nella prima maturità, infine, decide di creare quei capolavori per i quali H.P. Lovecraft si dimostrerà entusiasta.

Sono gli anni della “Trilogia dell’Abisso”; due romanzi di cui abbiamo già parlato: The Boats of the Glen Carrig (Naufragio nell’ingoto) e The Ghost Pirates (I pirati fantasma), più uno ambientato sulla terraferma (per modo di dire), ovvero The House on the Borderland (La casa sull’abisso). In quest’ultimo, Hodgson sviluppa l’intuizione principale che sta alla base dei primi due, ma con potenza simbolica, se possibile, ancora maggiore. L’essere umano è come un edificio pieno di stanze, alcune luminose, altre avvolte dalle ombre, il cui tetto aspira alle altezze celesti ma le cui fondamenta sprofondano negli inferi, laddove attendono in agguato creature mostruose e brutali.

Fotografo istintivo e abile per inclinazione, Hodgson con questo romanzo immortala in alcune potenti immagini tutta la psicologia di Freud e Jung di là a venire. Il protagonista di questo lungo incubo abita con la sorella in una casa che esiste contemporaneamente in più dimensioni (“on the borderland” appunto, sul confine fra questo e altri mondi). Un giorno la sorella viene aggredita da alcune ributtanti creature porcine che paiono sorgere dagli immensi sotterranei della casa (un simbolo degli istinti primordiali repressi e deformati dalla ragione?) e i due sono costretti a difendersi con ogni mezzo dagli assalti di queste creature.

The House on the Borderland, versione a fumetti di Richard CorbenNelle pagine successive, l’incubo si tinge di metafisica. Il protagonista, mentre si ritrova al suo scrittoio a riordinare gli orribili fatti occorsi in tempi recenti, attraversa il tempo e lo spazio in quello che potrebbe essere definito uno stadio mistico-contemplativo indotto dalla natura della casa. Il tempo comincia a scorrere nelle due direzioni (passato e futuro) alternativamente. Al termine di questo viaggio, egli si ritrova all’interno di un’enorme arena circondata da statue mostruose, fra le quali campeggia una in particolare che ricorda ominosamente gli orribili esseri porcini contro i quali ha combattuto.

Infine, viene proiettato nello spazio profondo, laddove il potenziale di tutte le cose a venire è contenuto in sfere luminose “sulle quali si alternano facce orribili”. Lovecraft riprende queste e consimili visioni nel suo “The Dreams in the Witch House” (“I sogni nella casa stregata”), laddove la meditazione su alcune “geometrie non-euclidee” conduce il protagonista all’interno di una città aliena dalle forme folli e incomprensibili.

Ma c’è di più: Hodgson rivela in questi squarci visionari una non comune preparazione in dottrine occulte. La meditazione con conseguente viaggio astrale del protagonista ricorda molto da vicino certe pratiche magiche in uso nei circoli occultistici dell’epoca, mentre la visione delle sfere rimanda alle strutture occulte della Cabala ebraica. Era convinzione comune, fra gli occultisti occidentali e fin dal medioevo, che il processo attraverso il quale Dio ha creato il mondo potesse essere riassunto e schematizzato mediante la raffigurazione di un numero variabile di sfere (da dodici a diciannove) rappresentanti ciascuna una “Potestà” o un attributo della divinità. Tali sfere venivano chiamate nell’occultismo ebraico “Sephiroth” (probabilmente una contrazione spuria dal greco “sphairos”, sfera appunto).

The House on the Borderland, 1921, copertinaD’altro canto, ciascuna di queste sfere o potestà includeva un suo opposto speculare, una “sfera d’ombra” racchiudente le scorie della creazione, gli esperimenti scartati da Dio al momento di creare il mondo oppure, in linguaggio psicologico, il “rimosso” freudiano. Tali sfere speculari venivano denominate invece “Qlippoth” o “Quelippoth”, in aramaico “sudiciume”. Al tempo di Hodgson, alcuni occultisti (fra i quali l’onnipresente Aleister Crowley) ritenevano che così come si potesse “salire” attraverso le Sephiroth all’intelligenza “Prima” di Dio, giungendo a entrare in comunicazione con la mente stessa del Creatore, allo stesso modo fosse possibile “regredire” o “discendere” verso il “ventre” di Dio, passando attraverso le sue feci ossia “Quelippoth”, le sfere demoniache rappresentanti l’ombra della creazione.

Non è provata né documentabile l’affiliazione di Hodgson a suddetti circoli massonico-occultistici quali, per esempio, la Golden Dawn di S.L. MacGregor Mathers o la “Societas Rosicruciana in Anglia” di A.E. Waite, fatto sta che il Nostro, all’interno di The House on the Borderland, sta evidentemente sviluppando in maniera creativa suddette teorie. Il suo è un racconto di “regressione” all’“Ombra” Junghiana, molto prima che il pensiero dello psicologo svizzero coniasse il termine specifico per la disciplina in questione, regressione verso il rimosso o l’istinto bestiale primordiale che avviene prima per l’essere umano in particolare, tipizzato dal protagonista, poi illustrato per l’intera Creazione attraverso i gusci “pieni di infamia” delle Quelippoth. Così come il futuro fa un balzo in avanti nella mente di Dio, allo stesso modo il passato regredisce alla bestia immonda che soggiace a qualsiasi sforzo civilizzatore. Sotto la luce dei “piani alti” sta la tenebra delle fondamenta, dove le creature porcine stanno in agguato.

Occorrerà riportare che il tema della regressione allo stato bestiale percorre tutta la letteratura inglese più originale del periodo; da The Time Machine (La macchina del tempo) di Herbert George Wells, con la sua suddivisione sociale in evoluti “Eloi” (termine che ricorda gli “Elohim”, angeli della tradizione ebraica) e bestiali “Morlocks”, passando attraverso il Dr. Jekill and Mr. Hyde di R.L. Stevenson per sfociare in “The Great God Pan” (“Il grande dio Pan”) di Arthur Machen. Tuttavia va a Hodgson il merito di aver esteso su scala cosmica il tema della regressione, lezione che Lovecraft non dimenticherà.

Carnacki the Ghost Finder, 1920, copertinaDopo la stesura di The House on the Borderland l’Occulto non cessa di affascinare Hodgson, né deve stupire trattandosi di una personalità come la sua, attratta dal fascino dell’Ignoto e per di più talmente eclettica da essere capace di spaziare dalla marineria alla fotografia. Le avventure di Carnacki the Ghost Finder (Carnacki, cacciatore di spettri) riprendono e sviluppano tali interessi, inserendosi nel solco delle avventure “poliziesche” e di investigazione del ben più famoso Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle. Il Carnacki di Hodgson è uno dei suoi tanti alter ego letterari, una simpatica figura di “Investigatore dell’Occulto” che affronta demoni e creature dell’Altrove armato di profonde conoscenze esoteriche e di un robusto apparato scientifico al passo coi tempi. Nel racconto “The Hog” (“Il verro”) Carnacki si oppone ai tormenti inflitti a un suo cliente da un demone dalle ennesime fattezze porcine, “isolando” la sua malefica manifestazione all’interno di un pentacolo elettrico a vari colori anticipando, forse, i venturi esperimenti con la luce al neon.

Le suddivisioni che Hodgson-Carnacki opera fra Entità “Aeiirii”, meno pericolose, ed Entità “Saiitii” estremamente letali costituisce una strizzata d’occhio al gergo occulto di certe conventicole esoteriche, punte di humor che Lovecraft applicherà puntualmente nei suoi racconti, né va ignorata la fortuna che certe commistioni fra scienza empirica e soprannaturale avranno nella letteratura successiva di genere, basti pensare al già citato “The Dreams in the Witch House”.

[Continua]

Mariano D’Anza

venerdì 3 giugno 2011

William Hope Hodgson: un mozzo nel mare senza maree

Articolo in tre parti.

William Hope Hodgson, fotoLa letteratura marinaresca possiede da sempre i suoi eroi e i suoi martiri. Dal metafisico Hermann Melville all’immenso Joseph Conrad l’animo umano con le sue tormente e i suoi mostri marini si rispecchia, si moltiplica e fa naufragio sulle barriere coralline dell’ignoto e del meraviglioso. Il viaggio sulla nave come viaggio dell’anima sui vascelli del fato, della morte o della visione salvifica è un tema antico quanto il mondo; parte con i famosi Nòstoy (ritorni) degli eroi Achei di volta dal saccheggio di Troia, di cui solo uno, quello di Ulisse, Omero ci ha cantato, e approda con lo shakespeariano Moby Dick nel gorgo della coscienza occidentale.

Fra tutte queste voci di naufraghi, non debole fu quella di William Hope Hodgson, la cui opera fu forse eccessivamente legata a quelle entusiastiche ma attente pagine che H.P. Lovecraft gli dedicò nel saggio “Supernatural Horror in Literature”, sicuramente ignorato dalla “Grande” critica, a torto, dato che per potenza visionaria molte delle sue pagine si possono tranquillamente avvicinare alle profezie di Blake. Hodgson entra di fatto e a pieno diritto nella “famiglia” dei narratori “di razza”. Nasce nel 1875 a Blackburn, Inghilterra, ed è secondo di tredici fratelli (tre moriranno in giovanissima età). Rampollo di famiglia medio-piccolo borghese (il padre fu pastore anglicano), contro il consentimento del Genitore decide di imbarcarsi a quattordici anni, come Conrad, come Melville, come molti altri giovani inglesi e americani, in preda all’inquietudine di una Civiltà avanzata ma ancora fortemente attratta, al contrario di quella attuale, da quella sete di esplorazioni e di ignoto propria di una Mondo le cui ombre sono uguali per numero, se non superiori, alle luci.

Melville dedica alcune ispirate pagine del suo Moby Dick a quella categoria di marinai “intellettuali” giovani, inesperti, con la mente ancora piena di immagini auliche di paesaggi marini, i quali di vedetta sul pennone di maestra d’un brigantino o di una baleniera cadono nel vuoto rapiti dal vento di maestrale mentre, romantici, speculano su di un tramonto scarlatto. La caduta di Hodgson, giovane avventuriero anche lui, non fu di ordine fisico, ma etico, morale e psicologico. Imbarcatosi come mozzo su di un brigantino, fu fatto oggetto di scherno dai marinai più vecchi, picchiato, umiliato e infine violentato dal sadico capitano, vittima volontaria di un mondo duro, selvaggio e crudele di cui la sua precoce erudizione non lo aveva sufficientemente informato.

Men of the Deep Waters, 1921, copertinaDopo il primo, umiliante contatto con quel Mondo, il non più giovanissimo Hodgson si reimbarca per altri due anni, per poi infine abbandonare i mari. Ma quell’esperienza resta con lui per mai più abbandonarlo. Contrariamente a quanto si possa pensare, Hodgson non spende che poche parole accidentali per le dure, umilianti condizioni di quanti si guadagnino da vivere con nient’altro se non la tavola di legno di una tolda a separarli dall’Abisso, vi è ben poco in lui dello sdegno di un Jack London o dell’ansia di rivalsa sociale di un Melville. I suoi protagonisti sono praticamente tutti giovani marinai semplici, la cui erudizione, cultura e preparazione potrebbe benissimo garantire loro una carriera da ufficiali, ma che alcune sconosciute “coincidenze” o “disgrazie” hanno relegato nel faticoso mondo della umile manovalanza ed è a quel mondo che Hodgson rimane legato. Gli orrori che egli descrive non sono quelli della natura non domata, né quelli dell’ingiustizia di classe che separa gli Ufficiali dalla ciurma, ma quelli del cuore e della mente, della visione e della percezione che scardina le differenze sociali, le appiana, le “affratella” in una corale alleanza contro le unanimi e universali potenze del Caos e della Follia. In lui vi è l’aristocratico sdegno (che diverrà ben presto borghese) del “signorotto” che si rifugia in un fittizio mondo di orrori per non essere travolto dall’Orrore reale e prosaico, ma al tempo stesso la sua profonda sensibilità lo rende lucido e attento alle “infiltrazioni” del Fantastico interiore nel mondo “esteriore”. Forse è stata questa componente “romantica” interiore di Hodgson a causare l’ablazione della sua opera da parte della critica “ufficiale”, ma ciò che non si comprende pienamente di Hodgson è proprio l’originalità del suo approccio narrativo, che ha avuto l’innegabile merito di “innestare” il genere gotico direttamente in quello di avventure marinaresche, per operare la generazione di una pianta che, come vedremo, ha dato strani frutti.

Il romanzo The Boats of the Glen Carrig (Naufragio nell’ignoto) inizia con poche descrizioni, anche in questo Hodgson si dimostra narratore estremamente equilibrato. Due barche di naufraghi solcano il mare in tempesta, in lontananza un’isola: promessa di salvezza o fonte di nuovi orrori? Capiamo da subito di stare leggendo un romanzo d’avventura e di quelli buoni. Le barche si immettono ben presto in una laguna e circumnavigano le sue strane coste, dove si infittisce una vegetazione esotica che non assomiglia a nulla di quanto visto in precedenza dagli esausti uomini di mare. Infine il relitto di una nave si profila in lontananza, i naufraghi attraccano. Segue l’esplorazione del relitto, la ricerca spasmodica di provviste. Il classico diario di bordo fa la sua apparizione in un cassone, parla di orrori senza nome, di una strenua resistenza, di un’inevitabile sconfitta. Cala la notte e comincia l’Orrore. Termina il racconto di mare e si inserisce la Ghost Story, ma capiamo da subito che si tratta di un Soprannaturale diverso da quello cui siamo abituati. Qui non vi sono Spettri di trapassati, malvagi in vita e in morte ma pur sempre umani: qui siamo naufraghi in isole senza nome, viaggiatori sperduti su lidi che non hanno mai conosciuto presenza umana alcuna e sicuramente non desiderano conoscerla.

The Boats of the Glen Carrig, 1920, copertinaUn pianto straziante si fa udire dalla costa, mentre una presenza enorme e invisibile percorre famelica i corridoi del relitto. Le assi scricchiolano nello sforzo di sopportare un peso immane, si odono risucchi e fantasmi uditivi di suoni indescrivibili, sono notti di orrore e di angoscia. Infine i naufraghi riescono a caricare sulle scialuppe le provviste superstiti e a riguadagnare il mare, ma non prima di aver assistito all’ultimo orrore; il lamento che si ode dalla riva proviene da esseri umani convertiti in piante per opera di una abominevole metamorfosi, della quale pare essere confusamente responsabile l’orribile creatura che ogni notte percorre, famelica, il relitto. Il resto del romanzo è un susseguirsi di avventure che mantengono fino alla fine il sottile equilibrio narrativo introdotto da questo primo episodio; tentacoli immondi sorgono dalle acque per ghermire esseri umani, strani incroci fra uomini e seppie si avvicinano a bivacchi notturni accesi con sterpi e alghe putrefatte, albe infuocate precedono terribili uragani…

Le peripezie dei naufraghi di Hodgson sono peregrinazioni del lato oscuro e ancestrale del cervello umano, quello che ancora ricorda, sotto forma di terrori ignoti, le grida delle bestie feroci nel buio senza fine dei luoghi desolati, suoni agghiaccianti dell’inconscio senza forma, che sottoposto alle pressioni dell’ignoto, della fatica e della solitudine genera mostri, figure spaventose che vivono all’interno e alla periferia di ciò che pensiamo di conoscere e dominare. L’approdo all’isola dei lamenti pare uscire direttamente dalle pagine dell’Eneide di Virgilio, laddove Enea fa sgorgare sangue umano da ciò che credeva essere null’altro che un semplice arbusto. L’Ignoto è una perversione totale di ciò che è umano e vegetale, o umano e animale (gli uomini-seppia), una mescolanza di generi e una loro totale e bruta depravazione, come “i fiori che cantano” di Arthur Machen, “Sacramenti del Male” che vengono operati al di fuori delle rotte conosciute.

Laddove le carte nautiche tacciono, “Hic sunt Leones”. L’idea di una trasmutazione pervasivamente antinaturale si incontra meglio sviluppata in quello che è forse il racconto più riuscito di Hodgson e che viene a ragione inserito dal critico Mike Ashley fra i dieci racconti del terrore più agghiaccianti di tutti i tempi, “A voice in the night” (“Una voce nella notte”). Un Brigantino incappa all’imbrunire in un’isola la cui unica forma di vegetazione pare essere costituita da null’altro se non grigie escrescenze fungoidi. L’ora tarda unita allo sfinimento della ciurma congiurano affinché la nave non possa attraccare. La notte trascorre in maniera apparentemente tranquilla, poi, nel cuore della notte, uno sciacquio di remi unito al rumore di una voce lontana e stranamente innaturale allarma l’equipaggio. Si tratta di un naufrago proveniente dalla strana isola, che non vuole essere visto e non vuole avvicinarsi troppo alla ciurma. Cerca provviste e offre, in cambio, una storia allucinante. Parla di un viaggio in mare in compagnia della giovane sposa, dell’ennesimo naufragio, di un isola (quella) ricoperta da una strana vegetazione. Le provviste terminano e l’unica forma di alimento è costituita da quegli strani, enormi funghi. I due sposi novelli cercano di tenersene lontani avvertendo la promessa di un orrore incombente, poi infine la donna cede e mangia di quel “frutto”.

The Ghost Pirates and Other Revenants of the Sea, 2005, copertinaÈ l’inizio dell’incubo. La struttura corporea della donna cambia, la voce si fa fonda e cavernosa, la carne gelatinosa, grigiastra ed elastica. Un raggio di sole all’alba illumina una cosa grigiastra che non è né completamente umana né totalmente vegetale, mentre infine il naufrago rema verso l’isola dei funghi, dando le spalle alla nave e togliendo così all’attonito equipaggio qualsiasi voglia di sondare ulteriormente il mistero dell’isola grigia. Le vicissitudini del protagonista narrante di “A voice in the night” chiarificano anche alcuni punti oscuri dell’avventura iniziale di The Boats of the Glen Carrig: l’orrore reale, così come in Machen, risiede nella trasmutazione che il Male opera sulla natura umana, vegetale o animale. Non è tanto l’orrore dell’Insolito, che pure è presente, quanto quello della “contaminazione”.

In “Lamie” (“Middle Islet”), creature mostruose metà donne e metà pesci, che gettano una luce inquietante sul mito universale delle sirene, assediano l’equipaggio di una nave finita fuori dalla sua rotta; condividono con i pesci l’assoluta sconfitta di qualsiasi umana pietà, subordinata al semplice bisogno di nutrizione, fisica o spirituale che sia. Nel racconto “Il Mostro” (“A Tropical Horror”) un marinaio si sveglia per trovare la nave invasa dalla presenza di un orribile e gigantesco serpente marino apparentemente indistruttibile, che divora a uno a uno i membri dell’equipaggio. In Hodgson, anche quando la natura pare costituire l’unica spiegazione possibile all’orrore è sempre una natura ambigua, mutante, oscena. La carta nautica del Mondo rivela punti oscuri, maree immobili e innaturali come il Mar dei Sargassi, palude oceanica di relitti abitata da mostri e morti viventi, dove l’Ignoto si apre in squarci oscuri, all’interno e all’esterno dei quali dormono i terrori ancestrali dell’umanità, il limo originale della Creazione, quando il futuro DNA dell’“Homo sapiens” si combinava a quello dei rettili preistorici, dei pesci abissali e delle fameliche e cieche creature senza nome.

Hodgson impartisce a Lovecraft la prima vera lezione sul “Nuovo Orrore in Letteratura”, il raccapriccio “uditivo”. Le Creature abissali di Hodgson annunciano la loro presenza con tonfi, risucchi, urla innaturali, stridii che conducono alla pazzia e al crollo della percezione, come nel racconto “Il Mostro”. Il disgusto “olfattivo” e “tattile-gustativo” interviene subito dopo. Nel leggere delle vicissitudini occorse alla sfortunata coppia di “A voice in the night” avvertiamo uno strano sapore in bocca, gommoso e con un retrogusto di terra e putrefazione, fantasma gustativo di una ributtante metamorfosi, promessa di una regressione all’organismo procariotico e monocellulare molto simile a quella subita dal protagonista macheniano di “The Novel of the White Powder” (“La polvere bianca”).

Il Mare di Hodgson è in realtà la più fedele e intelligente rappresentazione dell’Inconscio collettivo “Ante Litteram” mai concepita da un autore di letteratura fantastica. L’Oceano è il luogo dove l’orrore interno del rimosso si combina con l’orrore esterno dell’ignoto, con la paura dell’abisso: anche solo per questo Andrè Breton avrebbe dovuto includere l’opera di Hodgson all’interno delle letture “ispiratrici” del movimento surrealista. Sarà invece l’intelligente e acuto Michel Bernanos, ottimo scrittore storico del movimento surrealista, a omaggiare le implicazioni psicologiche, metafisiche e organiche di Hodgson nel bellissimo romanzo di mare La montagne mort de la vie (La montagna morta della vita), a ulteriore testimonianza del fatto che se la critica cosiddetta “ufficiale” dorme, molti intelletti fortunatamente svegli “pigliano pesci”…

The Ghost Pirates, 1981, copertinaL’Intuizione che Hodgson ebbe sull’Inconscio collettivo si sviluppa, con conseguenze ancor più agghiaccianti a livello di struttura nel bellissimo romanzo The Ghost Pirates (I pirati fantasma). Dal diario di bordo dell’ennesimo “alter-ego” di Hodgson, assistiamo alle peripezie di un brigantino che nel seguire la sua rotta semplicemente “scompare”, entrando in un’altra dimensione, laddove viene perseguitata da una nave sottomarina. La nave fantasma si rivela ben presto abitata da creature umbratili e malvagie, di cui Hodgson non chiarisce la natura definendoli “pirati” per le loro azioni predatrici, ma solo una volta e solamente nel titolo. Le creature, infatti, si dedicano a rapire a uno a uno i membri dell’equipaggio. Per citare Jung, ci limiteremo a dire incidentalmente, che Il mito della nave “risucchiata” da un’altra dimensione conobbe un’incredibile fortuna negli anni 70-80 con il famoso “Triangolo delle Bermude”, zona maledetta del Globo terracqueo, dove scompaiono navi e aerei e dove gli apparecchi elettronici tacciono le normali comunicazioni emettendo in loro vece rumori non identificabili. Frutto di quello strano fenomeno che lo psicologo e “Guru” svizzero includeva nella categoria delle “Coincidenze”? Ovvero quei misteriosi processi attraverso i quali l’Inconscio collettivo chiarifica le proprie inquietudini creando Miti le cui origini sono difficilmente rintracciabili? Fatto sta che Hodgson, pur se è dubbio che avesse in mente un luogo reale al momento della stesura di questo Romanzo eccezionale, fa un uso eccellente di tale espediente letterario.

Il momento in cui il brigantino dove si trova il protagonista, sorta di allucinato Ismaele, incrocia una nave che gli viene addosso e lo attraversa in quanto oramai “non fa più parte di questa dimensione” è semplicemente magistrale. La tensione romanzesca si taglia col coltello. Occhi allucinati assistono all’emergere dagli abissi dell’Ombra di un vascello fantasma, sui cui ponti ribolle una strana attività. I marinai salgono sui pennoni e vengono assaliti da ombre implacabili che scivolano sulle tolde umide di acqua marina preparando il massacro finale… Neppure una volta in tutto il racconto ci viene detto che tipo di entità sono quelle ombre oblunghe e dai baluginanti occhi verdastri e maligni che trascinano le navi in altre dimensioni e rapiscono i loro equipaggi in un mondo di tenebra che è uno specchio oscuro della nostra realtà. Possiamo solo inferire una confusa visione d’insieme a partire dai dettagli che Hodgson ci offre. L’ombra della nave fantasma emerge da “sotto” la superficie del Mare, il Mare è dunque uno specchio, attraverso il quale il protagonista, che è anche una versione maschile della Alice di Carrol, entra in contatto con la parte oscura e caotica dell’Universo. L’immagine è talmente potente da ispirare, più avanti negli anni, il racconto “Le psaultier de Mayence” (“Il salterio di Mayence”) di quell’altra figura di marinaio-scrittore (o estroso truffatore) che fu Jean Ray.

[Continua]

Mariano D’Anza

mercoledì 23 marzo 2011

Onda d’abisso. Trenta autori per trenta storie di mare e di mistero

Onda d’abisso, 2010, copertina, 2004L’antologia italiana Onda d’abisso. Trenta autori per trenta storie di mare e di mistero arriva come una ventata di aria fresca nel panorama del Fantastico Italiano. L’esperimento non è nuovo e si avvale di illustri predecessori. Occorrerà ritornare agli anni Ottanta-Novanta e a una illustre casa editrice, la Marino Solfanelli, che con la sua serie Le Ali della Fantasia molto si adoperò nella difficile impresa di “sdoganare” un genere, quello Fantastico, in un Paese, l’Italia, che ha sempre guardato con sospetto non scevro da implicazioni culturali, sociali e politiche questo genere.

Si trattò a suo tempo di un esperimento generoso e lungimirante, che ebbe il merito di far conoscere al pubblico autori della caratura di Riccardo Leveghi, Claudio Asciuti, Gianluigi Zuddas, Michele Mari, per non citarne che alcuni. Altra valida antologia (sempre marcata Solfanelli) fu I figli di Cthulhu, corale omaggio italiano alla narrativa di Lovecraft, viaggio interessante attraverso scenari “mediterranei” in alternativa alle atmosfere del New England del Maestro di Providence, a dimostrazione del fatto (se pure ce ne fosse stato il bisogno) che le linee tracciate da H.P. Lovecraft sono state e sono talmente potenti da poter prescindere da latitudini e fattori geografici o linguistici che dir si voglia.

Non va poi dimenticato quell’altro valido tentativo di stabilire i canoni di un “Fantastico” tutto italiano che fu Racconti di Tenebra, curato dal bravo Gabriele la Porta nel lontano 1987 per la Newton & Compton, diviso per generi e argomenti (“Demoni e affini”, “Spettri”, “Racconti del Mistero” etc.), porta narrativa aperta sul Mistero e sulle categorie del “Disturbante”. Potremmo anche risalire più indietro e fare riferimento al “Solaria” sul quale scrisse anche Montale o alla produzione fantastica di Italo Calvino e Tommaso Landolfi, a ulteriore riprova del fatto che il genere Fantastico è ben lungi dall’essere sconosciuto nel Belpaese e conta antesignani illustri e capaci. Molti di questi autori sono stati poi inclusi, in segno di affettuoso omaggio, nella prestigiosa strenna del 2010 Racconti Fantastici del ’900 per gli Oscar Mondadori, curato da Giuseppe Lippi, e non dubitiamo del fatto che un futuro non troppo lontano (speriamo) vedrà molti degli autori inclusi nella raccolta Onda D’Abisso partecipi di un’ulteriore “strenna” sul Fantastico Italiano.

L’Antologia in questione consta di trenta racconti incentrati su di un unico tema, Il Mare, e si divide in tre sezioni distinte, rispettivamente “Sponde”, “Superfici”, “Abissi”, ognuna delle quali racchiude dieci racconti “a tema”. L’esperimento viene dalle menti fertili e immaginifiche di un “collettivo” di scrittura dal nome evocativo di “Carboneria Letteraria” e si avvale di una prefazione scritta da Valerio Evangelisti, vera e propria “eminenza grigia” (scriviamo affettuosamente) della Letteratura Fantastica italiana attuale. Recensire tutti e trenta i racconti inclusi nella raccolta sarebbe impresa troppo ardua, mi limiterò dunque a scegliere alcuni racconti da ogni sezione.

Il racconto di Alberto Cola intitolato “Le Bastarde”, contenuto nella prima sezione “Sponde”, segue punto per punto sia le indicazioni di Stephen King sulla costruzione del Terrore di tipo “Provinciale”, sia le preziosissime informazioni fornite da Thomas Ligotti nel suo “La Consolazione del Terrore”. Vi si trovano le inquietudini e le ombre della Provincia, in questo caso di quella abruzzese; il mare come causa dell’isolamento e della subalternità (per usare un’espressione cara a Ernesto De Martino) il motivo dell’edificazione di un centro abitato in una località marittima si sposa con le inquietudini tipiche dell’entrata nel mondo cosiddetto “moderno”, genera il fenomeno del turismo e apre nel contempo la stura all’irruzione dell’irrazionale inteso nel senso del “Rimosso” freudiano. Vi ritroviamo tutto il carico di aberrazioni e isolamento di una comunità piccola e chiusa a stretto e costante contatto con il mondo ancestrale del Soprannaturale. A scadenze regolari (tempo ciclico della comunità “rurale” o marittima in questo caso) fanno la loro apparizione delle “Entità” di origine malvagia, la cui natura e le cui fattezze sono solo “suggerite” e mai completamente mostrate, le quali si manifestano solo ai bambini e fanno di loro le vittime favorite.

Vi si ritrova tutto quel carico di angosce legato al mondo dell’Infanzia ferita e oltraggiata, che parte dalle preoccupazioni di tipo “Metafisico” di Arthur Machen (un racconto fra tutti: “The White People”) per sfociare in quelle di tipo socio-culturale di Stephen King (in particolare It). Il Mondo dell’Infanzia è pericolosamente vicino sia alla sfera della malvagità assoluta, come si sforza di dimostrare “Teologicamente” lo studioso Ambrose, nel racconto di Machen, sia al mondo dell’Innocenza e della solidarietà, ignorato dai grandi a causa del “Mal de vivre” tipico di una piccola comunità isolata. In mezzo fa capolino l’orrore “quotidiano” di un serial killer pederasta, elemento “sacrificale” che va qui inteso come il simbolo di una “Maturità” aberrante, che va eliminata a scopo catartico, dato che la narrazione è in prima persona e il protagonista è proprio un bambino. Vi si ritrovano gli elementi dell’“Horror sociale” moderno (incarnato dalla figura del serial-killer) e dell’orrore soprannaturale. Thomas Ligotti chiama quest’ultimo elemento “L’esca”, ovvero la “Promessa” di una conoscenza esoterica e occulta, elemento tipico anche della narrativa lovecraftiana.

immagine marinaLe Bastarde rinserrano in loro un mistero che è mistero del Male e della colpa, colpiscono solo gli innocenti, come i barboni di paese, gli anziani inermi, gli individui “di passaggio” (i turisti) e i bambini, gli unici che a causa della loro condizione “liminare”, al confine cioè fra il mondo opaco della maturità e quello caotico (in senso freudiano) dell’infanzia, sono in grado di vederle. Attraverso una catarsi sociale (il sacrificio del serial killer) i bambini “avvelenano” le Bastarde attraverso quello che Frazer definirebbe un “rito omeopatico” (un male usato per curare un altro male) e ristabiliscono così l’“Ordine” della realtà. Un pezzo magistrale quello di Cola, scritto con un registro quasi dialettale che lo rende ancor più efficace, un’opera di bravura.

In tutt’altri orrori ci cala invece il racconto “Gli Occhi” di Danilo Arona. Lo scrittore e saggista in questione invece (notevole anche il suo L’Ombra del Dio alato edito per Marco Tropea, vera e propria “Summa” di orrori archeologici e preistorici con più di una strizzata d’occhio al cinema e alla letteratura di genere) , si incunea nel solco di scrittori come Riccardo Leveghi e Gabriele La Porta. Il filone favorito da questi scrittori è un’affascinante mescolanza di esoterismo, orrore e fantapolitica con finale “a effetto”. Leveghi dette più di un saggio del suo particolare equilibrio sia con il racconto “Il Re del Mondo” (contenuto nella già citata raccolta I Figli di Cthulhu), sorta di “Call of Cthulhu” in versione “iniziatica” e quasi “Evoliana”, sia in Le Ali della Fantasia vol. IV (sempre per la Marino Solfanelli ed.) con il racconto “Le Montagne della Luna”, sorta di variazione sul tema dell’Apocalissi prossimo-ventura.

Arona ci parla di un’imminente catastrofe che miscela abilmente il tema della Tragedia naturale (Natura come Caos, tema Plotiniano già caro alla letteratura anglosassone, ma anche doloroso monito alla pericolosità delle rivoluzioni naturali, di cui la triste realtà attuale ci ha dato ben più di una dimostrazione) al tema di un’intelligenza “Cosmica” di origine maligna alla radice di tali fenomeni. Una serie “a catena” di eventi attribuibili alla famosa teoria caotica del “Butterfly effect” avvengono in concomitanza con la misteriosa apparizione in cielo di due nuvole a forma di occhi mostruosi.

“I fenomeni cataclismici o diluviali portano a ripetute scene di premonizione o a un provvisorio interesse per il misticismo. Chiusa un’epoca ne segue un’altra,” scriveva Leveghi ne “Il Re del Mondo”. “Chi ha progettato anni addietro l’Effetto Farfalla ben conosceva la psicologia del profondo. Morire annegati nel terrore, nelle proprie superstizioni o nel senso di colpa. Pochissimi si salveranno (attraverso i varchi-occhi dimensionali), ma saranno talmente terrorizzati che si asserviranno al Potere per generazioni,” scrive Arona. Nel primo caso si tratta di un’Apocalissi “Tradizionale”, che ricorda molto da vicino La crìse du monde moderne di René Guénon, nel secondo caso di un’Apocalissi “moderna” con il suo carico di angosce di fine millennio e di critica politico-sociale, ma il messaggio terrorifico è lo stesso per entrambi questi originali scrittori e nel secondo si tratta, inoltre, di un riuscito omaggio letterario alle teorie di Charles Fort, il ricercatore “non convenzionale” che con le sue “notizie dall’Altro Mondo”, fatte di piogge di sangue e passaggi nel cielo di Creature Mostruose, tanto contribuì allo sviluppo del realismo Fantastico.

Johann Heinrich Füssli, 'Odisseo di fronte a Scilla e Cariddi'Il racconto “Le Magnifiche sorti e progressive” di Andrea Angiolino e Francesca Garello è un originale e simpatico omaggio al “Dagon” di HPL, ambientato nella cornice ottocentesca della novella Unità d’Italia. Un Orrore ancestrale di classica memoria (la presenza del mostro Cariddi nella grotta di un paesino del Sud-Italia) fa la sua numinosa apparizione in pieno secolo di “progresso” e avanzamento sociale, fattore incarnato dalle simpatiche e realistiche figure di un ingegnere milanese e del suo assistente. Pare qui di ritrovare le stesse atmosfere della “Sirena” di Tomasi di Lampedusa e dei racconti “italiani” di Francis Marion Crawford, con la loro Italia del Sud calda e accogliente e con le vivide immagini di un retroterra culturale e geografico ricco di bellezza e di leggende ancora potenti e vitali, tragicamente attive e colte sull’orlo di un crepuscolo causato dall’avanzare del progresso e della macchina. Un mondo rurale visto nei barbagli di luce della poesia, prima del collasso causato dalla grande città con il suo carico foriero di “Magnifiche sorti e progressive” appunto.

Il racconto di Alessandro Cartoni intitolato “Naufragio per autospettatore” contenuto nella seconda parte dell’antologia dal nome evocativo di “Superfici”, potrebbe invece inaugurare un futuro Shock all’italiana. Il racconto contiene molti riferimenti a Richard Matheson, a partire dallo stile, secco, conciso, quasi da cronaca, in prima persona anche questo (come da tradizione “pulp”), essenziale nella sua economia da “storia di ordinaria follia”. La giornata al mare che un uomo qualunque trascorre con sua figlia, diventa il pretesto per una “fuga impossibile” dalla realtà di ogni giorno e dai suoi servili, inutili cliché.

Ogni elemento apparentemente “quotidiano” viene stravolto nel suo “doppio” grottesco e avvilente, dall’amichetto “leghista” della figlia del protagonista, alla rozza ostentazione di divertimento borghese da “Bon ton” spiaggistico esibita dagli altri bagnanti, sempre intravisti, sempre descritti marginalmente con pennellate di cinico manierismo, periferici ma persistenti moniti di un orrore latente e oppressivo, celato dalla sua apparente “normalità”. Perfino l’immagine, da sempre calma e dignitosa della terza età, viene stravolta e messa alla berlina da quegli “anziani in cuffia che galleggiano vicini come preservativi usati”, mentre una comica scena con un venditore ambulante fornisce l’ultimo simbolo di una spoliazione sociale agognata e sofferta e si sviluppa nell’originale epilogo alla Buzzati che conclude questo delizioso racconto.

“La Leggenda di Isla Colorada” di Angelo Marenzana si può invece definire un valido e potente omaggio alla narrativa “marinaresca” di William Hope Hodgson. Racconto ambientato al tempo della colonizzazione spagnola del Sudamerica, vi si narrano le vicissitudini dell’equipaggio di un personaggio storico, quell’Alvar Nunez detto “Cabeza de Vaca” (testa di vacca) che è stato il protagonista autentico di un tentativo fallito di esplorazione delle paludi della Lousiana ancora selvaggia e abitata da tribù di indiani ostili come i “Seminoles”, piagata da febbri malariche e da animali feroci. Qui invece il “Conquistador” si trova a dover fare fronte alla maledizione di un sacerdote azteco e alla insidie di un’isola che attira i marinai con colori e promesse di un riposo da lungo tempo agognato, sirena di terra e vegetazione tanto sgargiante quanto letale che incarna il fascino ambiguo dell’abisso e della colpa. La scena del “sacrificio” finale del marinaio principale colpevole dell’assassinio del sacerdote azteco merita di stare, per potenza drammatica, alla pari con molti altri personaggi altrettanto “condannati” della narrativa del Bloch ancora affezionato seguace di Lovecraft nonché dei suoi indimenticabili “Villain” come il dottor Carnoti o l’altrettanto brutale protagonista de “La stirpe di Bubastis”.

“Il misterioso diario del giovane Piotr” di Francesco Troccoli ci immerge a sua volta in atmosfere ben differenti ma non meno evocative e autorevoli. Attraverso il diario di un giovane fuori dal comune, veniamo dolcemente introdotti in un Mondo che potrebbe essere il nostro futuro più prossimo così come quello attualmente ben conosciuto ma ubicato in una dimensione parallela e veniamo a conoscenza di una nave di artisti circensi, ciascuno dotato di un potere particolare e di un particolare talento.

Salvador Dalì, 'Egg Born'Il racconto ricorda molto le magnifiche e crepuscolari atmosfere del Ray Bradbury di Paese d’Ottobre o de Il Popolo d’Autunno, pieno com’è di crepuscolare dolcezza, di un senso imminente di rivelazione e della consapevolezza corale della fine di un mondo sull’orlo di una ominosa trasfigurazione. La ciurma di artisti dotati di poteri mentali che sfiorano la magia ricorda invece la “Famiglia Eterna” di cui Bradbury descrive le gesta in racconti come “Uncle Einar” o “Book of Shadows”, sorta di famiglia “ideale” costituita da “mostri” come vampiri, lupi mannari o stregoni, ma scevra al tempo stesso di tutte le tensioni, gli orrori e le contraddizioni di una famiglia più “convenzionale”. Racconto di rara sensibilità quello di Troccoli, giocato tutto sul binomio del mare della memoria, mare che scorre incessante e mutevole, e ghiaccio polare, simbolo dell’immobilità della percezione nonché emblema dell’attesa fredda e pura di un messaggio finale.

La terza parte nonché quella conclusiva dell’Antologia, dal titolo “Abissi”, ci immerge invece in atmosfere forse più crude ma non meno evocative e originali. Il racconto di Simonetta Santamaria, “Senza colore e senza calore”, è uno spietato e feroce affresco che coniuga sapientemente bestialità umana a feralità mitologica. Le perverse e sanguinose attività ricreative di un gruppo di “Yuppies” milanesi in crociera agisce in parallelo con la ferinità subacquea di mostruose creature abissali frutto di incroci inter-specie, dedite alla caccia e alla nutrizione. L’orrore e la crudezza degli umani in crociera agisce in parallelo con la ferocia, forse più pura, degli abissi equorei. La violenza di superficie pare solo apparentemente superare in aberrazione quella mostruosa del popolo degli abissi, ma alla fine viene da questa sconfitta, la sua colpa amorale cancellata dalla legge fredda e onesta di una natura selvaggia. Il racconto della brava scrittrice partenopea è un racconto che racchiude una morale dura ma onesta che si può riassumere nell’allocuzione che Robert Ervin Howard mette in bocca a uno dei protagonisti del racconto “Beyond the Black River”: “La civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la Barbarie, alla fine, trionferà…”.

“Nekton” di Paolo Agaraff è invece la storia di una discesa scientifica nelle profondità della fossa delle Marianne e di ciò che i due scienziati, fautori del progetto, vi ritrovano. Il racconto costituisce un delizioso omaggio al cinema di genere, nella fattispecie a The Abyss di James Cameron, anche se Agaraff preferisce concentrarsi sul tema del mare come “luogo del rimpianto” e del carico spesso fatalmente attrattivo del passato come luogo dell’oblio, piuttosto che sul messaggio “ecologista” e coralmente umanitario del film di Cameron. Non per questo “Nekton” risulta meno riuscito o meno imaginifico.

Concludiamo con il racconto di Massimo Mongai, “Le dimensioni dell’Abisso”, ironico omaggio alla Science Fiction di Frederic Brown e della sua scuola. Un bellicoso e militarista popolo alieno, braccato da altre specie per la sua compulsiva aggressività, raduna gli ultimi appartenenti alla propria specie (qualche milione) all’interno di una gigantesca astronave dotata di dispositivi potentissimi e di armi letali. Decide infine di invadere l’ultimo pianeta con il quale entra in contatto, la Terra appunto, e si inabissa nelle profondità del mare allo scopo di preparare l’aggressione finale… ma scopre a sue spese che le dimensioni sono importanti al fine di preparare un’invasione. Nella comica e al tempo stesso inquietante descrizione di un popolo alieno militarista e colonizzatore, dotato di una struttura sociale rigidamente piramidale, dove l’assassinio politico non solo viene accettato ma caldamente incoraggiato, ritroviamo le bizzarre e colorite descrizioni di popoli alieni di scrittori come Jack Vance e non possiamo che considerare il comico e surreale “finale a sorpresa” come una strizzata d’occhio alla narrativa del maestro statunitense.

Completa il volume una serie di accurate note bio-bibliografiche sulla vita e l’opera dei vari autori, acclusa alla fine di ogni racconto.

Bibliografia:
Tim Underwood e Chuck Miller (a cura di), L’Orrore secondo Stephen King, Mondadori, 1999
AA.VV., Le Ali della Fantasia, Marino Solfanelli 1981
AA.VV., Racconti Fantastici del ’900, Mondadori, 2009
AA.VV., Racconti di Tenebra, Newton & Compton, 1987


Onda d’abisso. Trenta autori per trenta storie di mare e di mistero
a cura di Alessandro Morbidelli
collana Germogli, L'orecchio di Van Gogh, 2010
brossura, 275 pagine, €15.00
ISBN 9788887487879

Mariano D’Anza