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venerdì 8 luglio 2011

The Golden State Phantasticks, saggi di Donald Sidney-Fryer sulla poesia e il fantastico

The Golden State Phantasticks, 2011, copertinaUltimo poeta fantastico nella lunga tradizione del romanticismo californiano, da Ambrose Bierce a George Sterling fino all’amico e primo mentore Clark Ashton Smith, Donald Sidney-Fryer raccoglie per la prima volta in unico volume la propria produzione saggistica, le introduzioni e recensioni su poesia e letteratura fantastica scritte nell’arco di oltre mezzo secolo.

Pubblicato sotto il marchio della Phosphor Lantern Press di Westchester, Los Angeles, The Golden State Phantasticks. The California Romantics and Related Subjects – Collected Essays and Reviews by Donald Sidney-Fryer riunisce il materiale dedicato ai poeti e fantasisti romatici del “dorato stato” della California, dai classici e autorevoli saggi su C.A. Smith agli interventi, appunto, su Sterling e Bierce sino a Nora May French, ampliandosi tuttavia in un più vasto panorama di autori accomunati da una poetica fantasticamente visionaria e weird.

Accanto alle opere critiche e bio-bibliografiche incentrate su Smith, dal caposaldo “The Sorcerer Departs” alle presunte influenze letterarie da parte di Lord Dunsany e H.P. Lovecraft, troviamo un ritratto di Robert E. Howard e un’analisi dell’epica nei suoi versi, e ancora scritti su Francis Marion Crawford oltre a un’appendice con alcune recensioni, fra l’altro, su William Hope Hodgson, Frank Belknap Long e altri, il tutto finalmente ristampato e reperibile a distanza, in qualche caso, di decenni.

L’edizione è diffusa per un periodo di tempo limitato attraverso il solo webstore di lulu.com. Maggiori informazioni, con una nota editoriale, presso la pagina dedicata su alangullette.com. Qui a seguito un indice dei contenuti:

Foreword/Forward in a Phantastick Mode!
The Sorcerer Departs: Clark Ashton Smith (1873-1961)
Clark Ashton Smith: Poet in Prose
George Sterling (1869-1926): Hesperian Laureate
A Garland of Poems by George Sterling
A Memoir of Timeus Gaylord
A Visionary of Doom: Ambrose Bierce, Poet (1842-1914)
The Last of the Great Romantic Poets
A Statement for Imagination
The Last Lutenist: Christian Gottlieb Scheidler
Francis Marion Crawford: A Neglected But Not A Forgotten Master
Francis Marion Crawford: Romantist Nonpareil
Robert E. Howard: Frontiersman of Letters
Robert E. Howard: Epic Poet in Prose
The Alleged Influence of Lord Dunsany on Clark Ashton Smith
Klarkash-Ton and E’ch-Pi-El
Nora May French: Somewhere Between Eulalie and Edna St. Vincent Millay
Appendix of Lesser Reviews and Miscellanea
Aknowledgments


The Golden State Phantasticks. The California Romantics and Related Subjects
Collected Essays and Reviews
Donald Sidney-Fryer
Phosphor Lantern Press, 2011
copertina rigida, 454 pagine, $40.00

Andrea Bonazzi

martedì 9 novembre 2010

David Park Barnitz: The Book of Jade

The Book of Jade, ediz. Durtro 1998, copertinaIl minimo che ci si può aspettare parlando di questo autore quasi sconosciuto, almeno al di fuori di una ristretta cerchia di appassionati, è sentirsi dire: “Barnitz?... E chi è?”

Tardivo erede degli ottocenteschi Yellow Nineties ma sulla sponda opposta dell’Atlantico, poète maudit fuori sede e fuori tempo massimo, David Park Barnitz è uno dei più trascurati, elusivi, effimeri e interessanti personaggi – ancor più che personalità – della poesia americana tra Otto e Novecento, morto giovanissimo e autore di un solo e raro libro di poesia decadente.

Nato nel 1878 nella Virginia Occidentale, la famiglia si trasferisce nell’82 a Des Moines, nello Iowa. Figlio di un dogmatico predicatore luterano, tra il 1897 e il ’99 compie i suoi studi universitari a Harvard ove diviene membro dell’American Oriental Society. Nel 1901 il suo primo e unico volume, The Book of Jade, viene pubblicato a New York in forma anonima: una raccolta – dedicata alla memoria di Baudelaire – di versi trasgressivi, estremi e nichilisti in una vena di ostentato decadentismo fra toni macabri e riferimenti orientaleggianti. Scontato citare, tra paragoni e influenze, i “poeti maledetti” di scuola francese, Lautreamont e Huysmans, Poe e Wilde, traslato il tutto in un singolare dandismo americano del “nuovo secolo”. Per consacrare a futura memoria un libro simile, e una vita atteggiata in conseguenza, non mancava che una degna “uscita di scena”: il 10 ottobre dello stesso anno Barnitz muore, ventitreenne, in apparenza per un attacco di cuore.

Negli stessi anni inizia ad affermarsi una poesia americana fortemente visionaria e fantastica che, in California, vedrà di lì a breve un passaggio di testimone da Ambrose Bierce a George Sterling prima, e da questi a Clark Ashton Smith in seguito. Negli anni 20 saranno alcuni dei nuovi autori e poeti del fantastico a mantenere vivo l’interesse per Park Barnitz: in una lettera del 10 luglio 1925, C.A. Smith ringrazia Donald Wandrei per avergli prestato la sua copia del volume, dicendosene impressionato: “Se mai mi trovassi nella posizione di curare un’antologia,” scrive Smith, “includerò certamente una mezza dozzina almeno di questi poemi”.

Il 18 settembre 1932 è Howard Phillips Lovecraft a parlarne in una lettera all’amico Maurice W. Moe: “[...] e chi avrebbe potuto scrivere quell’indecente, cinico Book of Jade? – Prove implicite indicano uno studente di Harvard…” E solo tre giorni dopo scrive a James F. Morton a proposito di “quel giovanotto di Harvard, Park Barnitz, che si uccise dopo aver pubblicato un notevole volume di versi decadenti,” dando evidentemente per scontata la diffusa (ma mai verificata) voce di un suicidio.

Se David Park Barnitz viene ricordato ancora oggi, si deve con tutta probabilità a questi pur brevi accenni nell’epistolario lovecraftiano, che ne hanno mantenuto l’interesse e consentito il recupero. The Book of Jade è ritornato in stampa soltanto nel 1998, presso l’inglese Durto Press, in una costosa edizione limitata in trecento copie a riprodurne il formato e la copertina originale, ampliandone tuttavia i contenuti con l’inserimento di altre opere al tempo pubblicate solo su rivista: due uteriori poesie e il saggio The Art of the Future, personale visione sullo stato e lo sviluppo dell’arte.

David Park Barnitz, fotoNell’introduzione all’edizione della Durtro, Mark Valentine scriveva: “Questi non sono i versi occasionali di tanti stati d’animo che furono il piatto popolare del periodo, né la cronaca di un conflitto spirituale come ci si potrebbe attendere dal libro d’esordio di un giovane pensieroso: sono tutti aspetti di una filosofia tenacemente mantenuta. Se pure Park Barnitz ha mai aderito alla fede di suo padre, non ha consentito che ciò potesse corrompere il proprio sardonico testamento in favore del suo esatto opposto. Aveva chiaramente deciso di schierarsi al fianco dei poèts maudits, di Baudelaire cui destinò la sua dedica, de l’lsle Adam, Rimbaud, Nerval, Poe: e con i grandi senza-dio del momento, Nietzsche, D’Annunzio, Zola. E The Book of Jade è la sua virulenta, violenta celebrazione di tale decisione”.

Nella sua postfazione, invece, Thomas Ligotti ipotizza che H.P. Lovecraft avesse in mente proprio Barnitz nel tratteggiare il “noto poeta baudelairiano” Justin Geoffrey con il suo The People of The Monolith, “raccolta di poesia decadente” e libro maledetto menzionato ne “La cosa sulla soglia” (The Thing on the Doorstep, 1933). Per quanto sembri ignorare che sia il personaggio che lo pseudobiblium sono in realtà un prestito da Robert E. Howard, il quale li inventa nel suo racconto “La pietra nera” (The Black Stone, 1931), Ligotti non ha però davvero tutti i torti e la figura ricorre in Lovecraft nel protagonista stesso del citato “Thing on the Doorstep”, in cui si legge che “Il giovane Derby aveva ulteriormente affinato il suo genio bizzarro, tanto che a diciott’anni pubblicò una raccolta di liriche deliranti dal titolo «Azathoth e altri orrori»”.

Non avrebbe probabilmente troppo senso, in questa sede, parlare di un autore che non solo manca di una qualunque traduzione in lingua italiana, ma è persino difficilmente reperibile nell’originale. E tale è rimasta la situazione sino a pochi anni fa, quando l’alternativa a una prima edizione pressoché introvabile era soltanto una riedizione poco meno proibitiva e irraggiungibile.

Ma da qualche tempo The Book of Jade è diventato anche un’accessibile risorsa web grazie a Gavin Callaghan, esperto e biografo di Barnitz, in collaborazione con Boyd Pearson, curatore in rete dello smithiano The Eltritch Dark. I testi dell’eccentrico poeta americano si rendono così disponibili sulle pagine del sito, insieme a una quantità di altro materiale sia biografico che critico: una messe di contribuiti probabilmente destinati ad arricchirsi nel futuro. Da diversi anni, inoltre, si preannuncia l’uscita di una prossima, nuova e più accessibile pubblicazione in paperback della raccolta di versi, in preparazione con S.T. Joshi e David Schultz presso l’americana Hippocampus Press.

E, ancora, chi non si accontentasse dei soli testi può trovare on line la scansione integrale di The Book of Jade in edizione 1901, nella copia conservata presso la University of California, consultabile o scaricabile in vari formati dalla pagina dedicata dell’Internet Archive dove, essendo il volume anonimo e gli archivisti in rete con tutta evidenza non eccessivamente svegli, viene scambiata ancora adesso per un’opera omonima tradotta dal cinese e attribuita quindi, erroneamente, a Judith Gautier.

Un allegro esempio per chiudere, con traduzione del sottoscritto in italiano solo per dare un’idea della poesia di David Park Barnitz:


Tutto il resto lo trovate sul sito web dedicato al poeta e alle sue opere: www.bookofjade.com.

Andrea Bonazzi

(in prima versione su In Tenebris Scriptus del 20/12/07)

venerdì 17 settembre 2010

Qualcosa di Clark Ashton Smith

Clark Ashton Smith, illustrazione di Andrea BonazziAlmeno in questa sede, Clark Ashton Smith non dovrebbe aver bisogno di presentazioni. Certo, qualcuno può sempre imbattersi accidentalmente nella pagina, ma in tal caso basterà un qualche click in giro per farsene un’idea. C’è inoltre un intero sito web dedicatogli, The Eltritch Dark (dal titolo di una poesia), che raccoglie la gran parte dei suoi versi, della sua narrativa e dei saggi, oltre a molte immagini dei suoi disegni, dei quadri e le sculture.

In italia, e con il solito endemico ritardo, C.A. Smith è noto quasi esclusivamente per i suoi racconti fantastici, sgargianti di un colore e un'ironia che pur talvolta si perdono sotto il ferro da stiro della traduzione, e per i suoi rapporti epistolari e di complicità letteraria con H.P. Lovecraft, in salda amicizia e proficua reciproca influenza.

Diverse raccolte dell’artista californiano sono apparse, tempo fa, nelle nostre librerie: Zothique (Editrice Nord, 1977 e 1992), il quartetto di edizioni MEB comprendenti Genius Loci (1978), Al di là del tempo e dello spazio, Mondi perduti e Gli orrori di Yondo (1979), quindi i Fanucci del successivo decennio con Il destino di Antarion (1986), La Venere di Azombeii e Le metamorfosi della Terra (1987) seguiti da Hyperborea, Xiccarph, Averoigne (1989) e Malneant (1990), con questi ultimi quattro a pirateggiare largamente e senza attribuzione le stesse precedenti versioni della MEB. Ma dall’ultima ristampa Nord de L’universo Zothique sono trascorsi oramai diciotto anni, un lungo periodo di vuoto nel quale anche le storie antologizzate altrove sono andate sempre più diradandosi.

Qualche esempio di poesia ha fatto capolino, in entrambi i casi per la traduzione di Sebastiano Fusco, fra la selezione lovecraftiana de Il vento delle stelle (Agpha Press, 1998) e sull’unica uscita dell’affondata rivista Fictionaire (1999). Poco altro è apparso nel corso degli anni attraverso pubblicazioni come Yorick Fantasy Magazine, cui pure si deve la pubblicazione di Ombre dal Cosmo (1999), ottimo e ormai raro volumetto curato da Pietro Guarriello riunendo brevi inediti smithiani insieme a prestigiosa saggistica.

Se da noi resta un autore riservato ai soliti pochi appassionati, almeno in patria è in atto da qualche tempo una lenta ma costante di riscoperta dell’opera di Smith, rimasto finora nell’ombra rispetto ai più celebrati compagni di penna Robert E. Howard e Howard Phillips Lovecraft. Probabilmente anche a causa di uno stile ricercato, ricco di arcaismi, sonoro e ritmato sul filo del poema in prosa... A volte magari troppo letterario per il mondo del pulp; altre, al contrario, troppo “di genere” per i quartieri alti della letteratura.

The Star-Treader and Other Poems, 1912, coverUn netto risveglio di interesse è dimostrato in America dalle crescenti riedizioni e ristampe, dai nuovi spunti saggistici e, ultimamente, dalla pubblicazione critica e sistematica dei suoi scritti. Le storie brevi di carattere weird sono in corso di pubblicazione nei cinque volumi di Collected Fantasies della Night Shade Books, mentre l’intera produzione poetica veniva proposta nei tre tomi di The Complete Poetry and Translations of Clark Ashton Smith presso la Hippocampus Press, che tra i futuri progetti prevede di editare in volume unico la superstite corrispondenza Smith-Lovecraft. Altro segnale incoraggiante viene dalla stampa, con saltuari articoli a partire dal positivo “A journey to the fantastic realms of Clark Ashton Smith” apparso sul Washington Post del 18 febbraio 2007.

Amico e “protetto” di George Sterling, allo stesso modo in cui di Sterling fu mentore Ambrose Bierce negli ambienti culturali della San Francisco di primo Novecento, C.A. Smith fu principalmente poeta con un primo libro di versi pubblicato appena diciannovenne, The Star-Treader and Other Poems (1912), che lo fece sul momento acclamare come novello “Keats del Pacifico”. Ed è proprio nella vena poetica che nascono le sue ampie visioni cosmiche – il poema The Hashish Eater del 1922 ne è probabilmente il capolavoro –, condivise dal 1923 con un assai più cupo e pessimista Lovecraft, all’incoraggiamento del quale si deve il suo ritorno alla narrativa dopo alcuni racconti esotici giovanili, apparsi su testate quali The Black Cat.

Un flusso intenso di storie fra horror, fantasy e una quasi riluttante (e sovente parodistica) fantascienza, inariditosi però sul finire degli anni 30 per ritornare in ultimo all’amata versificazione, sino alla morte nel 1961. Da completo autodidatta, si avventurava nel frattempo in escursioni artistiche visualizzando le proprie fantastiche creazioni con dipinti e disegni, spesso elementari e in qualche modo naïf, e in più efficaci sculture solitamente intagliate nella pietra morbida delle sue zone.

A proposito della poesia di Clark Ashton Smith, e per concludere con una scelta del tutto personale:


A sinistra, “Solution” di C.A. Smith riprodotta in scansione da pag. 35 di Ebony and Crystal (Auburn Journal, 1922), traduzione di Andrea Bonazzi a lato.

Andrea Bonazzi

(in prima versione su In Tenebris Scriptus il 16/04/08)

lunedì 19 luglio 2010

Clark Ashton Smith, l’imperatore dei sogni

“Inchinatevi: Io sono l’Imperatore dei Sogni. Mi incorono con i milioni di astri colorati di mondi segreti e incredibili, e prendo i Loro perduranti cieli come mie vesti regali. E allorché mi innalzo sul Trono dove il vertice ascende, illumino l’orizzonte che s’espande nell’universo infinito”...
– C. A. Smith, “The Emperor of Dreams” (1912)

Clark Ashton Smith, illustrazione di Andrea BonazziUno degli scrittori più illustri e popolari di Weird Tales, la celebre “rivista dell’insolito e del bizzarro” (come citava il sottotitolo) che, paradossalmente, ebbe il suo periodo di maggior splendore negli anni 30 durante lo squallore della Grande Depressione americana, è stato Clark Ashton Smith (1893-1961) il quale, insieme a H.P. Lovecraft e a Robert E. Howard, fu definito – da Lyon Sprague de Camp – uno dei “Tre Moschettieri” della rivista.

Sul magazine guidato da Farnsworth Wright (direttore di Weird Tales dal 1924 al 1940) apparvero tutti i suoi lavori di stampo più marcatamente macabro e orrorifico, molti dei quali sono stati poi raccolti in una serie di volumi editi dalla mitica casa editrice Arkham House, pubblicati con titoli che evocano quel sense of unknown tipico delle storie di Smith: Out of Space and Time (1942), Lost Worlds (1944), Genius Loci (1948), The Abominations of Yondo (1960), Tales of Science and Sorcery (1964) e Other Dimensions (1970).

La fortuna di questi racconti, allo stesso tempo terrorizzanti e sublimi, risiede ancora oggi nella loro prosa, immaginifica e scintillante, stilisticamente perfetta, arcaica, sognante (Smith era anche un apprezzato verseggiatore, e prima di dedicarsi alla narrativa aveva già pubblicato diversi libri di poesia; i suoi versi sono stati paragonati a quelli di Baudelaire e Rimbaud, e osannati da personalità letterarie del calibro di George Sterling e Ambrose Bierce). A detta di molti critici, Smith possedeva una prosa che lo elevava sopra al resto dei suoi contemporanei, e fu solo per necessità che si mise a scrivere narrativa per i grezzi pulp e le riviste popolari dell’epoca: fantasie velenose e sardoniche su maghi e negromanti, vampiri, diavolesse e mostri, terribili divinità e strane creature aliene, giganti, stregoni, licantropi e tutto il resto dell’immaginaria Corte dei Miracoli del racconto soprannaturale, che in Smith si arricchisce però di un substrato “cosmico” il quale traeva linfa dalla sua filosofia escapistica, allontanandolo da ogni altro suo contemporaneo e rendendolo scrittore unico nel panorama del fantastico di marchio weird.

Benchè riprendesse lo stile ornato e fiorente dei classici del genere (Poe, Machen e Blackwood), integrandolo con lo spleen dei poeti Decadenti, Smith nel suo isolamento sviluppò un punto di vista altamente originale, dove le vicende dell’esperienza umana appaiono al più secondarie, e simile per certi versi a quello del suo contemporaneo e amico Lovecraft. Questo, in un iter narrativo che evolse e si potenziò durante il corso delle circa cento storie che scrisse in un periodo fertile che va dal 1925 al 1936, anno in cui smise quasi completamente di produrre narrativa per dedicarsi a forme d’arte manuali come la pittura e la scultura.

Le prime storie di Smith sono favole orientali influenzate dalle narrazioni delle Mille e una Notte e dal Vathek di William Beckford (a cui aggiunse anche un epilogo con “The Third Episode of Vathek”), e il soprannaturale vi gioca un ruolo ancora tutto sommato secondario. Tra le nove che appartengono a questa categoria, soltanto “The Ghost of Mohammed Din” e “The Ghoul” possono considerarsi realmente fantastiche.

Weird Tales, gennaio 1932, copertinaLe sue prime, vere storie dell’orrore iniziò a pubblicarle nel 1928, quando il suo racconto “The Ninth Skeleton” comparve su Weird Tales. Anch’esse, però, sono ancora abbastanza convenzionali. Vi troviamo palesemente l’influsso di Edgar Allan Poe e degli scrittori del gotico inglese, con i quali Smith condivise un gusto marcato per il macabro e il necrofilo, ma già vediamo svilupparsi in germe una sorta di mitologia alternativa che prende spunto dall’invenzione lovecraftiana. In racconti come “The Hunters from Beyond”, “The Treader in the Dust” o “The Immeasurable Horror”, Smith utilizza metodi narrativi che si avvicinano molto a quelli del creatore dei “Miti di Cthulhu”, e intenzionalmente ne riprende lo stile arcaico. Il racconto “The Hunters from Beyond”, per esempio, narra di uno scultore che usa per modelli i mostri che ha evocato con le pratiche della magia nera, e sembra essere stato ispirato direttamente dal “Pickman’s Model” di Lovecraft.

E come Lovecraft, anche Smith crea un suo pantheon di dèi e di mostri (Tsathoggua, Abhoth, Thamogorgos, Ubbo-Sathla, Atlach-Nacha e altri) e altresì un suo grimorio infernale (uno pseudobiblium, come si definisce il libro che non esiste), il Libro di Eibon che all’interno della narrativa smithiana ha la stessa funzionalità magica del Necronomicon.

Più tardi, comunque, Clark Ashton Smith si svincola dall’influenza del suo amico di Providence e sviluppa un genere proprio di cosmic horror che, se possibile, è ancora più estremo di quello di HPL. Difatti, se Lovecraft si definì anche “narratore realista”, il cui scopo principale era quello di costruire un’atmosfera attraverso il metodo lento e pedestre del particolare narrativo e della verosimiglianza scientifica, Smith fu molto più radicale nel rivendicare, all’interno della narrativa d’immaginazione, la piena estraneità di ciò che chiamava “umanitarismo” (che in uno dei suoi Epigrams of Alastor definì una sorta di “provincialismo cosmico”). Per lo scrittore di Auburn, la migliore se non l’unica funzione della letteratura fantastica era quella di guidare l’immaginazione umana verso l’esterno, per portarla – come scrisse in una lettera del 1932 inviata alla rivista Wonder Stories“nella vasta eternità dei cosmi e lontano da tutte le introversioni ed introspezioni”.

Una caratteristica, questa, che avvicina molto i racconti di Smith alla science fantasy, dove è tipico il rifuggire dalle umane convenzioni. Esemplificativi sono i racconti “A Night in Malneant”, forse il più poetico ed enfaticamente sognante di tutti quelli da lui scritti, e “The Light from Beyond” in cui il protagonista, Dorian Wiermoth, compie l’esperienza unica di un viaggio cosmico attraverso mondi esotici di rara bellezza. E poi “The Dark Age”, una delle metafore più belle che siano mai state scritte sul potere della tecnologia, così come opposta alla libertà delle emozioni e delle fantasie umane. Senza dimenticare la bellezza “gotica” di novelle macabre come “The Nameless Offspring”, “The Devotee of Evil”, “The Double Shadow” o “The Tomb-Spawn”, racconti capaci di irretire anche i più smaliziati verso il genere.

Le storie in cui Clark Ashton Smith scioglie totalmente le briglie della sua immaginazione, liberandosi definitivamente dalle influenze degli scrittori a lui più cari, sono però quelle che compongono alcuni cicli ambientati in terre immaginarie. Tra esse le più “strane” sono quelle del cosiddetto “Ciclo di Averoigne” che, composto di undici racconti, è forse il suo magnus opus. Qui i personaggi, gli ambienti e le situazioni sono ispirati dalla favolosa Francia medievale delle leggende epiche arturiane, ma insieme ad alcune invenzioni che riscrivono la storia vi si possono trovare elementi presi dalla mitologia greca, dalla demonologia medievale, dalla fiaba, dal romanzo gotico e dai lovecraftiani “Miti di Cthulhu”. Per cupa inquietudine e sottile erotismo, molti di quei racconti possono essere definiti vere e proprie “favole nere per adulti”.

Tra essi spiccano “The End of the Story”, dove un giovane studente di legge, Christophe Morand, viene irretito nei pressi di un castello diroccato da una bellissima ma pericolosa lamia e condotto a perdizione in un oscuro regno sotterraneo, “The Colossus of Ylourgne” dove agisce un gigantesco mago composto dai corpi di più cadaveri (quasi una rilettura “magica” del Frankenstein di Mary Shelley), e poi “The Disinterment of Venus”, con una comunità di monaci messa in subbuglio dalle procaci nudità di una diabolica statua, e “The Beast of Averoigne”, nel quale Smith prende spunto da un’antica leggenda provenzale, quella della mitica “Bestia del Gevaudan”, per imbastire l’allucinante storia di un mostro spaziale e mutaforma che giunge sulla terra seguendo la scia di una cometa.

Klarkash-Ton, illustrazione di Richard SvenssonIn altre serie di racconti – I cicli di “Zothique”, “Atlantide” e “Hyperborea” – Smith ricorre agli stessi metodi narrativi usati per quelli di Averoigne, con la differenza che qui non fa nessun riferimento a luoghi terrestri conosciuti, abbandonando ogni possibile allusione all’universo noto. Le civiltà strane e decadenti che evoca, malgrado una loro somiglianza con alcuni luoghi del favoloso passato della Terra, sembrano situarsi al di fuori dello spazio e del tempo; i continenti ivi descritti non corrispondono in nessun modo alla topografia del nostro pianeta, e gli eventi che vi accadono sono fuori da ogni prospettiva storica. Qui il “cosmicismo” di Smith tocca il suo apice, e fra le creature più fantastiche e mostruose, tra i fatti prodigiosi che accadono, siamo trasportati ben lontano dal mondo reale.

A Smith non interessa raccontare una storia da un punto di vista “umano”. Ciò che lo stimola è piuttosto l’assenza dei limiti, le seduzioni di un universo misterioso e insondabile, il fascino incommensurabile dell’infinito. “La prerogativa più gloriosa della letteratura” – scrisse in una lettera inviata ad Amazing Stories“è data dall’esercizio dell’immaginazione su cose che risiedono oltre l’esperienza umana, avventurando la fantasia nei sublimi, spaventosi e infiniti cosmi al di fuori dell’acquario umano”.

Per Smith, la vera eccitazione nell’avventura dello scrivere stava nel descrivere eventi ultraumani, forze e scenari capaci di rendere insignificanti i protagonisti terrestri. In questo senso, il cosmic horror rappresentò per lui una sorta di letteratura mistica, attraverso la quale poter accedere ad una realtà “altra” capace di trascendere le umane limitazioni. Come fa dire al personaggio di un suo racconto: “Forse quella che noi chiamiamo Realtà è solo un’allucinazione collettiva”, forse solo una parte di “quella realtà più vasta che i nostri sensi o la nostra scienza è incapace di rivelare”.

Il desiderio principale di Smith, come si evince anche dai saggi che scrisse, era quindi di trascendere i limiti umani per mettersi in armonia con l’universo e il Tutto (e forse fu proprio per tale motivo che negli ultimi anni della sua vita si interessò al Buddhismo). Per questo si discostava da quella che era la mitologia “positivista” del suo tempo, atta a eliminare ogni traccia d’ignoto nell’uomo, a respingere ogni sospetto di mistero, e avvicinò invece la filosofia di alcuni mistici e le idee di personaggi considerati oggi, come allora, eccentrici, tra cui Madame Helena P. Blavatsky (la cui influenza si palesa soprattutto nelle storie “teosofiche” del “Ciclo di Hyperborea”) e Charles Fort, che fu uno dei suoi principali ispiratori. Per cui la sua prosa risulta molto più ricca, emblematica e spirituale di quella di ogni altro scrittore della sua epoca.

Da vero visionario ed esteta, Smith si impegnò in una riflessione su scala cosmica, una riflessione che trasposta in forma narrativa esprimeva tutto il suo stupor mundi. Si mise quindi a comporre storie meravigliose e bizzarre, dove la separazione dall’ottica terrestre, il senso dello smarrimento e di solitudine di fronte ai misteri del “gelo comico” tocca vertici di ineguagliato lirismo. Per riuscire a comprendere appieno la weltanschauung smithiana si dovrebbero leggere, insieme ai racconti, anche i saggi e le lettere che scrisse; documenti che sono di fondamentale importanza per capire le pulsioni che hanno animato lo scrittore portandolo a plasmare quei racconti.

Per Smith, come abbiamo detto, era vitale il senso del mistero, l’assenza dei limiti, e quello che ricercava era soprattutto il fascino del meraviglioso e dell’ignoto. Come ebbe a scrivere una volta a Lovecraft, “scienza, filosofia, psicologia e umanesimo sono dopotutto solo bagliori di candela di fronte alla notte eterna, con le sue infinite riserve di stranezza, terrore e meraviglia”. E in un’altra occasione – una missiva a Harry Bates del giugno 1931 – ribadisce il concetto affermando che “(…) in un eterno e vasto cosmo non c’è nulla di immaginabile, o di inimmaginabile, che non possa accadere e non possa essere reale in qualche tempo o in qualche luogo (…) La scienza ha scoperto e continuerà a scoprire una massa enorme di dati relativi, ma rimarrà sempre un residuo illimitato di mistero insondabile”.

In un tale senso, il campo della narrativa d’immaginazione diventa per Smith un campo pienamente inesauribile, un immenso serbatoio da cui attingere per scrivere storie in cui il sense of wonder si accompagni e trame assolutamente nuove ed originali.

Lost Worlds, 1944, copertinaRispecchiando questo punto di vista “cosmico”, ancora più pregnanti delle fantasie orrorifiche sono le storie di fantascienza dell’autore, ambientate in mondi le cui descrizioni fanno pensare alle stupefacenti tavole dei surrealisti, dove ogni prospettiva è abolita. Lo scenario, chiaramente, non è “relistico” né, men che meno, “scientifico”. Protagonista è l’universo intero, un universo immenso costellato di mondi rutilanti e abitato dalle creature più strane e incredibili, pieno di portenti e di infinito splendore ma anche di terrori al di là di ogni immaginazione. La fantascienza di Clark Ashton Smith è, ancora oggi, qualcosa di assolutamente unico e innovativo, poiché possiede un afflato “cosmico”, un’immensità straordinaria di idee e di concetti che al lettore meno superficiale non possono sfuggire. Egli si divertiva infatti a coronare i suoi racconti con immagini, metafore e simboli (anche “alchemici”) non immediatamente comprensibili per chi non è addentro nel misterioso linguaggio della letteratura nera e fantastica. Per cui, le sue storie di fantascienza sembrano quasi un’estensione di quelle horror, e ben lontane dalla science fiction più ortodossa e progressista.

Sulla base di questo “fideismo cosmico”, Smith scrive storie originali e altamente evocative. Il claustrofobico “Murder in the Fourth Dimension” si ambienta in una piega dello spazio non-euclideo; in “The Eternal World” le normali leggi del tempo e dello spazio sono annullate, mentre in “The Dimension of Chance” i protagonisti sono immersi in un universo multicolore retto da bizzarre leggi fisiche, dove il Caos regna incontrastato. Tra i suoi capolavori spiccano poi “The City in the Singing Flame”, dove una brulla California si trasfigura fantasticamente in una imaginary land da cui è possibile accedere nell’arcano mondo parallelo della Fiamma, e “The Desolation of Soom”, in cui lo scenario smithiano riesce effettivamente ad evocare la sensazione che misteriose Verità dormano “oltre l’orizzonte fiammeggiante”.

È difficile poter rinserrare sotto un’unica definizione l’arte letteraria di Clark Ashton Smith. Il suo lavoro fantastico è probabilmente unico nel suo genere, e il suo stile elegante e volutamente arcaico rende i suoi racconti quasi dei poemi in prosa, dei piccoli gioielli del macabro dove le immani meraviglie del cosmo vanno di pari passo con il mistero e con i terrori più indicibili.

Come scrisse Howard Phillips Lovecraft, “Smith s’è sottratto ai feticci della vita e del mondo, ha intravisto la perversa, titanica bellezza della morte e dell’universo, servendosi dell’infinito per creare i propri sfondi e registrando con reverente timore i capricci di soli e pianeti, di dèi e di demoni, e dei ciechi orrori amorfi che infestano giardini di fungosità policrome più remoti di Algol e d’Achermar. È un cosmo di vivida fiamma e di glaciali abissi quello che egli celebra, e il rigoglio dai colori sgargianti con cui lo popola non deriva da nient’altro se non dal genio più vero” (Cit. “Su Ebony and Crystal di Clark Ashton Smith”, in H. P. Lovecraft, In Difesa di Dagon e altri Saggi sul Fantastico, a cura di G. de Turris, Ed. SugarCo, 1994).

Dette da uno dei più grandi maestri dell’orrore letterario, queste parole acquistano un significato particolare e profondo, che non può sfuggire ai cultori più raffinati del genere. E a quei fortunati lettori che avranno la ventura di imbattersi nei racconti di Smith. Entrati in quelle pagine, si dispiegheranno in voli assurdi le mille Chimere del Sogno, e si spalancheranno le Porte d’Argento che portano nel più vasto mondo della Fantasia e dell’Immaginazione.

Bibliografia di Riferimento:
Pietro Guarriello (a cura di), Ombre dal Cosmo: Fantasie di Clark Ashton Smith, Ed. Yorick, Reggio Emilia, 1999
Charles K. Wolfe (a cura di), Planets and Dimensions: The Collected Essays of Clark Ashton Smith, The Mirage Press, Baltimora, 1973
David E. Schultz e Scott Connors (a cura di), Selected Letters of Clark Ashton Smith, Arkham House, Sauk City, 2003
Don Herron e Donald Sidney-Fryer (a cura di), The Devil’s Notebook: Collected Epigrams and Pensees of Clark Ashton Smith, Starmont House, Mercer island, 1990
Steve Behrends, Clark Ashton Smith, Starmont Reader’s Guide n. 49, Mercer Island, 1990
Donald Sidney-Fryer, Clark Ashton Smith: The Sorcerer Departs, Tsathoggua Press, West Hills, 1997
Scott Connors (a cura di), The Freedom of Fantastic Things: Selected Criticism on Clark Ashton Smith, Hippocampus Press, New York, 2006
Brian Stableford, “Clark Ashton Smith”, in Encyclopedia of Fantasy, St. Martin’s Press, New York, 1997


Ombre dal cosmo, 1999, copertinaPOST SCRIPTUM: Questa presentata è la versione rivista e corretta di un mio vecchio pezzo scritto una quindicina di anni fa, poi pubblicato su uno dei Taccuini che uscivano come supplementi di Yorick Fantasy Magazine. Quelli di Yorick erano fascicoletti spillati, stampati in pochissime copie per cui, praticamente, è come se fosse inedito! C’è solo da aggiungere che Clark Ashton Smith è – purtroppo – un autore ancora poco conosciuto in Italia, nonostante il fatto che praticamente quasi tutta la sua produzione narrativa sia stata tradotta anche nel nostro paese. Generalmente, si sente parlare di lui solo quando il suo nome viene associato a quello di Lovecraft e Robert E. Howard, i due scrittori con i quali Smith condivide la fama di Maestro della narrativa weird. Ma, all’atto pratico, su di lui non esistono da noi studi originali né tradotti, e la critica, o anche soltanto il trovare semplici informazioni su questo grande fantasista, è – ahinoi – una rara avis, almeno per chi non legge in inglese.

Un pioniere in questo campo è stato il prof. Giorgio Giorgi (recuperate, se non l’avete, il suo libro Percorsi nel Fantastico, Ed. Il Cerchio, 1997). C’è poi quel mio vecchio volumetto, Ombre dal Cosmo; ma a parte questo e poco altro, Smith è ancora un autore piuttosto elusivo per l’appassionato italiano che intenda approfondirne la conoscenza. Attualmente, in Italia non esiste nessuna edizione di Clark Ashton Smith in commercio, per cui se qualcuno vuol recuperare qualcosa, deve solo affidarsi al classico colpo di fortuna su e-Bay. E cercare le sette edizioni di Fanucci, o le quattro della MEB. E il “Ciclo di Zothique” della Editrice Nord, più facile da reperire perché ristampato anche in tascabile.

In USA, tutta un’altra storia. E proprio di recente CAS è stato il soggetto di diverse e preziose uscite, saggi, studi critici, raccolte di poesie e di lettere, e molto altro. Tutta la sua narrativa originale, in edizione finalmente corretta, integrale e annotata, è possibile trovarla nei cinque volumi (ma il quinto deve ancora uscire) di Collected Fantasies della Nightshade Press; senza dimenticare una risorsa fondamentale come il sito The Eldritch Darkwww.eldritchdark.com – gestito con competenza e passione da Boyd Pearson (qui, però, la narrativa di Smith è ripresa da vecchie e imperfette edizioni). Attualmente, sotto la supervisione di Scott Connors, che cura la rivista Lost Worlds: The Journal of Clark Ashton Smith Studies, è in preparazione una Bibliografia mondiale dello scrittore, a cui il sottoscritto sta collaborando per parte italiana.

Pietro Guarriello