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domenica 19 giugno 2011

Bram Stoker Awards 2010: premi per Peter Straub, Stephen King e Joe Lansdale

Il premio Bram Stoker, fotoAssegnati ieri sera – in diretta streaming per chi ne abbia seguito la cerimonia dalla Rete – i Bram Stoker Awards per il 2010, premi di categoria votati dal complesso degli iscritti alla Horror Writer’s Association che rappresentano un po’ la vetrina principale per l’orrore letterario pubblicato in lingua inglese, forse più orientata a riconoscere il prestigio dei nomi alla sua ribalta, al di là degli aspetti più strettamente critici, rispetto ad altre selezioni presiedute invece da giuria.

Vincono Peter Straub, Stephen King e Joe R. Lansdale rispettivamente per il romanzo, per la collezione personale e nel racconto breve, Ellen Datlow e Nick Mamatas si affermano per la splendida antologia curata insieme mentre la Dark Region Press si aggiudica il titolo come editore specializzato dell’anno. Solo buoni secondi Thomas Ligotti e Laird Barron nella categoria non narrativa e per la raccolta di racconti (eh sì... dobbiamo confessare che facevamo il tifo per loro!).

Qui sotto l’elenco di premiati e finalisti, estratto dal comunicato apparso sulle pagine di Tor.com.

Winner: A Dark Matter – Peter Straub
Rot and Run – Jonathan Maberry
Dead Love – Linda Watanabe McFerrin
Apocalypse of the Dead – Joe McKinney
Dweller – Jeff Strand

Superior Achievement in a First Novel (tie)
Winner:
Black and Orange – Benjamin Kane Ethridge
Winner:
Castle of Los Angeles – Lisa Morton
A Books of Tongues – Gemma Files
Spellbent – Lucy Snyder

Superior Achievement in Long Fiction
Winner: Invisible Fences – Norman Prentiss
The Painted Darkness – Brian James Freeman
Dissolution – Lisa Mannetti
Monsters Among Us – Kirstyn McDermott
The Samhanach – Lisa Morton

Superior Achievement in Short Fiction
Winner:
The Folding Man – Joe R. Lansdale
Return to Mariabronn – Gary Braunbeck
1925: A Fall River Halloween – Lisa Mannetti
In the Middle of the Poplar Street – Nate Southard
Final Draft – Mark W. Worthen

Superior Achievement in an Anthology
Winner: Haunted Legends – a cura di Ellen Datlow e Nick Mamatas
Dark Faith – a cura di Maurice Broaddus e Jerry Gordon
Horror Library IV – a cura di R.J. Cavender e Boyd E. Harris
Macabre: A Journey Through Australia’s Darkest Fears – a cura di Angela Challis e Marty Young
The New Dead – a cura di Christopher Golden

Superior Achievement in a Collection
Winner: Full Dark, No Stars – Stephen King
Occulation – Laird Barron
Blood and Gristle – Michael Louis Calvillo
The Ones that Got Away – Stephen Graham Jones
A Host of Shadows – Harry Shannon

Superior Achievement in Nonfiction
Winner: To Each Their Darkness – Gary A. Braunbeck
The Conspiracy Against the Human Race – Thomas Ligotti
Wanted Undead of Alive – Jonathan Maberry e Janice Gable Bashman
Listen to the Echoes: The Ray Bradbury Interviews – Sam Weller

Superior Achievement in a Poetry Collection
Winner: Dark Matters – Bruce Boston
Wild Hunt of the Stars – Ann K. Schwader
Diary of a Gentleman Diabolist – Robin Spriggs
Vicious Romantic – Wrath James White

HWA Specialty Press Award
: Dark Regions Press

HWA Silver Hammer Award: Angel Leigh McCoy

HWA Richard Laymon Award: Michael Colangelo

Andrea Bonazzi

venerdì 17 giugno 2011

Hypnos #8 con Stefan Grabiński e Shirley Jackson

Hypnos #8, 2011, copertinaÈ una primavera succulenta quella che ci propone l’ottava uscita di Hypnos, la Rivista di Letteratura e Fantastico come sempre curata dal lungimirante Andrea Giusto.

Il numero si apre con “L’area” e “Nello scompartimento”, due racconti di Stefan Grabiński, il “Poe polacco”, autore che possiamo leggere di nuovo in italiano grazie alla magistrale (e provvidenziale!) traduzione curata dal nostro Andrea Bonazzi.

Le prime traduzioni di Grabiński, scrittore oggi quasi sconosciuto in Italia, si ebbero proprio qui nel nostro Bel Paese intorno agli anni 20. Grabiński, scomparso nel 1936 e dimenticato anche in patria dopo un certo effimero successo legato a un solo libro, fu autore di straordinari racconti fantastici nei quali forze terribili e misteriose ribollono sotto la patina della quotidianità. Andrea Bonazzi, inoltre, è l’autore del godibilissimo e al tempo stesso dettagliato saggio “Stefan Grabiński. Lunga amnesia italiana per un grande autore del fantastico”, in cui si affaccia anche una proposta di analisi comparativa con i grandi Maestri del Weird, Edgar Allan Poe e H.P. Lovecraft.

E ancora sono presentati i racconti “Bollettino” e “L’autobus” di Shirley Jackson, ispiratrice di Stephen King e Richard Matheson con le sue moderne storie di inquietudine, qui introdotta da Andrea Giusto per la traduzione di “Federicus”, e Frank Roger con “L’implosione di un gastrocrate: esperimento di autofagia” nella versione italiana di Dyane Alexander. L’illustratore Gino Carosini, veterano del Fandom italiano e autore anche dello splendido disegno in copertina, ci racconta con parole e immagini “Lorenzo Stecchetti”, pseudonimo della poliedrica personalità di Olindo Guerrini.

Informazioni e contatti su www.hypnosweb.com. Qui sotto riportiamo i contenuti del fascicolo, che può essere acquistato al prezzo di tre Euro direttamente in rete tramite le pagine del DelosStore.

Editoriale: Metamorfosi – Andrea Giusto
L’area (Dziedzina / The Area) – Stefan Grabiński
Nello scompartimento (W przedziale / In the Compartment) – Stefan Grabiński
Stefan Grabiński. Lunga amnesia italiana per un grande autore del fantastico – Andrea Bonazzi
Olindo Guerrini, in arte… – Gino Carosini
Il canto dell’odio – Olindo Guerrini [Lorenzo Stecchetti]
L’implosione di un gastrocrate: esperimento di autofagia (De implosie van een gastrocraat: een experiment in autofagie / The Implosion of a Gastrocraft. An Experiment in Autophagy) – Frank Roger
La signora dell’orrore – Andrea Giusto
Comunicato (The Bullettin) – Shirley Jackson
L’autobus (The Bus) – Shirley Jackson


Hypnos #8
a cura di Andrea Giusto
Hypnos Edizioni, primavera 2011
fascicolo, illustrazioni in b/n, 60 pagine, €3.00

Tatiana Martino

lunedì 9 maggio 2011

Frankenstein secondo Bernie Wrightson

Frankenstein illustrato da Bernie Wrightson, 2011, copertinaIn edizione italiana per la Planeta DeAgostini, arriva il classico Frankenstein (1918) di Mary Shelley nella sontuosa versione illustrata dal decano Bernie Wrightson, pubblicata originariamente per la Marvel nel 1983 e ristampata in seguito dal marchio Dark Horse Comics, nel 1994 e per il venticinquennale del 2008.

Il maestro americano del fumetto e dell’illustrazione horror accompagna il testo integrale del romanzo con 40 disegni in bianco e nero, esaltati nel dettaglio dal grande formato della stampa, in una visione moderna e personale che ama richiamarsi, tuttavia, al gusto e all’estetica delle incisioni stesse del Romanzo Gotico, ai chiaroscuri e alle composizioni tipiche dell’iconografia letteraria del periodo.

“Ho sempre avuto un debole per Frankenstein, e questo è un lavoro fatto per amore,” dichiarò l’artista, a suo tempo, a proposito dell’opera. “Non era un incarico, non si è trattato di mestiere. Realizzavo i disegni fra una commissione retribuita e l’altra, quando avevo abbastanza di che pagare i viveri, le bollette e quant’altro. Mi prendevo tre giorni qui, una settimana là, ritagliandomi il tempo per lavorare sul libro di Frankenstein. Ci sono voluti circa sette anni”.

È Stephen King a firmare l’introduzione del volume, del quale sono reperibili in rete alcune immagini e anteprime relative alle sole precedenti edizioni originali, come la galleria sul fan site Frankenstein Illustrated. Informazioni sull’uscita italiana presso il sito web ufficiale di Planeta DeAgostini Comics.

Qui sotto, invece, una selezione di sei tavole dal magnifico Frankenstein di Wrightson, da cliccare per vederne l’immagine ingrandita:

'Frankenstein', illustrazione di Bernie Wrightson
'Frankenstein', illustrazione di Bernie Wrightson
'Frankenstein', illustrazione di Bernie Wrightson
'Frankenstein', illustrazione di Bernie Wrightson
'Frankenstein', illustrazione di Bernie Wrightson
'Frankenstein', illustrazione di Bernie Wrightson

Frankenstein
Mary Wollstonecraft Shelley
illustrato da Bernie Wrightson
Planeta DeAgostini, 2011
cartonato, illustrazioni in b/n, 256 pagine, €25.00
ISBN 9788467489071
Andrea Bonazzi

mercoledì 23 marzo 2011

Onda d’abisso. Trenta autori per trenta storie di mare e di mistero

Onda d’abisso, 2010, copertina, 2004L’antologia italiana Onda d’abisso. Trenta autori per trenta storie di mare e di mistero arriva come una ventata di aria fresca nel panorama del Fantastico Italiano. L’esperimento non è nuovo e si avvale di illustri predecessori. Occorrerà ritornare agli anni Ottanta-Novanta e a una illustre casa editrice, la Marino Solfanelli, che con la sua serie Le Ali della Fantasia molto si adoperò nella difficile impresa di “sdoganare” un genere, quello Fantastico, in un Paese, l’Italia, che ha sempre guardato con sospetto non scevro da implicazioni culturali, sociali e politiche questo genere.

Si trattò a suo tempo di un esperimento generoso e lungimirante, che ebbe il merito di far conoscere al pubblico autori della caratura di Riccardo Leveghi, Claudio Asciuti, Gianluigi Zuddas, Michele Mari, per non citarne che alcuni. Altra valida antologia (sempre marcata Solfanelli) fu I figli di Cthulhu, corale omaggio italiano alla narrativa di Lovecraft, viaggio interessante attraverso scenari “mediterranei” in alternativa alle atmosfere del New England del Maestro di Providence, a dimostrazione del fatto (se pure ce ne fosse stato il bisogno) che le linee tracciate da H.P. Lovecraft sono state e sono talmente potenti da poter prescindere da latitudini e fattori geografici o linguistici che dir si voglia.

Non va poi dimenticato quell’altro valido tentativo di stabilire i canoni di un “Fantastico” tutto italiano che fu Racconti di Tenebra, curato dal bravo Gabriele la Porta nel lontano 1987 per la Newton & Compton, diviso per generi e argomenti (“Demoni e affini”, “Spettri”, “Racconti del Mistero” etc.), porta narrativa aperta sul Mistero e sulle categorie del “Disturbante”. Potremmo anche risalire più indietro e fare riferimento al “Solaria” sul quale scrisse anche Montale o alla produzione fantastica di Italo Calvino e Tommaso Landolfi, a ulteriore riprova del fatto che il genere Fantastico è ben lungi dall’essere sconosciuto nel Belpaese e conta antesignani illustri e capaci. Molti di questi autori sono stati poi inclusi, in segno di affettuoso omaggio, nella prestigiosa strenna del 2010 Racconti Fantastici del ’900 per gli Oscar Mondadori, curato da Giuseppe Lippi, e non dubitiamo del fatto che un futuro non troppo lontano (speriamo) vedrà molti degli autori inclusi nella raccolta Onda D’Abisso partecipi di un’ulteriore “strenna” sul Fantastico Italiano.

L’Antologia in questione consta di trenta racconti incentrati su di un unico tema, Il Mare, e si divide in tre sezioni distinte, rispettivamente “Sponde”, “Superfici”, “Abissi”, ognuna delle quali racchiude dieci racconti “a tema”. L’esperimento viene dalle menti fertili e immaginifiche di un “collettivo” di scrittura dal nome evocativo di “Carboneria Letteraria” e si avvale di una prefazione scritta da Valerio Evangelisti, vera e propria “eminenza grigia” (scriviamo affettuosamente) della Letteratura Fantastica italiana attuale. Recensire tutti e trenta i racconti inclusi nella raccolta sarebbe impresa troppo ardua, mi limiterò dunque a scegliere alcuni racconti da ogni sezione.

Il racconto di Alberto Cola intitolato “Le Bastarde”, contenuto nella prima sezione “Sponde”, segue punto per punto sia le indicazioni di Stephen King sulla costruzione del Terrore di tipo “Provinciale”, sia le preziosissime informazioni fornite da Thomas Ligotti nel suo “La Consolazione del Terrore”. Vi si trovano le inquietudini e le ombre della Provincia, in questo caso di quella abruzzese; il mare come causa dell’isolamento e della subalternità (per usare un’espressione cara a Ernesto De Martino) il motivo dell’edificazione di un centro abitato in una località marittima si sposa con le inquietudini tipiche dell’entrata nel mondo cosiddetto “moderno”, genera il fenomeno del turismo e apre nel contempo la stura all’irruzione dell’irrazionale inteso nel senso del “Rimosso” freudiano. Vi ritroviamo tutto il carico di aberrazioni e isolamento di una comunità piccola e chiusa a stretto e costante contatto con il mondo ancestrale del Soprannaturale. A scadenze regolari (tempo ciclico della comunità “rurale” o marittima in questo caso) fanno la loro apparizione delle “Entità” di origine malvagia, la cui natura e le cui fattezze sono solo “suggerite” e mai completamente mostrate, le quali si manifestano solo ai bambini e fanno di loro le vittime favorite.

Vi si ritrova tutto quel carico di angosce legato al mondo dell’Infanzia ferita e oltraggiata, che parte dalle preoccupazioni di tipo “Metafisico” di Arthur Machen (un racconto fra tutti: “The White People”) per sfociare in quelle di tipo socio-culturale di Stephen King (in particolare It). Il Mondo dell’Infanzia è pericolosamente vicino sia alla sfera della malvagità assoluta, come si sforza di dimostrare “Teologicamente” lo studioso Ambrose, nel racconto di Machen, sia al mondo dell’Innocenza e della solidarietà, ignorato dai grandi a causa del “Mal de vivre” tipico di una piccola comunità isolata. In mezzo fa capolino l’orrore “quotidiano” di un serial killer pederasta, elemento “sacrificale” che va qui inteso come il simbolo di una “Maturità” aberrante, che va eliminata a scopo catartico, dato che la narrazione è in prima persona e il protagonista è proprio un bambino. Vi si ritrovano gli elementi dell’“Horror sociale” moderno (incarnato dalla figura del serial-killer) e dell’orrore soprannaturale. Thomas Ligotti chiama quest’ultimo elemento “L’esca”, ovvero la “Promessa” di una conoscenza esoterica e occulta, elemento tipico anche della narrativa lovecraftiana.

immagine marinaLe Bastarde rinserrano in loro un mistero che è mistero del Male e della colpa, colpiscono solo gli innocenti, come i barboni di paese, gli anziani inermi, gli individui “di passaggio” (i turisti) e i bambini, gli unici che a causa della loro condizione “liminare”, al confine cioè fra il mondo opaco della maturità e quello caotico (in senso freudiano) dell’infanzia, sono in grado di vederle. Attraverso una catarsi sociale (il sacrificio del serial killer) i bambini “avvelenano” le Bastarde attraverso quello che Frazer definirebbe un “rito omeopatico” (un male usato per curare un altro male) e ristabiliscono così l’“Ordine” della realtà. Un pezzo magistrale quello di Cola, scritto con un registro quasi dialettale che lo rende ancor più efficace, un’opera di bravura.

In tutt’altri orrori ci cala invece il racconto “Gli Occhi” di Danilo Arona. Lo scrittore e saggista in questione invece (notevole anche il suo L’Ombra del Dio alato edito per Marco Tropea, vera e propria “Summa” di orrori archeologici e preistorici con più di una strizzata d’occhio al cinema e alla letteratura di genere) , si incunea nel solco di scrittori come Riccardo Leveghi e Gabriele La Porta. Il filone favorito da questi scrittori è un’affascinante mescolanza di esoterismo, orrore e fantapolitica con finale “a effetto”. Leveghi dette più di un saggio del suo particolare equilibrio sia con il racconto “Il Re del Mondo” (contenuto nella già citata raccolta I Figli di Cthulhu), sorta di “Call of Cthulhu” in versione “iniziatica” e quasi “Evoliana”, sia in Le Ali della Fantasia vol. IV (sempre per la Marino Solfanelli ed.) con il racconto “Le Montagne della Luna”, sorta di variazione sul tema dell’Apocalissi prossimo-ventura.

Arona ci parla di un’imminente catastrofe che miscela abilmente il tema della Tragedia naturale (Natura come Caos, tema Plotiniano già caro alla letteratura anglosassone, ma anche doloroso monito alla pericolosità delle rivoluzioni naturali, di cui la triste realtà attuale ci ha dato ben più di una dimostrazione) al tema di un’intelligenza “Cosmica” di origine maligna alla radice di tali fenomeni. Una serie “a catena” di eventi attribuibili alla famosa teoria caotica del “Butterfly effect” avvengono in concomitanza con la misteriosa apparizione in cielo di due nuvole a forma di occhi mostruosi.

“I fenomeni cataclismici o diluviali portano a ripetute scene di premonizione o a un provvisorio interesse per il misticismo. Chiusa un’epoca ne segue un’altra,” scriveva Leveghi ne “Il Re del Mondo”. “Chi ha progettato anni addietro l’Effetto Farfalla ben conosceva la psicologia del profondo. Morire annegati nel terrore, nelle proprie superstizioni o nel senso di colpa. Pochissimi si salveranno (attraverso i varchi-occhi dimensionali), ma saranno talmente terrorizzati che si asserviranno al Potere per generazioni,” scrive Arona. Nel primo caso si tratta di un’Apocalissi “Tradizionale”, che ricorda molto da vicino La crìse du monde moderne di René Guénon, nel secondo caso di un’Apocalissi “moderna” con il suo carico di angosce di fine millennio e di critica politico-sociale, ma il messaggio terrorifico è lo stesso per entrambi questi originali scrittori e nel secondo si tratta, inoltre, di un riuscito omaggio letterario alle teorie di Charles Fort, il ricercatore “non convenzionale” che con le sue “notizie dall’Altro Mondo”, fatte di piogge di sangue e passaggi nel cielo di Creature Mostruose, tanto contribuì allo sviluppo del realismo Fantastico.

Johann Heinrich Füssli, 'Odisseo di fronte a Scilla e Cariddi'Il racconto “Le Magnifiche sorti e progressive” di Andrea Angiolino e Francesca Garello è un originale e simpatico omaggio al “Dagon” di HPL, ambientato nella cornice ottocentesca della novella Unità d’Italia. Un Orrore ancestrale di classica memoria (la presenza del mostro Cariddi nella grotta di un paesino del Sud-Italia) fa la sua numinosa apparizione in pieno secolo di “progresso” e avanzamento sociale, fattore incarnato dalle simpatiche e realistiche figure di un ingegnere milanese e del suo assistente. Pare qui di ritrovare le stesse atmosfere della “Sirena” di Tomasi di Lampedusa e dei racconti “italiani” di Francis Marion Crawford, con la loro Italia del Sud calda e accogliente e con le vivide immagini di un retroterra culturale e geografico ricco di bellezza e di leggende ancora potenti e vitali, tragicamente attive e colte sull’orlo di un crepuscolo causato dall’avanzare del progresso e della macchina. Un mondo rurale visto nei barbagli di luce della poesia, prima del collasso causato dalla grande città con il suo carico foriero di “Magnifiche sorti e progressive” appunto.

Il racconto di Alessandro Cartoni intitolato “Naufragio per autospettatore” contenuto nella seconda parte dell’antologia dal nome evocativo di “Superfici”, potrebbe invece inaugurare un futuro Shock all’italiana. Il racconto contiene molti riferimenti a Richard Matheson, a partire dallo stile, secco, conciso, quasi da cronaca, in prima persona anche questo (come da tradizione “pulp”), essenziale nella sua economia da “storia di ordinaria follia”. La giornata al mare che un uomo qualunque trascorre con sua figlia, diventa il pretesto per una “fuga impossibile” dalla realtà di ogni giorno e dai suoi servili, inutili cliché.

Ogni elemento apparentemente “quotidiano” viene stravolto nel suo “doppio” grottesco e avvilente, dall’amichetto “leghista” della figlia del protagonista, alla rozza ostentazione di divertimento borghese da “Bon ton” spiaggistico esibita dagli altri bagnanti, sempre intravisti, sempre descritti marginalmente con pennellate di cinico manierismo, periferici ma persistenti moniti di un orrore latente e oppressivo, celato dalla sua apparente “normalità”. Perfino l’immagine, da sempre calma e dignitosa della terza età, viene stravolta e messa alla berlina da quegli “anziani in cuffia che galleggiano vicini come preservativi usati”, mentre una comica scena con un venditore ambulante fornisce l’ultimo simbolo di una spoliazione sociale agognata e sofferta e si sviluppa nell’originale epilogo alla Buzzati che conclude questo delizioso racconto.

“La Leggenda di Isla Colorada” di Angelo Marenzana si può invece definire un valido e potente omaggio alla narrativa “marinaresca” di William Hope Hodgson. Racconto ambientato al tempo della colonizzazione spagnola del Sudamerica, vi si narrano le vicissitudini dell’equipaggio di un personaggio storico, quell’Alvar Nunez detto “Cabeza de Vaca” (testa di vacca) che è stato il protagonista autentico di un tentativo fallito di esplorazione delle paludi della Lousiana ancora selvaggia e abitata da tribù di indiani ostili come i “Seminoles”, piagata da febbri malariche e da animali feroci. Qui invece il “Conquistador” si trova a dover fare fronte alla maledizione di un sacerdote azteco e alla insidie di un’isola che attira i marinai con colori e promesse di un riposo da lungo tempo agognato, sirena di terra e vegetazione tanto sgargiante quanto letale che incarna il fascino ambiguo dell’abisso e della colpa. La scena del “sacrificio” finale del marinaio principale colpevole dell’assassinio del sacerdote azteco merita di stare, per potenza drammatica, alla pari con molti altri personaggi altrettanto “condannati” della narrativa del Bloch ancora affezionato seguace di Lovecraft nonché dei suoi indimenticabili “Villain” come il dottor Carnoti o l’altrettanto brutale protagonista de “La stirpe di Bubastis”.

“Il misterioso diario del giovane Piotr” di Francesco Troccoli ci immerge a sua volta in atmosfere ben differenti ma non meno evocative e autorevoli. Attraverso il diario di un giovane fuori dal comune, veniamo dolcemente introdotti in un Mondo che potrebbe essere il nostro futuro più prossimo così come quello attualmente ben conosciuto ma ubicato in una dimensione parallela e veniamo a conoscenza di una nave di artisti circensi, ciascuno dotato di un potere particolare e di un particolare talento.

Salvador Dalì, 'Egg Born'Il racconto ricorda molto le magnifiche e crepuscolari atmosfere del Ray Bradbury di Paese d’Ottobre o de Il Popolo d’Autunno, pieno com’è di crepuscolare dolcezza, di un senso imminente di rivelazione e della consapevolezza corale della fine di un mondo sull’orlo di una ominosa trasfigurazione. La ciurma di artisti dotati di poteri mentali che sfiorano la magia ricorda invece la “Famiglia Eterna” di cui Bradbury descrive le gesta in racconti come “Uncle Einar” o “Book of Shadows”, sorta di famiglia “ideale” costituita da “mostri” come vampiri, lupi mannari o stregoni, ma scevra al tempo stesso di tutte le tensioni, gli orrori e le contraddizioni di una famiglia più “convenzionale”. Racconto di rara sensibilità quello di Troccoli, giocato tutto sul binomio del mare della memoria, mare che scorre incessante e mutevole, e ghiaccio polare, simbolo dell’immobilità della percezione nonché emblema dell’attesa fredda e pura di un messaggio finale.

La terza parte nonché quella conclusiva dell’Antologia, dal titolo “Abissi”, ci immerge invece in atmosfere forse più crude ma non meno evocative e originali. Il racconto di Simonetta Santamaria, “Senza colore e senza calore”, è uno spietato e feroce affresco che coniuga sapientemente bestialità umana a feralità mitologica. Le perverse e sanguinose attività ricreative di un gruppo di “Yuppies” milanesi in crociera agisce in parallelo con la ferinità subacquea di mostruose creature abissali frutto di incroci inter-specie, dedite alla caccia e alla nutrizione. L’orrore e la crudezza degli umani in crociera agisce in parallelo con la ferocia, forse più pura, degli abissi equorei. La violenza di superficie pare solo apparentemente superare in aberrazione quella mostruosa del popolo degli abissi, ma alla fine viene da questa sconfitta, la sua colpa amorale cancellata dalla legge fredda e onesta di una natura selvaggia. Il racconto della brava scrittrice partenopea è un racconto che racchiude una morale dura ma onesta che si può riassumere nell’allocuzione che Robert Ervin Howard mette in bocca a uno dei protagonisti del racconto “Beyond the Black River”: “La civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la Barbarie, alla fine, trionferà…”.

“Nekton” di Paolo Agaraff è invece la storia di una discesa scientifica nelle profondità della fossa delle Marianne e di ciò che i due scienziati, fautori del progetto, vi ritrovano. Il racconto costituisce un delizioso omaggio al cinema di genere, nella fattispecie a The Abyss di James Cameron, anche se Agaraff preferisce concentrarsi sul tema del mare come “luogo del rimpianto” e del carico spesso fatalmente attrattivo del passato come luogo dell’oblio, piuttosto che sul messaggio “ecologista” e coralmente umanitario del film di Cameron. Non per questo “Nekton” risulta meno riuscito o meno imaginifico.

Concludiamo con il racconto di Massimo Mongai, “Le dimensioni dell’Abisso”, ironico omaggio alla Science Fiction di Frederic Brown e della sua scuola. Un bellicoso e militarista popolo alieno, braccato da altre specie per la sua compulsiva aggressività, raduna gli ultimi appartenenti alla propria specie (qualche milione) all’interno di una gigantesca astronave dotata di dispositivi potentissimi e di armi letali. Decide infine di invadere l’ultimo pianeta con il quale entra in contatto, la Terra appunto, e si inabissa nelle profondità del mare allo scopo di preparare l’aggressione finale… ma scopre a sue spese che le dimensioni sono importanti al fine di preparare un’invasione. Nella comica e al tempo stesso inquietante descrizione di un popolo alieno militarista e colonizzatore, dotato di una struttura sociale rigidamente piramidale, dove l’assassinio politico non solo viene accettato ma caldamente incoraggiato, ritroviamo le bizzarre e colorite descrizioni di popoli alieni di scrittori come Jack Vance e non possiamo che considerare il comico e surreale “finale a sorpresa” come una strizzata d’occhio alla narrativa del maestro statunitense.

Completa il volume una serie di accurate note bio-bibliografiche sulla vita e l’opera dei vari autori, acclusa alla fine di ogni racconto.

Bibliografia:
Tim Underwood e Chuck Miller (a cura di), L’Orrore secondo Stephen King, Mondadori, 1999
AA.VV., Le Ali della Fantasia, Marino Solfanelli 1981
AA.VV., Racconti Fantastici del ’900, Mondadori, 2009
AA.VV., Racconti di Tenebra, Newton & Compton, 1987


Onda d’abisso. Trenta autori per trenta storie di mare e di mistero
a cura di Alessandro Morbidelli
collana Germogli, L'orecchio di Van Gogh, 2010
brossura, 275 pagine, €15.00
ISBN 9788887487879

Mariano D’Anza

mercoledì 9 febbraio 2011

Michel Houellbecq, Lovecraft: contro il mondo, contro la vita

Lovecraft: contro il mondo, contro la vita, 2005, copertinaIl saggio in questione di Michel Houellebecq, nella sua edizione in francese (H.P. Lovecraft: contre le monde, contre la vie) risale al 1999, mentre in Italia vede la luce nel 2001 e poi nel 2005 in seconda edizione, sempre per Bompiani, ma forse è il caso di spendere qualche parola in più per un libro, pensiamo, che seppur divulgativo risulta imprescindibile sia per chi si accosti per la prima volta alla narrativa del “Principe nero di Providence” (per usare una fortunata espressione di Stephen King), sia per chi abbia voglia di approfondire alcuni aspetti forse poco esplorati, della vita e del pensiero di H.P. Lovecraft.

Come avvenne a suo tempo nel caso di Edgar Allan Poe, dove a una scarsa ricezione della critica anglosassone si accompagnò una entusiastica accoglienza da parte di Baudelaire, in questo caso è uno scrittore e non un poeta francese a scrivere un saggio che è pura e coraggiosa ammirazione per uno scrittore ritenuto “di nicchia” per molto tempo. Rispetto a Poe le cose sono molto cambiate, come si perita di puntualizzare Stephen King nella sua presentazione al saggio di Houllebecq intitolata “The Lovecraft’s pillow” (postfazione nella traduzione italiana: “Il cuscino di Lovecraft”). La critica letteraria statunitense è adesso pronta a riconoscere lo spazio che un autore come Lovecraft può e deve occupare rispetto ad altri “Grandi” ortodossi. Forse però, il Saggio di Houellebecq è stato scritto per ricordare questo a noi europei.

Houllebecq è attualmente riconosciuto come “l’enfant terrible” della letteratura francese, avendo ribadito ancora un volta la pregnanza del suo ruolo con il suo ultimo lavoro La carta e il territorio. Benché lo scrittore prediliga nei suoi romanzi ambienti mondani e situazioni fin troppo “veriste”, il lettore non tarderà a riconoscere nella sua prosa quelle tracce di cinismo e quella vena serpeggiante di disagio sociale che è un prologo all’orrore ben più grande di cui parlava Lovecraft, “un odio contro il Mondo” appunto, un orrore cosmico.

Fin dalle prime pagine, Houellebecq si mostra ricettivo alle implicazioni contenute nella narrativa del suo “Maestro e ispiratore”. Il suo intento, come sempre di stupire, è scrivere un saggio non-accademico su di un autore considerato “marginale” dalla critica europea, con chiari intenti polemici, visto che Michel Houellebecq è da sempre il beniamino di un certo tipo di critica intellettuale non solo in Francia, ma l’operazione riesce, in quanto Houellebecq si dimostra un ammiratore attento a tutta prova. Fin dalla prefazione, lo scrittore francese confessa di essersi avvicinato a Lovecraft sin dai sedici anni e di aver poi proseguito la lettura dei suoi epigoni e continuatori, ripercorrendo le tappe ideali di qualsiasi “ammiratore” che si rispetti.

Michel Houellbecq, fotoL’inizio del suo saggio va ubicato verso il 1988, e va considerato come un “esperimento” dato che prima di allora, come egli stesso confessa, conosceva ben poco della vita di Lovecraft: “Giudicando a posteriori, mi sembra di aver scritto questo libro come una specie di primo romanzo; un romanzo con un solo personaggio (lo stesso H.P. Lovecraft) e nel quale tutti i fatti riferiti e i testi citati sono autentici, nondimeno una specie di romanzo …” (op. cit. p.6).

Le ragioni di tale passione vanno per Houellebecq ricercate sia nel “materialismo” di cui Lovecraft si è sempre fatto convinto sostenitore, sia per la sua non sottile xenofobia. Vediamo da subito che Houellebecq sceglie di trattare due argomenti “scomodi”; il primo in quanto sia critica che lettori, da un capo all’altro dell’oceano, tendono forse universalmente a posporre tale primo elemento rispetto alle componenti “Gotiche” del maestro di Providence, dimenticando forse che egli non ha mai attribuito alla sua letteratura significati “esterni” al semplice gioco letterario. Il secondo in quanto va a toccare un aspetto di Lovecraft che è fonte da sempre di continuo imbarazzo, sia per i suoi sostenitori che per i suoi detrattori. Vedremo presto che in questo come in altri aspetti, Houellebecq farà prova di una capacità di analisi franca e aperta che dovrebbe servire di lezione a molti critici.

Il suo saggio possiede una mirabile organizzazione architettonica che amalgama sapientemente elementi di critica letteraria a passi importanti della biografia di Lovecraft, avvicinandosi in questo molto più alla chiarezza espositiva di S.T. Joshi che all’analisi, spesso confusa, di Lyon Sprague de Camp, che pure cita. Il disinteresse di Lovecraft per la vita in generale viene ribadito e analizzato con lucidità, per Lovecraft la vita è il Male con la M maiuscola: qualunque posizione contraria a questo assunto genera sospetto, il sospetto di una monumentale ipocrisia. L’assolutezza di questa affermazione, ricostruita tramite il “corpus” epistolare del Maestro di Providence oltre che attraverso quelli che Houellebecq definisce i suoi “Grandi testi”, ha fatto di lui un narratore “popolare”, la cui fortuna letteraria è destinata a sopravvivere e a crescere dopo la sua morte.

Tale prospettiva trova riscontro puntuale anche all’interno della disamina che David Punter fa dei grandi scrittori di letteratura gotica, anche se Punter non condividerà molte altre posizioni di Houellebecq su Lovecraft. L’unica differenza tra Lovecraft e altri scrittori popolari come Conan Doyle o Dumas, sta nel fatto che essi furono sufficientemente consapevoli di stare dando vita a un vero e proprio “corpus” mitologico, mentre H.P.L. era fermamente convinto che la sua creazione sarebbe morta con lui.

Lovecraft Easter Island, immagineAffascinante è anche l’analisi che Houellebecq fa del rapporto che intercorre fra Lovecraft e l’attività di scrittura, coerente sia con il suo stile di vita che con le sue convinzioni personali, a detta di Houellebecq, irreprensibili. Per meglio rappresentare quanto esposto basterà un estratto dalla prima lettera scritta da Lovecraft a Farnsworth Wright, direttore della rivista pulp Weird Tales:

“Gentile Signore, avendo l’abitudine di scrivere racconti bizzarri, macabri e fantastici per mio proprio divertimento, recentemente sono stato benevolmente assalito da una decina di cari amici che mi sollecitavano a sottoporre alla vostra giovani rivista alcuni miei «orrori gotici». Allego dunque alla presente cinque racconti scritti tra il 1917 e il 1923. I primi due sono probabilmente i migliori. Perciò, se non dovessero piacerle, può risparmiarsi il fastidio di leggere gli altri
[…]. Non so se le piaceranno, poiché da parte mia non mi sono mai preoccupato di inseguire i requisiti dei testi «commerciali». Il mio unico scopo consiste nel piacere che traggo dal creare situazioni bizzarre e atmosfere d’effetto; e l’unico lettore di cui tengo conto sono io stesso…”

Se la posizione di Lovecraft in merito all’editoria e alla scrittura commerciale del tempo non risultasse chiara dal tenore di questa lettera, si potrebbero aggiungere il suo deciso rifiuto a dattilografare i testi dei suoi racconti (puntualmente consegnati zeppi di cancellature), il suo rifiuto a chiedere anticipi e aumenti, atteggiamento non consono alla sua dignità di gentiluomo puritano, etc. Una condotta esemplare, ma , come rileva Houellebecq, in un mondo che ha fatto della competitività economica e sessuale le colonne portanti della Civiltà attuale, Lovecraft non poteva che occupare un ruolo tragico e singolare.

In questo bisogna rilevare che la narrativa di Houellebecq, da Piattaforma a La carta e il territorio, presenta lo stesso disprezzo esibito da Lovecraft per la carnalità e la posizione economica e sociale dei personaggi, con le sue scene di sessualità cruda e disturbante e la meschinità che sottende a qualsiasi tipo di rapporto sociale, questo a ulteriore testimonianza del fatto che, come a suo tempo rilevò Jacques Bergier, la grande innovazione di Lovecraft all’interno della letteratura fantastica consistette, e consiste, nell’introduzione dell’elemento “materialista” nel genere Gotico.

Lovecraft: contro il mondo, contro la vita, 2001, copertinaMa è nella parte da Houellebecq intitolata “Tecniche d’assalto” che l’autore passa a una disamina più precisa dell’elemento prettamente stilistico nella narrativa di Lovecraft. Houellebecq opera una distinzione calzante fra quella che è la cosiddetta “tecnica ad accumulo” e la tecnica più utilizzata invece da Lovecraft. Come primo esempio riporta l’andamento classico di un racconto di Richard Christian Matheson; normalità più assoluta, tipica famiglia americana media, barbecue, casa, giardino, poi l’elemento irrazionale si fa gradatamente strada, il Male prende forma. Lovecraft invece, come riporta Houellebecq: “Non ha nessuna voglia di dedicare trenta pagine, e nemmeno tre, alla descrizione della famiglia media americana”.

L’attacco che Lovecraft intraprende contro la realtà è un “attacco frontale”, con lui sappiamo fin da subito di che si tratta, basta leggere poche righe dall’incipit de “ Il richiamo di Cthulhu”: “A mio avviso, il favore più grande che il cielo ci ha reso è l’incapacità della mente umana di mettere in relazione tutto ciò che esso racchiude. Viviamo su un’isola di beata ignoranza posta al centro di neri oceani d’infinito, e non era scritto che dovessimo attraversarli…”

Houellebecq rileva, a nostro parere giustamente, che Lovecraft non aveva alcuna intenzione di “blandire” il lettore per interessarlo alla storia, scriveva già per un pubblico di appassionati e fanatici, e lo trovò, anche se dopo la sua morte. Quella che egli opera è una trasformazione radicale del linguaggio. Nessun ambito scientifico viene tralasciato da Lovecraft durante la stesura di un racconto, nessuna area della conoscenza egli decida di trattare viene affrontata senza la necessaria previa documentazione, che sia costituita dalla natura dei batraci o dalla stesura di un rapporto scientifico in Alaska. Ma ciò che forse costituisce la ragione maggiore del disdegno che da sempre la critica ha dimostrato per lo scrittore di Providence, è l’uso smodato degli aggettivi, uso necessario alla concezione del terrore che Lovecraft voleva illustrare.

Houellebecq cita ad esempio la parte finale di “Prigioniero delle Piramidi”, racconto scritto per l’illusionista Houdini: “No! Gli ippopotami non dovrebbero avere mani umane, né portare torce!”. L’uso di una tale terminologia a effetto adesso farebbe sì che lo sventurato e ingenuo scrittore “colpevole” vedesse rifiutato il proprio racconto da una sponda all’altra dell’oceano ma, paradossalmente, è proprio questo tipo di scrittura la più capace di attrarre il mondo dell’adolescenza e dell’infanzia a quell’altro mondo complesso e articolato che è il mondo della paura.

Fernando Savater, fotoIl grande studioso spagnolo Fernando Savater rilevò a suo tempo nel suo libro più evocativo, Creature dell’aria, che l’Universo del terrore è essenziale al lettore bambino o adolescente quanto e più della narrativa d’avventura, e sicuramente due o tre volte più della stucchevole letteratura “di genere” zeppa di folletti, fatine, o licei dove ci si approccia alla vita flirtando o gettandosi in scorribande con “amici compiacenti”. Il Terrore è la prima rappresentazione dell’Ignoto della vita in generale, la conquista o la morte nella città oscura di R’lyeh è una rappresentazione più vera del mondo di quanto non lo sia il liceo, la casa o la scuola, perché è la prefigurazione dell’irrazionalità dell’esistenza. Il vasto mondo è un gioco a incastro di porte davanti alle quali stanno in agguato guardiani terribili, e sapere di cosa sia fatta la paura insegna le parole di potere con le quali esorcizzarli.

Il tipo di linguaggio che usa Lovecraft, diretto, preciso e scientifico, e al tempo stesso fortemente aggettivato, piace ai suoi lettori adolescenti, si insinua nella tradizione del pulp e sfocia nella narrativa popolare di uno Stephen King o di un Dean R. Koontz, i quali pur di arrivare all’obbiettivo prefisso (generare terrore) non disdegnano affatto l’uso letterario dello slang.

Questo uso spregiudicato della lingua manca in Europa, in Francia e soprattutto in Italia, ancora imbalsamata in trite costruzioni sintattiche di tipo D’Annunziano che neppure Carlo Emilio Gadda riuscì a esorcizzare. Già a suo tempo, Pier Paolo Pasolini avvertiva nelle sue Lettere Luterane dell’esistenza di un “gap”, adesso diventato insondabile, apertosi fra linguaggio “giovanile” e cosiddetto “linguaggio colto”. Adattare il primo alle esigenze obsolete del secondo, non solo impedisce il necessario scambio comunicativo che dovrebbe esistere fra generazioni differenti, ma strozza anche la necessaria evoluzione del linguaggio stesso, lo imbalsama in strutture che non trovano più posto nelle mutate condizioni sociali e culturali, impedisce alla cultura stessa di “evolversi”.

Altro elemento che Houellebecq rileva è la costruzione “Architettonica” di Lovecraft. All’interno della sua macchina perfetta e coerente, il disgusto e l’orrore vengono sapientemente preparati con una ricca gamma di sfumature olfattive, sonore e tattili prima che meramente visive. Houellebecq cita la costruzione del terrore tal come si sviluppa in “The Shadow Over Innsmouth”: i suoni risucchianti emessi dagli “ibridi”; la sensazione costante di trovarsi in un luogo ostile, formato da superfici viscide; l’odore di pesce marcio che si fa via via più opprimente… Tutte sensazioni che solo la tecnica narrativa di Lovecraft può illustrare e, in questo caso, solo la letteratura.

Nel suo paragrafo “E allora vedrete una possente cattedrale”, Houellebecq attira l’attenzione anche sull’entusiasmo da sempre mostrato da Lovecraft per l’architettura, riportando, a titolo di esempio, la descrizione epistolare che fa alla zia della città di New York:

“Ammirando quella prospettiva mi sono sentito quasi svenire di frenesia estetica – quell’atmosfera vespertina con le innumerevoli luci dei grattacieli, i riflessi sfavillanti e i fanali dei battelli che scivolavano sull’acqua – a sinistra la scintillante Statua della Libertà e a destra il lucido arco del ponte di Brooklyn. Era qualche cosa di ancora più possente dei sogni della leggenda del Vecchio Mondo – una costellazione di una maestà infernale – un poema tra le fiamme di Babilonia! […]”.

H.P. Lovecraft: contre le monde, contre la vie, 1999, copertinaDi fronte a una tale maestosa ammirazione, Houellebecq non può che annotare: “Non è azzardato supporre che qualche giovane, uscito pieno di entusiasmo dalla lettura dei racconti di Lovecraft, si sia sentito spinto a intraprendere lo studio dell’architettura”. Tali descrizioni ricorrono sia in “The Dreams in the Witch House”, con le sue geometrie non-euclidee, le superfici verdastre, le luci irreali, sia in “The Call of Cthulhu”. Il rapimento estetico di Lovecraft è di ordine architettonico, il senso di orrore e straniamento è invece olfattivo, uditivo e tattile, ecco perché il cinema e le arti visive non sono state mai capaci che di mediocri imitazioni della narrativa lovecraftiana. In altre parole, la letteratura in Lovecraft è carne, sangue (anche se non sempre umano) e struttura; un organismo a sé stante, una macchina mitologica che saccheggia da linguaggi eterogenei, sensazioni eterogenee, ma non può essere saccheggiata.

Altra spinosa questione la offre il tema del razzismo di Lovecraft. Houellebecq rileva, e non è il solo a farlo, che la xenofobia di tipo manierato di cui Lovecraft dà prova durante il periodo passato con le zie a Providence, subisce una escalation progressiva e drammatica durante il suo trasferimento a New York e il suo matrimonio. In una realtà tentacolare e competitiva come quella di una grande città, non c’è alcuno spazio per il senso di purezza razziale “WASP” che Lovecraft abitualmente esibisce. Gli immigrati sono più duttili e si gettano a capofitto in quella realtà meschina e commerciale che Lovecraft disprezza. Nondimeno la penuria monetaria, acutizzatasi con il matrimonio, costringe Lovecraft a una serie di compromessi frustranti e alla constatazione del fatto che, nonostante i suoi sforzi, non riesce a trovare impiego.

I non-americani sono doppiamente colpevoli, per Lovecraft, di riuscire a trovare lavoro nonostante un americano “autentico” come lui non ci riesca, e di gettarsi senza remore in quella vita ribollente e movimentata che egli disprezza, e contro la quale sempre si è battuto. Ma nonostante le apparenze, è questa seconda constatazione, più che la prima, a esasperare l’ostilità dello scrittore. Per meglio comprendere in che consista quest’ultima affermazione, sarà forse d’aiuto riportare un estratto da una storia di Thomas Ligotti, uno dei continuatori più geniali e originali dell’opera di Lovecraft, tratto dal suo racconto “Severini”:

“Il mio corpo, un tumore che una volta fu estratto dal corpo di un altro tumore, un pezzo di malattia che sta sempre cuocendo la sua propria malattia. E nella mia mente un’altra malattia, la malattia della malattia. Da tutte le parti, la mia mente vede la malattia di altre menti e altri corpi, questi altri organismi che sono solo altre malattie, un incubo totale dell’organismo. «Dove mi porta!» gridò (gridammo) alle facce marroni e giallastre. «Dobbiamo risolvere il problema dell’infezione intestinale lo sappiamo, lo sappiamo». Ripeterono quelle parole per tutto il cammino, come sembrava, mentre la città scompariva dietro gli alberi e gli arbusti, tra i fiori giganteschi che odoravano di carne putrefatta e i funghi e la mucillagine della cloaca tropicale. Conoscevano la malattia e l’incubo perché vivevano in quel luogo dove l’organismo cresceva senza restrizioni, con quelle forme tanto variate e esotiche, verso un destino dal quale non poteva fuggire”.

È una descrizione abbastanza fedele di come Lovecraft concepisce la vita a New York, di come percepisce la sua e la altrui malattia, che è la malattia di vivere nell’anonimato e nella penuria, l’altra faccia del sogno americano di “melting-pot”. La consapevolezza di appartenere a un unico organismo malato, malato di vivere un’esistenza bruta, fatta di morte, nascita, riproduzione e ancora morte. Un’immensa giungla tropicale dove la vita si manifesta nella sua essenza marcescente, protetta da un’architettura grandiosa e straniante.

Nell’esperienza a New York di Lovecraft, rileva Houellebecq, ci sono “in nuce” tutti i “Grandi testi” dell'autore del Rhode Island, ma soprattutto è paradossalmente in questo suo razzismo esasperato (non esita a paragonare gli immigrati a funghi di palude e limo) che Lovecraft ritrova il suo posto nell’umano consesso. Diventa parte integrante, che lo voglia o no, di “quell’organismo tumefatto” che è la vita, si sporca anche lui di quel limo primordiale, ritrova quella condivisione che aveva sempre evitato con i suoi modi da affettato gentiluomo anglosassone, e questa esperienza corale e comunitaria assume il peso di una Rivelazione, oscura e potente.

H.P. Lovecraft: Against the World, Against Life, 2009, copertinaNella sua prefazione (postfazione, nell’edizione italiana) Stephen King riassume per noi i paragrafi di Houellebecq in un’unica poderosa frase che, per dirla con lo scrittore francese: “sono la formula per fallire nella vita e riuscire nell’arte. Anche se su quest’ultimo punto il risultato non è garantito…” e la frase è: “Aggredisci la storia come un raggiante suicidio, afferma senza timore il grande NO alla vita, allora vedrai una magnifica cattedrale e i tuoi sensi, vettori di un indefinibile sconvolgimento, tracceranno un intero delirio che si perderà nelle innominabili architetture del tempo”. La frase con la quale Houellebecq riassume la narrativa di Lovecraft e quella dei suoi continuatori più dotati e ricettivi.

È curioso notare come una certa parte della critica anglosassone non sia altrettanto pronta a riconoscere la posizione assolutamente innovativa che Lovecraft occupa nella letteratura gotica, sia a livello stilistico che di vera e propria coerenza filosofica. Uno fra tutti proprio David Punter, peraltro originale e coraggioso partigiano del genere Gotico, così parla dello scrittore di Providence: “Forse non occorre dire molto di più su Lovecraft: la sua prosa è rozza, ripetitiva, leggibile dietro coercizione, la quintessenza della narrativa popolare. Nella maggior parte dei casi egli riduce i motivi gotici a una sorta di meccanismo; il suo posto nella tradizione non è quello di un innovatore e neppure di un modificatore, ma è più quello di un rievocatore dell’ultim’ora degli antichi orrori …” dove prima il critico aveva insistito sulle “rimozioni” (freudiane) di tipo “razziale e sessuale”, nonostante Stephen King (pure elogiato da Punter) abbia già rilevato che racconti come “L’orrore di Dunwich” e “Alle montagne della follia” contengano ben poco all’infuori dell’elemento sessuale.

Un altro chiaro caso di “nemo profeta in patria”, al quale Houellebecq e altri hanno doverosamente e esaustivamente risposto. La nostra critica, peraltro, tende ancora a svincolare la produzione narrativa di Houellebecq da questo saggio, che si conosce ancora per sentito dire e per “passaparola”. Naturalmente, la biografia di Joshi è più esaustiva e completa, soprattutto considerando che Joshi non insiste “solo” sugli aspetti rimarcati da Houellebecq, ma anche così il saggio dello scrittore francese raggiunge una certa sorta di completezza fra vita e stile di Lovecraft, che è quanto vogliamo leggere, oltre al fatto che è il primo tentativo da parte di un intellettuale europeo non “di nicchia” di confronto “serio” con la narrativa del Maestro di Providence. Non resta che augurarci uno sforzo simile anche da parte dei nostri.

Bibliografia:
Michel Houellebecq, H.P. Lovecraft contro il mondo contro la vita, postfazione di Stephen King, Bompiani, 2005
David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti, 2000
Thomas Ligotti, The Nightmare Factory, Carroll & Graf, 1996
Fernando Savater, Creature dell’aria, Ed. Instar, 1993
Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, Einaudi, 1976

Mariano D’Anza

venerdì 4 febbraio 2011

21st Century Gothic: il romanzo gotico nell'ultimo decennio

21st Century Gothic, 2010, copertinaIl romanzo gotico nel primo decennio di questo nuovo secolo è il tema portante della raccolta saggistica 21st Century Gothic. Great Gothic Novels Since 2000, pubblicato dall’americana Scarecrow Press a cura di Danel Olson, insegnante al Lone Star College di Houston, in Texas, e già curatore della serie di antologie narrative Exotic Gothic apparse in tre volumi per la Ash-Tree Press.

Un percorso tra le nuove espressioni del gotico attraverso 53 saggi e articoli di noti e meno noti critici, esperti e autori di genere, da Darrell Schweitzer a David Punter fino a Lisa Tuttle, Reggie Oliver, Nicholas Royle o Steve Rasnic Tem, analizzando le opere più rappresentative scritte fra il 2000 e il 2010 fra La torre nera di Stephen King e The Darkest Part of the Woods di Ramsey Campbell, Il figlio del cimitero di Neil Gaiman e il Peter Straub di A Dark Matter, non senza passare per l’immancabile saga di Twilight in mezzo ai molti goticheggianti spunti del nuovo millennio.

La prefazione si affida a S. T. Joshi, in un corposo volume di circa 700 pagine dal costo tutt’altro che abbordabile – per confermare la regola delle edizioni accademiche sempre ad alto prezzo. Informazioni presso il sito web dell’editore, qui a seguito l’indice dei contenuti al completo:

Foreword – S. T. Joshi
Introduction – Danel Olson
From Asperger’s Syndrome to Monosexual Reproduction: Stefan Brijs’s The Angel Maker and its Transformations of Frankenstein – Jerrold E. Hogle
The Sleep of Reason: Gothic Themes in Banquet for the Damned by Adam L. G. Nevill – James Marriott
Beasts: Joyce Carol Oates and the Art of the Grotesque – Peter Bell
The Blind Assassin by Margaret Atwood as a Modern “Bluebeard” – Karen F. Stein
Death and The Book Thief by Markus Zusak – Steve Rasnic Tem
Cinematic Femme Fatales and Weimar Germany in Elizabeth Hand’s The Bride of Frankenstein: Pandora’s Bride – Marie Mulvey-Roberts
Ghosts in a Mirror: Tabitha King and Michael McDowell’s Candles Burning – Nancy A. Collins
Repositioning the Bodies: Peter Ackroyd’s The Casebook of Victor Frankenstein and Other Monstrous Retellings – Judith Wilt
Marvels and Horrors: Terry Dowling’s Clowns at Midnight – Leigh Blackmore
What We Hide Within Us: Thoughts on Albert Sánchez Piñol’s Cold Skin – Brian J. Showers
Michel Faber, Feminism, and the Neo-Gothic Novel: The Crimson Petal and the White – Mary Ellen Snodgrass
Shedding Light on the Gothic: Peter Straub’s A Dark Matter – Brian Evenson
Gothic Western Epic Fantasy: Encompassing Stephen King’s Dark Tower Series – Tony Magistrale
Wonder and Awe: Mysticism, Poetry, and Perception in Ramsey Campbell’s The Darkest Part of the Woods – Adam L. G. Nevill
Drac the Ripper: James Reese’s The Dracula Dossier, Consciousness Disorders, and Nineteenth-Century Terror – Katherine Ramsland
The New Southern Gothic: Cherie Priest’s Four and Twenty Blackbirds, Wings to the Kingdom, and Not Flesh Nor Feathers – Don D’Ammassa
Margot Livesey’s Eva Moves the Furniture: Shifting the House of Gothic – Tunku Halim
Fatal Women and Their Stratagems: Tanith Lee Writing as Esther Garber – Mavis Haut
A Monster Sensation: Victorian Traditions Celebrated and Subverted in Sarah Waters’s Fingersmith – Lisa Tuttle
Fairy Goth-Mothers: Maternal Wish Fulfillment in Kate Morton’s The Forgotten Garden – Walter Rankin
In Praise of She Wolves: The Native American Eco-Gothic of Louise Erdrich’s Four Souls – Danel Olson
Andrew Davidson’s The Gargoyle: Canadian Gothic – Karen Budra
The Perils of Reading: The Gothic Elements of John Harwood’s The Ghost Writer – James Doig
Making Fish Out of Men: Gothic Uncertainty in Gould’s Book of Fish by Richard Flanagan – Robert Hood
Raised By the Dead: The Maturational Gothic of Neil Gaiman’s The Graveyard Book – Richard Bleiler
Death Comes in the Mail: The Relentless Malevolence of Joe Hill’s Heart-Shaped Box – Darrell Schweitzer
Vlad Lives! The Ultimate Gothic Revenge in Elizabeth Kostova’s The Historian – Danel Olson
Gothic New York in James Lasdun’s The Horned Man – Nicholas Royle
Economies of Leave-Taking in Mark Z. Danielewski’s House of Leaves – Laurence A. Rickels
Dread and Decorum in Susanna Clarke’s Jonathan Strange & Mr. Norrell – Douglass H. Thomson
Renovation is Hell, and Other Gothic Truths Deep Inside: Jennifer Egan’s The Keep – Danel Olson
Nancy Drew Goes Gothic? The Little Friend by Donna Tartt – Lucy Taylor
The Tyranny of Time and Identity: Overcoming the Past in Gregory Maguire’s Lost – Jason Colavito
“And That Was the Reason I Perished”: Trauma’s Transformative Potential in Alice Sebold’s The Lovely Bones – August Tarrier
Deadly Words: The Gothic Slumber Song of Chuck Palahniuk’s Lullaby – Sue Zlosnik
His Dark Materials: Gothic Resurrections and Insurrections in Patrick McGrath’s Martha Peake – Carol Margaret Davison
The Vigilante in Michael Cox’s The Meaning of Night: A Confession – Heather L. Duda
London Demons: Cursed, Trapped, and Haunted in William Heaney’s (Graham Joyce’s) Memoirs of a Master Forger – K. A. Laity
Haunting Voices, Haunted Text: Toni Morrison’s A Mercy – Ruth Bienstock Anolik
Borderline Gothic: Phil Rickman and the Merrily Watkins Series – John Whitbourn
Narrative and Regeneration: The Monsters of Templeton by Lauren Groff – Graham Joyce
Educating Kathy: Clones and Other Creatures in Kazuo Ishiguro’s Never Let Me Go – Glennis Byron e Linda Ogston
Cormac McCarthy’s No Country for Old Men: Western Gothic – Deborah Biancotti
Jeffrey Ford’s The Portrait of Mrs. Charbuque: A Picturesque Terror – Charles Tan
Gothic Maternity: The Pumpkin Child by Nancy A. Collins – Karin Beeler
Natsuo Kirino’s Real World: Murder and the Grotesque through Teenage Eyes – Edward P. Crandall
The Longest Gothic Goodbye in the World: Lemony Snicket’s A Series of Unfortunate Events – Danel Olson
A Labyrinth of Mirrors: Carlos Ruiz Zafón’s The Shadow of the Wind – Romana Cortese e James Cortese
An Icy Allegory of Cultural Survival: Gothic Themes in Dan Simmons’s The Terror – Van Piercy
Are They All Horrid? Diane Setterfield’s The Thirteenth Tale and the Validity of Gothic Fiction
Snakes, Bulls, and the Preoccupations of History: Alan Garner’s Thursbitch – David Punter
Gothic, Romantic, or Just Sadomasochistic? Gender and Manipulation in Stephenie Meyer’s Twilight Saga – June Pulliam
Shaggy Dog Stories: Jonathan Carroll’s White Apples as Unconventional Afterlife Fantasy – Bernice M. Murphy – Reggie Oliver


21st Century Gothic. Great Gothic Novels Since 2000
a cura di Danel Olson
The Scarecrow Press, 2010
copertina rigida, 710 pagine, $75.00
ISBN 9780810877283

Andrea Bonazzi

giovedì 6 gennaio 2011

Là fuori c’è Thomas Ligotti

Dopo aver presentato The Conspiracy Against the Human Race sembra necessario, in questa sede, un minimo approfondimento sull’autore riproponendo – con un aggiornamento a seguito – questo articolo apparso nel 2007:

Thomas Ligotti, fotoNessuno ancora in Italia pare seriamente occuparsi di questo autore, il cui nome resta quasi ignoto persino a molti fra gli appassionati di genere. Salvo pochi racconti in antologie non è mai stato proposto in italiano, né ha molta probabilità di esserlo visto che rifiuta la grande editoria dei bestsellers e, soprattutto, non scrive romanzi. Eppure, ci troviamo di fronte a un’autentica figura di culto, uno dei maggiori scrittori weird horror viventi, riconosciuto e apprezzato dalla critica. Singolare fenomeno di popolarità sotterranea mai giunto a un successo commerciale che sembra consapevolmente sfuggire, premiato con i più importanti riconoscimenti di settore dai tre Bram Stoker Awards allo International Horror Guild Award.

Americano di seconda generazione, proveniente da una famiglia di origini siciliane, Thomas Ligotti nasce a Detroit il 9 luglio del 1953. Cresciuto in un cattolicesimo che abbandona nella prima adolescenza, trascorre gli anni giovanili in un agiato sobborgo della città ove frequenta il Macomb County Community College, tra il 1971 e il 1973, fino a laurearsi in Inglese nel 1977 presso la Wayne State University.

I tardi anni 60 lo vedono in pieno abuso di alcool e droghe, mentre ancora frequenta le scuole superiori, fino all’agosto 1971 quando iniziano a manifestarsi le prime crisi di agorafobia, i primi attacchi di panico e di quelle sindromi ansiose e depressive destinate ad accompagnarlo negli anni, segnandone la personalità e il rapporto col mondo.

È in questo periodo che il giovane Thomas inizia a scoprire la letteratura fantastica e weird, appassionandosi ad autori come Poe, Machen e Lovecraft fino a iniziare egli stesso a scrivere, mentre è al suo terzo anno di college, trovando in ciò nuovi stimoli e diversione dalle proprie ansie croniche. Sei anni di sperimentazioni e di prove prima di vedersi accettare il primo racconto, “The Chymist”, con cui fa il suo esordio sulla fanzine Nictalops nel marzo del 1981.

Songs of a Dead Dreamer, 1985, copertinaIl suo nome inizia così a circolare su diverse testate tra fandom e piccola editoria, sempre con brevi racconti che lo contraddistinguono per approccio e stile, fino alla pubblicazione nel 1985 della sua prima raccolta Songs of a Dead Dreamer, in sole trecento copie presso la minuscola Silver Scarab Press ma già attirando su di sé le attenzioni di più noti e prestigiosi colleghi, come Ramsey Campbell che del volume firma la breve e lusinghiera introduzione. Il primo racconto su rivista professionale arriva nell’aprile 1990 con “The Last Feast of Harlequin” (“La festa di Mirocaw”), un dichiarato omaggio a H.P. Lovecraft che gli vale il titolo di copertina su The Magazine of Fantasy & Science Fiction.

Dal 1979 Ligotti lavora come editor associato presso la divisione di critica letteraria della Gale Research Company, ora Thomson Gale, raccogliendo e curando monografie critiche su vari autori, fino all’estate 2001 quando lascia finalmente Detroit per trasferirsi a Tampa, nel sud della Florida, dove attualmente svolge attività di freelance nel campo editoriale.

Estremamente riservato e schivo, lo scrittore del Michigan si è reso di per sé “personaggio” nell’evitare qualunque apparizione in pubblico, sfuggendo il contatto diretto con l’intero ambiente professionale e i fans, mai partecipando a premiazioni e conventions. Atteggiamento giustificabile con gli stati ansiosi cui va patologicamente soggetto: fobie e depressioni di cui non esita apertamente a parlare nel corso delle rarissime interviste.

Nessuna pubblica uscita. Nessuna ritratto a testimoniarne un’esistenza fisica a parte una manciata di foto solo più tardi e più o meno ufficialmente diffuse, una delle quali “rubata” addirittura da un annuario aziendale. Non c’è da sorprendersi, dunque, che alcuni lo ritenessero per anni il mero pseudonimo di un qualche autore famoso in vena di esperimenti. Ancora nel 1996 all’uscita di The Nightmare Factory, il suo paperback più diffuso, la prefazione di Poppy Z. Brite si apre rivolta a lui come a un’incognita: “Sei là fuori, Thomas Ligotti?”

Thomas Ligotti, fotoRicercato nello stile, inconfondibile ed elaborato sino ai limiti del “poema in prosa” (talvolta a scapito dell’equilibrio stesso del racconto, osserva qualche critico), per Ligotti come per H.P. Lovecraft e Clark Ashton Smith non è la vita ad avere interesse quanto la “fuga dalla vita”, l’evasione dai suoi limiti verso tutt’altre realtà. Un orrore ontologico anziché psicologico, quello della sua narrativa, che mette in discussione l’essenza stessa delle cose, nel dispiegarsi dell’avvenimento fantastico in sé più che attraverso i protagonisti che l’affrontano. Personaggi sempre ritratti al minino indispensabile, con scarsa e sardonica partecipazione per le loro vicende umane. Figure passive che perdono o non hanno mai avuto il controllo del loro stesso mondo. Semplici comprimari in storie che, ancora come quelle di Lovecraft, pongono la straordinarietà del fenomeno perturbante al centro del palcoscenico e al di sopra di tutto.

E la cifra stilistica, l’uso del linguaggio, è il tutto. L’approccio, benché realistico, risulta quanto di più distante dai bestsellers alla Stephen King, ogni trama secondaria rispetto a tono e atmosfera, poco o nulla concesso a violenza e splatter. Un risultato che va oltre la somma dei suoi elementi, coinvolgendo il lettore nel ridiscutere le proprie scontate percezioni.

Oltre alla prosa di Edgar Allan Poe, una delle maggiori e dichiarate influenze letterarie è rappresentata dal primo e più sognante Lovecraft, quello de “La musica di Erich Zann”. Al maestro di Providence lo scrittore dedica alcune originali storie, sfuggendo agli abusati orpelli dei canonici “Miti di Cthulhu”. Fra le sue letture predilette o formative sono citati Borges e William Burroughs, a fronte di una prevalenza di nomi europei quali Nabokov, Cioran, Kafka, Bruno Schulz e anche il nostro Buzzati.

The Nightmare Factory, 1996, copertinaI suoi temi sono spesso quelli del sogno, un allucinato sfumare tra sfera onirica e tenebrose quotidianità. O della “conoscenza proibita” a disvelare i più inattesi e inquietanti aspetti dell’essere. Ricorrono immagini di simulacri animati, manichini e marionette, oscure ombre dell’inumano. E di ambienti in declino che trasfigurano nel surreale, in un’estetica del decadimento urbano ispirata all’autore dai quartieri abbandonati nella propria città natale.

Descritta come “profondamente nichilista” e velata di sarcastica misantropia, la visione di Thomas Ligotti rivela una realtà indistinta dall’incubo, un mondo in cui l’orrore è l’essenza stessa delle cose, percezione senza veli di un’esistenza incomprensibile e senza scopo. Una creazione forse persino “ostile” che si discosta dall’indifferenza cosmica dell’universo lovecraftiano. Una visione che alcuni accostano allo gnosticismo, un po’ alla maniera misticheggiante e paranoica dell’ultimo Philip K. Dick. Ma se il pensiero gnostico comunque contempla una divinità, al di sopra del caduto demiurgo creatore del presente e distorto mondo materiale, l’ateismo di Ligotti esclude invece ogni possibilità di “salvezza”.

Dopo la prima limitata edizione, Songs of a Dead Dreamer viene rivisto con l’aggiunta di qualche racconto e l’esclusione di altri fra i meno maturi, per essere pubblicato nel Regno Unito dalla Robinson nel 1989, e un anno più tardi negli Stati Uniti da Carroll & Graf, la quale fa pure uscire le raccolte Grimscribe: His Lives and Works nel 1991, Noctuary nel 1994, e The Nightmare Factory che nel 1996 riunisce in un corposo omnibus i tre titoli precedenti. The Agonizing Resurrection of Victor Frankenstein and Other Gothic Tales, nel 1994 presso la Silver Salamander Press, raccoglie una sorta di “esercizi di stile” in cui Ligotti rivisita, con alterni risultati, i luoghi comuni dell’horror classico.

In A Foreign Town, In A Foreign Land, book+CD, 1997, copertinaInizia nello stesso periodo la collaborazione con il gruppo musicale inglese dei Current 93 che gli dedica alcune canzoni di All the Pretty Little Horses, album del 1996 concluso da una ghost track nella quale lo stesso scrittore americano declama, attraverso il telefono, una poesia dal proprio racconto “Les Fleurs”. Del 1997 è In a Foreign Town, in a Foreign Land, un libro con CD allegato (o viceversa, secondo i punti di vista) in cui quattro racconti si accompagnano ad altrettante tracce musicali appositamente realizzate dai Current 93. Seguono I Have a Special Plan For This World (2000) e This Degenerate Little Town (2001), ove il sound del complesso britannico si fonde ai versi di Thomas Ligotti.

Nel 2002 appare My Work Is Not Yet Done: Three Tales of Corporate Horror, volume della Mythos Books che trova nella novella del titolo, premiata con il Bram Stoker Award, l’unico tentativo dell’autore verso la dimensione del romanzo. La vicenda inizia come una semplice storia di serial killer, la vendetta di un impiegato vittima di mobbing, sviluppandosi in ben altro incubo nel corso delle sue centocinquanta pagine.

Sideshow and Other Stories, fascicolo ancora a tiratura limitata, esce nel 2003 presso la Subterranean Press mentre altre edizioni sempre nell’ordine delle centinaia di copie sono pubblicate in Inghilterra dalla Durtro di David Tibet, leader dei Current 93. Tra queste Crampton (2003), una sceneggiatura scritta insieme a Brandon Trenz proposta (ma senza successo) per la serie televisiva X-Files, e i poemetti di Death Poems (2004), fino all’ultimo Teatro Grottesco nel 2006.

The Shadow at the Bottom of the World, 2005, copertinaDel 2005 è il tascabile The Shadow at the Bottom of the World diffuso dalla Cold Spring Press, ultimo fra i suoi libri ad avere vasta distribuzione di mercato, edito in seguito anche da Subterranean Press.

Un prossimo The Conspiracy Against the Human Race raccoglierà saggistica e interviste in un’ideale “summa” delle considerazioni ligottiane sull’horror. Una sua prima versione è stata offerta ai fans, per limitato periodo, liberamente scaricabile dal sito ufficiale www.ligotti.net.

Dal racconto “The Frolic” (1982) è tratto l’omonimo cortometraggio (disponibile in DVD) diretto nel 2007 da Jacob Cooney, storia di uno psichiatra ossessionato da un suo paziente del manicomio criminale, killer psicopatico le cui fantasie si sveleranno più realistiche e minacciose del previsto.

I racconti di Ligotti sono tradotti ovunque grazie anche ai contributi in famose antologie. Suoi volumi sono pubblicati in Grecia, in Spagna, e in Germania con edizioni illustrate da H.R. Giger. Soltanto briciole, dicevamo, in Italia. Per il mercato nostrano una raccolta di racconti horror non la si rischia davvero senza un nome di garantito successo.

In attesa di più coraggio (o incoscienza) editoriale, troviamo “L’ultima avventura di Alice” in In principio era il male (Mondadori 1990 e ’94), alienazione di una scrittrice fra suo mondo letterario e realtà. “Il grande festival delle maschere” in Paure eccellenti (Mondadori 1991), strana celebrazione carnevalesca distorta in surreale atmosfera. “La festa di Mirocaw” in Millemondiestate 92 (Mondadori 1992), in cui un antropologo scopre oscuri risvolti di una festività di provincia. “La perduta arte del tramonto” in Horror Story 13 (Garden 1992), originale variazione sul tema del vampirismo. “L’attrazione” in Horror: Il meglio (Nord 1994), un irreale cinema che attira lo spettatore nell’incubo. “Delle ombre e dell’oscurità” in 999 (Sperling 1999), ove una specie di “guru” trascina nel suo personale orrore i seguaci. “Il cuore del Conte Dracula, discendente di Attila, flagello di Dio” ne Il grande libro di Dracula (Newton 2000), esercizio stilistico sul più classico dei vampiri. E infine “Les Fleurs” sulla fanzine Hypnos (2007), in cui un uomo pare vivere differenti realtà eliminando le compagne con cui non può condividerle.

“L’angelo della Signora Rinaldi”, nel quarto numero di Necro, è un racconto del 1991 la cui versione originale si trova disponibile sul sito web dell’autore. La storia presenta alcune delle più tipiche tematiche ligottiane: la forza del sogno come estensione della realtà piuttosto che sua alternativa, entrambi aspetti di una stessa esistenza d’incubo, in un vicendevole compenetrarsi e confondersi oltre il velo dell’apparenza. Ampliate percezioni di quel supremo stato d’orrore che è la vita.

I canti di un sognatore morto, 2008, copertinaFin qui il testo introduttivo pubblicato nel novembre del 2007 – con il titolo di “Are you out there, Thomas Ligotti?” – a precedere la versione italiana di “Mrs. Rinaldi’s Angel” sul n. 4 della scomparsa rivista Necro. Diverse cose sono cambiate nel frattempo: Ligotti non è più così un “oggetto misteriososo” per gli appassionati italiani di weird horror, grazie anche alla sua presentazione su Hypnos n. 1 e allo stesso precedente articolo, già diffuso via web su In Tenebris Scriptus.

Un rinnovato interesse per l’autore arriva nel 2008, qui curiosamente in ambito fantascientifico con i racconti “Le vigilie di Natale della zia Elise”, pubblicato su Robot n. 54, e “L’ultimo banchetto di Arlecchino” (diversa traduzione de “La festa di Mirocaw”) sul n. 78 dell’antologico Nova Sf* della Elara Libri. E dallo stesso editore, finalmente, un primo intero volume dedicato: I canti di un sognatore morto (Songs of a Dead Dreamer), benché in edizione a circolazione limitata in quanto non distribuito in libreria. Sempre per Elara, non è da escludere una prossima versione italiana anche per Grimscribe.

Inoltre, arriva anche l’interesse del mondo dei comics: The Nightmare Factory Vol. 1 (2007) e The Nightmare Factory Vol. 2 (2008) sono due raccolte di graphic novels tratte dall’omonima raccolta, prodotte negli Stati Uniti dalla Fox Atomic Comics e distribuite da HarperCollins, con il primo volume che in Italia trova edizione presso Free Books nel 2008 come La fabbrica degli incubi. Nell’occasione, anche la radio nazionale finirà con l’occuparsi di Thomas Ligotti presentando l’uscita del fumetto, nel settembre dello stesso anno, nel corso del programma di Radio2 Dispenser.

Teatro grottesco, 2008, copertinaIn lingua inglese, alcune riedizioni americane e diverse ristampe in edizione economica dal Regno Unito rendono assai più ampia e accessibile la diffusione delle sue ultime raccolte Teatro Grottesco (Mythos Books, 2007; Virgin Books, 2008 e ’10) e My Work Is Not Yet Done (Virgin, 2009 e ’10).

Gli ultimi anni segnano un apparente abbandono della vena narrativa, se si escludono gli interventi – a volte drastici – di revisione dei suoi primi lavori di fiction in via di pubblicazione presso la Subterranean Press, in una serie di “definitive” riedizioni inaugurata nel 2010 con il volume d’esordio Songs of a Dead Dreamer, per proseguire nel 2011 con la versione finale di Grimscribe: His Lives and Works. Nel corso, sempre, del 2011 la Centipede Press ha inoltre in programma una riedizione dell’ormai raro The Agonizing Resurrection of Victor Frankenstein and Other Gothic Tales.

Un’allontanarsi dalla modalità espressiva del racconto che coincide con la lunga gestazione dell’ultima impegnativa ed estesa prova di saggistica, quel The Conspiracy Against the Human Race: A Contrivance of Horror (Hippocampus Press, 2010; ristampa paperback 2011), che mette a fuoco le pessimistiche speculazioni filosofiche alla base del pensiero e dell’opera letteraria di Ligotti.

Andrea Bonazzi