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domenica 5 giugno 2011

William Hope Hodgson sulla terraferma: investigatori dell’occulto e altri orrori

Articolo in tre parti. Vedi parte precedente.

William Hope Hodgson, fotoUna volta abbandonato il mare William Hope Hodgson, memore delle sue passate disavventure, deciderà di migliorare il proprio fisico rendendolo duro e scattante. Non contento, scriverà un manuale di cultura fisica e fonderà addirittura una palestra “per allenare lo spirito e i corpo”. Più avanti nel tempo e in un altro continente, uno smilzo, angariato e malaticcio Robert E. Howard deciderà di trasformare il proprio corpo in quello di uno dei suoi barbarici eroi d’età antidiluviana, come Conan e Kull di Valusia, e praticherà il pugilato. Destini simili, diverse fortune. Altre coincidenze? Hodgson moltiplica le sue prodezze atletiche tanto da meritarsi alcune pagine di ammirazione da parte del giornale locale, la sua palestra è piena, ma non basta, così il Nostro si improvvisa fotografo amatoriale. Non basta ancora: nella prima maturità, infine, decide di creare quei capolavori per i quali H.P. Lovecraft si dimostrerà entusiasta.

Sono gli anni della “Trilogia dell’Abisso”; due romanzi di cui abbiamo già parlato: The Boats of the Glen Carrig (Naufragio nell’ingoto) e The Ghost Pirates (I pirati fantasma), più uno ambientato sulla terraferma (per modo di dire), ovvero The House on the Borderland (La casa sull’abisso). In quest’ultimo, Hodgson sviluppa l’intuizione principale che sta alla base dei primi due, ma con potenza simbolica, se possibile, ancora maggiore. L’essere umano è come un edificio pieno di stanze, alcune luminose, altre avvolte dalle ombre, il cui tetto aspira alle altezze celesti ma le cui fondamenta sprofondano negli inferi, laddove attendono in agguato creature mostruose e brutali.

Fotografo istintivo e abile per inclinazione, Hodgson con questo romanzo immortala in alcune potenti immagini tutta la psicologia di Freud e Jung di là a venire. Il protagonista di questo lungo incubo abita con la sorella in una casa che esiste contemporaneamente in più dimensioni (“on the borderland” appunto, sul confine fra questo e altri mondi). Un giorno la sorella viene aggredita da alcune ributtanti creature porcine che paiono sorgere dagli immensi sotterranei della casa (un simbolo degli istinti primordiali repressi e deformati dalla ragione?) e i due sono costretti a difendersi con ogni mezzo dagli assalti di queste creature.

The House on the Borderland, versione a fumetti di Richard CorbenNelle pagine successive, l’incubo si tinge di metafisica. Il protagonista, mentre si ritrova al suo scrittoio a riordinare gli orribili fatti occorsi in tempi recenti, attraversa il tempo e lo spazio in quello che potrebbe essere definito uno stadio mistico-contemplativo indotto dalla natura della casa. Il tempo comincia a scorrere nelle due direzioni (passato e futuro) alternativamente. Al termine di questo viaggio, egli si ritrova all’interno di un’enorme arena circondata da statue mostruose, fra le quali campeggia una in particolare che ricorda ominosamente gli orribili esseri porcini contro i quali ha combattuto.

Infine, viene proiettato nello spazio profondo, laddove il potenziale di tutte le cose a venire è contenuto in sfere luminose “sulle quali si alternano facce orribili”. Lovecraft riprende queste e consimili visioni nel suo “The Dreams in the Witch House” (“I sogni nella casa stregata”), laddove la meditazione su alcune “geometrie non-euclidee” conduce il protagonista all’interno di una città aliena dalle forme folli e incomprensibili.

Ma c’è di più: Hodgson rivela in questi squarci visionari una non comune preparazione in dottrine occulte. La meditazione con conseguente viaggio astrale del protagonista ricorda molto da vicino certe pratiche magiche in uso nei circoli occultistici dell’epoca, mentre la visione delle sfere rimanda alle strutture occulte della Cabala ebraica. Era convinzione comune, fra gli occultisti occidentali e fin dal medioevo, che il processo attraverso il quale Dio ha creato il mondo potesse essere riassunto e schematizzato mediante la raffigurazione di un numero variabile di sfere (da dodici a diciannove) rappresentanti ciascuna una “Potestà” o un attributo della divinità. Tali sfere venivano chiamate nell’occultismo ebraico “Sephiroth” (probabilmente una contrazione spuria dal greco “sphairos”, sfera appunto).

The House on the Borderland, 1921, copertinaD’altro canto, ciascuna di queste sfere o potestà includeva un suo opposto speculare, una “sfera d’ombra” racchiudente le scorie della creazione, gli esperimenti scartati da Dio al momento di creare il mondo oppure, in linguaggio psicologico, il “rimosso” freudiano. Tali sfere speculari venivano denominate invece “Qlippoth” o “Quelippoth”, in aramaico “sudiciume”. Al tempo di Hodgson, alcuni occultisti (fra i quali l’onnipresente Aleister Crowley) ritenevano che così come si potesse “salire” attraverso le Sephiroth all’intelligenza “Prima” di Dio, giungendo a entrare in comunicazione con la mente stessa del Creatore, allo stesso modo fosse possibile “regredire” o “discendere” verso il “ventre” di Dio, passando attraverso le sue feci ossia “Quelippoth”, le sfere demoniache rappresentanti l’ombra della creazione.

Non è provata né documentabile l’affiliazione di Hodgson a suddetti circoli massonico-occultistici quali, per esempio, la Golden Dawn di S.L. MacGregor Mathers o la “Societas Rosicruciana in Anglia” di A.E. Waite, fatto sta che il Nostro, all’interno di The House on the Borderland, sta evidentemente sviluppando in maniera creativa suddette teorie. Il suo è un racconto di “regressione” all’“Ombra” Junghiana, molto prima che il pensiero dello psicologo svizzero coniasse il termine specifico per la disciplina in questione, regressione verso il rimosso o l’istinto bestiale primordiale che avviene prima per l’essere umano in particolare, tipizzato dal protagonista, poi illustrato per l’intera Creazione attraverso i gusci “pieni di infamia” delle Quelippoth. Così come il futuro fa un balzo in avanti nella mente di Dio, allo stesso modo il passato regredisce alla bestia immonda che soggiace a qualsiasi sforzo civilizzatore. Sotto la luce dei “piani alti” sta la tenebra delle fondamenta, dove le creature porcine stanno in agguato.

Occorrerà riportare che il tema della regressione allo stato bestiale percorre tutta la letteratura inglese più originale del periodo; da The Time Machine (La macchina del tempo) di Herbert George Wells, con la sua suddivisione sociale in evoluti “Eloi” (termine che ricorda gli “Elohim”, angeli della tradizione ebraica) e bestiali “Morlocks”, passando attraverso il Dr. Jekill and Mr. Hyde di R.L. Stevenson per sfociare in “The Great God Pan” (“Il grande dio Pan”) di Arthur Machen. Tuttavia va a Hodgson il merito di aver esteso su scala cosmica il tema della regressione, lezione che Lovecraft non dimenticherà.

Carnacki the Ghost Finder, 1920, copertinaDopo la stesura di The House on the Borderland l’Occulto non cessa di affascinare Hodgson, né deve stupire trattandosi di una personalità come la sua, attratta dal fascino dell’Ignoto e per di più talmente eclettica da essere capace di spaziare dalla marineria alla fotografia. Le avventure di Carnacki the Ghost Finder (Carnacki, cacciatore di spettri) riprendono e sviluppano tali interessi, inserendosi nel solco delle avventure “poliziesche” e di investigazione del ben più famoso Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle. Il Carnacki di Hodgson è uno dei suoi tanti alter ego letterari, una simpatica figura di “Investigatore dell’Occulto” che affronta demoni e creature dell’Altrove armato di profonde conoscenze esoteriche e di un robusto apparato scientifico al passo coi tempi. Nel racconto “The Hog” (“Il verro”) Carnacki si oppone ai tormenti inflitti a un suo cliente da un demone dalle ennesime fattezze porcine, “isolando” la sua malefica manifestazione all’interno di un pentacolo elettrico a vari colori anticipando, forse, i venturi esperimenti con la luce al neon.

Le suddivisioni che Hodgson-Carnacki opera fra Entità “Aeiirii”, meno pericolose, ed Entità “Saiitii” estremamente letali costituisce una strizzata d’occhio al gergo occulto di certe conventicole esoteriche, punte di humor che Lovecraft applicherà puntualmente nei suoi racconti, né va ignorata la fortuna che certe commistioni fra scienza empirica e soprannaturale avranno nella letteratura successiva di genere, basti pensare al già citato “The Dreams in the Witch House”.

[Continua]

Mariano D’Anza

mercoledì 23 febbraio 2011

Matthew Phipps Shiel, “Il Mago rivestito di luci”: II

Articolo in due parti: vedi parte I.

Matthew Phipps Shiel, foto“Il Gran Maestro della Rosa” è invece una variazione su “The Cask of Amontillado”, racconto “di vendetta” di Poe. Nel racconto di Matthew Phipps Shiel i due protagonisti sono uno scrittore parvenu e un membro della “Società bene” londinese. Il primo è interessato sia alla sorella del secondo, benché sposato, sia al fatto che questi appartenga a una società “segretissima” chiamata “Gli amici della Rosa”. Crooks, lo scrittore, cerca inutilmente di saperne di più ottenendo in cambio soltanto informazioni nebulose, fin quando non riesce a sedurre la sorella dell’iniziato rovinandone la reputazione. A quel punto giungerà a vedere ciò che voleva vedere, anche se sotto un punto di vista particolarmente drammatico, come era facile immaginare. La descrizione di Smyth (l’iniziato), gentiluomo cockney (“come Charles Lamb”, precisa Shiel), abitudinario, gelido e laconico, colto nell’atto di invocare probabilmente una Entità poderosa che “si prenda cura” del seduttore Crooks, è semplicemente magistrale:

“Ma ciò che fece gelare il sangue di Crooks fu l’orrida vista delle danze e delle preghiere di Smyth, coperto dal manto, dietro il candeliere, che si comportava come uno che facesse un incantesimo, la testa rovesciata all’indietro, lo sguardo in alto, gli occhiali sul naso! Ma a quale arcano linguaggio Caldeo apparteneva quel pregare Moloch e Baal, in modo che la sua lingua sembrava belare e gemere? Crooks conosceva qualche linguaggio: ma questo non somigliava a niente di noto… E poi, quell’agitarsi, quel fandango di mani e gambe, che continuava con le preghiere, come uno stregone in trance, nel cuore della danza, nella terra delle tarantole… Un esempio di Stregoneria antica, come le orge illuminate dalle torce di Sheba e dell’Egitto…”

La scena non doveva essere lontana da ciò che realmente accadeva nella Londra contemporanea di Shiel. Riporta Israel Regardie (uno dei biografi di Crowley) che MacGregor Mathers, fondatore della setta della Golden Dawn, allo scopo di maledire i suoi nemici non esitava a vestirsi con tuniche colorate in pubblico, recarsi agli incroci e colà esibirsi in danze estatiche, scuotendo una buccina piena di fagioli rinsecchiti e invocando Seth e il Titano Tifone.

La nostra simpatia va istintivamente allo stregone Smyth piuttosto che al fedifrago Crooks, fatto perlomeno curioso se pensiamo che in vita Shiel fu più un avatar del secondo che non del primo. Risale infatti al 1914-1916 quel processo che getterà un ombra particolarmente inquietante sulla già movimentata biografia di Shiel: lo scrittore viene accusato di “indecent assault” e “carnally knowledge” ai danni della dodicenne (dodici anni e cinque mesi, a essere più precisi) Dorothy Sircar. Illustrata in questi termini nudi e crudi la vicenda appare agghiacciante, ma per comprendere meglio cosa sia successo bisogna, innanzitutto, operare quella riflessione adottata dalla biografa di Shiel, Kirsten Mac Leod, sul ruolo della donna in età Vittoriana ed Edoardiana.

Matthew Phipps & Carolina Shiel, 1901Fino a tutto il 1700 in Inghilterra non era per nulla inusuale permettere l’esistenza di “spose-bambine”, e in effetti l’età in cui si considerava una donna in età da marito era dai tredici anni in su. Ciò naturalmente generava in uomini e donne una concezione diversa dell’erotismo, che adesso ci farebbe inorridire e di cui basterà citare l’esempio di Lewis Carroll, che appare attualmente il caso più scandaloso. Nel 1885, invece, fa la sua definitiva comparsa il Criminal Law Amendment Act, che sancisce la condanna dell’omosessualità e sposta l’età in cui una donna è considerata “donna a tutti gli effetti” dai tredici anni ai sedici. Le ragioni di un simile atto vanno ricercate in più direzioni: da una parte si fa strada fra le coscienze una concezione dell’infanzia come “territorio protetto”, veicolata dalle idee freudiane che prenderanno definitivamente piede a metà del ’900 (ai tempi dell’Amendment era ben conosciuto il volume Physiology of LoveLa fisiologia dellamore, 1873 – dell’italiano Paolo Mantegazza), dall’altra una certa forma di puritanesimo che vede con disgusto la “promiscuità” dimostrata sul lavoro da parte di quella middle-up-class di stampo proletario e impiegatizio, che tanto fa arricciare il naso alla “Società bene” londinese. Questa parte di critica ovviamente ignora, o finge di ignorare, il fatto che molte donne “proletarie” cominciano nel 1800 a lavorare in età molto giovane, conseguenza diretta della seconda Rivoluzione Industriale. Ciò che disgusta è appunto la promiscuità “di genere” che vede nelle fabbriche l’uomo e la donna lavorare a stretto contatto. Naturalmente una parte “illuminata” vede giustamente un allarme che concerne la sfera dell’affetto, del sesso e della crescita nel permettere alle donne di sposarsi in età così precoce.

Da questo punto di vista, la lettera che Shiel scrisse a mo’ di autodifesa non giocò a suo favore. In essa egli fa l’elogio dei costumi orientali e soprattutto indiani (la tredicenne Dorothy Sircar era infatti indiana da parte di madre); protesta la sua innocenza riguardo all’età, da lui considerata fino all’ultimo come “quella giusta” (ma va ricordato che l’accusa parla di “assault” oltre che di “carnal knowledge”, e che Shiel mai fa menzione di alcun consentimento da parte di Dorothy) e cita a esempio di “spose bambine” illustri i casi delle madri rispettivamente di Napoleone Bonaparte e di Warren Hastings. Peccato che tutte e due gli esempi in questione morirono tragicamente di parto, una delle critiche più feroci e attente vedeva infatti nelle tragiche e dolorose morti di partorienti infantili l’argomento principale per far sì che la soglia di età venisse alzata.

Shiel era inoltre un frequentatore abituale di bettole e locali notturni, considerati all’epoca come focolai di vizio e lussuria. Lo scrittore rivolgeva le sue attenzioni al sesso femminile persino per strada, con battute scherzose e frasi galanti (quelli che in lingua spagnola, alla quale Shiel si troverà sempre vicino, si chiamerebbero, “piropos”). Non solo, ma per attirare l’attenzione usciva la sera per le strade di Londra completamente addobbato di luci colorate, a mo’ di bizzarro albero di Natale (da qui l’epiteto “Mago rivestito di luci”), altra mossa poco saggia dal momento che le strade erano malviste dall’opinione comune e considerate come “istigatrici di ogni perversione”.

A questo dobbiamo inoltre aggiungere la palese infedeltà dello scrittore il quale, al tempo dei fatti concernenti Dorothy Sircar (che per inciso era la sua figliastra), si trovava impelagato in un’altra relazione, sia con un’altra donna sia con Lydia Furley, ammiratrice e, dopo il processo, sua nuova consorte. Alla fine Shiel verrà condannato a sedici mesi di reclusione da scontare “hard working”, e possiamo ben ritenere che tanto male non gli andò, se pensiamo che la condanna per omosessualità ai danni di Oscar Wilde, suo contemporaneo, costò all’autore irlandese l’equivalente di un esilio sociale.

The Purple Cloud, 1973, copertinaInutile rimarcare che l’odio di M.P. Shiel per “l’uomo inglese occidentale”, già abbastanza marcato prima del processo, raggiungerà in seguito livelli di virtuosismo impressionanti. La sua attrazione verso i costumi orientali, che Shiel insiste nell’attribuire alle sue origini in parte indiane, trova ampio spazio nella sua narrativa. Basti pensare alla scena da The Purple Cloud nella quale il protagonista, osservando lo sfacelo della morte e della distruzione universalmente presente intorno a lui in una Londra oramai spopolata e distrutta [sic], afferma: “L’incongruenza dell’abbigliamento europeo che indossavo era ormai diventata ai miei occhi quasi un insulto o una burla; così per prima cosa mi diressi verso il solo posto dove ero sicuro di trovare vestiti degni di essere indossati da un uomo, l’Ambasciata turca in Bryanston Square”. Più avanti descriverà estesamente il proprio abbigliamento: “[…] già i miei capelli scendono lungo la schiena raccolta in oliata treccia; la mia barba profumata proietta le sue due punte divergenti verso le mie costole; invece di pantaloni porto l’Izar, cioè un paio di calzoni di tessuto yeomani, simile al cotone, a strisce gialle; sul corpo porto un camicia, o quamis, di seta bianca, che mi arriva fino ai polpacci […]”. E prosege per altre quindici righe.

L’attrazione per amanti-bambine fiere nemiche della “morale comune” (abbiamo oramai compreso in che senso) si ripresenta in molte opere successive dello scrittore, ma assume risvolti inquietanti nei suoi racconti gotici. Nel racconto “La moglie di Huguenin” terrorizza sia la trasformazione finale della strega sia il fatto della “reversibilità”. Data la precoce età con la quale le fanciulle si sposavano, era prassi comune che il marito, a volte molto più anziano, facesse sia da “padre” che da “iniziatore sessuale” alla giovane sposa: in questo racconto invece avviene il contrario, in quanto è l’incantatrice greca a iniziare sessualmente il marito più giovane e a causarne la rovina, è il “Femminino” notturno e satanico di puro stampo decadentista a generare terrore e raccapriccio.

Questo misto di percezioni che vede la donna sia come “preda sessuale” sia come “maga oscura” e porta iniziatica verso un sapere oscuro, sorta di “Ianua Coeli” al contrario in senso “catabatico”, avrà incredibile fortuna, basti pensare alle innumerevoli “donne scarlatte” di quell’altro personaggio controverso, anch’egli inziato alla Golden Dawn, che fu l’immancabile Aleister Crowley.

Poco prima del processo Shiel aveva raggiunto una certa notorietà, sia con il suo “The Yellow Peril”, antesignano del più famoso Fu Manchu di Sax Rohmer, sia con una trilogia di romanzi che a buon diritto si può definire come il primo esercizio stilistico in assoluto di Weird fiction catastrofica, in ordine di apparizione Lord of the Sea, The Purple Cloud e The Last Miracle.

La nube purpurea, 1967, copertinaSu La Nube Purpurea già è stato scritto talmente tanto, e di buona qualità, che mi limiterò qui a segnalare alcuni punti notevoli, utili a chi volesse per la prima volta accostarsi a quello che oramai dovrebbe essere riconosciuto come un capolavoro assoluto della narrativa mondiale. La trama descrive sostanzialmente le vicissitudini di un novello Adamo che, tentato dalla sua Eva, causa la distruzione completa di ogni forma di vita umana sulla Terra, e così facendo diviene responsabile del suo susseguente ripopolamento. È possibile concepire qualcosa di lontanamente paragonabile a questa grandiosa forma di megalomania letteraria? Una volta giunto nuovamente in Inghilterra, a catastrofe avvenuta, il protagonista (chiamato per l’appunto “Adam”) si trova davanti a uno scenario di morte e devastazione senza pari. Un’isola, un continente, un Mondo ricoperto di cadaveri olezzanti di pesco, conseguenza delle nefaste attività della “nube” il cui odore, paradossalmente, conserva i cadaveri in una mummificazione perpetua che impedisce loro di imputridirsi.

Questa è la descrizione di ciò che Adam rinviene in una Villa abbandonata: “[…] in una piccola camera da letto semibuia dell’ala nord vidi una signora alta, con un servo, o forse un boscaiolo, abbracciati su un divano, e lei portava un diadema sulla fronte, e i loro denti senza labbra erano ancora avidamente congiunti […]”. In un altro passo, le paranoie del protagonista circondato dai cadaveri di milioni di suoi simili proiettano su di essi, in un eccesso di comica simpatia, gli stessi sentimenti che generavano in vita, come in questo passo: “[…] là dentro, c’era soltanto una vecchia signora, in una cappella a sud del coro, che non mi ispirava fiducia; e lì rimasi sdraiato ad ascoltare, perché tutto sommato non dormii quasi niente, mentre sopra la mia testa vociavano i megafoni dell’immensa tempesta”.

Una volta giunto a Londra, Adam trova rifugio nell’ufficio di un giornale, ma non riesce a dormire in quanto avverte la presenza di milioni e milioni di fantasmi, spettri di un mondo consegnato alla morte e tutti in collera con lui a causa del suo gesto (paranoia, o sensazioni più sottili?): “Quell’immagine letale di dita fredde e morte, mi sembrava vederla davanti a me, l’insipidezza delle lingue morte, il broncio delle labbra degli annegati e le spume svaporate che le orlano; finché il mio corpo non divenne madido, come bagnato dalle acque di scolo degli obitori, e dai sudori che i cadaveri traspirano, e dalla lacrima nauseante che si ferma sulle gote dei morti: perché, che può fare un unico insignificante uomo, avvolto nella sua veste di carne, davanti a moltitudini ed eserciti di disincarnati, solo tra tutti loro, e in nessun luogo un altro, un suo pari, a cui chiedere aiuto contro di loro?”

C’è pure spazio per un omaggio ironicamente postumo ad Arthur Machen, rappresentato dalla scena nella quale Adam trova la sua casa in Cornovaglia, per caso, e ne rinviene il cadavere seduto alla scrivania nell’atto di fissare su carta gli ultimi versi poetici dell’umanità: “Avevo trovato sulla scrivania di Machen un bel quaderno dalla copertina morbida, con un disegno di macchie rosse e gialle, e su questo quaderno, chiuso per molti giorni nel piccolo studio della torretta, scrissi questa relazione di ciò che è successo; e penso che continuerò a farlo, perché mi procura conforto e compagnia”. Ce n’è abbastanza, ritengo, anche per i più scettici.

Bibliografia di M.P. Shiel in italiano:
La nube purpurea, Adelphi, 1967 (ristampa, 1991)
L'isola degli inganni, Serra & Riva, 1979
Il principe Zaleski, Sellerio Editore, 1986
Xelucha e altri racconti, Fanucci, 1989

Sulla Golden Dawn vedasi: Israel Regardie, La magia della Golden Dawn, Edizioni Mediterranee, 1995
Alcuni inediti in Italia di Shiel si trovano
online e in lingua inglese sulle pagine web del Project Gutenberg.

Mariano D’Anza

lunedì 21 febbraio 2011

Matthew Phipps Shiel, “Il Mago rivestito di luci”: I

Articolo in due parti.

Matthew Phipps Shiel, fotoMatthew Phipps Shiell (dopo il suo arrivo a Londra si deciderà per l’ablazione della seconda “l” per motivi “di penna”) occupa un posto di tutto rispetto sia all’interno del genere gotico, sia in quanto “padre” della Science fiction “apocalittica” o post-catastrofista. Quando nel lontano 1967 Rodolfo Wilcock scrisse la sua presentazione a “The Purple Cloud”, lo fece in termini entusiastici, in piena linea con le sue premesse “scapigliate”: “Che La nube purpurea, pubblicata nel 1901, sia un capolavoro, continuamente più riuscito e trascendente di un qualsiasi romanzo di Emile Zola – per nominare a caso un grande famoso sull’orlo del secolo – sembra non solo accertabile in sede di lettura, ma anche dimostrabile in sede critica […]”.

Di fronte a tale affermazione non possiamo che dirci d’accordo, ma prima di passare a una disamina più approfondita del “fenomeno nube-purpurea” sarà bene fare luce su certi aspetti poco esplorati dello Shiel scrittore (in casi come il suo la differenza fra arte e vita diventa molto labile, per non dire quasi indistinguibile).

Matthew Phipps Shiel nasce nell’isola indiana di Montserrat, colonia dell’Impero britannico la cui economia si basava, all’epoca, sull’importazione di manodopera schiavistica da impiegare in piantagioni di canna da zucchero gestite in larga parte da emigranti (spesso forzati) di origine irlandese. Il futuro scrittore fu appunto figlio di madre indiana e di padre irlandese, proprietario navale nonché pastore metodista. Dopo il periodo di istruzione primaria e secondaria trascorso alle Barbados, il giovane Shiel si sente pronto per l’approdo a Londra, dove tenterà la sua carriera letteraria.

Con una immaginazione che tutti i suoi critici sono concordi nel definire “debordante” e gusti di impronta sibaritica già praticamente “in toto” sviluppati, il Nostro si appresta con entusiasmo a occupare il suo posto all’interno di quell’ambiente dandy e decadente che la temperie culturale degli inizi del novecento imponeva. Praticamente contemporaneo di Oscar Wilde, possedeva il suo stesso gusto per la stravaganza e per l’eccesso, elementi che non risparmia sia all’interno dei suoi racconti sul Principe Zaleski (meritevoli di aver dato al genere poliziesco una nuova, poderosa spinta in avanti), sia all’interno della sua narrativa palesemente “gotica”.

Prince Zaleski, 1895, frontespizio di Aubrey BeardsleyNonostante lo “high cost of living” londinese l’obblighi a esercitare il ruolo di insegnante di grammatica per ragazzi, egli riesce a inserirsi in qualità di traduttore per il noto mensile The Strand dove traduce, fra gli altri, i Contes cruels di Villiers de l’Isle-Adam, operazione che lo mette a contatto sia con il decadentismo “continentale” sia con quello che sarà uno dei suoi più importanti mentori stilistici, Edgar Allan Poe, di cui lo stesso de l’Isle-Adam era appassionato ammiratore.

Nel 1896, Shiel pubblica per John Lane un volumetto contenente le storie del Principe Zaleski, con un frontespizio illustrato da Aubrey Beardsley per la prestigiosa serie “Keynotes”. La conoscenza di Lane, editore in contatto con le personalità artistiche più di spicco nella Londra di inizio secolo, è importante per Shiel che acquista familiarità con scrittori quali Richard Le Gallienne, Lionel Johnson e un giovane Arthur Machen, anche lui di fresco approdo a Londra.

Approssimativamente in questo periodo possiamo far risalire l’adesione di Shiel alla Golden Dawn, forse per tramite dello stesso Machen, di cui il Nostro resterà amico fraterno. Se Blackwood e Machen videro nella Golden Dawn un’occasione per sviluppare il loro proprio personale percorso mistico, Shiel vi trovò immediatamente lo specchio della sua propria concezione della magia come “anti-scienza” in senso provocatorio, anti-progressista e soprattutto anti-britannico, rimanendo probabilmente impressionato dalla sontuosità e dal barocchismo dei rituali di magia cerimoniale esibiti da S.L. MacGregor Mathers.

In questo si rivelò adepto speculare al francese Joséphin Péladan, che iniziato anch’esso alla Massoneria dal più sobrio Stanislas de Guaita, ne adotterà in pieno l’aspetto più ritualmente appariscente, fondando un “salotto esoterico” e facendosi chiamare “Sar” (“principe” in lingua persiana) Péladan. La magia per Shiel si presenta come l’aspetto più oscuro e “lunare” del Mondo, legata ai misteri del sesso e alla dicotomia tanto in auge durante il decadentismo, di “Eros kai Thanatos”, avvicinandosi in questo a quell’altro decadentista impenitente che fu il giovane Aleister Crowley.

Shapes in the Fire, 1896, frontespizioLa sua raccolta di racconti gotici più conosciuta, Shapes in the Fire (ristampata come Xelucha and Others dall’editrice statunitense Arkham House, con l’inserimento aggiuntivo di alcuni racconti tratti da altre antologie) costituisce, fondamentalmente, una riproposizione di temi tipici della narrativa di Edgar Allan Poe arricchiti da spunti esoterici, commistione che rivela un’indubbia originalità di fondo.

“Xelucha” è un racconto tutto incentrato sulla figura dell’“Eterno Femminino” inteso in chiave ambigua e mortifera in puro stile decadentista, e si può leggere come una variazione sul tema delle “morte affascinanti” di Poe; Eleonora, Ligeia e Morella, ma con in più una forte componente “messianica” che non trova eguali nella tematica decadentista del tempo, ma che troverà uno stuolo di imitatori in quella successiva.

Xelucha è una donna “totale”, una manifestazione del Divino inteso nella sua veste più feroce e “dionisiaca”. La sua presenza trasforma le strade della filistea Londra (tema preferito di Shiel, che successivamente la chiamerà direttamente “città di birrai”) in un “baccanale di luci”. Le metafore si susseguono vertiginosamente: Xelucha viene paragonata a una stella (quella di Betlemme? Siamo di fronte a una Natività in chiave femminile?), una iniziatrice di misteri, una sacerdotessa, addirittura una Dea. Assume anche tratti vampirici che la avvicinano alla Helen Vaughan del macheniano “The Great God Pan”, dal momento che anima di una vita oscura e parassitaria un amico del narratore ridotto, dopo la partenza di Xelucha “in Oriente”, a nient’altro che “una larva priva di vita”.

Xelucha decide di partire, appunto, “per dominare l’Oriente” (ossessione onnipresente di Shiel che mai mancherà di rimarcare la sua estraneità al tipo dell’inglese medio, ribadendo fino alla nausea le sue origini indiane), ma laggiù è preda di una malattia che la consuma, anche se “voci” dicono “che Ella non è morta”. Oppresso da una debolezza tutta dandy, una sera il narratore si ritrova a meditare stancamente su di una terrazza e viene avvicinato da una donna di bassa statura, di grande bellezza e fascino. Shiel insiste sul suo seno prosperoso non solo mosso da una spiccata sensualità, che pure egli propugnava candidamente, quanto per ricalcare la mano sugli attributi numinosi della prosperità che è propria delle Dee antiche.

La donna riconosce in lui “un Compagno” e lo guida con sé attraverso una Londra oscura e diafana. I due giungono infine in una casa “arredata secondo il gusto orientale più sfrenato”, vi si avvicendano lampade di diaspro e incensieri accesi, tovaglie di velluto e treppiedi; vi fa da contrasto solo una semplice bottiglia contenente “vino nero”, forse il “Vinum Sabbati” della conoscenza dionisiaca che riduce uno dei protagonisti di Machen a un’orribile larva pre-adamitica. Colà, la strana donna intavola una discussione con il protagonista, mettendone alla berlina le convinzioni borghesi, il “senso comune” anti-iniziatico del quale Shiel si professerà sempre nemico con attitudini gigionesche tipiche della temperie culturale della quale si sentiva figlio, ed erede a tutti gli effetti.

Xelucha and Others, 1975, copertinaLa donna parla del culto del fuoco dei sabei (una popolazione minoritaria dell’Iraq del nord, considerata discendente degli antichi babilonesi e tutt’ora esistente), il fuoco della “Ekpyrosis”, la grande conflagrazione apocalittica professata dagli stoici nel tardo impero romano, influenzati da dottrine orientali. Il senso comune che la donna mette alla berlina è la cecità di un mondo debole, incapace di abbracciare la morte, la larva in decomposizione che cela in sé la fiamma dell’Apocatastasi finale, l’incendio dell’Universo che “immetterà vino nuovo in botti vecchie”. I suoi discorsi insistono su immagini macabre: un consesso di morti in una tomba norvegese, le teste delle mummie poggiate sulle ginocchia consumate, il suono dei denti che attraversano la carne ammuffita per ticchettare sui pavimenti di pietra come perle cadute.

Il protagonista prova a scacciare tali fantasie macabre dalla testa di quella che crede solo una sua eccentrica, prossima conquista, invitandola a libare con lui all’amore, ma la donna lo schernisce, forse con lo scherno dell’Iniziato superiore che “porta in sé l’ebbrezza” e non ha bisogno, dunque di stimoli interni. Infine, sconfitto, il narratore cede e in un momento di spossatezza crede di riconoscere in lei la scomparsa Xelucha, per esserne di nuovo schernito: “Pazzo, Ella è morta, il colera la prese. Il morbo consumò la carne della sua guancia fino ai denti”. La Donna parla di una vita oltre la morte, parla di una corruzione universale che, una volta giunta al suo parossismo, trasformerà il mondo, ma il protagonista cede e cade svenuto. Al suo risveglio si ritroverà in un sudicio appartamento, vuoto e polveroso. Unico resto della sua folle notte, una bottiglia di vino per metà vuota.

Per tutto il racconto, peraltro breve, si respira un’aria di abbandono e malattia e al tempo stesso, per contrasto, un’atmosfera di vibrante eccitazione suggerita da immagini di potente sensualità. In “Xelucha” si rimane catturati da una terribile ambiguità che nasconde il messianismo nella follia e viceversa. Come non pensare dunque al “Riparatore di reputazioni” di R. W. Chambers di cui questo racconto è chiaramente ispiratore? In Chambers viene rappresentata la stessa aria messianica, c’è tutta la follia del fanatismo apocalittico incarnata nella figura dell’“Imperatore d’America”. In “The Yellow Sign”, inoltre, rimane immutata tutta l’insistenza su fantasie di morte di “Xelucha” (Il custode del cimitero “che somiglia a un grasso verme”, etc.) mentre l’attesa di una Rivelazione apocalittica rimane sempre in agguato, stavolta sotto forma di un terribile libro.

Insomma, non ci vuole una grande immaginazione per riconoscere che fra le scollature ubertose di Xelucha fanno già capolino gli stracci polverosi de “Il Re in Giallo”, anche loro annunciatori di una prossima Apocalisse. H.P. Lovecraft parlerà più in là di un “Mago”, Nyarlatothep, anch’egli proveniente dall’Oriente, anch’egli un facitore di miracoli (la morte verrà con lui), mentre Clark Ashton Smith rappresenterà tutta una serie di terribili incantatrici e vampire da “Morthylla” a “L’Incantatrice di Sylaire”, tutte caratterizzate da una carnagione “vicina al pallore della morte” (Xelucha è prosperosa ma “circonfusa da una luce bianca e diafana”) e manifestantesi tutte in prossimità di una catastrofe imminente.

Xelucha, 1989, copertina italianaIn pratica, questo racconto di Shiel è la dimostrazione più lampante del fatto che considerare la sua produzione “gotica” come meramente tributaria di Poe, operazione che David Punter implicitamente suggerisce, è ipotesi riduttiva e quanto meno azzardata. In Edgar Allan Poe, “abbracciare la morte” non supera il livello della fantasia macabra (sicuramente suggerita dalla morte prematura della sua adorata Virginia), mentre in Shiel assume proporzioni cosmiche, un buon preludio ai fasti de La nube purpurea.

“The House of Sounds” (osannato da Lovecraft) è una originale variazione su “La caduta della casa degli Usher” di Poe. Qui, la prima cosa che si nota è una sorta di cameratismo che intercorre fra i due protagonisti, elemento che in Poe sussiste solo in potenza mentre il resto della narrazione è un vero e proprio prodigio stilistico. Il rumore onnipresente della cateratta è un geniale escamotage di Shiel, in un ambiente dove l’udito è cancellato la comunicazione si fa impossibile; dovrà dunque per forza essere di tipo visivo, e qui la prosa di Shiel, che definire “scoppiettante” è dire poco, è al suo meglio.

La casa è letteralmente “assediata” dal ruggito della cateratta, simbolo della Realtà, giornalmente erosa dall’attacco della follia come la mente dei protagonisti. Per reazione, la casa squaderna la propria risposta spaziale a ciò che spazio non possiede, né dimensioni: il suono. I piani si avvicendano ai piani, le stanze alle stanze, le superfici di vetro alle superfici, nel patetico tentativo di riflettere qualcosa di diverso dalla propria bruciante ossessione. La reiterazione delle parole “rumore” e “frastuono” è talmente ossessiva che il lettore non potrà evitare di cominciare a sentire la lontana eco di un boato… e l’invitabile finale non si farà attendere.

In “L’oscuro destino di un certo Saul” Shiel si cimenta invece con “l’assenza” di luce, non perdendo ugualmente nulla in vivacità. Un naufrago viene gettato in mare, chiuso in una botte, per approdare in una caverna sottomarina dove regnano le tenebre, variazione stavolta sul Gordon Pym dello scrittore di Boston. All’inizio il naufrago lamenta la sua condizione meschina, ma un pensiero religioso illumina il racconto di una luce oscura: “Se salgo sù, in Paradiso, Lui (leggi: Dio) è lì; se faccio il mio letto nell’Inferno, Lui è là; se prendo il volo di mattina e mi fermo nella zona più lontana dell’Oceano anche lì troverò la Sua mano che guiderà il mio cammino. Anche lì la Sua mano destra mi sosterrà”.

Questo diventa la stura ironica e crudele di Shiel per “mettere alla prova” il suo protagonista. Il signor Saul trova la maniera di fare luce usando dei papiri, ma il suo è un mondo immerso nelle tenebre, laghi sotterranei enormi si spalancano nell’abisso, isole solitarie e tunnel. L’ironia antisociale di Shiel si scatena anche qui: il protagonista trova delle radici di mescalina e comincia ad assumerle quotidianamente (la droga, come pure il sesso, sono elementi chiave nella narrativa di Shiel). L’uso della pianta psicotropa, unita alla percezione costante di un mondo oscuro, apre nella mente del protagonista una “visione notturna” da intendersi forse in senso iniziatico, contrapposta a quella “diurna” della sua vita passata in superficie. Il suo Dio diviene un Dio sotterraneo e Ctonio, il suo avatar, una Creatura Mostruosa che vive nelle acque, dalla forma vagamente antropomorfa, gli occhi ciechi, la bocca aperta in un urlo immane e silenzioso (forse un antenato del “Dagon” di Lovecraft?), visione inquietante e spaventosa forse indotta dall’uso della droga e dalle riflessioni religiose del signor Saul. O forse no?

[Continua]

Mariano D’Anza

mercoledì 2 febbraio 2011

Algernon Blackwood, fra genere gotico e occultismo

Algernon Blackwood, 1916, fotoAltro sognatore “scientifico” fu l’illustre figlio della Duchessa di Manchester, Algernon Blackwood. Come spesso era solito accadere nell’Inghilterra agli inizi del ventesimo secolo il padre del Nostro, un alto funzionario del Ministero delle Poste Britanniche, aderisce a una setta fondamentalista di stampo calvinista (quasi la stessa occorrenza toccata in sorte ad Aleister Crowley), condannando così il figlio a una carriera che è facile prevedere. Il giovane Algernon dimostrò subito una capacità di sopportazione molto limitata, tratto distintivo di ogni buon sognatore individualista che si rispetti, ma in particolare nei riguardi di una Divinità che condanna o perdona aprioristicamente.

Al termine di una esperienza di soggiorno e studio in Moravia, voluta dai genitori allo scopo di far apprendere al figlio il tedesco, lingua utile al commercio, il giovane Algernon deciderà ribellarsi alla religione dei suoi genitori mediante lo studio delle dottrine occulte, dell’ipnotismo e dei Veda. Successivamente, il Nostro viene inviato in una fattoria in Canada a curare alcuni affari di famiglia, esperienza che si rivelerà fallimentare. Lo vediamo tornare in un secondo momento e nello stesso luogo, ma per passare un lungo periodo nei boschi ancora parzialmente inesplorati di quelle regioni, in completo ritiro dal mondo e a “scopo di studio”, esperienza dalla quale Blackwood trarrà i suoi migliori “Camp Tales” (uno fra tutti “The Wendigo”).

Lo troviamo ancora una volta a New York, in rotta completa con la famiglia, senza soldi e senza alloggio, accusato di vagabondaggio e perfino di incendio doloso. Il suo migliore amico di allora, Arthur Bigge, si rivelerà in realtà un approfittatore senza scrupoli che si involerà rubandogli le poche possessioni rimastegli. In un secondo momento Blackwood ritroverà il suo persecutore e lo farà arrestare, dopodichè si farà assumere come reporter dal New York Times, occupazione che gli donerà anche una relativa stabilità economica. Di questo periodo, Blackwood ci ha lasciato un alter-ego indimenticabile, Jim Shorthouse, e due fra i suoi migliori racconti: “The Empty House” e “A case of Eavesdropping”.

È normale che un sognatore di professione vada alla ricerca di lontananze immaginate, ma è molto raro che queste si concretizzino in distanze fisiche. Le sue inquietudini personali, lo spingono infatti ad abbandonare il mestiere di reporter per quello di commerciante di alcolici, poi ancora sarà segretario di un famoso milionario, per infine abbandonare i suoi vagabondaggi e fare ritorno alla natia Inghilterra, come scrisse un suo biografo: “se non ricco di beni, quanto meno di esperienza”.

Starlight Man: The Extraordinary Life of Algernon Blackwood, 2001, copertinaDopo il suo ritorno, Blackwood si dedicò alla scrittura professionale e fu iniziato alla Golden Dawn da un amico (molto probabilmente quel M.W. al quale dedica il suo ciclo di John Silence) tornando così imperiosamente alle vecchie passioni giovanili. Ciò che, secondo David Punter, àncora saldamente la narrativa di Blackwood alla tradizione gotica è la sua ricercata attenzione agli ambienti, oltre che alla psicologia dei personaggi.

Ma eccetto alcuni casi, rare volte si tratta di ambienti chiusi. In “Ancient Sorceries”, uno dei casi non risolti di John Silence, è un’intera cittadina medioevale a esercitare un influsso maligno e irreversibile sulla psiche del protagonista. La cittadina, mano a mano che la narrazione si dipana, assume sempre più le caratteristiche di una maledizione circolare, che si ripete a ogni nuova reincarnazione della “vittima”. Giurata una volta fedeltà al Demonio, il povero Vezin sarà per sempre condannato a ripetere il gesto e non ha alcuna importanza che la cittadina sia praticamente disabitata in data odierna, in quanto alla prima apparizione di Vezin, i fantasmi demoniaci sorgono automaticamente intorno a lui e prendono nuova vita, ma per ripetere eternamente la stessa attività di una volta; iniziare Vezin al male. Il protagonista riesce infine a ricordare quando avvenne il fatto la prima volta e, così facendo, ad esorcizzarlo parzialmente sotto le scrupolose attenzioni di John Silence. Ma quando infine il detective psichico viene interrogato sulla possibile guarigione dello sfortunato e prostatato Vezin, egli risponde: “...Riemersioni subliminali di ricordi come queste possono essere incredibilmente dolorose e talora molto, molto pericolose. Spero solo che quell’anima sensibile possa quanto prima fuggire dall’ossessione di quel passato violento e tempestoso. Ma ne dubito, ne dubito...”.

Come Punter rileva, si tratta del passato che ritorna con il suo carico di angosce irrisolte e ripetitività diabolica. Viene da pensare ai principi del romanzo gotico, dove il simbolo del passato ominoso viene sempre rappresentato da un luogo; il castello dei Mysteries of Udolpho di Ann Radcliff, L’abbazia di Ambrosio in The Monk di M.G. Lewis, o ancora la monumentale e tardiva Gormenghast di Mervyn Peake: il Castello infinito e illimitato, che non rappresenta solo un passato oppressivo e imbalsamato in quanto, come suggerisce Peake, Gormenghast è un’immagine diretta del mondo. Ma con Blackwood assistiamo alla genesi di un gotico più maturo ed “evoluto”, se vogliamo.

The Willows, 2003, copertinaIl passato, in Blackwood, si libera decisamente delle limitazioni da ambiente chiuso, per diventare semplicemente Ambiente. Egli sposta, con un’abile mossa da consumato autore, l’attenzione percettiva del lettore non sul luogo “isolato” dell’azione, ma sul mondo stesso in cui il lettore vive e opera, in altre parole sulla realtà del mondo in cui viviamo come vero ambiente chiuso, recintato da un universo ostile, costantemente in agguato e in attesa di rivelarsi qualora il velo della percezione “normale” si squarci in un istante di fatale rivelazione.

Fra i racconti che segnano il passaggio tra uno stile e l’altro, il più rappresentativo è senza dubbio “The Insanity of Jones”. La parafernalia del gotico vi si trova tutta, compresa la scena finale di vendetta con i suoi particolari efferati, violenza rappresentata con tratti di un’alienità tanto più ostica e straniante in quanto avallata da una Giustizia soprannaturale implacabile e imparziale. In questo racconto, il lettore benpensante non vede nient’altro se non lo sfogo di una persona isolata e mentalmente disturbata, il lettore “iniziato” vede invece solo il naturale compiersi di un atto di giustizia troppo a lungo posticipato. Blackwood gioca ancora qui con l’ambiguità della nostra percezione riguardo alla follia e alla sanità mentale, non parla a una categoria o a una classe sociale “statica” (l’aristocrazia decaduta o decadente del gotico classico o della ghost story vittoriana) ma alla middle-up class londinese post-imperiale, ovvero a quel coacervo metropolitano di inquietudini, frustrazioni e straniamento che è la cifra della nostra cosiddetta modernità.

Contrariamente a quanto accade all’ultimo rampollo di una qualsiasi condannata famiglia di nobili scozzesi o inglesi, con il loro carico represso di presagi familiari, in “The Insanity of Jones” gli “omina” di una vendetta soprannaturale non attendono nel quadro di un antenato ritratto con uno stile particolarmente vivido, né nella stanza chiusa di una magione avita né in una dimenticata camera di tortura, ma fra i tavoli di una mensa per impiegati, alla periferia di un quartiere proletario oppure nello stesso ufficio dove Jones trascorre la maggior parte della sua vita monotona e confusa. Non per questo dobbiamo pensare che gli elementi soprannaturali perdano qualcosa della loro magniloquenza tragica, anzi, questi non si risparmiano neppure un trucco fra quelli tipici del genere; si permettono addirittura di giustificare e assolvere il protagonista, inviando per lui una guardia soprannaturale che lo scorta alla punizione con una spada fiammeggiante, forse consapevoli del fatto che fra “quelle facce soprannaturali che si affollano intorno a Jones” si trovino anche quelle persone “normali” che non assolvono e non perdonano secondo le leggi di questo mondo.

Wendigo, illustrazione di Matt FoxCome vediamo, l’unico accenno al conservatorismo “classico” del gotico o della ghost story rimane solamente in una certa qual alzata d’orgoglio tipicamente cockney, che consiste nel criticare la modernità in quanto arida e imbarbarita al momento di condannare senza appello un valore sacro e dignitoso quale il vecchio concetto aristocratico di “vendetta”.

Ma a pensarci bene, ciò serve magnificamente a Blackwood per alzare ancora di più il livello di ambiguità del racconto. Viene da pensare all’altrettanto ambiguo “tema del traditore e dell’eroe” di J.L. Borges, con il suo carattere di ripetitività ossessiva (il concetto di “destino” che in Borges è quasi più da intendersi come simbolo dell’arethè gauchesca argentina, più che ragionata riflessione sul concetto orientale di reincarnazione) e con la sua accumulazione di presagi nonchè strizzata d’occhio all’epica classica.

Se quello che scrive David Punter è esatto, ovvero che: “In Blackwood il regno del Soprannaturale è accettato come esistente, le sue storie sono piene di «spiegazioni»... ma sono spiegazioni che presuppongono una credenza,” quanto da lui sottolineato è tanto più vero sia per i casi di John Silence che per i suoi magnifici “Camp Tales”. È in questi che si rende Palese l’interesse “scientifico” che Blackwood nutre nei confronti dell’occulto, e precisamente è qui che egli si libera della sua doppia oppressione di tipo psicologico costituita in parte dal filisteismo ipocrita e bigotto della borghesia mercantile emergente, in parte dalla statica immobilità dell’aristocrazia decadente. Blackwood conosce la seconda attraverso la madre e la prima per averla vissuta sualla pelle attraverso i suoi viaggi in giro per il mondo, oltre che attraverso la pletora di occupazioni “moderne” alle quali si era dedicato.

Il Blackwood più maturo e più abile è per l’appunto il Blackwood che rispolvera la sua passione giovanile per l’occulto, l’ipnosi, la natura dei demoni e delle entità “elementali”, la magia; ma stavolta con occhi nuovi e con un bagaglio di esperienze molto più vasto e profondo. Potremmo anche dire, attraverso un percorso “gnostico” che assomiglia molto a quello mistico-alchemico di Arthur Machen. Nei suoi racconti ad ambiente naturale, troviamo quella componente del gotico che alcuni critici hanno denominato attenzione verso “Il barbarico”. Fanno bella scena di sé ambienti selvaggi, personaggi non-civilizzati o semi-civilizzati come il Défago di “The Wendigo”. Ma ancora una volta Blackwood inverte la cifra e il segno della narrazione per aumentare la nostra completa confusione, in quanto non sono realmente Entità appartenenti a un’altra dimensione a invadere il nostro Mondo, anche se ancora in buona parte inesplorato e ostile: siamo noi a invadere i loro rifugi, pagandone le tragiche conseguenze.

Forest Beasts, illustrazione di John KennI personaggi di Blackwood, nota sempre giustamente David Punter, non fanno in realtà nulla per meritare tale funesto destino: vi incappano quasi sempre per casualità. A volte, ma solo in casi rari, tale casualità non è affatto tale (come in “May Day Eve”); più spesso invece vale il detto “l’ignoranza non è una scusante”.

Il racconto lungo, o romanzo breve “The Man Whom the Trees Loved” costituisce un esempio magistrale in questo senso. Un uomo mite e riflessivo si ritira a vivere con la moglie in una augusta magione posta sul limitare di un bosco immenso. L’uomo ama gli alberi, per i quali ha sempre nutrito una speciale passione, ciò che ancora ignora è quanto dagli alberi egli sia riamato...

Fin dal principio del racconto, caratterizzato da quel tipo di preparazione lunga e dettagliata che costituisce il “marchio di fabbrica” di Blackwood, assistiamo a uno scontro di volontà impari e disperato fra la moglie del protagonista, tesa a difendere il marito da una minaccia esterna da lei avvertita e presagita, e quella delle “Entità” del bosco, che la parola “Alberi” definisce solo parzialmente. Gli Alberi attirano l’uomo sempre più verso di loro, si avvicinano alla casa di notte per riallontanarsi a giorno fatto, tendono i loro rami sul capo del dormiente per frusciare nelle sue orecchie un richiamo che è sempre lo stesso: “unisciti a noi”. I tentativi di salvataggio e opposizione della moglie sono tanto disperati quanto commoventi, è l’ultimo baluardo della “Ragione comune” contro “L’Altro Mondo”, le cui dinamiche Blackwood ricostruisce con accenni e con una concezione di fondo che ha origini antiche e poco esplorate.

La selva dell’uomo amato dagli alberi, così come quella canadese in “The Wendigo” o quella galleggiante in “The Willows”, è sempre la stessa; è la “Hyle” dei teologi gnostici della scuola di Chartres, la materia indifferenziata, il caos agli inizi della Creazione o, meglio detto, ai suoi margini, e contrariamente a quanto credevano gli aristotelici è una “Entità senziente” e dotata di volontà propria. Così come un gruppo di spiritisti si riunisce in circolo allo scopo di incarnare nel nostro mondo una Entità “umbratile”, allo stesso modo le Entità che vivono ai confini fra il nostro mondo e l’altro congiurano per “spiritualizzare” alcuni soggetti peculiarmente sensibili nel “Loro” mondo. A volte, questo processo di trasmutazione alchemica avviene in maniera quasi naturale e il risultato si concretizza in quella “Santa fuga del prigioniero” nel mondo delle fate di cui parlava Tolkien e che ha sapore gnostico e iniziatico, come nel caso di “May day Eve”. Più spesso, la trasformazione è tragica e dolorosa.

Blackwood condivide con Machen la stessa concezione delle forze naturali, ma mentre Machen rimane sempre all’interno di una normativa plotiniana che ammonisce a non superare mai quel limite imposto dalla legge fra il Caos e l’Ordine, Blackwood ammette candidamente che il nostro Universo è per metà coperto da un velo di ignoranza e che oltre quel velo si cela “L’altro Mondo”, con le sue Entità spesso ostili. Alcune vivono in “riserve”, come i Salici del racconto omonimo o gli Alberi del signor Bittacy, ma solo gli iniziati come il dottor Silence sono in grado di rendersi conto di quando un universo collima con l’altro (come in “The Camp of the Dog”), per gli altri ignari visitatori c’è una rivelazione ominosa seguita da una dolorosa metamorfosi.

The Willows, illustrazione di Sidney StanleyI Salici del racconto omonimo così come gli Alberi di Bittacy e Sanderson, oppure la solitaria e maestosa entità conosciuta come il Wendigo, fanno presa sull’immaginazione e l’intuizione dei soggetti che scelgono di catturare, oltre che sulla loro ignoranza e resistenza alla “loro” realtà, e sono precisamente queste prime due caratteristiche che Blackwood vuole esplorare “scientificamente” nei suoi racconti.

Le concezioni antiche volevano l’anima umana divisa in tre parti separate e connesse. Gli umanisti rinascimentali ripresero questa idea dalle concezioni egizie, ritornate in voga grazie alle innumerevoli copie manoscritte dei Geroglifica di Orapollo. Le sette massoniche del secolo ventesimo fecero incetta sia delle traduzioni rinascimentali, sia delle scoperte archeologiche effettuate al Cairo e a Saqqara, e la Golden Dawn, alla quale sia Blackwood sia Machen furono affiliati, non fu da meno. Gli egizi dividevano l’uomo in Ka (anima immortale), Ba (anima spirituale) e Aj (letteralmente “fantasma”). L’Aj è una entità che permane nel mondo materiale richiamata da qualche passione vissuta in vita (il classico ghost), il Ka, secondo gli gnostici valentiniani, ritorna direttamente al “Pleroma” di intelligenze che costituisce il “vero Dio” Increato e svincolato dalla sua creazione, ma il Ba non è né completamente spirito né completamente corpo; è una “mummia”, un morto-in-vita o vivo-nella-morte, ecco perchè gli egizi solevano lasciare offerte di cibo accanto alle mummie.

Allo stesso modo, i Salici del racconto si “nutrono” di qualcosa che non è mai specificato nella narrazione, ma che possiamo ricostruire tramite quanto sinora esposto. Essi privano gli uomini del loro “agente di trasformazione” lasciandoli vuoti e secchi come mummie, come involucri. Il Ba inoltre corrisponde, per gli gnostici alessandrini, alla “Imaginatio vera”, la facoltà che l’uomo possiede di comunicare con il mondo degli archetipi e degli Angeli. Gli Ishraquiyun (gnostici) persiani, di cui parla Henry Corbin, fanno inoltre menzione di una “Terra di Hurqalaya”, un mondo “sottile” che vive a stretto contatto col nostro, dove “gli spiriti si fanno carne e la carne si fa spirito”, proprio come accade nelle “Riserve” di Blackwood o sulle colline di “May Day Eve”.

Sarebbe affascinante pensare che George Gordon abbia messo le mani su qualche manoscritto “Ishraqui” mentre era di stanza nel Sudan per poi passarlo a qualche conventicola massonica alla quale sarà stato sicuramente affiliato, ho scritto di lui per non scrivere di qualche altro generale o archeologo britannico di stanza nel nord dell’Iraq o in missione diplomatica sulla catena dell’Elborz, ma è poco importante sapere se le conventicole esoteriche inglesi conoscessero o no della “Terra di Hurqalaya”. La stessa concezione, anche se con nomi diversi, si ritrova anche negli scritti di Jacob Boheme e, a voler guardare nel dettaglio, persino nelle visioni di William Blake.

Lasciando da parte le speculazioni fenomenologiche, è un fatto che la narrativa di Blackwood abbia profondamente influenzato la concezione dell’Orrore del buon H.P. Lovecraft e abbia anche creato una serie di scelti e ricettivi “continuatori” del suo stile e delle sue tematiche. Fra questi (che in tutto si contano sulle dita di una mano) cito Ramsey Campbell, che con il suo The Midnight Sun riprende il tema di “The Man Whom the Trees Loved”, forse in maniera più prolissa (si tratta di un romanzo di quasi 500 pagine) ma di sicuro effetto e potente atmosfera. Blackwood inseguì le sue teorie occulte su “L’espansione delle facoltà umane” fino alla fine, difendendole e diffondendole in quel mondo arido e opportunista che conobbe durante la sua maturità.

Bibligrafia parziale:
Algernon Blackwood, Colui che ascoltava nel buio e altre storie, Fanucci, 1978
Algernon Blackwood, John Silence, investigatore dell’Occulto, Fanucci, 1977
David Punter, Storia della Letteratura del Terrore, Editori Riuniti, 2000
Henri Corbin, Corpo spirituale e Terra Celeste, Adelphi, 1986

Mariano D’Anza

mercoledì 26 gennaio 2011

Arthur Machen, Algernon Blackwood e la Golden Dawn...

Arthur Machen, 1901, fotoConsiderazione en passant sorta a seguito della rilettura di diversi articoli in rete, ma valida a proposito di una gran parte della saggistica breve e delle note editoriali, critiche o biografiche – italiane e non – su Arthur Machen e altri autori fantastici d’area britannica e suoi contemporanei. Tutti interventi in cui si esalta, come fattore di primaria importanza, l’appartenenza all’ormai famoso “Ordine Ermetico dell’Alba Dorata”.

Tra gli avvenimenti principali nella vita dello scrittore gallese, massimo risalto viene usualmente dato al suo ingresso, nella società esoterica The Hermetic Order of the Golden Dawn, cui si associano invariabilmente i nomi di Bram Stoker, Algernon Blackwood, Lord Dunsany, Dion Fortune, Sax Rohmer e tanti altri scrittori weird e del mistero, oltre a William Butler Yeats e al celeberrimo Aleister Crowley che ne prese a un certo punto il controllo.

Tanto particolare entusiasmo per la Golden Dawn, da parte degli scrittori del periodo, appare in verità ampiamente mitizzato, spesso basato su informazioni parziali, datate o palesemente “di parte” che continuano tuttavia a restare fra le più diffuse, un po’ come accade per le leggende attorno a Lovecraft, complice l’estrema diffusione via Internet. I più documentati citano a supporto testi e pubblicazioni che, a ben vedere, non si rivelano a loro volta così limpidi circa le proprie fonti. Per esempio, l’affiliazione di Stoker risulta oggi indimostrabile benché avesse amici nell’Ordine (in italiano, vedasi anche The Dark Screen di Pezzini e Tintori, Gargoyle Books, 2008). Lo stesso si può tranquillamente affermare per il pragmatico Dunsany, mentre appare improbabile un’adesione formale di Rhomer, nonostante il suo interesse per l’occulto e i probabili contatti personali con membri riconosciuti, come lo furono Yeats e Lady Wilde (la madre di Oscar), oltre a Dion Fortune (Violet Mary Firth), Fiona MacLeod (William Sharp), Edith Nesbit o ancora Charles Williams.

Aderire a una massoneria o una società esoterica, nell’Inghilterra tra fine Ottocento e primi Novecento, per molti non era poi troppo diverso dall’iscriversi a un circolo sociale elitario, con una partecipazione personale non di rado minima o superficiale. E in quanto a Machen – ma non solo lui, vedremo – l’importanza del suo rapporto con l’“Alba Dorata” non è tanto individuabile nelle pretese conoscenze occulte che avrebbe dovuto trasporre in narrativa, come non pochi amano pensare, quanto nella profonda disillusione verso tali società esoteriche, documentata nei suoi scritti.

Poco dopo la morte della moglie, Arthur Machen aderisce alla Golden Dawn su invito dell’amico Arthur Edward Waite, risultandone iniziato nel novembre del 1899. Ma non si lascia coinvolgere più di tanto da un gruppo nel quale non ritrova un congeniale ambiente spirituale, e non andrà oltre il grado di “Praticus” , il terzo nell’Ordine più esterno. Da cattolico, se ne stuferà per meglio sviluppare più tardi una propria forma di cristianesimo basata sulla tradizione celtica.

Algernon Blackwood, fotoAlgernon Blackwood, altro nome ricorrente associato alla Golden Dawn, vi entra un anno più tardi, nell’ottobre del 1900. Ne sarà un poco più coinvolto approfondendo in tale ambiente le aree di suo maggiore interesse, ma lui pure si fermerà presto: raggiunto il grado massimo del primo Ordine, non prosegue oltre scegliendo di non diventare un adepto. Starlight Man: The Extraordinary Life of Algernon Blackwood, la biografia apparsa nel 2001 a firma di Mike Ashley, fornisce preziosi particolari sull’intero argomento.

Sia Machen che Blackwood seguono Waite quando ricostituisce la Golden Dawn nel 1903, dopo che si era spezzata in due fazioni, ma entrambi già perdevano interesse. Blackwood la considerava non più che una sorta di “club esclusivo” e scriverà più avanti, sulla rivista Time and Tide del 16 marzo 1923, di condividere il giudizio tutt’altro che lusinghiero espresso da Machen nel decimo capitolo del volume autobiografico Things Near and Far, pubblicato nel 1923:

“But as for anything vital in the secret order, or anything that mattered two straws to any reasonable being, there was nothing of it, and less than nothing. Among the members there were, indeed, persons of very high attainments, who, in my opinion, ought to have known better after a year’s membership or less; but the society as a society was pure foolishness concerned with impotent and imbecile Abracadabras. It knew nothing about anything and concealed the fact under an impressive ritual and a sonorous phraseology. It had no wisdom, even of the inferior or lower kind, in its leadership; [...]”

“Ma in quanto ad alcunché di vitale nell’Ordine segreto, o qualunque cosa che importasse un fico ad alcun essere ragionevole, di questo non c’era nulla, e men che nulla. Fra i membri v’erano, in effetti, persone d’alta cultura le quali, a mio giudizio, dopo un anno o meno d’affiliazione avrebbero dovuto avere più buonsenso; ma la società quanto a società era pura sciocchezza incentrata su inutili e imbecilli “Abracadabra.” Essa non sapeva niente di niente, e nascondeva la cosa sotto a un rituale di grand’effetto e una fraseologia altisonante. Non aveva saggezza, nella sua guida, nemmeno dell’inferiore o del più basso genere; [...]”

La traduzione è mia, restando l’originale inedito in Italia. L’autore gallese si riferisce all’Ordine in tutta trasparenza come Order of the Twilight Star, proseguendo le invettive, non senza caustico umorismo, ben oltre il brano estratto in precedenza.

Per approfondire, sui rapporti fra autori del fantastico e Golden Dawn si può leggere in inglese l’articolo di Leigh Blackmore Hermetic Horrors. Weird Fiction Writers and the Order of the Golden Dawn, disponibile negli archivi web di Scribd.

Andrea Bonazzi

venerdì 17 dicembre 2010

La Sombra Prohibida: anche Cthulhu nel seguito de La Herencia Valdemar

La Sombra Prohibida, 2011, locandinaUscirà in Spagna il 28 gennaio prossimo La Sombra Prohibida (letteralmente, “l’ombra proibita”), il seguito del film La Herencia Valdemar diretto da José Luis Alemán il cui cast vanta l'ultima apparizione sullo schermo del compianto Paul Naschy, il “Lon Chaney spagnolo”, icona dell’horror europeo scomparso nel novembre dello scorso anno.

Relizzate entrambe in contemporanea fra il 2008 e il 2010, nella prima delle due pellicole – distribuita in lingua inglese come The Valdemar Legacy – avevamo seguito la scomparsa di una giovane antiquaria inviata a stimare le proprietà dell’abbandonata e misteriosa villa Valdemar, e le indagini di un investigatore per far luce sul suo caso, ricostruendo il sinistro passato della magione vittoriana in una trama di intrighi occulti che, oltre a chiamare in causa H.P. Lovecraft, direttamente coinvolgevano altri personaggi storici e letterari come Aleister Crowley e Bram Stoker.

statua di Cthulhu, Expocomic 2010, fotoTrame che andranno ora a dipanarsi in questa seconda parte “notturna” della storia, preannunciata come assai più cupa, visivamente oscura e ricca d’azione oltre che di effetti speciali con la comparsa, anticipata sulla locandina e svelata infine nel trailer qui di seguito, di una creatura che ha tutte le sembianze del buon vecchio Cthulhu se non quelle, almeno, della sua progenie.

La Sombra Prohibida ha trovato promozione alla recente Expocomic 2010 di Madrid con una curiosa, spettacolare installazione sovrastata da una imponente – e non troppo rassicurante – statua del Grande Antico stesso.

Informazioni, anteprime e immagini del film presso il sito ufficiale www.lasombraprohibida.com. Eccone, nel frattempo, una visione:



Andrea Bonazzi

martedì 23 novembre 2010

The Dream World of H.P. Lovecraft: una biografia “esoterica”

The Dream World of H.P. Lovecraft, 2010, copertinaScritto da Donald Tyson per il marchio editoriale americano Llewellyn, The Dream World of H. P. Lovecraft. His Life, His Demons, His Universe si presenta con un allettante blurb di S.T. Joshi in evidenza sulla quarta di copertina del volume:

“The Dream World of H.P. Lovecraft è un libro che provoca la riflessione, intellettualmente stimolante. La sua fusione di solida conoscenza biografica e di penetrazione critica lo rende una lettura d’obbligo per i lovecraftiani”.

Con la struttura di una biografia, il saggio di Tyson ripercorre la vita privata e professionale di Howard Phillips Lovecraft in modo sostanzialmente accurato, benché non particolarmente approfondito, qua e là addentrandosi in osservazioni critiche sull’opera ma soprattutto enfatizzando gli aspetti onirici e, suo malgrado, “occulti” collegati o attribuiti al gentiluomo di Providence, nel presentare lo scrittore come un autentico “viaggiatore sul piano astrale” per mezzo dei propri vividi e ricorrenti incubi e sogni, nonché come un’icona e una sorta di profeta per il pensiero magico contemporaneo.

Ferme restando le sempre chiare e dichiarate posizioni di Lovecraft, agnostico in gioventù e ateo, materialista e razionalmente scettico per il resto della propria esistenza, il libro sottintende che la sua intensa e fantastica attività onirica realmente gli provenisse da una visione interiore, inconscia, capace di proiettarsi a raggiungere nascosti e metafisici livelli di realtà, il tutto negato personalmente come irrazionale e sublimato quindi in narrativa. Una concezione esoterica tutt’altro che nuova sia dell’autore che dell’impatto immaginifico dei suoi lavori, nella tesi centrale di Tyson, e tuttavia non affrontata che in mera superficie, suggerendo relazioni fra traumi infantili e predisposizione al fenomeno, tra i malesseri giovanili del sognatore e le supposte casistiche di effetti provocati da tali occulte attività, appena sfiorando infine le conseguenze di queste assunzioni ed elaborazioni della visione lovecraftiana.

Più che altro una provocazione, uno stimolo verso più inusuali posizioni secondo, appunto, il tono dello stesso commento di Joshi già citato. Fortunatamente, il saggio si sofferma anche a smentire alcune clamorose bufale pseudoesoteriche diffuse in argomento, a partire dall’invenzione dei rapporti fra l’onnipresente Aleister Crowley e la moglie di HPL…

Il ritratto che ne affiora resta tuttavia quello di un Lovecraft stereotipato, lo stesso associato – a vari livelli, talvolta malgrado ogni evidenza – ai vari neo-esoterismi emersi negli ultimi decenni, interpretabile quanto in definitiva indimostrabile. Soprattutto, in quest’ottica tesa a focalizzarne ancora e soltanto il lato visionario, le ossessioni, le idiosincrasie, i tratti più sensazionali o stravaganti, ne emerge la parziale e ormai trita figura di un Lovecraft da leggenda popolare, quasi un freak, anomalo personaggio che ci appare ben più “normale” e umano, invece, alla luce di tutt’altra biografia e nelle memorie di chi lo ha conosciuto.

Esperto sui temi dell’occulto, il cinquantaseienne canadese Donald Tyson ha firmato diverse pubblicazioni in tale ambito, per accostarsi poi alla narrativa proprio su temi lovecraftiani con i romanzi Necronomicon. The Wandering of Alhazred (Llewellyn, 2004) e Alhazred: Author of the Necronomicon (Llewellyn, 2006), dedicati alla vita e alle peregrinazioni del noto “arabo folle”. Su questa scia, e sempre per la medesima editrice, ha pubblicato quindi Necronomicon Tarot (2007) in allegato a un apposito mazzo di tarocchi illustrati da Anne Stokes. Grimoire of the Necronomicon (2008) è invece un suo tentativo di ricreare lo pseudobiblium maledetto, tornando a uscire dalla sfera della fiction per dare vita a un vero e proprio sistema pratico di magia rituale, oggi più esplicitamente esposto nel suo ultimo The 13 Gates of the Necronomicon (2010).

Copertina e illustrazione interna sono firmate da Marc Sasso, maggiori informazioni presso la pagina dedicata sul sito della Llewellyn. Ampie anteprime dei contenuti del volume risultano consultabili in rete tramite Google Books, oppure attraverso il “LookInside!” di Amazon.

The Dream World of H.P. Lovecraft
His Life, His Demons, His Universe
Donald Tyson
Llewellyn Publications, 2010
brossura, 312 pagine, $18.95
ISBN 9780738722849

Andrea Bonazzi