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lunedì 5 settembre 2011

Edward Lucas White e il sogno della Storia

Edward Lucas White, fotoPer scrittori come Edward Lucas White (1866-1934) andrebbe tracciata una cronistoria che affonda le sue radici nella più remota antichità. Personaggio originalissimo, White appartenne alla nobile ed elitaria stirpe degli scrittori “onirici”, il cui capostipite in età moderna fu senz’altro l’irlandese Lord Dunsany. Autori che trassero l’interezza (o quasi) della loro opera da sogni, autori che vissero per tutta la vita in due mondi.

Il rapporto che l’Antichità intessé con il mondo onirico (Regno di Morfeo, fratello della Morte) fu lungo e prolifico. Nella Magna Grecia, i sacerdoti di Apollo scavarono caverne e ipogei, dove i fedeli si addormentavano cercando la saggezza nei sogni rivelatori inviati dal Dio, conosciuto sotto l’appellativo di “Pholarchos” ovvero signore (“Archos”) del rifugio (“Pholèos”), dove gli adoratori si nascondevano come animali, inseguendo il sonno sacro. Alla Pizia di Delfi occorreva una notte di sonno dopo aver inalato i fumi sacri per ottenere il responso profetico, e il suo era un vero e proprio viaggio, non dissimile da quelli effettuati dagli sciamani uralo-altaici; ma la cosa non deve né stupire né risultare macchinosa. La credenza diffusa era che i sogni realmente profetici fossero tali in quanto l’onironauta, che in Magna Grecia veniva chiamato “Iatromante”, doveva visitare lo stesso regno dei morti, pertanto, come rileva lo studioso Peter Kingsley è ben vero che “Scendere nel regno dei morti quando si muore è una cosa, farlo quando si è ancora in vita, preparati e consapevoli, e giovarsi dell’esperienza è tutt’altra”.

Per farlo ci volevano dei “professionisti”, persone capaci di passare da un mondo all’altro senza morire, sciamani, profeti, “Iatromanti”. Siamo ancora convinti, da bravi figli di Cartesio, che la Civiltà occidentale sia frutto della razionalità, ma alcuni ritrovamenti archeologici avvenuti in data recente gettano una luce tutt’altro che “razionale” sulla Grecia arcaica, “culla” della nostra cultura umanistica e scientifica. Il presocratico Parmenide, citato da Platone e da lui considerato “Padre” della filosofia, ci ha lasciato un solo poema incompleto il cui incipit si apre su di un viaggio effettuato dal filosofo aldilà delle porte del giorno e della notte nella casa vicina all’ingresso del Tartaro, la cui signora e Dea ha nome Persefone, colei che lo ha condotto “sulla strada della divinità”. Parmenide è stato il fondatore di quello sfaccettato e variegato concetto che in Occidente prende il nome di “Scienza”, ma la sua saggezza affondava nei sogni e nelle visioni. Il mondo romano non fu da meno di quello greco nel riconoscere i rapporti intercorrenti fra sonno, visione e “guarigione” divina, quando necessaria.

Tanto è vero che l’ipocondriaco retore romano Elio Aristide (IV sec. A.C.), narrò con dovizia di particolari le sue vicissitudini e tribolazioni da Roma al Santuario di Delfi, allo scopo di implorare dal Dio il sogno profetico che lo avrebbe liberato dai suoi malesseri di ordine psicologico (Aristide fu forse il primo schizofrenico in letteratura che annoveri la storia occidentale). Per quanto invece riguarda Apuleio, le Rivelazioni avute in sogno, nel suo bellissimo romanzo Le Metamorfosi, o l’asino d’oro, non si contano. Il Dio Eros si manifesta in sogno alla bella Psiche per unirsi a lei mentre Lucio, il protagonista, viene tramutato in asino al termine di un rito magico che ha sapore di incubo, per poi venire liberato da un altro sogno inviato da Iside, Dea notturna e lunare. Il messaggio antico era sempre lo stesso, il sogno è collegato alla sfera del sacro, gli Dèi inviano i sogni. Questo corpus di credenze o di verità (è ben lecito credere che la verità si componga di molteplici e vari aspetti, discordanti forse, ma non per questo meno “veri”), si è sempre riaffermato attraverso i secoli e le ere.

La Rivoluzione francese, enciclopedica, razionale e didascalica, dette la stura al Romanticismo tedesco, fatto di paesaggi onirici, incubi medievali e ominose profezie, mentre l’Industrializzazione dell’Inghilterra colonialista e banchiera produsse, di riflesso, narratori onirici del calibro di Lord Dunsany. Ma mentre quest’ultimo fu estremamente prossimo alle cosmogonie di un Parmenide di Elea, soprattutto con il suo ciclo The Gods of Pegana, Edward Lucas White fu piuttosto vicino alle ansie di Elio Aristide. Si sa che ogni scrittore “onirico” sceglie (o viene scelto) da un suo predecessore, il quale, spesso, agisce sulla sua opera come un vero e proprio “Nume tutelare”. H.P. Lovecraft rimase segnato dall’opera di Dunsany, Elio Aristide concentrò la sua ossessione su Asclepio, dio dei sogni e della medicina, mentre White cadde sotto l’egida di Edgar Allan Poe.

Ho citato Aristide non a sproposito, come vedremo, in quanto la natura della sua ossessione per la divinità era estremamente simile a quella che White nutrì per Poe. White restò ossessionato dal padre della letteratura gotica moderna, talmente tanto da essere costretto a disfarsi della sua opera – invano, vedremo – in quanto puntualmente “qualcosa” lo costringeva sempre a rileggerlo.

Lukundoo e altre storie, 2011, copertinaE oggi è concessa a noi l’occasione, forse unica più che rara, di rileggere White, o meglio di leggere (perché la sua opera è quasi totalmente inedita in italiano) le migliori fantasie oniriche dello scrittore, raccolte in una recente e bella raccolta pubblicata dalla Dagon Press in una preziosa edizione a tiratura limitata. Il libro, Lukundoo e Altre Storie, raccoglie tutte le migliori storie horror, fantastiche e “strane” di White, tradotte per la prima volta nel nostro paese a cura dello specialista Bernardo Cicchetti. Prenderemo quindi in esame questa edizione per analizzare il percorso artistico e onirico dello scrittore.

Dotato di un solido senso della struttura e della trama, Edward Lucas White seguì studi classici ed esercitò l’ufficio di professore di Lettere a Baltimora, non tralasciando di mettere le sue notevoli doti di scrittore al servizio di romanzi storici di indubbia validità. Come emerge dalla sua biografia, a parte i sogni due sono i fattori chiave per comprendere la narrativa gotica di White: il pessimismo e l’amore per il passato e le vittime della storia. Il pessimismo di White non assurse mai alle vette cosmogoniche del suo ammiratore Lovecraft, eppure fu vissuto con altrettanta serietà, con consequenzialità stoica, diremmo quasi alla Seneca. White amò una sola donna per tutta la vita, sua moglie, e fu incapace di sopravvivere alla perdita, ma potremmo quasi dire che, per una personalità rarefatta e sibillina come la sua, ciò costituì null’altro se non un pretesto, benchè importante. L’altro, l’amore per il passato, fu una conseguenza ineluttabile del primo.

David Punter (cfr. la sua Storia della Letteratura del Terrore) segnalò già che caratteristica imprescindibile del gotico è “l’amore per il barbarico”, l’attenzione morbosa per gli aspetti più selvaggi, crudeli ed esotici del mondo, componente letteraria che è poi uno specchio attraverso il quale l’uomo dell’Occidente civilizzato guarda il mondo e lo re-interpreta secondo le proprie categorie, componente che è presente in larga parte in White, ma alla quale egli aggiunge un’ossessione tutta sua, che nessun altro scrittore fantastico trattò meglio di lui se non forse Robert E. Howard: l’ossessione per il “Leader”, il “capo naturale”, l’uomo che ricerca il potere e la gloria e inevitabilmente (fatalmente) ne rimane schiacciato.

“Lukundoo”, il suo racconto più “quotato” e antologizzato, ruota tutto intorno a questo fattore. White insiste lungamente sulle qualità di leader di Ralph Stone, sul suo successo nella vita, le sue prodigiose intuizioni, la soggezione che egli esercita grazie al suo carisma, doti soprannaturali, qualità eccezionali che, se intese nel senso della “Hybris” greca (il passare il limite consentito agli uomini per entrare nella proibita sfera degli Dèi) giustificano ampiamente la terribile, agghiacciante punizione. Stone ha sfidato un possente sciamano, appartenente a una tribù africana semisconosciuta, e ne pagherà tutte le conseguenze.

È stato detto che “Lukundoo” è il racconto di White più riuscito, il più “impattante” a livello di scrittura, ma bisognerebbe leggere accuratamente anche gli altri prima di prodursi in giudizi definitivi. Il racconto intitolato “Il Muso” (“The Snout”) è scritto con una tecnica ironica e nebulosa, che ricorda il Poe di “Re Peste”, in quanto tutto il racconto (un lungo e particolareggiato incubo) si può leggere tranquillamente come un’allegoria visionaria del Potere. Un gruppo di ladri riesce a introdursi nella fantastica abitazione di un eccentrico e ricchissimo personaggio per trovarvi… L’Orrore.

Lukundoo and Other Stories, Doran (New York), 1927L’intera abitazione è disseminata di opere d’arte eseguite dal proprietario, opere d’arte che suggeriscono orribili commistioni fra l’umano e il bestiale: “… Erano figure umane, ma nessuna aveva una testa umana. Le teste erano invariabilmente quelle di uccelli, di animali o pesci, generalmente di animali, alcune di animali comuni, molti di creature delle quali avevo visto illustrazioni o sentito parlare; alcuni erano creature immaginarie come draghi e grifoni, più della metà delle teste appartenevano ad animali di cui non sapevo nulla o che erano stati inventati dal pittore”.

All’inizio i ladri colgono solo descrizioni nebulose da parte della servitù riguardo le abitudini di questo bizzarro personaggio, che dipinge come un Fuchs o un Beksinski, fatto che contribuisce ad aumentare la grottesca aura di mistero che permea la storia: “Di lunghi sussurri inaudibili ho colto solo frammenti”.

Una volta: “Oh non vuole nessuno vicino a lui. Lo senti singhiozzare come un bambino. Quando sta peggio lo senti, di notte, ululare e strillare come un’anima persa”. E ancora: “La pelle liscia di un bimbo e non più pelosa della mia o della tua”. E ancora oltre: “Violino? Nessun violinista può batterlo. L’ho ascoltato per ore. Ti fa pensare ai tuoi peccati. Poi cambia e ricordi il tuo primo amore, e le piogge di primavera e i fiori, e quando eri bambino sulle ginocchia di tua madre. Ti strappa le lacrime dal cuore”.

L’esplorazione della casa da parte dei tre ladri segue passo passo il ritmo della fiaba nera; scale intrecciate con altre scale, porte che rimandano ad altre porte, robusti servitori incrociano la loro strada prima di essere brutalmente liquidati, servitori vestiti con uniformi di altri tempi, si ritrovano damigiane ripiene di strani liquidi, imbottigliate esclusivamente per il misterioso padrone… fino alla rivelazione finale, assurda come le premesse. Nonostante il tema macabro e bizzarro, il professore di storia antica fa capolino in più di una pagina. Vi è più di una ironica strizzata d’occhio ai bassi e feroci dominatori del passato (e forse del presente), da Cesare a Napoleone, da Gengis Khan ad Attila l’Unno, mentre nel bizzarro proprietario della casa occhieggiano già i semiumani pitti di R.E. Howard, mescolanza di ferinità barbarica e decadente civilizzazione.

Ma non è l’unico racconto che White dedica a questo tema. Ne “L’Isola Stregata” (“Sorcery Island”) lo stesso tema del leader pazzo o semiumano ricorre, lasciando immutata la rarefatta atmosfera di mistero, anche se stavolta l’infermità dell’antagonista è di tipo mentale più che fisico. In tutti questi racconti, l’ombra di E.A. Poe è pressoché tangibile, vi si ritrovano gli stessi emblematici personaggi di “The Fall of the House of Usher”, ma White sembra scomporli in giochi di prestigio, ricomporli in ambienti esotici, mescolarli con riflessioni sulla storia e sulla natura del potere, imbizzarrirli con elementi magici, soprannaturali, nebulosi come rivelazioni oniriche.

Il protagonista, nell’atto di sorvolare un arcipelago equatoriale, accusa un’avaria al biplano e atterra fortunosamente in un grosso isolotto. Scopre ben presto che questo isolotto è stato adibito, da un suo vecchio compagno di studi di nome Pembroke, a mò di “Rifugio” per una piccola ed estremamente selezionata cerchia di famosi musicisti e artisti americani ed Europei, artisti contrattati profumatamente dal bizzarro anfitrione allo scopo di trovare un ipotetico “suono perfetto”. L’ospite rimane stupito dalla modernità delle strutture dell’isola, ma si rende conto ben presto che il disegno di Pembroke è ben più agghiacciante di quanto sembri all’inizio, e che quel tipo di soggiorno è ben più “forzato” di quanto l’apparente, fredda ospitalità di Pembroke lasci intendere.

Allen Koszowski, illustrazione di copertina per Sesta and Other Strange Stories, 2001Occulte corrispondenze opprimono l’osservatore, incarnate nella figura di “mamma Bevan”, una anziana fattucchiera gallese che intesse intorno alle stralunato aviatore una rete fatta di cantilene magiche e cerchi tracciati nella sabbia, mentre un fastidioso branco di oche, che la strega porta sempre con sé, suscita nel protagonista sentimenti di furia irrazionale. La modernità si mescola alla magia nera medievale, la sofisticazione della civiltà e della ricchezza si sposa al soprannaturale in un connubio da incubo che dissemina inquietanti indizi, indizi che minacciano la psiche del protagonista, mentre Pembroke, taciturno e letale, occupa la sua nicchia fra gli eroi “naturali” del romanzo gotico, dal Frankenstein della Shelley al Melmoth di Maturin.

Inoltre, nell’Isola abitata da bizzarri personaggi sospesi in un tempo allegorico a metà fra la modernità e la superstizione ancestrale, l’appassionato riconoscerà la comunità di The Wicker Man, film inglese degli anni 70 dove il formidabile barone, interpretato da Christopher Lee, rivolge ben più di una strizzata d’occhio al sibillino Pembroke. Come nei sogni, White pare suggerire che esista un fiabesco connubio fra l’oca maschio, capobranco del chiassoso seguito di mamma Bevan e la vita stessa di Pembroke, connubio che il protagonista non esiterà a sfruttare a suo vantaggio, riguadagnando la propria libertà a bordo di un favoloso “biplano Visconti” fornito da un irato Pembroke, biplano di cui una benevola nota avverte: “Non si trovano tracce di un aeroplano del genere. Che sia una delle invenzioni oniriche di White?”

Il racconto “La Spada di Floki” (“Floki’s Blade”) pare una accurata e dotta ricostruzione di una saga nordica, piena di colpi di scena, azione e magia e sicuramente lo è, ma prima di tutto è una rielaborazione in chiave norrena del “Metzengerstein” di Poe. Vi si ritrovano tutti gli elementi chiave; due famiglie in lotta perpetua, una aggressiva e apparentemente trionfante e un’altra apparentemente più debole ma, alla fine, vittoriosa. L’attacco notturno per fuoco e per saccheggio permane in tutta la sua potenza, mentre l’elemento della vendetta soprannaturale, che in Poe è un cavallo, in White è rappresentato da una spada; manca solo la figura del signorotto brutale, che da White è rovesciata nel positivo Floki. La scena di battaglia finale, con conseguente smascheramento della traditrice è un puro e semplice colpo di scena alla Poe, ma viene amalgamato così bene alla materia da saga che quasi non si nota la differenza, altro saggio della maestria di White.

“La Cintura” (“The Pig-skin Belt”) è un racconto che avrebbe fatto sicuramente la felicità di R.E. Howard. Vi si narrano le laboriose vicissitudini di un tipico gentiluomo del sud nel liberarsi della maligna influenza di un potente mago cinese esperto di metamorfosi. Ovviamente tutta l’azione si svolge su suolo americano e vi si respirano le classiche atmosfere da provincia del sud, col suo razzismo velato e compiacente, i paesaggi bucolici, il tipico senso di cavalleria esercitato da gentiluomini che, a guerra civile ultimata, non pensano ad altro se non a consolidare le proprie fortune nonché impalmare qualche bella ragazza di buona famiglia. In tali ambienti è nata gran parte della buona narrativa “Horror” e “Weird” e questo racconto in particolare richiama bonariamente alla memoria più di qualche ottima narrazione del cinico Ambrose Bierce, con le sue storie di vendette soprannaturali condite con qualche battuta ironica sulla “varia umanità” di provincia. È uno dei pochi racconti in cui la figura del capo la scampa, non riservandosi però di trattare i suoi sottoposti di colore esattamente come Stone trattava i suoi portatori africani, nella più pura tradizione colonialista del sud.

Menzione a parte meritano i racconti puramente “sinistri” di White, riguardo ai quali occorrerà interrogare l’autore in prima persona: “La Casa dell’Incubo l’ho scritto proprio come l’ho sognato, parola per parola, dal momento che è stato proprio come se leggessi il racconto stampato, e come se tutto mi accadesse in tempi arcaici, quando le automobili avevano la guida a destra e la leva del cambio all’esterno della carrozzeria. Il sogno ebbe l’insolita peculiarità di farmi svegliare dopo il secondo incubo, così scosso che mia moglie dovette calmarmi e rassicurarmi come si fa con un bambino spaventato; poi tornai a dormire e terminai il sogno! E la sua conclusione mi giunse come una totale sorpresa, scioccante come il culmine di Il Muso o di Amina”. Sarà semplice comprendere che chiunque sogni cose come Il Puzzle, Il Messaggio sulla Lavagna o La Cintura debba farne dei racconti per potersene completamente liberare”.

E “La Casa dell’Incubo” è davvero qualcosa di cui uno scrittore dovrebbe liberarsi… se lo avesse sullo stomaco. Nella figura del misterioso ragazzo dal labbro leporino ci sono in potenza tutti i degenerati abitanti della provincia del New England di H.P.L., mentre l’orribile fantasma della scrofa mangiauomini è chiaro lascito degli incubi porcini di W.H. Hodgson. “Amina” è invece un’avventura alla Mille e una notte. C’è una spedizione nel deserto iraniano, il solito leader occidentale supercivilizzato ma imbevuto di superstizioni locali, conoscenza che usa per dominare gli autoctoni, ennesimo “Avatar” dello Stone di “Lukundoo”, il quale, come ebbe a dire China Miéville, è la più bella immagine del “senso di colpa colonialista” che sia mai stata rappresentata in letteratura fantastica.

Nel “popolo libero” dei Ghoul e degli Efreet del deserto fanno capolino le mostruose creature pre-celtiche di Arthur Machen, mentre la semiferina Amina che dà il titolo al racconto è una perfetta immagine dell’erotismo femminile “nero” e selvaggio, che stringe la mano sia ad “Alraune” di Hans Einz Ewers sia alla Helen Vaughan de “Il Gran Dio Pan”. Ne “Il Canto delle Sirene” (“The Song of the Sirens”) White si cimenta invece con il genere marinaresco rivelando l’erudizione e la cura che sono propri del neofita. La cura maniacale che dedica a tratteggiare le mansioni marinaresche di un bastimento americano, nonché la vividezza con la quale descrive i personaggi della ciurma, dal chiassoso marinaio Burke al semidemente capitano Benson, senza contare il misterioso Wilson, ricorda le indimenticabili narrazioni di Lord Dunsany, da “Un racconto di terra e di mare” a “Povero vecchio Bill”, mentre le sirene di White assomigliano alle deità con cui il suo collega oniromante irlandese popolò i suoi sogni, assolutamente originali, distaccate e lontane da qualsiasi immagine preconcetta le riguardi, terribili e implacabili nel loro mistero.

The Song of the Sirens, Dutton (New York), 1919, copertinaRacconti come “Disvola” e “La Pantera Maculata” appartengono invece al genere storico in cui White eccelleva, e sono state giustamente incluse nell’antologia non solo in quanto tutte frutto di sogni più o meno vividi ma anche in quanto il soprannaturale vi aleggia in maniera estremamente sottile. Nel secondo viene ricostruita con amore la vita civile nella Roma di Commodo e il “perturbante” viene incarnato da una bestia feroce che pare dotata di una vitalità inestinguibile e di una maligna intelligenza. Vi si riconoscono i temi della nostalgia e del riscatto sociale, ma più che altro dell’’insoddisfazione di vivere all’interno di un sistema politico sul perenne orlo del collasso (quello della Roma tardo-imperiale) incarnato nel desiderio di libertà perennemente frustrato della bestia che diviene ben presto cieca e brutale ferocia. Il primo, proveniente da un sogno “in lingua italiana” dell’autore, è invece una storia tutta rinascimentale di vendetta agghiacciante e definitiva, variazione palese, anche se originale, sul tema di “Hop Frog” di Edgar Allan Poe.

Menzione a parte meriterà il racconto “Sesta”, un incubo “vegetale” che è un’apparente variazione sul già citato tema de “L’Isola Stregata”. C’è una canaglia iniziale alla Jean Ray, campeggia ancora una volta la componente “coloniale”, con più di una strizzata d’occhio all’Allan Quatermain di H. Rider Haggard, ma tutto l’esotismo del racconto appare distorto e allucinante, come un dipinto eseguito a colori alieni, e la rivelazione dell’orrore finale lascia un sapore amarissimo in bocca, è come una scudisciata, un taglio netto con la sanità mentale che ha l’aspetto delle feroci rivelazioni offerte nei sogni e non ha nulla da invidiare agli orrori metamorfici di Hodgson e Lovecraft.

In definitiva il volume Lukundoo e Altre Storie di Edward Lucas White, ennesima e più che meritevole fatica dell’editrice Dagon Press, è un vero gioiello che merita di essere esibito nella biblioteca di qualsiasi appassionato del fantastico. Le ragioni del suo oramai essere considerato un autore “di nicchia” stanno forse nel suo “unpolitically-correct”. In White non esiste il termine “di colore”, ma “negro”, mentre i cinesi sono tutti servili, inquietanti e sfoggiano codini stile “yellow peril made in Sax Rohmer”, ma si dimentica sempre che è proprio da quell’humus razzista (razzismo che peraltro White non condivideva se non per esigenze letterarie dell’epoca) che nasce buona parte della migliore letteratura “nera”. L’orrore per il “diverso” che diventa terrore per l’ignoto, poi rimorso, poi “ossessione” per il rimorso.

Non va inoltre dimenticato che White era affascinato, come ogni scrittore del Fantastico, proprio da quell’esotico che giganteggia in ogni suo racconto e dalla componente di ancestralità che lo circonda. Da non ignorare inoltre, che, a dispetto della terminologia, il Nostro ha scritto alcune fra le più belle pagine sull’anticolonialismo mai scritte, con la sola eccezione di Conrad e di Kipling, di cui pure White fu acceso ammiratore.

Tradotto mirabilmente dallo stesso curatore Bernardo Cicchetti, il volume contiene tre fra le più importanti raccolte di racconti Weird di Edward Lucas White seguendone fedelmente le edizioni americane, constando rispettivamente in Lukundoo and Other Stories (1927), The Song of the Sirens (1919) e Sesta and Other Strange Stories (ed. americana del 2001). Il libro costituisce quindi una assoluta “ghiottoneria”, in quanto è l’unica traduzione italiana finora esistente, oltre che la più completa. Lo arricchiscono il saggio “Henry Lucas White: mercante di sogni” di Andrea Jarok, nonché una dotta postfazione di Cicchetti, e lo impreziosiscono illustrazioni di Williy Pogany, Jack Gaughan, Franklin Booth, Lee Brown Coye, Virgil Finlay, Sidney Sime, per citarne solo alcuni.

Mariano D’Anza

giovedì 1 settembre 2011

The Weird, un secolo di storie oscure e fantastiche nel compendio di Ann e Jeff VanderMeer

The Weird, 2011, copertinaNulla di meno facilmente definibile del concetto di weird, specie dovendo renderne tutte le gradazioni e i labili confini nei termini dell’italiano, senza un corrispettivo per certe parole squisitamente anglosassoni nell’illustrare le – per loro – innumerevoli sfumature del sinistro, dello “strano”, dell’inquietante al di sopra e al di là del naturale.

Ann e Jeff VanderMeer avevano tentato di definire in qualche modo il “nuovo weird”, sorto negli anni 90 tra fantasy urbana e nero realismo fantastico, con la pubblicazione nel 2008 dell’antologia The New Weird, influente anche se non risolutiva nell’inquadrare un genere così sfuggente per natura. Oggi, partendo da molto più lontano, la premiata coppia di editors torna stavolta a ripercorrere oltre un secolo di fantasie e di fantastici orrori con un vero e proprio monumentale compendio, The Weird: A Compendium of Dark & Strange Stories, in uscita nel Regno Unito a ottobre per la Atlantic Books, marchio dell’editrice inglese Corvus.

“Un compendio non ha la completezza di un’enciclopedia, né la vastità di un thesaurus,” scrive Ann VanderMeer nel presentare l’opera sulle pagine online di weirdtalesmagazine.com. “Anche se la spina dorsale del libro riflette l’immensa influenza sia di Kafka che di Lovecraft, da quel basilare centro focale ci siamo avventurati a proporre diverse tradizioni narrative weird ed «estranee» forse aperte a discussione. L’antologia vuol essere sia un interrogativo sulla weird fiction che un dialogo con essa. Ci auguriamo che i lettori siano deliziati dai classici qui inclusi e dalle inattese scoperte trovate in queste pagine”.

Tra le più voluminose selezioni antologiche tematiche di sempre, The Weird arriva con tutto il peso letterale e metaforico di un “mattone di carta” da 1152 pagine, coprendo un arco temporale che va dai primi del Novecento ai giorni nostri e, cosa non troppo usuale in quest’area letteraria, una varietà di lingue e nazionalità in traduzione da tutti continenti.

Fra titoli celebri, classici “minori” e novità recenti, l’elenco delle storie e degli autori è tanto vasto da renderne impossibile un sunto rappresentativo in poche righe: meglio piuttosto rimandare al chilometrico indice dei contenuti, riportato integralmente a seguito, in una quantità di voci, di temi e di periodi oltre che d’estrazioni culturali e di tendenze da un estremo all’altro del pur vasto spettro del fantastico weird; dentro, fuori e ai margini del genere. Il tutto mettendo assieme opposte visioni contemporanee come quelle di Thomas Ligotti e Stephen King; veterani dei pulp magazines come Abraham Merritt, C.A. Smith e lo stesso H.P. Lovecraft accanto ad artisti-letterati quali Alfred Kubin, Bruno Schulz, Mervyn Peake o Leonora Carrington; oscuri – ancor oggi – mitteleuropei come Stefan Grabiński e grandi latinoamericani come J.L. Borges e Julio Cortázar

Curiosità: l’Italia è rappresentata nel volume con “Il colombre” di Dino Buzzati e il ben più raro e misconosciuto “L’uomo vegetale” del poeta e scrittore fiorentino Luigi Ugolini (1891-1980), un racconto apparso sul Giornale Illustrato dei Viaggi nel 1917.

Con l’introduzione a firma dei due curatori, il libro si apre sulla prefazione scritta da Michael Moorcock per concludersi con una postfazione di China Miéville. In attesa che i Vandermeer lancino da ottobre il sito dedicato www.weirdfictionreview.com, informazioni sul volume sono reperibili presso la pagina ufficiale web dell’editore. E adesso, mettetevi comodi per scorrere il sommario…

Alfred Kubin – The Other Side (excerpt), 1908 (translation, Austria)
F. Marion Crawford – The Screaming Skull, 1908
Algernon Blackwood – The Willows, 1907
Saki – Sredni Vashtar, 1910
M.R. James – Casting the Runes, 1911
Lord Dunsany – How Nuth Would Have Practiced his Art, 1912
Gustav Meyrink – The Man in the Bottle, 1912 (translation, Austria)
Georg Heym – The Dissection, 1913 (new translation by Gio Clairval, Germany)
Hanns Heinz Ewers – The Spider, 1915 (translation, Germany)
Rabindranath Tagore – The Hungry Stones, 1916 (India)
Luigi Ugolini – The Vegetable Man, 1917 (new translation by Anna and Brendan Connell, Italy)
Abraham Merritt – The People of the Pit, 1918
Ryunosuke Akutagawa – The Hell Screen, 1918 (new translation, Japan)
Francis Stevens (Gertrude Barrows Bennett) – Unseen—Unfeared, 1919
Franz Kafka – In the Penal Colony, 1919 (translation, German/Czech)
Stefan Grabiński – The White Weyrak, 1921 (translation, Poland)
H.F. Arnold – The Night Wire, 1926
H.P. Lovecraft – The Dunwich Horror, 1929
Margaret Irwin – The Book, 1930
Jean Ray – The Mainz Psalter, 1930 (translation, Belgium)
Jean Ray – The Shadowy Street, 1931 (translation, Belgium)
Clark Ashton Smith – Genius Loci, 1933
Hagiwara Sakutarō – The Town of Cats, 1935 (translation, Japan)
Hugh Walpole – Tarn, 1936
Bruno Schulz – At the Sign of the Hourglass, 1937 (translation, Poland)
Robert Barbour Johnson – Far Below, 1939
Fritz Leiber – Smoke Ghost, 1941
Leonora Carrington – White Rabbits, 1941
Donald Wollheim – Mimic, 1942
Ray Bradbury – The Crowd, 1943
William Sansom – The Long Sheet, 1944
Jorge Luis Borges – The Aleph, 1945 (translation, Argentina)
Olympe Bhely-Quenum – A Child in the Bush of Ghosts, 1949 (Benin)
Shirley Jackson – The Summer People, 1950
Margaret St. Clair – The Man Who Sold Rope to the Gnoles, 1951
Robert Bloch – The Hungry House, 1951
Augusto Monterroso – Mister Taylor, 1952 (new translation by Larry Nolen, Guatemala)
Amos Tutuola – The Complete Gentleman, 1952 (Nigeria)
Jerome Bixby – It’s a Good Life, 1953
Julio Cortázar – Axolotl, 1956 (new translation by Gio Clairval, Argentina)
William Sansom, A Woman Seldom Found, 1956
Charles Beaumont – The Howling Man, 1959
Mervyn Peake – Same Time, Same Place, 1963
Dino Buzzati – The Colomber, 1966 (new translation by Gio Clairval, Italy)
Michel Bernanos – The Other Side of the Mountain, 1967 (new translation by Gio Clairval, France)
Merce Rodoreda – The Salamander, 1967 (translation, Catalan)
Claude Seignolle – The Ghoulbird, 1967 (new translation by Gio Clairval, France)
Gahan Wilson – The Sea Was Wet As Wet Could Be, 1967
Daphne Du Maurier – Don’t Look Now, 1971
Robert Aickman – The Hospice, 1975
Dennis Etchison – It Only Comes Out at Night, 1976
James Tiptree Jr. (Alice Sheldon) – The Psychologist Who Wouldn’t Do Terrible Things to Rats, 1976
Eric Basso – The Beak Doctor, 1977
Jamaica Kincaid – Mother, 1978 (Antigua and Barbuda/US)
George R.R. Martin – Sandkings, 1979
Bob Leman – Window, 1980
Ramsey Campbell – The Brood, 1980
Michael Shea – The Autopsy, 1980
William Gibson / John Shirley – The Belonging Kind, 1981
M. John Harrison – Egnaro, 1981
Joanna Russ – The Little Dirty Girl, 1982
M. John Harrison – The New Rays, 1982
Premendra Mitra – The Discovery of Telenapota, 1984 (translation, India)
F. Paul Wilson – Soft, 1984
Octavia Butler – Bloodchild, 1984
Clive Barker – In the Hills, the Cities, 1984
Leena Krohn – Tainaron, 1985 (translation, Finland)
Garry Kilworth – Hogfoot Right and Bird-hands, 1987
Lucius Shepard – Shades, 1987
Harlan Ellison – The Function of Dream Sleep, 1988
Ben Okri – Worlds That Flourish, 1988 (Nigeria)
Elizabeth Hand – The Boy in the Tree, 1989
Joyce Carol Oates – Family, 1989
Poppy Z Brite – His Mouth Will Taste of Wormwood, 1990
Michal Ajvaz – The End of the Garden, 1991 (translation, Czech)
Karen Joy Fowler – The Dark, 1991
Kathe Koja – Angels in Love, 1991
Haruki Murakami – The Ice Man, 1991 (translation, Japan)
Lisa Tuttle – Replacements, 1992
Marc Laidlaw – The Diane Arbus Suicide Portfolio, 1993
Steven Utley – The Country Doctor, 1993
William Browning Spenser – The Ocean and All Its Devices, 1994
Jeffrey Ford – The Delicate, 1994
Martin Simpson – Last Rites and Resurrections, 1994
Stephen King – The Man in the Black Suit, 1994
Angela Carter – The Snow Pavilion, 1995
Craig Padawer – The Meat Garden, 1996
Stepan Chapman – The Stiff and the Stile, 1997
Tanith Lee – Yellow and Red, 1998
Kelly Link – The Specialist’s Hat, 1998
Caitlin R. Kiernan – A Redress for Andromeda, 2000
Michael Chabon – The God of Dark Laughter, 2001
China Miéville – Details, 2002
Michael Cisco – The Genius of Assassins, 2002
Neil Gaiman – Feeders and Eaters, 2002
Jeff VanderMeer – The Cage, 2002
Jeffrey Ford – The Beautiful Gelreesh, 2003
Thomas Ligotti – The Town Manager, 2003
Brian Evenson – The Brotherhood of Mutilation, 2003
Mark Samuels – The White Hands, 2003
Daniel Abraham – Flat Diana, 2004
Margo Lanagan, Singing My Sister Down, 2005 (Australia)
T.M. Wright – The People on the Island, 2005
Laird Barron – The Forest, 2007
Liz Williams – The Hide, 2007
Reza Negarestani – The Dust Enforcer, 2008 (Iran)
Micaela Morrissette – The Familiars, 2009
Steve Duffy – In the Lion’s Den, 2009
Stephen Graham Jones – Little Lambs, 2009
K.J. Bishop – Saving the Gleeful Horse, 2010 (Australia)


The Weird
A Compendium of Dark & Strange Stories
a cura di Ann e Jeff VanderMeer
Atlantic Books, 2011
brossura, 1152 pagine, £19.99
ISBN 9781848876873

Andrea Bonazzi

lunedì 25 aprile 2011

Delicate Toxins: un omaggio a H.H. Ewers

Delicate Toxins, 2011, copertinaÈ un omaggio alla figura e l’opera di Hanns Heinz Ewers l’antologia Delicate Toxins. A Collection of Strange Tales curata da John Hirschhorn-Smith per la minuscola e specializzata editrice britannica Side Real Press, che al discusso e oggi non più molto noto fantasista tedesco ha dedicato due recenti nuove edizioni in lingua inglese, l'anno scorso con il romanzo Alraune (1911) e con la raccolta Nachtmahr. Strange Tales (1922) nel 2009.

Coinvolgendo nuovi e consolidati autori del weird horror come Richard Gavin, Mark Samuels, Mark Valentine e Reggie Oliver, le diciotto storie originali del volume si ispirano direttamente al mondo, alla vita e all’ambiente culturale di H.H. Ewers (1871-1943), scrittore citato anche da Lovecraft nel proprio saggio sull’orrore soprannaturale nella letteratura, in special modo per quel piccolo classico che è il racconto “Il ragno” (“Die Spinne”, 1907).

Il volume è realizzato in una tiratura limitata di 350 copie, con stampa a tre colori sulla copertina rigida nello stesso decorativo stile d’epoca dei precedenti titoli di Ewers, in una serie di pubblicazioni che Side Real Press intende proseguire a riproporre. Il prezzo di 35 sterline comprende la spedizione per l’Europa, con un ex-libris personalizzato in omaggio per chi acquisti il libro direttamente dal sito web dell’editore www.siderealpress.co.uk, al quale si rimanda per ogni informazione. Qui a seguito, invece, l’indice dei contenuti:

Introduction – John Hirschhorn-Smith
A Pallid Devil Bearing Cypress – Richard Gavin
Salmacis – Stephen J. Clark
Crossing The Sea Of Night – Mark Howard Jones
Mathilde – Ray Russell
Dogs – rj krijnen-kemp
Tlaloc – Angela Caperton
Magicians And Moonlight – Katherine Haynes
Lotte Of The Black Piglet – Colin Insole
The Unrest At Aachen – Mark Valentine
The Naked Goddess – Daniel Mills
Singing Blood – Reggie Oliver
The Devil In The Box – Orrin Grey
The Rites of Pentecost – Peter Bell
Endor – Michael Chislett
Masks – Mark Samuels
White Roses, Bloody Silk – Thana Niveau
The Filature – Adam S. Cantwell
Holzwege – D. P. Watt


Delicate Toxins. A Collection of Strange Tales
a cura di John Hirschhorn-Smith
Side Real Press, 2011
copertina rigida, 340 pagine, £35.00 (spedizione inclusa)
ISBN 9780954295363

Andrea Bonazzi

giovedì 10 marzo 2011

Lovecraft: Teoria dell’Orrore, una recensione

“I rapporti fra uomini non stimolano la mia fantasia. Semmai è il rapporto dell’uomo con il cosmo, con l’ignoto, che solo riesce ad accendere in me la scintilla dell’immaginazione creatrice. Il punto di vista antropocentrico mi riesce insopportabile, perché non posso condividerne la primitiva miopia che esalta il mondo trascurando ciò che vi sta dietro. Il mio piacere è la meraviglia, l’inesplorato, l’inaspettato, ciò che è nascosto e quell’alcunchè d’immutabile che si cela dietro l’apparente mutevolezza delle cose. Rintracciare quel ch’è remoto nel vicino; l’eterno nell’effimero; il passato nel presente; l’infinito nel finito; queste sono le fonti del mio piacere e di ciò che io chiamo bellezza”. (H.P. Lovecraft, “In Difesa di Dagon”, 1921)

Howard Phillips Lovecraft, fotoNelle vesti di critico e di teorico letterario, non meno che in quelle di straordinario narratore dell’orrore, H.P. Lovecraft non sarà mai lodato abbastanza. Basti citare il suo fondamentale “Supernatural Horror in Literature”, il primo vero studio sulla narrativa dell’horror e del mistero che sia mai stato scritto – ancora oggi una pietra miliare nel suo genere e manifesto, mai come oggi così attuale, delle inquietudini del terrore in letteratura – per rendercene conto.

Ma Lovecraft ha scritto anche tutta una serie di sue brillanti argomentazioni sulla materia presa in oggetto, l’horror e il fantastico (materia eterea, irreale, da cui nascono tutte le fantasie...) e in particolare il cosmic horror che è al centro della sua poetica, e le sue interpretazioni hanno anticipato quelle di noti critici e teorizzatori del genere come Tolkien, Borges e Caillois, con il fantastico inteso come alternativa o Mondo Secondario (“secondary world”) e il soprannaturale visto quale interruzione e violazione delle Leggi naturali che dominano la Realtà.

Tutti questi straordinari saggi, utilissimi per indagare la filosofia alla base dell’opera dello scrittore, la sua estetica dell’orrore, e le pulsioni recondite da cui questo scaturisce, sono ora stati raccolti, per la prima volta al mondo (e per una volta tanto il vanto è tutto italiano) nel nuovissimo Teoria dell’Orrore. Tutti gli scritti critici di H.P. Lovecraft (Edizioni Bietti, 2011, pp. 560, €24.00), volume a cura del noto esperto e specialista Gianfranco de Turris, e con una Introduzione di S.T. Joshi, massima autorità su vita e opere del Maestro dell’Incubo.

In verità, non è un libro e un lavoro fatto ex novo, in quanto i saggi di Lovecraft sulla Letteratura fantastica sono già stati raccolti in precedenza, sempre da G. de Turris, una prima volta – in edizione però pressoché incompleta – in In difesa di Dagon e altri saggi sul fantastico (SugarCo, 1994, pp. 202) e poi in volume pubblicato da Castelvecchi (2001, pp. 272) omonimo del presente.

Questa che segnaliamo è quindi (come si legge nel frontespizio interno) una “Terza edizione riveduta, corretta, aggiornata ed ampliata” ma si presenta a tutti gli effetti come un’opera nuova per una serie di ragioni, in primis le circa 200 pagine di materiale nuovo che ne giustifica la mole e l’acquisto. Per non parlare di tutti gli aggiornamenti, le correzioni, le decine e decine di annotazioni in più, ecc., rispetto alle precedenti versioni. Sicuramente si tratta della compilazione definitiva di questo genere, un’opera di seminale importanza che aiuta a decifrare uno scrittore che è stato capace di aprire squarci nel banale quotidiano e di gettare nuovi semi e idee in un campo (oggi minato qual è quello del fantastico letterario) che di semi e idee fruttifere ne ha finora visti pochi.

In questo senso, quella attuata consapevolmente da Lovecraft, nella narrativa e soprattutto nei saggi, è stata una vera e propria “rivoluzione Copernicana” (per usare la bella definizione di Fritz Leiber), un matrice e un mezzo attraverso cui far emergere il suo più profondo pensiero e la sua immensa, assoluta, quasi metafisica (seppure saldamente materialistica e agnostica) “visione delle cose”.

Teoria dell’Orrore, 2011, copertinaA differenza di Poe, Lovecraft colloca l’orrore nel “vasto spazio esterno”, nell’insondabile e profondo Ignoto, e la sua concezione dell’incubo è frutto di tre capisaldi: 1) anzitutto “l’Ignoto”, appunto, inteso come il versante più tenebroso del fantastico; 2) poi “l’atmosfera”, frutto di allusioni a forze estranee e ostili; 3) il punto di vista “cosmico”; 4) infine la “sospensione della realtà”, intesa come sconfitta di ogni legge di natura. Su questi quattro principî Lovecraft edificherà il suo personalissimo percorso, di uomo e di narratore.

Questi saggi sono quindi di vitale interesse e di valore durevole, dando materia alla materia stessa di cui sono fatti i sogni...

Gli scritti sono presentati in modo organico, con un accurato apparato critico di contorno che ne spiega genesi, evoluzione ed importanza. Fondamentale tra questi documenti è naturalmente “L’Orrore sovrannaturale nella Letteratura”, il saggio più importante scritto da HPL, che lo scrittore aggiornò continuamente e costantemente nel corso della sua vita. Quella che qui si è tradotta (unica versione italiana completa, annotata e prefata) è l’ultima sua revisione, del 1936. Lovecraft vi traccia una vera e propria genealogia dell’orrore, che partendo dai primi esempi del genere gotico, attraversando Edgar Allan Poe e Lord Dunsany (due suoi numi tutelari), arriva fino ai Maestri moderni. Un excursus critico-storico che non ha precedenti né rivali in campo critico. Le “fortune” di questo saggio, del resto, sono ampiamente documentate all’interno dal compianto Claudio De Nardi (scomparso mentre questo libro era in corso di stampa) in un bell’intervento, “Storia e Fortuna de L’Orrore Sovrannatutale nella Letteratura”, che introduce alla perfezione quello che Gianfranco de Turris ha giustamente definito “un testo fondamentale nella storia delle teorie del fantastico” (p. 17).

Seguono altri testi critici, di minore portata ma non meno significativi. Il più stimolante tra questi è sicuramente un gruppo di interventi scritti nel 1921, che poi sono stati riuniti dal grande S.T. Joshi sotto il titolo generale di “In Difesa di Dagon”. Si tratta di una serie di ampie e articolate riflessioni in cui Lovecraft difendeva filosofia, gusto estetico e tecniche narrative alla base dei suoi primi racconti, e, più in generale, l’originalità del suo modo di intendere e di vedere il fantastico.

Vengono quindi raccolti una serie di interventi su alcuni temi generali della narrativa fantastica intesa nella sua accezione più ampia: ecco, dunque, uno scritto sul mondo magico e fiabesco (“Sulle Fate”), uno sulla fantascienza (“Alcuni appunti sulla narrativa interplanetaria”), e un paio dedicati più specificatamente alla letteratura horror e weird (“Note su come scrivere racconti fantastici” e “Osservazioni sulla narrativa fantastica”), che insieme costituiscono una guida inestimabile ai principî di Lovecraft e ai suoi metodi di scrittura narrativa.

Infine, trovano posto una serie di profili critici e biografici su alcuni importanti autori del passato, o contemporanei di Lovecraft, che nella forma del saggio breve uniscono memorie e ricordi personali all’analisi critica dell’opera dell’autore. Tra essi spiccano “Lord Dunsany e la sua opera” (1922), e “I romanzi fantastici di William Hope Hodgson” (1934); ma non sono da meno le osservazioni e i ricordi di HPL su Robert E. Howard, Clark Ashton Smith e Henry Whitehead, che proprio grazie al peso dell’apprezzamento di Lovecraft sono assurti essi stessi al rango di Maestri del fantastico.

Dicevamo all’inizio del materiale inedito che arricchisce questa bellissima edizione (che si presenta un must anche sotto il profilo visivo e “tattile”, unendo al rigore e alla sobrietà della veste grafica la limpidezza dei fonts e un perfetto design, interno ed esterno, che rende il volume un piccolo gioiellino di cura editoriale), che recupera innanzitutto una curiosa lista di Lovecraft, “Le mie storie dell’orrore preferite”, tratta da un raro numero del 1934 di The Fantasy Fan; ma la vera novità, una primizia per l’Italia, è qui rappresentata dalle “Trame di racconti fantastici” (“Weird Story Plots”), cioè i sunti da lui preparati dei classici dell’horror che vanno da Poe a Blackwood, da M.R. James a R.W. Chambers, H.H. Ewers, ecc. – senza tralasciare grandi storie dimenticate di W. Elwyn Backus, Leonard Cline, Paul Suter e altri. Lovecraft scrisse tali sunti per “identificare elementi e situazioni che universalmente contribuiscono a creare le suggestioni e a dare efficacia in un racconto dell’orrore”.

Nella parte conclusiva di questa edizione ampliata di Teoria dell’Orrore troviamo infine le “Lettere sull’immaginario” di Lovecraft, una serie di corposi (e inediti) brani estratti dal suo epistolario inerenti la letteratura fantastica e dintorni, ma non solo (giacchè, come ci ricorda de Turris, “Lovecraft non era semplicemente un appassionato ed un autore del fantastico, ma aveva alle spalle un retroterra che si rifletteva su questa sua passione specifica”), il tutto con l’aggiunta di diverse note esplicative, indicazioni bio-bibliografiche, ecc.

Ciò che emerge fuori, a lettura conclusa, è l’enorme passione che Lovecraft nutriva per il genere letterario da lui prescelto, un amore profondo, viscerale, sincero, ma anche analitico e, potremmo dire, “scientifico” nella sua continua analisi e dissezione della materia, opere, autori eccetera. Ma, più importante ancora, in quei saggi Lovecraft riesce a dare una base concreta alla sua filosofia, e a fornire una giustificazione alla scrittura del mistero mediante un’analisi sulla natura e il fascino della narrativa dell’orrore. L’enfasi viene posta sull’atmosfera, più che sulla trama, nella significativa distinzione (che sembra essersi persa nella narrativa horror odierna) tra il racconto genuinamente del mistero e il racconto di mera suspense psicologica.

E poi, fortemente significative, ci sono le sue riflessioni sulla terrificante posizione dell’uomo (infima) nei confronti del vasto universo, la difesa, etica ed estetica, del suo materialismo di natura meccanicista e, in generale, troviamo nei saggi le fondamenta su cui Lovecraft tratteggia in controluce la propria personalissima visione del mondo e della vita. Una lettura fondamentale, quindi, direi vitale per comprendere il pensiero di Howard Phillips Lovecraft, il più grande creatore d’incubi della storia, e anche per capire l’importanza e il significato del genere all’interno del canone letterario tout-court.

Ma, soprattutto, è una lettura indispensabile per avvertire anche noi “... quel raspare di ali nere” che s’agitano negli abissi più profondi dello spazio, e i misteri, le meraviglie e i portenti che si celano ai margini dell’universo a noi sconosciuto.

Pietro Guarriello