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sabato 6 aprile 2013

Death Poems, i macabri versi di Thomas Ligotti

Death Poems, 2013, copertina
Pubblicati nel 2002 dalla britannica Durtro Press di David Tibet, in 333 copie rilegate in tela accompagnate da una spilletta con teschio stilizzato e motto “Carpe Diem”, i Death Poems di Thomas Ligotti sono rimasti – nel corso d’un decennio – una di quelle quasi inaccessibili “curiosità per bibliomani” gelosamente custodite dagli appassionati, quando non rivendute a cifre esorbitanti sui mercati del collezionismo di settore.

Una nuova edizione aggiornata ed espansa di Death Poems è ora in uscita negli Stati Uniti presso Bad Moon Books, che ai trentasette originari poemi di Ligotti aggiunge la novità di un’ulteriore sezione di poesie intitolata “Closing Statements”, il tutto con la copertina e le illustrazioni interne originali appositamente realizzate da Richard A. Kirk.

Tre le versioni rese disponibili: una speciale tiratura di soli 46 esemplari contrassegnati e inscritti dall’autore, ognuno con il titolo d’uno dei poemi raccolti, e arricchito di supplementari illustrazioni per la collezionistica cifra di 150 dollari; un’edizione limitata a copertina rigida, in 300 volumi autografati al prezzo di $40, e infine 500 copie di un’abbordabile brossura a $15.99, che permetterà finalmente una più ampia diffusione dei neri, macabri e curiosi versi di Thomas Ligotti, la più influente voce narrativa del weird horror al volgere del secolo.

Informazioni dettagliate e richieste presso le pagine web della casa editrice su www.badmoonbooks.com.

Death Poems
Thomas Ligotti
Bad Moon Books, 2013
brossura, illustrato, 68 pagine, $15.99
ISBN 9780988447899

Illustrazione di Richard A. Kirk

Andrea Bonazzi

venerdì 7 ottobre 2011

In the Dust of This Planet, l’orrore e la filosofia

In the Dust of This Planet, 2011, copertina
Interrogandosi a vicenda, filosofia e orrore passeggiano da sempre sottobraccio nel campo – pieno di erbacce, s’intende – del fantastico weird, specialmente nell’ultimo ventennio dal The Philosophy of Horror: Or, Paradoxes of the Heart (1990) di Noel Carrol alle idee di S.T. Joshi esposte in The Weird Tale (ancora 1990) circa la personale, peculiare visione del mondo veicolata dai maggiori scrittori in tale ambito. Più di recente, con lo speciale di Collapse Vol. IV: Concept Horror (2008) pubblicato da Urbanomic, o l’ultima eclettica prova saggistica di Thomas Ligotti sul pessimismo filosofico in The Conspiracy Against the Human Race: A Contrivance of Horror (2010).

Appena uscito per la Zero Books, un marchio del gruppo editoriale anglo-americano John Hunt Publishing, è ora la volta di questo In the Dust of This Planet. Horror of Philosophy vol. 1, un saggio di Eugene Thacker sulle relazioni tra filosofia e horror passando attraverso il pensiero occulto, mistico e demonologico fino all’orrore come genere nella cultura odierna.

Lo stesso Thomas Ligotti così si esprime in un blurb di presentazione scritto per libro: “il disquisire di Thacker sull’intersecarsi di orrore e di filosofia è del tutto originale e del tutto accattivante... In the Dust of This Planet è un grimorio enciclopedico nell’istruirci nella varietà del pensiero esoterico e le infernali diversioni esistenti per l’indagine ulteriore del lettore, accompagnandoci in un delizioso percorso in mezzo ad attrazioni dannate che da sole valgono il biglietto d’ingresso per questo volume”.

Fra disastri economici e sociali, catastrofi planetarie, nuove pandemie e un’incombente minaccia di estinzione, il mondo sta diventando un luogo sempre più “impensabile”. Il suggerimento, in questo libro, è quello di guardare al genere narrativo dell’orrore in quanto capace di offrirci punti di vista alternativi, nuovi modi di pensare di fronte, appunto, all’impensabile. Il confronto con questa idea è anche un coinvolgimento, un invito ad affrontare la nostra capacità di comprendere il mondo in cui viviamo: un motivo centrale in tutto l’horror.

In the Dust of This Planet esplora dunque tali rapporti tra la filosofia e l'orrore. Nell’approccio di Thacker, la filosofia non è affrontata secondo un taglio accademico quanto, piuttosto, come “pensiero al limite di ogni pensiero”, tanto più nell’andare a incastrarsi con certe concezioni proprie dell’occultismo, della demonologia e del misticismo, rappresentate in separati capitoli dell’opera. Allo stesso modo, l’autore considera l’horror come qualcosa di ben più significativo; non per l’aspetto di superficie, quello delle “tattiche dello spavento” e dello splatter, ma per il sottovalutato quanto basilare tema del supernatural horror nella narrativa, nel cinema, nei fumetti e nella musica. Come riporta la nota editoriale, “questo rapporto tra filosofia e orrore non comprende in sé la filosofia dell'orrore, se non altro, quanto al contrario l'orrore della filosofia, in quei momenti in cui il pensiero filosofico si confronta enigmaticamente con l'orizzonte della propria esistenza”. Per Thacker, l’orrore soprannaturale è il punto chiave in cui trova luogo questo paradossale “pensiero dell’impensabile”.

Autore di pubblicazioni su una gran varietà di argomenti, dalla fantascienza e l’horror alla filosofia continentale, Eugene Thacker è professore associato presso la New School di New York oltre che, stando a quel che scrive di sé in quarta di copertina, “ricercatore di ruolo all’Istituto di Ateologia Shoggotica della Miskatonic University”.

Maggiori informazioni sulle pagine di www.zero-books.net, mentre si può dare una sbirciata ai contenuti del volume attraverso l’ampia anteprima del “LookInside!” di Amazon.

In the Dust of This Planet. Horror of Philosophy vol. 1
Eugene Thacker
Zero Books, 2011
brossura, 179 pagine, £11.99 / $19.95
ISBN 9781846946769

Andrea Bonazzi

giovedì 1 settembre 2011

The Weird, un secolo di storie oscure e fantastiche nel compendio di Ann e Jeff VanderMeer

The Weird, 2011, copertinaNulla di meno facilmente definibile del concetto di weird, specie dovendo renderne tutte le gradazioni e i labili confini nei termini dell’italiano, senza un corrispettivo per certe parole squisitamente anglosassoni nell’illustrare le – per loro – innumerevoli sfumature del sinistro, dello “strano”, dell’inquietante al di sopra e al di là del naturale.

Ann e Jeff VanderMeer avevano tentato di definire in qualche modo il “nuovo weird”, sorto negli anni 90 tra fantasy urbana e nero realismo fantastico, con la pubblicazione nel 2008 dell’antologia The New Weird, influente anche se non risolutiva nell’inquadrare un genere così sfuggente per natura. Oggi, partendo da molto più lontano, la premiata coppia di editors torna stavolta a ripercorrere oltre un secolo di fantasie e di fantastici orrori con un vero e proprio monumentale compendio, The Weird: A Compendium of Dark & Strange Stories, in uscita nel Regno Unito a ottobre per la Atlantic Books, marchio dell’editrice inglese Corvus.

“Un compendio non ha la completezza di un’enciclopedia, né la vastità di un thesaurus,” scrive Ann VanderMeer nel presentare l’opera sulle pagine online di weirdtalesmagazine.com. “Anche se la spina dorsale del libro riflette l’immensa influenza sia di Kafka che di Lovecraft, da quel basilare centro focale ci siamo avventurati a proporre diverse tradizioni narrative weird ed «estranee» forse aperte a discussione. L’antologia vuol essere sia un interrogativo sulla weird fiction che un dialogo con essa. Ci auguriamo che i lettori siano deliziati dai classici qui inclusi e dalle inattese scoperte trovate in queste pagine”.

Tra le più voluminose selezioni antologiche tematiche di sempre, The Weird arriva con tutto il peso letterale e metaforico di un “mattone di carta” da 1152 pagine, coprendo un arco temporale che va dai primi del Novecento ai giorni nostri e, cosa non troppo usuale in quest’area letteraria, una varietà di lingue e nazionalità in traduzione da tutti continenti.

Fra titoli celebri, classici “minori” e novità recenti, l’elenco delle storie e degli autori è tanto vasto da renderne impossibile un sunto rappresentativo in poche righe: meglio piuttosto rimandare al chilometrico indice dei contenuti, riportato integralmente a seguito, in una quantità di voci, di temi e di periodi oltre che d’estrazioni culturali e di tendenze da un estremo all’altro del pur vasto spettro del fantastico weird; dentro, fuori e ai margini del genere. Il tutto mettendo assieme opposte visioni contemporanee come quelle di Thomas Ligotti e Stephen King; veterani dei pulp magazines come Abraham Merritt, C.A. Smith e lo stesso H.P. Lovecraft accanto ad artisti-letterati quali Alfred Kubin, Bruno Schulz, Mervyn Peake o Leonora Carrington; oscuri – ancor oggi – mitteleuropei come Stefan Grabiński e grandi latinoamericani come J.L. Borges e Julio Cortázar

Curiosità: l’Italia è rappresentata nel volume con “Il colombre” di Dino Buzzati e il ben più raro e misconosciuto “L’uomo vegetale” del poeta e scrittore fiorentino Luigi Ugolini (1891-1980), un racconto apparso sul Giornale Illustrato dei Viaggi nel 1917.

Con l’introduzione a firma dei due curatori, il libro si apre sulla prefazione scritta da Michael Moorcock per concludersi con una postfazione di China Miéville. In attesa che i Vandermeer lancino da ottobre il sito dedicato www.weirdfictionreview.com, informazioni sul volume sono reperibili presso la pagina ufficiale web dell’editore. E adesso, mettetevi comodi per scorrere il sommario…

Alfred Kubin – The Other Side (excerpt), 1908 (translation, Austria)
F. Marion Crawford – The Screaming Skull, 1908
Algernon Blackwood – The Willows, 1907
Saki – Sredni Vashtar, 1910
M.R. James – Casting the Runes, 1911
Lord Dunsany – How Nuth Would Have Practiced his Art, 1912
Gustav Meyrink – The Man in the Bottle, 1912 (translation, Austria)
Georg Heym – The Dissection, 1913 (new translation by Gio Clairval, Germany)
Hanns Heinz Ewers – The Spider, 1915 (translation, Germany)
Rabindranath Tagore – The Hungry Stones, 1916 (India)
Luigi Ugolini – The Vegetable Man, 1917 (new translation by Anna and Brendan Connell, Italy)
Abraham Merritt – The People of the Pit, 1918
Ryunosuke Akutagawa – The Hell Screen, 1918 (new translation, Japan)
Francis Stevens (Gertrude Barrows Bennett) – Unseen—Unfeared, 1919
Franz Kafka – In the Penal Colony, 1919 (translation, German/Czech)
Stefan Grabiński – The White Weyrak, 1921 (translation, Poland)
H.F. Arnold – The Night Wire, 1926
H.P. Lovecraft – The Dunwich Horror, 1929
Margaret Irwin – The Book, 1930
Jean Ray – The Mainz Psalter, 1930 (translation, Belgium)
Jean Ray – The Shadowy Street, 1931 (translation, Belgium)
Clark Ashton Smith – Genius Loci, 1933
Hagiwara Sakutarō – The Town of Cats, 1935 (translation, Japan)
Hugh Walpole – Tarn, 1936
Bruno Schulz – At the Sign of the Hourglass, 1937 (translation, Poland)
Robert Barbour Johnson – Far Below, 1939
Fritz Leiber – Smoke Ghost, 1941
Leonora Carrington – White Rabbits, 1941
Donald Wollheim – Mimic, 1942
Ray Bradbury – The Crowd, 1943
William Sansom – The Long Sheet, 1944
Jorge Luis Borges – The Aleph, 1945 (translation, Argentina)
Olympe Bhely-Quenum – A Child in the Bush of Ghosts, 1949 (Benin)
Shirley Jackson – The Summer People, 1950
Margaret St. Clair – The Man Who Sold Rope to the Gnoles, 1951
Robert Bloch – The Hungry House, 1951
Augusto Monterroso – Mister Taylor, 1952 (new translation by Larry Nolen, Guatemala)
Amos Tutuola – The Complete Gentleman, 1952 (Nigeria)
Jerome Bixby – It’s a Good Life, 1953
Julio Cortázar – Axolotl, 1956 (new translation by Gio Clairval, Argentina)
William Sansom, A Woman Seldom Found, 1956
Charles Beaumont – The Howling Man, 1959
Mervyn Peake – Same Time, Same Place, 1963
Dino Buzzati – The Colomber, 1966 (new translation by Gio Clairval, Italy)
Michel Bernanos – The Other Side of the Mountain, 1967 (new translation by Gio Clairval, France)
Merce Rodoreda – The Salamander, 1967 (translation, Catalan)
Claude Seignolle – The Ghoulbird, 1967 (new translation by Gio Clairval, France)
Gahan Wilson – The Sea Was Wet As Wet Could Be, 1967
Daphne Du Maurier – Don’t Look Now, 1971
Robert Aickman – The Hospice, 1975
Dennis Etchison – It Only Comes Out at Night, 1976
James Tiptree Jr. (Alice Sheldon) – The Psychologist Who Wouldn’t Do Terrible Things to Rats, 1976
Eric Basso – The Beak Doctor, 1977
Jamaica Kincaid – Mother, 1978 (Antigua and Barbuda/US)
George R.R. Martin – Sandkings, 1979
Bob Leman – Window, 1980
Ramsey Campbell – The Brood, 1980
Michael Shea – The Autopsy, 1980
William Gibson / John Shirley – The Belonging Kind, 1981
M. John Harrison – Egnaro, 1981
Joanna Russ – The Little Dirty Girl, 1982
M. John Harrison – The New Rays, 1982
Premendra Mitra – The Discovery of Telenapota, 1984 (translation, India)
F. Paul Wilson – Soft, 1984
Octavia Butler – Bloodchild, 1984
Clive Barker – In the Hills, the Cities, 1984
Leena Krohn – Tainaron, 1985 (translation, Finland)
Garry Kilworth – Hogfoot Right and Bird-hands, 1987
Lucius Shepard – Shades, 1987
Harlan Ellison – The Function of Dream Sleep, 1988
Ben Okri – Worlds That Flourish, 1988 (Nigeria)
Elizabeth Hand – The Boy in the Tree, 1989
Joyce Carol Oates – Family, 1989
Poppy Z Brite – His Mouth Will Taste of Wormwood, 1990
Michal Ajvaz – The End of the Garden, 1991 (translation, Czech)
Karen Joy Fowler – The Dark, 1991
Kathe Koja – Angels in Love, 1991
Haruki Murakami – The Ice Man, 1991 (translation, Japan)
Lisa Tuttle – Replacements, 1992
Marc Laidlaw – The Diane Arbus Suicide Portfolio, 1993
Steven Utley – The Country Doctor, 1993
William Browning Spenser – The Ocean and All Its Devices, 1994
Jeffrey Ford – The Delicate, 1994
Martin Simpson – Last Rites and Resurrections, 1994
Stephen King – The Man in the Black Suit, 1994
Angela Carter – The Snow Pavilion, 1995
Craig Padawer – The Meat Garden, 1996
Stepan Chapman – The Stiff and the Stile, 1997
Tanith Lee – Yellow and Red, 1998
Kelly Link – The Specialist’s Hat, 1998
Caitlin R. Kiernan – A Redress for Andromeda, 2000
Michael Chabon – The God of Dark Laughter, 2001
China Miéville – Details, 2002
Michael Cisco – The Genius of Assassins, 2002
Neil Gaiman – Feeders and Eaters, 2002
Jeff VanderMeer – The Cage, 2002
Jeffrey Ford – The Beautiful Gelreesh, 2003
Thomas Ligotti – The Town Manager, 2003
Brian Evenson – The Brotherhood of Mutilation, 2003
Mark Samuels – The White Hands, 2003
Daniel Abraham – Flat Diana, 2004
Margo Lanagan, Singing My Sister Down, 2005 (Australia)
T.M. Wright – The People on the Island, 2005
Laird Barron – The Forest, 2007
Liz Williams – The Hide, 2007
Reza Negarestani – The Dust Enforcer, 2008 (Iran)
Micaela Morrissette – The Familiars, 2009
Steve Duffy – In the Lion’s Den, 2009
Stephen Graham Jones – Little Lambs, 2009
K.J. Bishop – Saving the Gleeful Horse, 2010 (Australia)


The Weird
A Compendium of Dark & Strange Stories
a cura di Ann e Jeff VanderMeer
Atlantic Books, 2011
brossura, 1152 pagine, £19.99
ISBN 9781848876873

Andrea Bonazzi

martedì 23 agosto 2011

The Book of Cthulhu, storie ispirate a Lovecraft

The Book of Cthulhu, 2011, copertinaSarà pure addormentato nella sua casa a R’lyeh, ma il sonno di Cthulhu oggi più che mai “produce mostri”, a giudicare almeno dalla fitta salva di antologie tematiche previste in uscita entro il prossimo autunno – tutte in lingua inglese, of course –, su cui non mancheremo di fornire aggiornamento.

Dall’americana Night Shade Books è in arrivo proprio in questi giorni la corposa selezione di The Book of Cthulhu. Tales Inspired by H.P. Lovecraft, curata da Ross E. Lockhart a raccogliere insieme noti “classici moderni” assieme alle novità contemporanee di una narrativa breve weird che, fuori da un’ormai stereotipata imitazione, direttamente si ispira all’orrore cosmico di Howard Phillips Lovecraft.

Nomi e racconti che hanno profondamente segnato l’horror fantastico degli ultimi trent’anni da T.E.D. Klein, Ramsey Campbell e Thomas Ligotti fino a Brian Lumley e Michael Shea, qui proposti accanto alle più recenti voci di genere fra Joe R. Lansdale e Caitlin R. Kiernan, John Langan e Laird Barron, W.H. Pugmire e Joseph S. Pulver, in oltre cinquecento pagine passando per assai meno usuali firme “lovecraftiane” come quelle di Bruce Sterling, Charles Stross, Gene Wolfe o Kage Baker.

L’illustrazione in copertina è di Obrotowy. Maggiori informazioni sono reperibili sul sito web dell’editore, mentre è possibile dare un’occhiata alle pagine iniziali del volume nell’ampia anteprima disponibile attraverso il “LookIside!” di Amazon. Qui sotto l’indice dei contenuti:

Introduction – Ross E. Lockhart
Andromeda among the Stones – Caitlin R. Kiernan
The Tugging – Ramsey Campbell
A Colder War – Charles Stross
The Unthinkable – Bruce Sterling
Flash Frame – Silvia Moreno-Garcia
Some Buried Memory – W.H. Pugmire
The Infernal History of the Ivybridge Twins – Molly Tanzer
Fat Face – Michael Shea
Shoggoths in Bloom – Elizabeth Bear
Black Man With A Horn – T.E.D. Klein
Than Curse the Darkness – David Drake
Jeroboam Henley's Debt – Charles R. Saunders
Nethescurial – Thomas Ligotti
Calamari Curls – Kage Baker
Jihad over Innsmouth – Edward Morris
Bad Sushi – Cherie Priest
The Dream of the Fisherman's Wife – John Hornor Jacobs
The Doom that Came to Innsmouth – Brian McNaughton
Lost Stars – Ann K. Schwader
The Oram County Whoosit – Steve Duffy
The Crawling Sky – Joe R. Lansdale
The Fairground Horror – Brian Lumley
Cinderlands – Tim Pratt
Lord of the Land – Gene Wolfe
To Live and Die in Arkham – Joseph S. Pulver, Sr.
The Shallows – John Langan
The Men from Porlock – Laird Barron


The Book of Cthulhu. Tales Inspired by H.P. Lovecraft
a cura di Ross E. Lockhart
Night Shade Books, 2011
brossura, 530 pagine, $15.99
ISBN 9781597802321

Andrea Bonazzi

giovedì 4 agosto 2011

Thomas Ligotti e la resurrezione agonizzante di Victor Frankenstein

The Agonizing Resurrection of Victor Frankenstein and Other Gothic Tales, 2011, copertinaMai più ristampato dalla sua pubblicazione nel 1994 presso la Silver Salamander Press, The Agonizing Resurrection of Victor Frankenstein and Other Gothic Tales, si è trasformato in uno dei più ricercati titoli nella bibliografia di Thomas Ligotti, nel tempo raggiungendo quotazioni folli sul mercato del collezionismo in rete.

Nella breve raccolta, l’autore rivisitava in maniera personale – e forse con alterni risultati – gli archetipi gotici dell’horror classico, dal Frankenstein a Jekyll e Hyde, il Fantasma dell’Opera e il museo delle cere, passando per le eroine del gothic romance e il tema del vampiro, in una sorta di “esercizio di stile” fino ad arrivare a Edgar Allan Poe e all’opera di H.P. Lovecraft.

Diciassette anni dopo, l’americana Centipede Press ripropone finalmente The Agonizing Resurrection of Victor Frankenstein in una nuova e curatissima edizione limitata di 500 copie a copertina rigida in tela e in cofanetto, proponendone i testi definitivamente corretti e riveduti – alcuni in modo sostanziale – con una nuova introduzione di Ligotti. Disponibile dal prossimo settembre, ogni volume porta gli autografi dallo scrittore stesso e di Harry O. Morris, che illustra l’opera con undici nuove e originali tavole a colori.

Con la possibilità di vedere qualche anteprima delle pagine, il libro è già preordinabile sul sito web ufficiale della Centipede Press al prezzo – non proprio abbordabile ma destinato a salire – di $95. E se proprio siete dei maniaci bibliofili, possibilmente alquanto facoltosi, potreste ancora fare in tempo ad accaparrarvi una delle quindici copie extra-lusso in carta speciale e rilegate in pelle, con stampe supplementari e dedica ligottiana personalizzata, al rispettabile costo di 1.750 dollari.

The Agonizing Resurrection of Victor Frankenstein and Other Gothic Tales
Thomas Ligotti
Centipede Press, 2011
copertina rigida in cofanetto, illustrazioni a colori, $95.00

Andrea Bonazzi

domenica 19 giugno 2011

Bram Stoker Awards 2010: premi per Peter Straub, Stephen King e Joe Lansdale

Il premio Bram Stoker, fotoAssegnati ieri sera – in diretta streaming per chi ne abbia seguito la cerimonia dalla Rete – i Bram Stoker Awards per il 2010, premi di categoria votati dal complesso degli iscritti alla Horror Writer’s Association che rappresentano un po’ la vetrina principale per l’orrore letterario pubblicato in lingua inglese, forse più orientata a riconoscere il prestigio dei nomi alla sua ribalta, al di là degli aspetti più strettamente critici, rispetto ad altre selezioni presiedute invece da giuria.

Vincono Peter Straub, Stephen King e Joe R. Lansdale rispettivamente per il romanzo, per la collezione personale e nel racconto breve, Ellen Datlow e Nick Mamatas si affermano per la splendida antologia curata insieme mentre la Dark Region Press si aggiudica il titolo come editore specializzato dell’anno. Solo buoni secondi Thomas Ligotti e Laird Barron nella categoria non narrativa e per la raccolta di racconti (eh sì... dobbiamo confessare che facevamo il tifo per loro!).

Qui sotto l’elenco di premiati e finalisti, estratto dal comunicato apparso sulle pagine di Tor.com.

Winner: A Dark Matter – Peter Straub
Rot and Run – Jonathan Maberry
Dead Love – Linda Watanabe McFerrin
Apocalypse of the Dead – Joe McKinney
Dweller – Jeff Strand

Superior Achievement in a First Novel (tie)
Winner:
Black and Orange – Benjamin Kane Ethridge
Winner:
Castle of Los Angeles – Lisa Morton
A Books of Tongues – Gemma Files
Spellbent – Lucy Snyder

Superior Achievement in Long Fiction
Winner: Invisible Fences – Norman Prentiss
The Painted Darkness – Brian James Freeman
Dissolution – Lisa Mannetti
Monsters Among Us – Kirstyn McDermott
The Samhanach – Lisa Morton

Superior Achievement in Short Fiction
Winner:
The Folding Man – Joe R. Lansdale
Return to Mariabronn – Gary Braunbeck
1925: A Fall River Halloween – Lisa Mannetti
In the Middle of the Poplar Street – Nate Southard
Final Draft – Mark W. Worthen

Superior Achievement in an Anthology
Winner: Haunted Legends – a cura di Ellen Datlow e Nick Mamatas
Dark Faith – a cura di Maurice Broaddus e Jerry Gordon
Horror Library IV – a cura di R.J. Cavender e Boyd E. Harris
Macabre: A Journey Through Australia’s Darkest Fears – a cura di Angela Challis e Marty Young
The New Dead – a cura di Christopher Golden

Superior Achievement in a Collection
Winner: Full Dark, No Stars – Stephen King
Occulation – Laird Barron
Blood and Gristle – Michael Louis Calvillo
The Ones that Got Away – Stephen Graham Jones
A Host of Shadows – Harry Shannon

Superior Achievement in Nonfiction
Winner: To Each Their Darkness – Gary A. Braunbeck
The Conspiracy Against the Human Race – Thomas Ligotti
Wanted Undead of Alive – Jonathan Maberry e Janice Gable Bashman
Listen to the Echoes: The Ray Bradbury Interviews – Sam Weller

Superior Achievement in a Poetry Collection
Winner: Dark Matters – Bruce Boston
Wild Hunt of the Stars – Ann K. Schwader
Diary of a Gentleman Diabolist – Robin Spriggs
Vicious Romantic – Wrath James White

HWA Specialty Press Award
: Dark Regions Press

HWA Silver Hammer Award: Angel Leigh McCoy

HWA Richard Laymon Award: Michael Colangelo

Andrea Bonazzi

sabato 11 giugno 2011

Fungi #20: un quarto di secolo di fantasy e weird fiction

Fungi #20, 2011, copertinaPubblicato negli Stati Uniti a partire dal 1984, in uscite decisamente irregolari e intermittenti con lunghe pause fra una sospensione e l’altra, il “magazine di fantasy e weird fictionFungi torna alle stampe con un corposo numero 20 a festeggiare il superamento del proprio venticinquennale, e a ben dieci anni di distanza dalla sua ultima, precedente apparizione. Il ritorno della rivista, curata da Pierre V. Comtois sotto il marchio della Fungoid Press, avviene grazie alle moderne tecniche di stampa e distribuzione on demand, che consentono maggiore diffusione per mezzo delle grandi catene librarie online con l’edizione di una ricca brossura in oltre 180 pagine d’ampio formato.

Fra i contenuti, l’omaggio ai 90 anni del venerabile Ray Bradbury e tanta nuova e vecchia narrativa weird, horror, fantasy e di fantascienza fra nuove nuovi e classiche riproposte da R.H. Benson a C.A. Smith, da H.P. Lovecraft a Frank Belknap Long sino a Thomas Ligotti. Oltre ai racconti di Richard A. Lupoff, E.P. Berglund e tanti altri, Robert M. Price ci propone una nuova avventura del barbaro Thongor di Lemuria creato a suo tempo da Lin Carter, mentre uno speciale è dedicato a Ramsey Campbell con la ristampa di un paio di sue rare storie.

A completare il tutto le sezioni di poesia fantastica, interventi critici su C.S Lewis e sull’illustratore Robert Logrippo, in copertina con la sua tavola per l’edizione 1971 del romanzo The Boat of the Glen Carrig di Hodgson. Numerose le illustrazioni in bianco e nero a ospitare i disegni di Theodore Kittleson, Marie Melechinsky, Steve Lines e Toren Atkinson.

Informazioni presso la pagina web del curatore su pierrevcomtois.com. Qui a seguito, il lungo indice dei materiali presentati in questo numero.

Fiction:
Locust Time – Dale Phillips
Forced Conclusion – Pierre V. Comtois
Walking in Longnight – Colleen Drippe
The Tree – H.P. Lovecraft
A Future Odissey – RonHilger
A Good Service – Adam Walter
The Eye Above the Mantle – Frank Belknap Long
Moss Covered Stones – Colleen Drippe
Sergeant Ghost – Richard A. Lupoff
Witch Queen of Lemuria – Robert M. Price
Living the Good Lives – E.P. Berglund
Stacks – Joshua Shapiro
Hounded by Night – Andrew M. Seddon
The Watcher – R.H. Benson
The Hollow Man – Don Webb
Annabel Lee – Glynn Barrass
Sect of the Idiot – Thomas Ligotti
Full Circle – Leah M. Cyr
Novelette:
A Kaleidoscope of Shadows – August Jacobs
How the Universe Got Even With Me, or I Kicked a Crab – C. George Porter
Midnight Corridor – R.J. Zimmerman

Special Ramsey Campbell section:
The Sentinels – Ramsey Campbell
The Hollow in the Woods – Ramsey Campbell

Special Spotlight on David Daniel:
In the Spotlight: David Daniel – Pierre V. Comtois
David Daniel and the Spiral of Time – Ed Ford
Antipodes – David Daniel
Adonis Days – David Daniel
Fallen World – David Daniel

Ray Bradbury Tribute:
Ray Bradbury at 90: A Literary Legend Commences His Tenth Decade – James E. Person, Jr.
What Age Is This? – Ray Bradbury
Bradbury’s Credo – Gregorio Montejo
Ray – Henry J. Vester III

Non Fiction:
Bob Logrippo: Nightmare Scenarist – Pierre V. Comtois
C.S. Lewis and American Pulp Science Fiction – Dale Nelson

Poetry:
The Graveyard Tree – John Grey
Finding the Old Man in the House – John Grey
The Corpse and the Skeleton – Clark Ashton Smith
Frankenstein – John Grey
The Black Lake/A Phantasy – Clark Ashton Smith


Fungi #20
a cura di Pierre V. Comtois
Fungoid Press, spring 2011
brossura, illustrazioni in b/n, 186 pagine, $15.00
ISBN 9781602647589

Andrea Bonazzi

venerdì 13 maggio 2011

I canti di un sognatore morto: Thomas Ligotti nei nuovi tascabili di Elara

I canti di un sognatore morto, 2011, copertinaElara Libri inaugura Libra Fantastica, una nuova collana decisa a rilanciare i generi letterari della fantascienza, della fantasy e dell’horror in più accessibili edizioni economiche e tascabili, a partire dalle prime cinque uscite fra cui spiccano – oltre ad Asimov, Hamilton e l’italiano Vecchi – un inedito per l’Italia di R.E. Howard e la rinnovata versione de I canti di un sognatore morto di Thomas Ligotti, già apparsa in copertina rigida nella Biblioteca di NovaSF*, nel 2007, sempre per la traduzione di Armando Corridore.

“La presente edizione,” dichiara l’editore, “è stata aggiornata e redatta in collaborazione con l’autore appositamente per il pubblico italiano,” probabilmente adeguandola alle variazioni della definitiva riedizione riveduta e corretta di Songs of a Dead Dreamer pubblicata in America nel 2010 dalla Subterranean Press.

“I canti di un sognatore morto è l’antologia che ha rivelato il talento letterario di Thomas Ligotti. Sin dalla sua prima edizione americana del 1986 pubblicata dalla Silver Scarab Press in sole 300 copie, il mondo degli appassionati riconosce in questo autore l’erede contemporaneo della tradizione dell’horror sovrannaturale di cui sono maestri E.A. Poe e H.P. Lovecraft. Il concetto di un mondo reale che si sovrappone a quello che conosciamo, un mondo ove regnano la legge del caos e della morte, serpeggia tra le pagine di questo libro, oggetto di culto in tutto il mondo, insieme a tre elementi mediatici: il libro, le marionette, una vecchia città. Chimici che sperimentano droghe rivoluzionarie, antichi cavalieri condannati alla follia, un vampiro mezzosangue che deve sostenere la visita dei suoi curiosi parenti francesi, maschere capaci di cambiare il tempo e lo spazio, presenze che si aggirano nella notte... un libro magico, affascinante, di altissimo livello letterario, uno degli eventi più importanti e più attesi per la letteratura del fantastico in Italia. Un condensato di brividi, di dubbi, una porta su mondi terribili e alieni, che entusiasmerà sia chi ama la paura, sia chi ama la fantascienza”.

L’efficace immagine di copertina è un’opera di Stefano Bonazzi. Per ulteriori approfondimenti rimandiamo alla nostra recensione de I canti di un sognatore morto in prima edizione 2007, alla pagina web dedicata al nuovo volumetto in brossura per informazioni e acquisto e, per le novità della collana Libra Fantastica, agli editoriali sul sito ufficiale ElaraLibri.it.

I canti di un sognatore morto
Thomas Ligotti
collana Libra Fantastica, Elara Libri, 2011
brossura con risvolti, 310 pagine, €13.50
ISBN 9788864990309

Andrea Bonazzi

mercoledì 23 marzo 2011

Onda d’abisso. Trenta autori per trenta storie di mare e di mistero

Onda d’abisso, 2010, copertina, 2004L’antologia italiana Onda d’abisso. Trenta autori per trenta storie di mare e di mistero arriva come una ventata di aria fresca nel panorama del Fantastico Italiano. L’esperimento non è nuovo e si avvale di illustri predecessori. Occorrerà ritornare agli anni Ottanta-Novanta e a una illustre casa editrice, la Marino Solfanelli, che con la sua serie Le Ali della Fantasia molto si adoperò nella difficile impresa di “sdoganare” un genere, quello Fantastico, in un Paese, l’Italia, che ha sempre guardato con sospetto non scevro da implicazioni culturali, sociali e politiche questo genere.

Si trattò a suo tempo di un esperimento generoso e lungimirante, che ebbe il merito di far conoscere al pubblico autori della caratura di Riccardo Leveghi, Claudio Asciuti, Gianluigi Zuddas, Michele Mari, per non citarne che alcuni. Altra valida antologia (sempre marcata Solfanelli) fu I figli di Cthulhu, corale omaggio italiano alla narrativa di Lovecraft, viaggio interessante attraverso scenari “mediterranei” in alternativa alle atmosfere del New England del Maestro di Providence, a dimostrazione del fatto (se pure ce ne fosse stato il bisogno) che le linee tracciate da H.P. Lovecraft sono state e sono talmente potenti da poter prescindere da latitudini e fattori geografici o linguistici che dir si voglia.

Non va poi dimenticato quell’altro valido tentativo di stabilire i canoni di un “Fantastico” tutto italiano che fu Racconti di Tenebra, curato dal bravo Gabriele la Porta nel lontano 1987 per la Newton & Compton, diviso per generi e argomenti (“Demoni e affini”, “Spettri”, “Racconti del Mistero” etc.), porta narrativa aperta sul Mistero e sulle categorie del “Disturbante”. Potremmo anche risalire più indietro e fare riferimento al “Solaria” sul quale scrisse anche Montale o alla produzione fantastica di Italo Calvino e Tommaso Landolfi, a ulteriore riprova del fatto che il genere Fantastico è ben lungi dall’essere sconosciuto nel Belpaese e conta antesignani illustri e capaci. Molti di questi autori sono stati poi inclusi, in segno di affettuoso omaggio, nella prestigiosa strenna del 2010 Racconti Fantastici del ’900 per gli Oscar Mondadori, curato da Giuseppe Lippi, e non dubitiamo del fatto che un futuro non troppo lontano (speriamo) vedrà molti degli autori inclusi nella raccolta Onda D’Abisso partecipi di un’ulteriore “strenna” sul Fantastico Italiano.

L’Antologia in questione consta di trenta racconti incentrati su di un unico tema, Il Mare, e si divide in tre sezioni distinte, rispettivamente “Sponde”, “Superfici”, “Abissi”, ognuna delle quali racchiude dieci racconti “a tema”. L’esperimento viene dalle menti fertili e immaginifiche di un “collettivo” di scrittura dal nome evocativo di “Carboneria Letteraria” e si avvale di una prefazione scritta da Valerio Evangelisti, vera e propria “eminenza grigia” (scriviamo affettuosamente) della Letteratura Fantastica italiana attuale. Recensire tutti e trenta i racconti inclusi nella raccolta sarebbe impresa troppo ardua, mi limiterò dunque a scegliere alcuni racconti da ogni sezione.

Il racconto di Alberto Cola intitolato “Le Bastarde”, contenuto nella prima sezione “Sponde”, segue punto per punto sia le indicazioni di Stephen King sulla costruzione del Terrore di tipo “Provinciale”, sia le preziosissime informazioni fornite da Thomas Ligotti nel suo “La Consolazione del Terrore”. Vi si trovano le inquietudini e le ombre della Provincia, in questo caso di quella abruzzese; il mare come causa dell’isolamento e della subalternità (per usare un’espressione cara a Ernesto De Martino) il motivo dell’edificazione di un centro abitato in una località marittima si sposa con le inquietudini tipiche dell’entrata nel mondo cosiddetto “moderno”, genera il fenomeno del turismo e apre nel contempo la stura all’irruzione dell’irrazionale inteso nel senso del “Rimosso” freudiano. Vi ritroviamo tutto il carico di aberrazioni e isolamento di una comunità piccola e chiusa a stretto e costante contatto con il mondo ancestrale del Soprannaturale. A scadenze regolari (tempo ciclico della comunità “rurale” o marittima in questo caso) fanno la loro apparizione delle “Entità” di origine malvagia, la cui natura e le cui fattezze sono solo “suggerite” e mai completamente mostrate, le quali si manifestano solo ai bambini e fanno di loro le vittime favorite.

Vi si ritrova tutto quel carico di angosce legato al mondo dell’Infanzia ferita e oltraggiata, che parte dalle preoccupazioni di tipo “Metafisico” di Arthur Machen (un racconto fra tutti: “The White People”) per sfociare in quelle di tipo socio-culturale di Stephen King (in particolare It). Il Mondo dell’Infanzia è pericolosamente vicino sia alla sfera della malvagità assoluta, come si sforza di dimostrare “Teologicamente” lo studioso Ambrose, nel racconto di Machen, sia al mondo dell’Innocenza e della solidarietà, ignorato dai grandi a causa del “Mal de vivre” tipico di una piccola comunità isolata. In mezzo fa capolino l’orrore “quotidiano” di un serial killer pederasta, elemento “sacrificale” che va qui inteso come il simbolo di una “Maturità” aberrante, che va eliminata a scopo catartico, dato che la narrazione è in prima persona e il protagonista è proprio un bambino. Vi si ritrovano gli elementi dell’“Horror sociale” moderno (incarnato dalla figura del serial-killer) e dell’orrore soprannaturale. Thomas Ligotti chiama quest’ultimo elemento “L’esca”, ovvero la “Promessa” di una conoscenza esoterica e occulta, elemento tipico anche della narrativa lovecraftiana.

immagine marinaLe Bastarde rinserrano in loro un mistero che è mistero del Male e della colpa, colpiscono solo gli innocenti, come i barboni di paese, gli anziani inermi, gli individui “di passaggio” (i turisti) e i bambini, gli unici che a causa della loro condizione “liminare”, al confine cioè fra il mondo opaco della maturità e quello caotico (in senso freudiano) dell’infanzia, sono in grado di vederle. Attraverso una catarsi sociale (il sacrificio del serial killer) i bambini “avvelenano” le Bastarde attraverso quello che Frazer definirebbe un “rito omeopatico” (un male usato per curare un altro male) e ristabiliscono così l’“Ordine” della realtà. Un pezzo magistrale quello di Cola, scritto con un registro quasi dialettale che lo rende ancor più efficace, un’opera di bravura.

In tutt’altri orrori ci cala invece il racconto “Gli Occhi” di Danilo Arona. Lo scrittore e saggista in questione invece (notevole anche il suo L’Ombra del Dio alato edito per Marco Tropea, vera e propria “Summa” di orrori archeologici e preistorici con più di una strizzata d’occhio al cinema e alla letteratura di genere) , si incunea nel solco di scrittori come Riccardo Leveghi e Gabriele La Porta. Il filone favorito da questi scrittori è un’affascinante mescolanza di esoterismo, orrore e fantapolitica con finale “a effetto”. Leveghi dette più di un saggio del suo particolare equilibrio sia con il racconto “Il Re del Mondo” (contenuto nella già citata raccolta I Figli di Cthulhu), sorta di “Call of Cthulhu” in versione “iniziatica” e quasi “Evoliana”, sia in Le Ali della Fantasia vol. IV (sempre per la Marino Solfanelli ed.) con il racconto “Le Montagne della Luna”, sorta di variazione sul tema dell’Apocalissi prossimo-ventura.

Arona ci parla di un’imminente catastrofe che miscela abilmente il tema della Tragedia naturale (Natura come Caos, tema Plotiniano già caro alla letteratura anglosassone, ma anche doloroso monito alla pericolosità delle rivoluzioni naturali, di cui la triste realtà attuale ci ha dato ben più di una dimostrazione) al tema di un’intelligenza “Cosmica” di origine maligna alla radice di tali fenomeni. Una serie “a catena” di eventi attribuibili alla famosa teoria caotica del “Butterfly effect” avvengono in concomitanza con la misteriosa apparizione in cielo di due nuvole a forma di occhi mostruosi.

“I fenomeni cataclismici o diluviali portano a ripetute scene di premonizione o a un provvisorio interesse per il misticismo. Chiusa un’epoca ne segue un’altra,” scriveva Leveghi ne “Il Re del Mondo”. “Chi ha progettato anni addietro l’Effetto Farfalla ben conosceva la psicologia del profondo. Morire annegati nel terrore, nelle proprie superstizioni o nel senso di colpa. Pochissimi si salveranno (attraverso i varchi-occhi dimensionali), ma saranno talmente terrorizzati che si asserviranno al Potere per generazioni,” scrive Arona. Nel primo caso si tratta di un’Apocalissi “Tradizionale”, che ricorda molto da vicino La crìse du monde moderne di René Guénon, nel secondo caso di un’Apocalissi “moderna” con il suo carico di angosce di fine millennio e di critica politico-sociale, ma il messaggio terrorifico è lo stesso per entrambi questi originali scrittori e nel secondo si tratta, inoltre, di un riuscito omaggio letterario alle teorie di Charles Fort, il ricercatore “non convenzionale” che con le sue “notizie dall’Altro Mondo”, fatte di piogge di sangue e passaggi nel cielo di Creature Mostruose, tanto contribuì allo sviluppo del realismo Fantastico.

Johann Heinrich Füssli, 'Odisseo di fronte a Scilla e Cariddi'Il racconto “Le Magnifiche sorti e progressive” di Andrea Angiolino e Francesca Garello è un originale e simpatico omaggio al “Dagon” di HPL, ambientato nella cornice ottocentesca della novella Unità d’Italia. Un Orrore ancestrale di classica memoria (la presenza del mostro Cariddi nella grotta di un paesino del Sud-Italia) fa la sua numinosa apparizione in pieno secolo di “progresso” e avanzamento sociale, fattore incarnato dalle simpatiche e realistiche figure di un ingegnere milanese e del suo assistente. Pare qui di ritrovare le stesse atmosfere della “Sirena” di Tomasi di Lampedusa e dei racconti “italiani” di Francis Marion Crawford, con la loro Italia del Sud calda e accogliente e con le vivide immagini di un retroterra culturale e geografico ricco di bellezza e di leggende ancora potenti e vitali, tragicamente attive e colte sull’orlo di un crepuscolo causato dall’avanzare del progresso e della macchina. Un mondo rurale visto nei barbagli di luce della poesia, prima del collasso causato dalla grande città con il suo carico foriero di “Magnifiche sorti e progressive” appunto.

Il racconto di Alessandro Cartoni intitolato “Naufragio per autospettatore” contenuto nella seconda parte dell’antologia dal nome evocativo di “Superfici”, potrebbe invece inaugurare un futuro Shock all’italiana. Il racconto contiene molti riferimenti a Richard Matheson, a partire dallo stile, secco, conciso, quasi da cronaca, in prima persona anche questo (come da tradizione “pulp”), essenziale nella sua economia da “storia di ordinaria follia”. La giornata al mare che un uomo qualunque trascorre con sua figlia, diventa il pretesto per una “fuga impossibile” dalla realtà di ogni giorno e dai suoi servili, inutili cliché.

Ogni elemento apparentemente “quotidiano” viene stravolto nel suo “doppio” grottesco e avvilente, dall’amichetto “leghista” della figlia del protagonista, alla rozza ostentazione di divertimento borghese da “Bon ton” spiaggistico esibita dagli altri bagnanti, sempre intravisti, sempre descritti marginalmente con pennellate di cinico manierismo, periferici ma persistenti moniti di un orrore latente e oppressivo, celato dalla sua apparente “normalità”. Perfino l’immagine, da sempre calma e dignitosa della terza età, viene stravolta e messa alla berlina da quegli “anziani in cuffia che galleggiano vicini come preservativi usati”, mentre una comica scena con un venditore ambulante fornisce l’ultimo simbolo di una spoliazione sociale agognata e sofferta e si sviluppa nell’originale epilogo alla Buzzati che conclude questo delizioso racconto.

“La Leggenda di Isla Colorada” di Angelo Marenzana si può invece definire un valido e potente omaggio alla narrativa “marinaresca” di William Hope Hodgson. Racconto ambientato al tempo della colonizzazione spagnola del Sudamerica, vi si narrano le vicissitudini dell’equipaggio di un personaggio storico, quell’Alvar Nunez detto “Cabeza de Vaca” (testa di vacca) che è stato il protagonista autentico di un tentativo fallito di esplorazione delle paludi della Lousiana ancora selvaggia e abitata da tribù di indiani ostili come i “Seminoles”, piagata da febbri malariche e da animali feroci. Qui invece il “Conquistador” si trova a dover fare fronte alla maledizione di un sacerdote azteco e alla insidie di un’isola che attira i marinai con colori e promesse di un riposo da lungo tempo agognato, sirena di terra e vegetazione tanto sgargiante quanto letale che incarna il fascino ambiguo dell’abisso e della colpa. La scena del “sacrificio” finale del marinaio principale colpevole dell’assassinio del sacerdote azteco merita di stare, per potenza drammatica, alla pari con molti altri personaggi altrettanto “condannati” della narrativa del Bloch ancora affezionato seguace di Lovecraft nonché dei suoi indimenticabili “Villain” come il dottor Carnoti o l’altrettanto brutale protagonista de “La stirpe di Bubastis”.

“Il misterioso diario del giovane Piotr” di Francesco Troccoli ci immerge a sua volta in atmosfere ben differenti ma non meno evocative e autorevoli. Attraverso il diario di un giovane fuori dal comune, veniamo dolcemente introdotti in un Mondo che potrebbe essere il nostro futuro più prossimo così come quello attualmente ben conosciuto ma ubicato in una dimensione parallela e veniamo a conoscenza di una nave di artisti circensi, ciascuno dotato di un potere particolare e di un particolare talento.

Salvador Dalì, 'Egg Born'Il racconto ricorda molto le magnifiche e crepuscolari atmosfere del Ray Bradbury di Paese d’Ottobre o de Il Popolo d’Autunno, pieno com’è di crepuscolare dolcezza, di un senso imminente di rivelazione e della consapevolezza corale della fine di un mondo sull’orlo di una ominosa trasfigurazione. La ciurma di artisti dotati di poteri mentali che sfiorano la magia ricorda invece la “Famiglia Eterna” di cui Bradbury descrive le gesta in racconti come “Uncle Einar” o “Book of Shadows”, sorta di famiglia “ideale” costituita da “mostri” come vampiri, lupi mannari o stregoni, ma scevra al tempo stesso di tutte le tensioni, gli orrori e le contraddizioni di una famiglia più “convenzionale”. Racconto di rara sensibilità quello di Troccoli, giocato tutto sul binomio del mare della memoria, mare che scorre incessante e mutevole, e ghiaccio polare, simbolo dell’immobilità della percezione nonché emblema dell’attesa fredda e pura di un messaggio finale.

La terza parte nonché quella conclusiva dell’Antologia, dal titolo “Abissi”, ci immerge invece in atmosfere forse più crude ma non meno evocative e originali. Il racconto di Simonetta Santamaria, “Senza colore e senza calore”, è uno spietato e feroce affresco che coniuga sapientemente bestialità umana a feralità mitologica. Le perverse e sanguinose attività ricreative di un gruppo di “Yuppies” milanesi in crociera agisce in parallelo con la ferinità subacquea di mostruose creature abissali frutto di incroci inter-specie, dedite alla caccia e alla nutrizione. L’orrore e la crudezza degli umani in crociera agisce in parallelo con la ferocia, forse più pura, degli abissi equorei. La violenza di superficie pare solo apparentemente superare in aberrazione quella mostruosa del popolo degli abissi, ma alla fine viene da questa sconfitta, la sua colpa amorale cancellata dalla legge fredda e onesta di una natura selvaggia. Il racconto della brava scrittrice partenopea è un racconto che racchiude una morale dura ma onesta che si può riassumere nell’allocuzione che Robert Ervin Howard mette in bocca a uno dei protagonisti del racconto “Beyond the Black River”: “La civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la Barbarie, alla fine, trionferà…”.

“Nekton” di Paolo Agaraff è invece la storia di una discesa scientifica nelle profondità della fossa delle Marianne e di ciò che i due scienziati, fautori del progetto, vi ritrovano. Il racconto costituisce un delizioso omaggio al cinema di genere, nella fattispecie a The Abyss di James Cameron, anche se Agaraff preferisce concentrarsi sul tema del mare come “luogo del rimpianto” e del carico spesso fatalmente attrattivo del passato come luogo dell’oblio, piuttosto che sul messaggio “ecologista” e coralmente umanitario del film di Cameron. Non per questo “Nekton” risulta meno riuscito o meno imaginifico.

Concludiamo con il racconto di Massimo Mongai, “Le dimensioni dell’Abisso”, ironico omaggio alla Science Fiction di Frederic Brown e della sua scuola. Un bellicoso e militarista popolo alieno, braccato da altre specie per la sua compulsiva aggressività, raduna gli ultimi appartenenti alla propria specie (qualche milione) all’interno di una gigantesca astronave dotata di dispositivi potentissimi e di armi letali. Decide infine di invadere l’ultimo pianeta con il quale entra in contatto, la Terra appunto, e si inabissa nelle profondità del mare allo scopo di preparare l’aggressione finale… ma scopre a sue spese che le dimensioni sono importanti al fine di preparare un’invasione. Nella comica e al tempo stesso inquietante descrizione di un popolo alieno militarista e colonizzatore, dotato di una struttura sociale rigidamente piramidale, dove l’assassinio politico non solo viene accettato ma caldamente incoraggiato, ritroviamo le bizzarre e colorite descrizioni di popoli alieni di scrittori come Jack Vance e non possiamo che considerare il comico e surreale “finale a sorpresa” come una strizzata d’occhio alla narrativa del maestro statunitense.

Completa il volume una serie di accurate note bio-bibliografiche sulla vita e l’opera dei vari autori, acclusa alla fine di ogni racconto.

Bibliografia:
Tim Underwood e Chuck Miller (a cura di), L’Orrore secondo Stephen King, Mondadori, 1999
AA.VV., Le Ali della Fantasia, Marino Solfanelli 1981
AA.VV., Racconti Fantastici del ’900, Mondadori, 2009
AA.VV., Racconti di Tenebra, Newton & Compton, 1987


Onda d’abisso. Trenta autori per trenta storie di mare e di mistero
a cura di Alessandro Morbidelli
collana Germogli, L'orecchio di Van Gogh, 2010
brossura, 275 pagine, €15.00
ISBN 9788887487879

Mariano D’Anza

mercoledì 9 febbraio 2011

Michel Houellbecq, Lovecraft: contro il mondo, contro la vita

Lovecraft: contro il mondo, contro la vita, 2005, copertinaIl saggio in questione di Michel Houellebecq, nella sua edizione in francese (H.P. Lovecraft: contre le monde, contre la vie) risale al 1999, mentre in Italia vede la luce nel 2001 e poi nel 2005 in seconda edizione, sempre per Bompiani, ma forse è il caso di spendere qualche parola in più per un libro, pensiamo, che seppur divulgativo risulta imprescindibile sia per chi si accosti per la prima volta alla narrativa del “Principe nero di Providence” (per usare una fortunata espressione di Stephen King), sia per chi abbia voglia di approfondire alcuni aspetti forse poco esplorati, della vita e del pensiero di H.P. Lovecraft.

Come avvenne a suo tempo nel caso di Edgar Allan Poe, dove a una scarsa ricezione della critica anglosassone si accompagnò una entusiastica accoglienza da parte di Baudelaire, in questo caso è uno scrittore e non un poeta francese a scrivere un saggio che è pura e coraggiosa ammirazione per uno scrittore ritenuto “di nicchia” per molto tempo. Rispetto a Poe le cose sono molto cambiate, come si perita di puntualizzare Stephen King nella sua presentazione al saggio di Houllebecq intitolata “The Lovecraft’s pillow” (postfazione nella traduzione italiana: “Il cuscino di Lovecraft”). La critica letteraria statunitense è adesso pronta a riconoscere lo spazio che un autore come Lovecraft può e deve occupare rispetto ad altri “Grandi” ortodossi. Forse però, il Saggio di Houellebecq è stato scritto per ricordare questo a noi europei.

Houllebecq è attualmente riconosciuto come “l’enfant terrible” della letteratura francese, avendo ribadito ancora un volta la pregnanza del suo ruolo con il suo ultimo lavoro La carta e il territorio. Benché lo scrittore prediliga nei suoi romanzi ambienti mondani e situazioni fin troppo “veriste”, il lettore non tarderà a riconoscere nella sua prosa quelle tracce di cinismo e quella vena serpeggiante di disagio sociale che è un prologo all’orrore ben più grande di cui parlava Lovecraft, “un odio contro il Mondo” appunto, un orrore cosmico.

Fin dalle prime pagine, Houellebecq si mostra ricettivo alle implicazioni contenute nella narrativa del suo “Maestro e ispiratore”. Il suo intento, come sempre di stupire, è scrivere un saggio non-accademico su di un autore considerato “marginale” dalla critica europea, con chiari intenti polemici, visto che Michel Houellebecq è da sempre il beniamino di un certo tipo di critica intellettuale non solo in Francia, ma l’operazione riesce, in quanto Houellebecq si dimostra un ammiratore attento a tutta prova. Fin dalla prefazione, lo scrittore francese confessa di essersi avvicinato a Lovecraft sin dai sedici anni e di aver poi proseguito la lettura dei suoi epigoni e continuatori, ripercorrendo le tappe ideali di qualsiasi “ammiratore” che si rispetti.

Michel Houellbecq, fotoL’inizio del suo saggio va ubicato verso il 1988, e va considerato come un “esperimento” dato che prima di allora, come egli stesso confessa, conosceva ben poco della vita di Lovecraft: “Giudicando a posteriori, mi sembra di aver scritto questo libro come una specie di primo romanzo; un romanzo con un solo personaggio (lo stesso H.P. Lovecraft) e nel quale tutti i fatti riferiti e i testi citati sono autentici, nondimeno una specie di romanzo …” (op. cit. p.6).

Le ragioni di tale passione vanno per Houellebecq ricercate sia nel “materialismo” di cui Lovecraft si è sempre fatto convinto sostenitore, sia per la sua non sottile xenofobia. Vediamo da subito che Houellebecq sceglie di trattare due argomenti “scomodi”; il primo in quanto sia critica che lettori, da un capo all’altro dell’oceano, tendono forse universalmente a posporre tale primo elemento rispetto alle componenti “Gotiche” del maestro di Providence, dimenticando forse che egli non ha mai attribuito alla sua letteratura significati “esterni” al semplice gioco letterario. Il secondo in quanto va a toccare un aspetto di Lovecraft che è fonte da sempre di continuo imbarazzo, sia per i suoi sostenitori che per i suoi detrattori. Vedremo presto che in questo come in altri aspetti, Houellebecq farà prova di una capacità di analisi franca e aperta che dovrebbe servire di lezione a molti critici.

Il suo saggio possiede una mirabile organizzazione architettonica che amalgama sapientemente elementi di critica letteraria a passi importanti della biografia di Lovecraft, avvicinandosi in questo molto più alla chiarezza espositiva di S.T. Joshi che all’analisi, spesso confusa, di Lyon Sprague de Camp, che pure cita. Il disinteresse di Lovecraft per la vita in generale viene ribadito e analizzato con lucidità, per Lovecraft la vita è il Male con la M maiuscola: qualunque posizione contraria a questo assunto genera sospetto, il sospetto di una monumentale ipocrisia. L’assolutezza di questa affermazione, ricostruita tramite il “corpus” epistolare del Maestro di Providence oltre che attraverso quelli che Houellebecq definisce i suoi “Grandi testi”, ha fatto di lui un narratore “popolare”, la cui fortuna letteraria è destinata a sopravvivere e a crescere dopo la sua morte.

Tale prospettiva trova riscontro puntuale anche all’interno della disamina che David Punter fa dei grandi scrittori di letteratura gotica, anche se Punter non condividerà molte altre posizioni di Houellebecq su Lovecraft. L’unica differenza tra Lovecraft e altri scrittori popolari come Conan Doyle o Dumas, sta nel fatto che essi furono sufficientemente consapevoli di stare dando vita a un vero e proprio “corpus” mitologico, mentre H.P.L. era fermamente convinto che la sua creazione sarebbe morta con lui.

Lovecraft Easter Island, immagineAffascinante è anche l’analisi che Houellebecq fa del rapporto che intercorre fra Lovecraft e l’attività di scrittura, coerente sia con il suo stile di vita che con le sue convinzioni personali, a detta di Houellebecq, irreprensibili. Per meglio rappresentare quanto esposto basterà un estratto dalla prima lettera scritta da Lovecraft a Farnsworth Wright, direttore della rivista pulp Weird Tales:

“Gentile Signore, avendo l’abitudine di scrivere racconti bizzarri, macabri e fantastici per mio proprio divertimento, recentemente sono stato benevolmente assalito da una decina di cari amici che mi sollecitavano a sottoporre alla vostra giovani rivista alcuni miei «orrori gotici». Allego dunque alla presente cinque racconti scritti tra il 1917 e il 1923. I primi due sono probabilmente i migliori. Perciò, se non dovessero piacerle, può risparmiarsi il fastidio di leggere gli altri
[…]. Non so se le piaceranno, poiché da parte mia non mi sono mai preoccupato di inseguire i requisiti dei testi «commerciali». Il mio unico scopo consiste nel piacere che traggo dal creare situazioni bizzarre e atmosfere d’effetto; e l’unico lettore di cui tengo conto sono io stesso…”

Se la posizione di Lovecraft in merito all’editoria e alla scrittura commerciale del tempo non risultasse chiara dal tenore di questa lettera, si potrebbero aggiungere il suo deciso rifiuto a dattilografare i testi dei suoi racconti (puntualmente consegnati zeppi di cancellature), il suo rifiuto a chiedere anticipi e aumenti, atteggiamento non consono alla sua dignità di gentiluomo puritano, etc. Una condotta esemplare, ma , come rileva Houellebecq, in un mondo che ha fatto della competitività economica e sessuale le colonne portanti della Civiltà attuale, Lovecraft non poteva che occupare un ruolo tragico e singolare.

In questo bisogna rilevare che la narrativa di Houellebecq, da Piattaforma a La carta e il territorio, presenta lo stesso disprezzo esibito da Lovecraft per la carnalità e la posizione economica e sociale dei personaggi, con le sue scene di sessualità cruda e disturbante e la meschinità che sottende a qualsiasi tipo di rapporto sociale, questo a ulteriore testimonianza del fatto che, come a suo tempo rilevò Jacques Bergier, la grande innovazione di Lovecraft all’interno della letteratura fantastica consistette, e consiste, nell’introduzione dell’elemento “materialista” nel genere Gotico.

Lovecraft: contro il mondo, contro la vita, 2001, copertinaMa è nella parte da Houellebecq intitolata “Tecniche d’assalto” che l’autore passa a una disamina più precisa dell’elemento prettamente stilistico nella narrativa di Lovecraft. Houellebecq opera una distinzione calzante fra quella che è la cosiddetta “tecnica ad accumulo” e la tecnica più utilizzata invece da Lovecraft. Come primo esempio riporta l’andamento classico di un racconto di Richard Christian Matheson; normalità più assoluta, tipica famiglia americana media, barbecue, casa, giardino, poi l’elemento irrazionale si fa gradatamente strada, il Male prende forma. Lovecraft invece, come riporta Houellebecq: “Non ha nessuna voglia di dedicare trenta pagine, e nemmeno tre, alla descrizione della famiglia media americana”.

L’attacco che Lovecraft intraprende contro la realtà è un “attacco frontale”, con lui sappiamo fin da subito di che si tratta, basta leggere poche righe dall’incipit de “ Il richiamo di Cthulhu”: “A mio avviso, il favore più grande che il cielo ci ha reso è l’incapacità della mente umana di mettere in relazione tutto ciò che esso racchiude. Viviamo su un’isola di beata ignoranza posta al centro di neri oceani d’infinito, e non era scritto che dovessimo attraversarli…”

Houellebecq rileva, a nostro parere giustamente, che Lovecraft non aveva alcuna intenzione di “blandire” il lettore per interessarlo alla storia, scriveva già per un pubblico di appassionati e fanatici, e lo trovò, anche se dopo la sua morte. Quella che egli opera è una trasformazione radicale del linguaggio. Nessun ambito scientifico viene tralasciato da Lovecraft durante la stesura di un racconto, nessuna area della conoscenza egli decida di trattare viene affrontata senza la necessaria previa documentazione, che sia costituita dalla natura dei batraci o dalla stesura di un rapporto scientifico in Alaska. Ma ciò che forse costituisce la ragione maggiore del disdegno che da sempre la critica ha dimostrato per lo scrittore di Providence, è l’uso smodato degli aggettivi, uso necessario alla concezione del terrore che Lovecraft voleva illustrare.

Houellebecq cita ad esempio la parte finale di “Prigioniero delle Piramidi”, racconto scritto per l’illusionista Houdini: “No! Gli ippopotami non dovrebbero avere mani umane, né portare torce!”. L’uso di una tale terminologia a effetto adesso farebbe sì che lo sventurato e ingenuo scrittore “colpevole” vedesse rifiutato il proprio racconto da una sponda all’altra dell’oceano ma, paradossalmente, è proprio questo tipo di scrittura la più capace di attrarre il mondo dell’adolescenza e dell’infanzia a quell’altro mondo complesso e articolato che è il mondo della paura.

Fernando Savater, fotoIl grande studioso spagnolo Fernando Savater rilevò a suo tempo nel suo libro più evocativo, Creature dell’aria, che l’Universo del terrore è essenziale al lettore bambino o adolescente quanto e più della narrativa d’avventura, e sicuramente due o tre volte più della stucchevole letteratura “di genere” zeppa di folletti, fatine, o licei dove ci si approccia alla vita flirtando o gettandosi in scorribande con “amici compiacenti”. Il Terrore è la prima rappresentazione dell’Ignoto della vita in generale, la conquista o la morte nella città oscura di R’lyeh è una rappresentazione più vera del mondo di quanto non lo sia il liceo, la casa o la scuola, perché è la prefigurazione dell’irrazionalità dell’esistenza. Il vasto mondo è un gioco a incastro di porte davanti alle quali stanno in agguato guardiani terribili, e sapere di cosa sia fatta la paura insegna le parole di potere con le quali esorcizzarli.

Il tipo di linguaggio che usa Lovecraft, diretto, preciso e scientifico, e al tempo stesso fortemente aggettivato, piace ai suoi lettori adolescenti, si insinua nella tradizione del pulp e sfocia nella narrativa popolare di uno Stephen King o di un Dean R. Koontz, i quali pur di arrivare all’obbiettivo prefisso (generare terrore) non disdegnano affatto l’uso letterario dello slang.

Questo uso spregiudicato della lingua manca in Europa, in Francia e soprattutto in Italia, ancora imbalsamata in trite costruzioni sintattiche di tipo D’Annunziano che neppure Carlo Emilio Gadda riuscì a esorcizzare. Già a suo tempo, Pier Paolo Pasolini avvertiva nelle sue Lettere Luterane dell’esistenza di un “gap”, adesso diventato insondabile, apertosi fra linguaggio “giovanile” e cosiddetto “linguaggio colto”. Adattare il primo alle esigenze obsolete del secondo, non solo impedisce il necessario scambio comunicativo che dovrebbe esistere fra generazioni differenti, ma strozza anche la necessaria evoluzione del linguaggio stesso, lo imbalsama in strutture che non trovano più posto nelle mutate condizioni sociali e culturali, impedisce alla cultura stessa di “evolversi”.

Altro elemento che Houellebecq rileva è la costruzione “Architettonica” di Lovecraft. All’interno della sua macchina perfetta e coerente, il disgusto e l’orrore vengono sapientemente preparati con una ricca gamma di sfumature olfattive, sonore e tattili prima che meramente visive. Houellebecq cita la costruzione del terrore tal come si sviluppa in “The Shadow Over Innsmouth”: i suoni risucchianti emessi dagli “ibridi”; la sensazione costante di trovarsi in un luogo ostile, formato da superfici viscide; l’odore di pesce marcio che si fa via via più opprimente… Tutte sensazioni che solo la tecnica narrativa di Lovecraft può illustrare e, in questo caso, solo la letteratura.

Nel suo paragrafo “E allora vedrete una possente cattedrale”, Houellebecq attira l’attenzione anche sull’entusiasmo da sempre mostrato da Lovecraft per l’architettura, riportando, a titolo di esempio, la descrizione epistolare che fa alla zia della città di New York:

“Ammirando quella prospettiva mi sono sentito quasi svenire di frenesia estetica – quell’atmosfera vespertina con le innumerevoli luci dei grattacieli, i riflessi sfavillanti e i fanali dei battelli che scivolavano sull’acqua – a sinistra la scintillante Statua della Libertà e a destra il lucido arco del ponte di Brooklyn. Era qualche cosa di ancora più possente dei sogni della leggenda del Vecchio Mondo – una costellazione di una maestà infernale – un poema tra le fiamme di Babilonia! […]”.

H.P. Lovecraft: contre le monde, contre la vie, 1999, copertinaDi fronte a una tale maestosa ammirazione, Houellebecq non può che annotare: “Non è azzardato supporre che qualche giovane, uscito pieno di entusiasmo dalla lettura dei racconti di Lovecraft, si sia sentito spinto a intraprendere lo studio dell’architettura”. Tali descrizioni ricorrono sia in “The Dreams in the Witch House”, con le sue geometrie non-euclidee, le superfici verdastre, le luci irreali, sia in “The Call of Cthulhu”. Il rapimento estetico di Lovecraft è di ordine architettonico, il senso di orrore e straniamento è invece olfattivo, uditivo e tattile, ecco perché il cinema e le arti visive non sono state mai capaci che di mediocri imitazioni della narrativa lovecraftiana. In altre parole, la letteratura in Lovecraft è carne, sangue (anche se non sempre umano) e struttura; un organismo a sé stante, una macchina mitologica che saccheggia da linguaggi eterogenei, sensazioni eterogenee, ma non può essere saccheggiata.

Altra spinosa questione la offre il tema del razzismo di Lovecraft. Houellebecq rileva, e non è il solo a farlo, che la xenofobia di tipo manierato di cui Lovecraft dà prova durante il periodo passato con le zie a Providence, subisce una escalation progressiva e drammatica durante il suo trasferimento a New York e il suo matrimonio. In una realtà tentacolare e competitiva come quella di una grande città, non c’è alcuno spazio per il senso di purezza razziale “WASP” che Lovecraft abitualmente esibisce. Gli immigrati sono più duttili e si gettano a capofitto in quella realtà meschina e commerciale che Lovecraft disprezza. Nondimeno la penuria monetaria, acutizzatasi con il matrimonio, costringe Lovecraft a una serie di compromessi frustranti e alla constatazione del fatto che, nonostante i suoi sforzi, non riesce a trovare impiego.

I non-americani sono doppiamente colpevoli, per Lovecraft, di riuscire a trovare lavoro nonostante un americano “autentico” come lui non ci riesca, e di gettarsi senza remore in quella vita ribollente e movimentata che egli disprezza, e contro la quale sempre si è battuto. Ma nonostante le apparenze, è questa seconda constatazione, più che la prima, a esasperare l’ostilità dello scrittore. Per meglio comprendere in che consista quest’ultima affermazione, sarà forse d’aiuto riportare un estratto da una storia di Thomas Ligotti, uno dei continuatori più geniali e originali dell’opera di Lovecraft, tratto dal suo racconto “Severini”:

“Il mio corpo, un tumore che una volta fu estratto dal corpo di un altro tumore, un pezzo di malattia che sta sempre cuocendo la sua propria malattia. E nella mia mente un’altra malattia, la malattia della malattia. Da tutte le parti, la mia mente vede la malattia di altre menti e altri corpi, questi altri organismi che sono solo altre malattie, un incubo totale dell’organismo. «Dove mi porta!» gridò (gridammo) alle facce marroni e giallastre. «Dobbiamo risolvere il problema dell’infezione intestinale lo sappiamo, lo sappiamo». Ripeterono quelle parole per tutto il cammino, come sembrava, mentre la città scompariva dietro gli alberi e gli arbusti, tra i fiori giganteschi che odoravano di carne putrefatta e i funghi e la mucillagine della cloaca tropicale. Conoscevano la malattia e l’incubo perché vivevano in quel luogo dove l’organismo cresceva senza restrizioni, con quelle forme tanto variate e esotiche, verso un destino dal quale non poteva fuggire”.

È una descrizione abbastanza fedele di come Lovecraft concepisce la vita a New York, di come percepisce la sua e la altrui malattia, che è la malattia di vivere nell’anonimato e nella penuria, l’altra faccia del sogno americano di “melting-pot”. La consapevolezza di appartenere a un unico organismo malato, malato di vivere un’esistenza bruta, fatta di morte, nascita, riproduzione e ancora morte. Un’immensa giungla tropicale dove la vita si manifesta nella sua essenza marcescente, protetta da un’architettura grandiosa e straniante.

Nell’esperienza a New York di Lovecraft, rileva Houellebecq, ci sono “in nuce” tutti i “Grandi testi” dell'autore del Rhode Island, ma soprattutto è paradossalmente in questo suo razzismo esasperato (non esita a paragonare gli immigrati a funghi di palude e limo) che Lovecraft ritrova il suo posto nell’umano consesso. Diventa parte integrante, che lo voglia o no, di “quell’organismo tumefatto” che è la vita, si sporca anche lui di quel limo primordiale, ritrova quella condivisione che aveva sempre evitato con i suoi modi da affettato gentiluomo anglosassone, e questa esperienza corale e comunitaria assume il peso di una Rivelazione, oscura e potente.

H.P. Lovecraft: Against the World, Against Life, 2009, copertinaNella sua prefazione (postfazione, nell’edizione italiana) Stephen King riassume per noi i paragrafi di Houellebecq in un’unica poderosa frase che, per dirla con lo scrittore francese: “sono la formula per fallire nella vita e riuscire nell’arte. Anche se su quest’ultimo punto il risultato non è garantito…” e la frase è: “Aggredisci la storia come un raggiante suicidio, afferma senza timore il grande NO alla vita, allora vedrai una magnifica cattedrale e i tuoi sensi, vettori di un indefinibile sconvolgimento, tracceranno un intero delirio che si perderà nelle innominabili architetture del tempo”. La frase con la quale Houellebecq riassume la narrativa di Lovecraft e quella dei suoi continuatori più dotati e ricettivi.

È curioso notare come una certa parte della critica anglosassone non sia altrettanto pronta a riconoscere la posizione assolutamente innovativa che Lovecraft occupa nella letteratura gotica, sia a livello stilistico che di vera e propria coerenza filosofica. Uno fra tutti proprio David Punter, peraltro originale e coraggioso partigiano del genere Gotico, così parla dello scrittore di Providence: “Forse non occorre dire molto di più su Lovecraft: la sua prosa è rozza, ripetitiva, leggibile dietro coercizione, la quintessenza della narrativa popolare. Nella maggior parte dei casi egli riduce i motivi gotici a una sorta di meccanismo; il suo posto nella tradizione non è quello di un innovatore e neppure di un modificatore, ma è più quello di un rievocatore dell’ultim’ora degli antichi orrori …” dove prima il critico aveva insistito sulle “rimozioni” (freudiane) di tipo “razziale e sessuale”, nonostante Stephen King (pure elogiato da Punter) abbia già rilevato che racconti come “L’orrore di Dunwich” e “Alle montagne della follia” contengano ben poco all’infuori dell’elemento sessuale.

Un altro chiaro caso di “nemo profeta in patria”, al quale Houellebecq e altri hanno doverosamente e esaustivamente risposto. La nostra critica, peraltro, tende ancora a svincolare la produzione narrativa di Houellebecq da questo saggio, che si conosce ancora per sentito dire e per “passaparola”. Naturalmente, la biografia di Joshi è più esaustiva e completa, soprattutto considerando che Joshi non insiste “solo” sugli aspetti rimarcati da Houellebecq, ma anche così il saggio dello scrittore francese raggiunge una certa sorta di completezza fra vita e stile di Lovecraft, che è quanto vogliamo leggere, oltre al fatto che è il primo tentativo da parte di un intellettuale europeo non “di nicchia” di confronto “serio” con la narrativa del Maestro di Providence. Non resta che augurarci uno sforzo simile anche da parte dei nostri.

Bibliografia:
Michel Houellebecq, H.P. Lovecraft contro il mondo contro la vita, postfazione di Stephen King, Bompiani, 2005
David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti, 2000
Thomas Ligotti, The Nightmare Factory, Carroll & Graf, 1996
Fernando Savater, Creature dell’aria, Ed. Instar, 1993
Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, Einaudi, 1976

Mariano D’Anza