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mercoledì 26 dicembre 2012

Dean Spanley, quando Lord Dunsany va al cinema

Dean Spanley, DVD, copertinaInedito in Italia, My Talks with Dean Spanley è un romanzo umoristico e fantastico di Lord Dunsany pubblicato nel 1936, una curiosa storia di cani – argomento fra i prediletti dell’autore – e di reincarnazione, con un compassato ma singolare decano inglese dell’età edoardiana che, soltanto ed esclusivamente sotto agli effetti di un inebriante e raro vino di gran pregio, rievoca i presunti ricordi della sua vita canina precedente.

Quasi una commedia alla maniera tipica del tardo Dunsany teatrale, giocando sul filo dello humor attorno a una singola irruzione del meraviglioso nel prosaico schema della società britannica del tempo. Un Dunsany maturo d’anni ed esperienza rispetto alle sgargianti prose degli esordi fantasy del primo Novecento, quelle raccolte narrative fra The Gods of Pegana (1906) e Tales of Wonder (1916) che tanto influenzarono H.P. Lovecraft, per poi lasciarlo deluso di fronte all’evoluzione stilistica e tematica del barone irlandese nei due decenni successivi.

Scrive infatti Lovecraft di Lord Dunsany, in una lettera a Fritz Leiber del 15 novembre 1936: “Nel mentre guadagnava d’età e in raffinatezza, ne perdeva in semplicità e freschezza. Si è vergognato d’essere acriticamente naïve, e ha cominciato a prender le distanze dai propri racconti, visibilmente sorridendovi persino nel loro stesso svilupparsi. Anziché rimanere quel che l’autentico fantaisiste dovrebbe essere – un fanciullo in un mondo di sogni di fanciullo – è divenuto ansioso di mostrarsi come un vero adulto che, bonariamente, fa solo finta d’essere fanciullo in un mondo di sogni di fanciullo”.

My Talks with Dean Spanley, I ed., MacMillan, 1936, copertinaCosa ancor più curiosa del romanzo, è il fatto che il film trattone nel 2008 sia anch’esso rimasto inedito in Italia, almeno sin adesso, nonostante il potenziale richiamo di un cast di grandi nomi. Diretto da Toa Fraser su sceneggiatura di Alan Sharp, in una coproduzione fra la Nuova Zelanda e il Regno Unito, Dean Spanley vede un anziano Peter O’Toole protagonista con Sam Neill, nella parte del decano Spanley, insieme a Bryan Brown e Jeremy Northam, a interpretare un’ottima commedia che adatta – e  inevitabilmente espande oltre l’originale letterario – su sfondo drammatico i contenuti del libro.

Mai giunta in quattro anni ai nostri cinema, la pellicola è finalmente doppiata in italiano e distribuita come DVD attraverso il marchio della Dynit Anime Manga, con descrizione e informazioni tecniche disponibili presso le pagine informative di www.dynit.it. Questa la sinossi presentata:

“Horatio Fisk, irascibile e scontroso settantenne, vive gli ultimi giorni della sua vita durante l’epoca edwardiana, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Nonostante non abbia niente in comune con il figlio Henslowe, Horatio accetta di uscire regolarmente insieme a lui. La noia e la monotonia dei loro appuntamenti li spinge un giorno a partecipare ad una conferenza sulla trasmigrazione delle anime di un guru indiano, dove fanno la conoscenza dell’eccentrico Dean Spanley. Quando Spanley, accettando un invito a cena di Henslowe, degusta un bicchiere di raro Tokai ungherese, improvvisamente viene ricondotto ai ricordi di una vita precedente vissuta come cane che, con sorpresa, si ricollegano al passato familiare di Horatio”.

Ogni dettaglio circa il film in sé è reperibile sul solito e onnicomprensivo Internet Movie Database. Nessun trailer italiano è disponibile, vista la mancata uscita nelle sale; per supplire, eccone una versione in lingua originale.



Andrea Bonazzi

martedì 6 novembre 2012

Il Cinema è il Vampiro: seminario di approfondimento cinematografico al Politecnico di Milano

Il Cinema è il Vampiro, locandinaPrendono avvio l’8 novembre prossimo, al Politecnico di Milano, i cinque appuntamenti settimanali del seminario gratuito di approfondimento cinematografico Il Cinema è il Vampiro – Da Nosferatu a Twilight, organizzato dall’Associazione Culturale Algo Mas e curato dal critico cinematografico Alessandro Stellin.

“Poche figure hanno attraversato l’immaginario cinematografico di un intero secolo come quella del vampiro. Per comprendere i motivi di questa fortunata longevità è necessario comprendere che tale longevità non è dovuta solo all’immortalità del DNA vampiresco ma anche alla stretta relazione che lega il «principe della notte» con il cinema. Non è un caso, infatti, che nel finale di Intervista con il vampiro di Neil Jordan il vampiro si rechi al cinema perché solo lì può vedere l’alba. E l’alba che vede è quella di Sunrise, capolavoro di F.W. Murnau che ha dato al cinema la prima, grande figura di vampiro con Nosferatu”.

“E se il vampiro succhia la propria linfa vitale agli altri esseri umani,” – prosegue la nota di presentazione dell’evento – “il cinema fa la stessa cosa: la cinefilia può essere vista come una «malattia» che spinge a nutrirsi di film nel buio della sala cinematografica. Il nutrimento offerto dai film è tolto alla vita che, nell’apparente arricchimento legato all’esperienza delle innumerevoli visioni, si vede sottratta l’esperienza reale della vita vissuta. D’un tratto il cinema diventa il vampiro e il cinefilo la sua vittima”.

Nel corso del seminario milanese, che si concluderà il 13 dicembre 2012, saranno analizzati – tra gli altri – i seguenti film:

Nosferatu di F.W. Murnau
Dracula di Tod Browning
Dracula il vampiro di Terence Fisher
Il sangue e la rosa di Roger Vadim
La cripta e l’incubo di Camillo Mastrocinque
Dracula di Francis Ford Coppola
Intervista con il vampiro di Neil Jordan
Il buio si avvicina di Kathryn Bigelow
Twilight di Catherine Hardwicke
The Twilight Saga: New Moon di Chris Weitz
The Twilight Saga: Eclipse di David Slade


Il Cinema è il Vampiro
Da Nosferatu a Twilight
Seminario di approfondimento cinematografico
Politecnico di Milano
Piazza Leonardo Da Vinci, 32 – Milano – MM2 Piola
Ingresso gratuito fino a esaurimento posti con inscrizione sul sito www.algomas.org

Programma:
Giovedì 8 novembre, ore 18.30. Dracula: Io sono leggenda (parte I) – Luci e tenebre
Mercoledì 14 novembre, ore 18.30. Dracula: Io sono leggenda (parte II) – Rosso sangue
Giovedì 22 novembre, ore 18.30. Il tormento e l'estasi
Giovedì 29 novembre, ore 18.30. La dipendenza e il contagio
Giovedì 13 dicembre, ore 18.30. Immortali: I vampiri nel Nuovo Millennio


Informazioni: Associazione Culturale Algo Mas.
Andrea Bonazzi

sabato 22 settembre 2012

Cacciatori di vampiri

Quello del "cacciatore di vampiri" è un tema vasto, forse appena un filo — filo di sangue, s’intende — meno vasto dell’argomento stesso del loro oggetto di preda. Dacché esistono vampiri, che appartengano al mito o alla superstizione sino alla finzione narrativa, è necessaria e quasi inevitabile la presenza di una nemesi, un avversario non sempre o necessariamente del tutto umano, una figura di sapiente in grado di individuarli, un antagonista di particolare abilità nel combatterli.

Prototipi di questo genere di personaggio si potrebbero individuare sin dall’antichità classica, quando lamie ed empuse prefiguravano l’odierno vampiro. Per esempio nel resoconto di Flegone Tralliano, che, nel II secolo d.C., narra della giovane defunta Philinnio ritornante più volte dalla tomba per incontrare il proprio amato; storia ripresa in versi da Johann Wolfgang Goethe nel suo La Fidanzata di Corinto (Bruden från Korint, 1797). Scoperta la verità, il popolo si rivolge a un “profeta e veggente di nome Ryllus, tenuto in gran stima e reverenza”, il quale appare l’unico a sapere come affrontare il fenomeno, ordinando che il corpo della ragazza sia incenerito fuori dalle mura cittadine.

Col diffondersi, fra XVII e XVIII secolo, del mito del vampiro, si propaga come un’epidemia dall’area balcanica a tutto l’occidente europeo una vasta letteratura di testimonianze e trattati sull’argomento, dove i veri cacciatori di vampiri sono le torme di contadini, i quali paiono accanirsi sui trapassati compaesani che la superstizione accusa di nefandezze post-mortem.

Ed è in questo panorama che emerge la figura del dhampyr, a cui si rifanno sia il quasi omonimo Dampyr dei fumetti Bonelli che lo stesso personaggio di Blade, dagli inchiostri alla trasposizione in celluloide.

Figlio di un vampiro, sorta di mezzosangue compartecipe di entrambe le nature fra l’umano e il soprannaturale, e per questo sia venerato che temuto, il dhampyr nato dal folklore serbo era tradizionalmente delegato, spesso dietro lauta ricompensa, al ruolo di cacciatore e vendicatore grazie al suo particolare potere di riconoscere e di uccidere i vampiri.

Cacciatore e vampirologo per eccellenza, il brusco ed eccentrico olandese Abraham Van Helsing, tratteggiato da Bram Stoker nel suo Dracula (1892), è il capostipite di un’infinita serie di imitazioni e di varianti sul tema, pur preceduto da esempi come quello del Generale Spielsdorf che, già orbato della propria nipote dalla vampira Carmilla nella omonima novella di Joseph Sheridan Le Fanu (1872), si assume il compito di ricercarne e impalarne il corpo assistito dal misterioso Barone di Vordenburg.

Persino il celeberrimo Sherlock Holmes rischia di entrare nella categoria, imbattendosi in un caso di vampirismo che tale si rivelerà solo in apparenza, ne Il vampiro del Sussex (The Adventure of the Sussex Vampire, 1924) di Arthur Conan Doyle.

E con la narrativa popolare del Novecento, anche personaggi seriali minori s’improvvisano talvolta esperti in materia di nosferatu e affini, come il pur non eccelso Jules de Grandin, tipico “investigatore dell’occulto” creato da Seabury Quinn nel 1925 sulle pagine di Weird Tales.

Sulla stessa celebre rivista faceva il suo esordio anche lo spadaccino Solomon Kane, il seicentesco puritano di Robert Ervin Howard che, tra le varie minacce sovrannaturali, affronta un non-morto assetato di sangue e vendetta nel racconto Teschi sulle Stelle (Skull in the Stars, 1929).

Dal primo trentennio del secolo scorso la commistione fra letteratura, fumetti, cinema e, più tardi, televisone, lascia affiorare sia i tipici caratteri alla Van Helsing che più originali personaggi mediatici. La concezione odierna del vampiro vede il lettore/spettatore identificarsi sempre più in esso, a scapito della categoria del suo antagonista umano, spesso riciclato in letture avventurose o relegato ai margini della contaminazione. È il caso del fenomeno di Buffy l’ammazzavampiri (Buffy the Vampire Stayer, 1992, e seguenti serial TV), o di vere e proprie parodie come per lo spassoso Professor Ambrosius di Per favore… non mordermi sul collo (Dance of the Vampires, 1967), o ancora il Peter Vincent del film Ammazavampiri (Fright Night, 1985): un vecchio attore incastrato nello stanco ruolo di vampirologo, costretto infine a fare i conti con veri e pericolosissimi succhiasangue.

Dal cinema della britannica Hammer, che vede il grande Peter Cushing incarnare il tipo dello spietato distruttore di non morti (sia nella serie dei Dracula che nel ciclo ispirato a Le Fanu), proviene anche il curioso personaggio di Capitan Kronos, settecentesco cacciatore di vampiri in stile “cappa & spada” protagonista del (purtroppo) inedito in Italia Captain Kronos Vampire Hunter (1974).

Più attuale e forse memorabile cacciatore ai limiti fra gotico e fantascienza, è certamente il Robert Neville del romanzo Io sono Leggenda (I’m a legend, 1954) di Richard Matheson, portato sullo schermo in L’ultimo uomo della terra (1963) e 1975: Occhi bianchi sul pianeta terra (The
Omega Man, 1971). Ultimo uomo in un mondo di soli vampiri, Neville intraprende dapprima la sua azione di sterminatore di non-morti per poi scoprire la nuova società umana adattatasi al vampirismo, che ribalterà le parti trasformando lui in preda, e quindi in minacciosa leggenda di un mondo ormai scomparso.

Troppi nomi ed esempi indubbiamente
mancano a questa che è solo una fuggevole occhiata sul tema della "caccia al vampiro". A partire dallo spaccone Jack Crow del film Vampires (1998) di John Carpenter, tratto a sua volta dal romanzo Vampiri S.p.A. (Vampire$, 1990) di John Steakley. Non ce ne vogliano i diretti interessati... serbando i loro aguzzi paletti di frassino per meno vive e assai più degne carcasse.

Andrea Bonazzi
(in prima versione su HorrorMagazine del 3/03/05)

domenica 16 settembre 2012

The Evil Clergyman: risorge un perduto inedito del cinema lovecraftiano anni 80

The Evil Clergyman, locandinaDiretto da Charles Band, Pulse Pounders è un “perduto” film horror a episodi realizzato per l’americana Empire Pictures nel 1987, mai però giunto nelle sale a causa del collasso finanziario della casa produttrice, nei quali archivi fu disperso senza apparentemente lasciare traccia.

I tre distinti segmenti della pellicola comprendevano due primi e brevi sequel a precedenti titoli prodotti dalla Empire, Trancers e The Dungeonmaster, ma soprattutto un gustoso The Evil Clergyman molto liberamente tratto dall’omonimo racconto breve di H.P. Lovecraft tradotto in Italia come “Il prete malvagio”.

Un episodio di particolare interesse per gli appassionati, poiché riuniva nuovamente l’affiatato cast di Re-Animator (1985) e From Beyond (1986), dalle musiche del compositore Richard Band agli interpreti con il veterano Jeffrey Combs, Barbara Crampton e lo scomparso David Gale, insieme a David Warner che pure frequentò i temi lovecraftiani in Cast a Deadly Spell (1991) e Necronomicon: Book of the Dead (1993).

Un film perduto, dicevamo, o almeno considerato come tale sino al finire del 2011 quando il regista Band annunciò il ritrovamento di una sua copia di lavorazione, dichiarando al contempo l’intenzione di restaurarlo e pubblicarne separatamente ognuna delle parti.

A un anno di distanza, finalmente, dopo la presentazione in “prima mondiale” dello scorso agosto alla convention horror di Chicago, il tanto a lungo atteso The Evil Clergyman troverà una premiere alla presenza dei due protagonisti Combs e Crampton nel corso del terzo annuale H.P. Lovecraft Film Festival di Los Angeles (28-30 settembre 2012).

The Evil Clergyman, scena
The Evil Clergyman, scena
The Evil Clergyman, scena
The Evil Clergyman, scena

Prevista invece al 9 ottobre prossimo l’uscita in formato DVD per la statunitense Full Moon Pictures.



Andrea Bonazzi

domenica 6 maggio 2012

The Shadow Out of Time: corto lovecraftiano svedese

The Shadow Out of Time, 2012, titoloFrutto di una collaborazione svedese del 2011-2012 fra Millroad Film e The Lone Animator, il cortometraggio The Shadow Out of Time adatta efficacemente fra recitazione e grafica computerizzata l’omonima novella “L’ombra fuori dal tempo”, scritta da Howard Phillips Lovecraft tra il 1934 e il ‘35.

Scritto da Richard Svensson e Daniel Lenneér, che ne hanno rispettivamente diretto le parti filmate e l’animazione elettronica, il corto della durata di circa quindici minuti sviluppa la celebre novella lovecraftiana attraverso la narrazione in voice-over dell’attore inglese John Hutch, su musiche composte da Christopher Johansson.

Åke Rosén interpreta il ruolo del professor Nathaniel Wingate Peaslee, la cui mente è scambiata con quella di un misterioso e antichissimo alieno capace, in questo modo, di viaggiare nel tempo. Thobias Ericsson e gli stessi Svensson, Lenneér e Johansson compaiono invece in ruoli di supporto.

Informazioni, immagini, collegamenti e risorse presso il blog ufficiale di The Lone Animator. Qui a seguito l’intero cortometraggio pubblicato dagli autori su YouTube.



Andrea Bonazzi

mercoledì 16 novembre 2011

Balene e no. Un viaggio minimo nella simbologia di Moby Dick

'Moby Dick Rises', illustrazione di Rockwell Kent, 1930Sono sempre stato affezionato ai luoghi comuni poiché, contrariamente a quanto si pensa di solito, sono convinto che nella maggior parte dei casi della vita quotidiana essi siano portatori di una verità talmente evidente da essere persino incontrovertibile. Si potrà forse accusarli di essere banali, vieti e ritriti, ma difficilmente potranno essere tacciati di insincerità.

L’affare si complica, tuttavia, quando i luoghi comuni iniziano a essere applicati ai prodotti della letteratura, del cinema, dello spettacolo, poiché – stavolta sì – potremmo correre il rischio di andare a parare decisamente da un’altra parte e a parlare di un’altra cosa rispetto a ciò che si sta invece esaminando. Non sempre quello che si sa di una qualche opera, infatti, corrisponde effettivamente a quello che essa è. Non sempre nella semplificazione dell’immaginario popolare l’idea che si ha di una storia corrisponde al vero.

Qualche esempio? Jonathan Swift non è stato l’autore di una favoletta con omini centimetrici e immani giganti come di solito si vuol credere... Un tal Don Quixote non era semplicemente un bislacco tontolone protagonista di epopee comiche e picaresche... Le Fiabe dei Grimm non sono affatto materiale per bambini (tutt’altro) e i due stessi autori non sono da ricordare per quello... La Storia Vera di Luciano narra del primo viaggio spaziale della storia e di numerose altre meraviglie fantastiche ma non è il primo romanzo di fantascienza... E si potrebbe continuare a dismisura.

Tale la premessa. Riflessioni di questo genere mi sono infatti balzate alla mente con prepotenza qualche tempo addietro. Dal momento che in quei giorni mi ero ritrovato a rivedere visionandole su YouTube alcune sequenze dal Moby Dick, per la regia di John Houston e sceneggiato dal grandissimo Ray Bradbury, al di là dell’indubbia qualità della pellicola e della nota bellezza delle immagini mi colpì soprattutto il tenore dei commenti di coloro che avevano già guardato il video.

All’interno di tali commenti, infatti, lungi dal contestualizzare quanto si era visto e dal giudicarlo per i suoi contenuti effettivi, gli spettatori di internet non facevano altro che sfruttare l’occasione del film per battaglie ambientaliste altrimenti giustissime ma totalmente inappropriate per quella sede, deviando totalmente – questa la cosa peggiore – dal contenuto reale dell’opera a fini biecamente (per quanto fors’anche in buona fede) propagandistici. Si arrivava addirittura al punto di insultare il povero capitano Achab augurando la morte a tutti coloro che svolgessero una professione consimile.

Un ragionamento di questo tipo, al di là di tutte le altre considerazioni fattibili, non poteva che condurmi a una sola conclusione fondamentale: questa gente non aveva capito assolutamente nulla del film e – se consideriamo che si tratta di una trasposizione cinematografica molto fedele – in fin dei conti nemmeno del libro (quand’anche qualcuno lo avesse letto).

Con molta umiltà mi sono quindi accinto a cercare quantomeno di riflettere nelle sue linee essenziali su che cosa sia Moby Dick: forse sarà solo una goccia nel mare del fraintendimento della communis opinio (e torniamo al punto di partenza), ma comunque un tentativo di fare chiarezza su uno dei romanzi fondamentali non solo della letteratura americana, ma dell’ingegno umano tout court. Mi pare opportuno iniziare con un punto basilare sul quale si innesteranno poi tutte le altre possibili considerazioni.

Moby Dick non è un avventuroso romanzo di avventure marinaresche, né tantomeno è un’opera realistica. Per meglio dire, solo al livello più immediato, più apparente e a quello in fin dei conti meno sostanziale potremmo attaccare questo tipo di etichette al capolavoro di Herman Melville. Moby Dick è piuttosto, fin dalla prima pagina e in modo assolutamente prepotente, un romanzo dai caratteri gotici, fantastici, allucinati, una meravigliosa cavalcata simbolica attraverso molteplici strutture di senso differenti.

Moby Dick, 1956, locandina italianaIn tal modo, la Pequod non è una semplice baleniera, ma tutt’altro: equipaggiata in circostanze straordinarie, straordinaria e dissonante nelle componenti della sua ciurma, essa pare fin dal principio nient’altro che un prolungamento fisico del suo nascosto cervello, il capitano Achab. Anche il suo leggendario narratore – con l’altrettanto leggendario “Call me Ismahel” che dà il via a una narrazione – fin dalle prime battute conferisce all’esposizione delle vicende un tono nettamente profetico, quello di una rivelazione ricca di un profondo ed arcano significato che va decisamente al di là di quello di un semplice viaggio baleniero. Ciò non toglie che la precisione realistica del testo sia enorme, che la descrizione delle pratiche di navigazione sia accurata così come quella, per esempio, delle procedure di dissezione e lavorazione delle balene uccise allo scopo di ricavarne fino all’ultima stilla di olio. Ma – si potrebbe affermare – è tutta scenografia, o quantomeno sottotesto necessario poi a parlare di altro.

Non sono questi, perciò, il valore centrale e l’oggetto precipuo del discorso. Essi si iniziano a cogliere quando entra in ballo e proprio attraverso l’elemento del dissonante. L’equipaggio della Pequod, composto di sanguemisto e individui che si direbbero sbandati o di incerta origine, è un chiaro indizio dell’atmosfera simbolica che si vuole costruire, alludendo a una caotica stranezza della spedizione in partenza. Numerosi altri esempi si susseguiranno.

Ovviamente il centro di tutto il mondo della nave è il suo demoniaco capitano, una delle figure più iconiche, monumentali e pervasive della storia della letteratura, ma che non viene dal nulla ed ha i suoi bravi antecedenti.

Il capitano Achab, giustappunto. Egli è sicuramente il discendente di tutta una numerosissima serie di malvagi gotici. Precedentemente arroccati in castelli sugli Appennini, ora nella loro veste più innovativa questi tipici villains della letteratura si ripresentano sul mare. Hanno cambiato pelle, ma sono nonostante tutto riconoscibilissimi. Il marchio di fabbrica che manifestano nello sguardo infuocato e “divorantemente” ossessivo ce li presenta subito come tali (e parlo al plurale poiché Achab non sarà certo l’ultimo della serie... pensiamo anche solo – in forme diverse – ai pirati di Willam Hope Hodgson). Così pure l’aura di minaccia che ne pervade la personalità è tipica del genere. Come i vari Montoni, Schedoni, Ambrosio e via discorrendo, anche il baleniere è caratterizzato da una storia pregressa, che si apprenderà fosca e drammatica, segnata in modo devastante dal primo incontro con la Balena, il quale gli era costato la perdita della gamba. Un altro indizio di deformità fisica che introduce nel mondo della difformità psicologica di un contorto e maniacale modo di pensare.

Ma Achab non è solo questo: è un personaggio dalla statura titanica, legato a triplo filo alle tematiche del romanticismo: da una condizione di normale baleniere, egli matura grazie a Moby Dick quella volontà di ricerca e quella tensione verso il limite che caratterizzano questo tipo di personaggi. È un’ossessione magnifica, quella di Achab, ed è l’incarnazione della spinta a osare e a sfidare, per quanto tale impulso sia motivato essenzialmente dalla causa motrice di una vendetta delirante. Facendo riferimento al film, Gregory Peck è straordinario in questo senso nel dare vita a un’interpretazione del marinaio cupa, furiosa e contemporaneamente imponente. Achab come un novello Ulisse è colui che si erge titanicamente sapendo in cuor suo di essere già destinato alla sconfitta. Contro gli elementi, contro lo stesso Dio, è colui che non rinuncia pur di conoscere, sapere, confrontarsi; è colui che allo stesso modo di Ulisse alla fine è punito e si inabissa, che è empio ma che pervicacemente si aggrappa al suo ideale e per questo motivo appare anche oscuramente affascinante, quasi un modello da imitare.

È questa la vera essenza di Achab? Forse... e forse no. Possiamo poi essere così sicuri che Achab abbia solamente tutte queste sfumature negative? La grandezza del personaggio è che esso in realtà non fornisce risposte certe. Accanto a questa interpretazione “demoniaca” ha giusto rigore e ragion d’essere anche un’interpretazione positiva. Egli infatti, per i medesimi motivi romantici detti prima, rappresenta pur sempre il titano che sopravanza tutti gli altri. Il signor Starbuck, Ismaele, Queequeeg, tutti gli altri personaggi sono evidentemente di una statura inferiore, non eroica. Di fronte alla giusta sfida di Achab alla balena, essi talora vorrebbero ritirarsi, cacciare normalmente come le altre baleniere, deporre le armi. Solo il capitano persiste indefessamente perché la lotta contro Moby Dick, ça va sans dire, non è una semplice lotta fra un uomo e un animale. Tutt’altro.

Moby Dick, 1851, frontespizioE siamo arrivati così a un problema centrale che si riferisce a Moby Dick, all’altro polo magnetico del romanzo che ne costituisce il necessario bilanciamento nelle dinamiche di contrasto che sono indispensabili affinché la trama possa procedere. E del resto è ovvio che perché ci sia qualcuno che sfida (che si trovi esso dalla parte del giusto, dello sbagliato o a metà fra esse) occorre necessariamente qualcuno (o qualcosa) che sia oggetto della sfida venendosi a configurare in un ruolo antagonistico.

Ecco pertanto la funzione della balena che dà il titolo all’opera melvilliana la quale, fra l’altro, ho sempre pensato avrebbe potuto continuare a intitolarsi Moby-Dick; or, the Whale, anche nelle innumerevoli edizioni e trasposizioni successive. Questo appunto perché il motivo della caccia al cetaceo non riguarda affatto la sfera materiale, cosa che risulta palese fin dai primi capitoli (ove esso è oggetto di un favoleggiamento quasi mitologico), per passare a quelli centrali (ove la caccia alle balene reali si contrappone ideologicamente a quella principale, nella quale il mostro brilla per assenza, inafferrabilità, fuggevolezza); l’impressione è totalmente confermata nei capitoli finali, nei quali il leviatano infine si manifesta in tutta la propria alterità. La sfida con la balena – ed è ciò che gli spettatori di YouTube non sono nemmeno lontanamente riusciti a capire – coinvolge non tanto una caccia reale, quanto piuttosto gli ambiti dai contorni sfuggenti ed ingannevoli del fantasmatico e quelli innervati nella natura più profondamente ontologica dell’essere del metafisico.

Come tutti sanno, poi, Moby Dick è una balena bianca, di un colore del tutto innaturale, simbolico. Il capitolo fondamentale dal titolo “La bianchezza della balena” è una cerniera essenziale nell’individuazione del significato del testo, ma anche senza di esso si potrebbe cogliere il valore di questo aspetto essenziale. Semanticamente il bianco non è solo il colore della purezza e del candore, della spiritualità e dell’idealismo, bensì a un livello ancora più profondo lo è del lutto e della morte. Il pallore è la caratteristica dei cadaveri, delle lamie, delle larve, di tutto ciò che rimanda alla costellazione di significati connessi con l’aldilà, tant’è vero che presso diverse culture in occasione dei decessi ci si riveste o ci si tinge la pelle di bianco. Già in Coleridge, il Vecchio Marinaio, autore di un atto di ribellione in qualche modo accostabile a quello di Achab aveva a che fare con un albatro portatore di energie arcane di colore bianco. Così come è di un bianco perfetto il colore della pelle dell’essere misteriosissimo che compare nelle ultime, enigmatiche pagine del Gordon Pym di Edgar Allan Poe.

Questo per dire che il sostegno alla presente tesi è fondatissimo e individuabilissimo. E dunque pare abbastanza evidente che Achab intraprenda una lotta contro il Leviatano, il mostro, la balena bianca allo scopo non solo di vendicarsi della perdita del proprio arto, ma ancora di quella della propria sanità mentale. In seguito al loro primo drammatico scontro principia una lotta fantasmatica sia contro i propri spettri personali, sia contro le forze oscure che infestano la realtà e – di più – contro un ente demonico che incarna e concretizza l’intera malvagità dell’essere. Il faccia a faccia con la balena ha per Achab un sapore lovecraftiano ante litteram poiché mina la sua identità serena e ordinaria precedente (sia a livello lavorativo che familiare) e lo precipita dinanzi al caos e al disordine, ne infrange le certezze costitutive, ne muta il carattere, lo trasforma nel coacervo inconsulto di tratti caratteriali dei quali si è detto: ossessione, romanticismo, eroismo, titanismo, maniacalità, irragionevolezza e tutto ciò che si è andati finora individuando.

Proprio per questo il combattimento del capitano contro Moby Dick risulta eroico, in quanto appunto costituisce anche un sacra missione della quale egli si è autoinvestito nel voler ritrovare ed eliminare definitivamente “il gran demonio dei mari”, ma che evidentemente non è solo limitato ad essi ma suggerisce una portata più ampia e cosmica.

Quale delle due interpretazioni proposte sarà dunque più sensata? Achab è un meraviglioso pazzo monomaniaco che segue le sue ossessioni di vendetta e trascende i limiti assegnati all’uomo venendo per questo punito (e la sua ciurma – seguendone le sorti – è condannata anch’essa a condividerle subendo la medesima sventura, tranne Ismaele che “solo è sopravvissuto per raccontarlo” tramite lo stupendo paradosso della sopravvivenza sulla bara preparata da Quequeeg)? O è un paladino della lotta contro il Male assoluto che fatalmente e pessimisticamente si trova costretto a cedere ad esso nella propria solitaria e superomistica battaglia? Come ho già accennato, penso che in fin dei conti non possa esserci una risposta univoca, o meglio, che entrambi i tipi di letture possano essere giudicati validi contemporaneamente. Dipende solo dall’angolatura di osservazione che si sceglie, dopotutto.

Meglio lasciare perdere le linee di interpretazione insensate e lasciare parlare il testo. Le opere hanno la loro identità e sarebbe opportuno ascoltarle piuttosto che andarsi a impelagare in discussioni prive del benché minimo senso… Ma per alcuni utenti internet usare il cervello evidentemente è troppo impegnativo, come purtroppo anche nella vita reale di tutti i giorni.



Umberto Sisia

venerdì 29 luglio 2011

Arkham Sanitarium: un film lovecraftiano in tre episodi

Arkham Sanitarium, 2011, locandinaÈ in arrivo per il prossimo ottobre H.P. Lovecraft’s Arkham Sanitarium, una produzione indipendente scritta e diretta da Andrew G. Morgan sotto il marchio della Survivor Films di Londra, lungometraggio suddiviso in tre episodi basati su altrettante e celebri storie brevi di Howard Phillips Lovecraft: “The Haunter of the Dark” (“L’abitatore del buio”, 1935), “The Shunned House” (“La casa sfuggita”, 1924) e “The Thing on the Doorstep” (“La cosa sulla soglia”, 1933).

Iniziate le riprese nello scorso maggio – di venerdì 13, come tiene a sottolineare lo sceneggiatore e regista di Arkham Sanitarium – il film, sebbene a basso budget, mantiene personaggi e ambienti di una Providence e di un lovecraftiano Massachusetts anni 30, dichiarandosi fedele ai racconti originali. Il tutto nel quadro complessivo di una indagine, a vent’anni di distanza, sulle “strane storie” che si ricollegano al malfamato istituto psichiatrico di Arkham.

Nel cast Anthony Clegg nel ruolo del Dottor West, Paul Maclaine in quello di Daniel Upton ed Edward Lewis French nei panni di Edward Pickman Derby, con Lexi Wolfe e Bruce Gibbons nelle parti di Asenath ed Ephraim Waite.

Qui sopra la locandina illustrata da Dave Wood. Maggiori informazioni, anteprime, immagini e concept degli effetti visivi sono disponibili sul sito ufficiale www.arkhamsanitarium.com, sulla pagina di supporto in IndieGoGo, su Facebook e nei diversi articoli e aggiornamenti web di Twitch e di Unfilmable.com.



Andrea Bonazzi

sabato 12 marzo 2011

Peter & Chris. I Dioscuri della notte

Peter & Chris. I Dioscuri della notte, 2010, copertinaCome cominciare a presentarvi il nuovo libro che ha costituito la mia lettura privilegiata degli ultimi giorni? Sarebbe possibile, innanzitutto, esordire definendolo “un saggio che si legge come fosse un romanzo”, se non me ne dovesse derivare qualche scrupolo. Potrebbe, difatti, essere controproducente: io stesso, se mi imbattessi da qualche parte in un’affermazione di questo genere, con il mio carattere un po’ sospettoso sarei indotto a dubitare fin dal principio sull’effettiva qualità di quanto si va recensendo.

Del resto, se di saggio si tratta parrebbe quantomeno ambiguo non applicarvi soprattutto le categorie interpretative relative alla saggistica, che dovrebbero privilegiare in primissimo luogo il rigore, la forza argomentativa, la profondità di pensiero e solo in seconda istanza la piacevolezza nel raccontare e fors’anche l’eleganza formale nell’esporre. In tal senso – se di saggio si deve parlare – a rigor di logica si dovrebbe iniziare a discutere principalmente del contenuto, e sarebbe essenzialmente su di esso che si dovrebbero dirigere in primis i vari strumenti della valutazione.

Nondimeno, nonostante quanto appena detto, e nonostante i dubbi che potrei legittimamente suscitare nei benevoli lettori che mi vorranno accompagnare in questa discussione, vorrei arrischiarmi lo stesso a principiare proprio con un’affermazione analoga alla suddetta nei confronti dell’ultimo lavoro di Franco Pezzini e Angelica Tintori, Peter & Chris. I Dioscuri della notte: si tratta di un saggio che si legge con il medesimo piacere che potrebbe procurare un (buon) romanzo. È vero, infatti, che talvolta anche le frasi più inflazionate contengono un nucleo cruciale di verità; mi pare significativo, perciò, sottolineare come appunto nel caso presente uno dei punti di forza dello studio degli autori sia in particolare la sua virtuosistica e profondissima capacità di coinvolgerci anche a livello stilistico (e quindi, alla fine dei conti, emotivo).

Non nuovi a esaltanti cavalcate letterario-cinematografiche (loro l’eccellente saggio sul cinema vampirico The Dark Screen. Il mito di Dracula sul grande e piccolo schermo, sempre per i tipi della Gargoyle Books) la coppia di saggisti fin dal principio ci prende metaforicamente per mano guidandoci attraverso le porte del passato e dell’immaginazione, per condurci a visitare i luoghi sia geografici che immaginari che mentali ove si sono sviluppati alcuni dei più grandi miti contemporanei del cinema di genere. Una sorta di mappatura di un sottouniverso – principalmente quello dell’horror britannico degli anni 60 e 70 – attraverso le vite parallele dei due (è il caso di dirlo) “mostri sacri” di questo periodo, almeno nel Regno Unito, vale a dire Peter Cushing e Christopher Lee.

Tutto questo per mezzo di un piglio preciso e denso di informazioni, giudizi critici, relazioni sui fatti e valutazioni sociologiche e psicologiche. Costantemente garbata – pervasa, ove fosse necessario, da una simpatica e coinvolgente ironia sdrammatizzante senza però trascurare la necessaria messe di dati, riferimenti, personaggi, citazioni –, l’elegante voce che pervade tutta la trattazione raccontando la vita e le opere dei due attori è un po’ il filo rosso che le conferisce non solo piacevolezza, ma soprattutto unitarietà e autorevolezza.

Peter Cushing e Christopher Lee, fotoTutto il materiale documentario proposto ai lettori a sostegno delle argomentazioni scivola via con estrema leggerezza grazie alla capacità scrittoria degli autori, senza appesantire lo sviluppo dei ragionamenti e pur tuttavia cementandosi a livello profondo come il necessario puntello e pilastro che consente all’intera impalcatura saggistica di restare in piedi. Non un sintomo di superficialità questo, quindi, quanto la prova di una profondissima capacità da parte degli autori di coniugare forma e sostanza nel modo più armonico, fluente e insieme coeso che sia possibile. Potrebbero sembrare doti da poco, o sottintese a qualsiasi saggio di buona fattura, ma basta guardarsi intorno – e leggere – per rendersi conto di come siano invece qualità rare, purtroppo spesso neglette da larga parte degli studiosi odierni.

A partire da questa osservazione formale che mi pareva estremamente importante rimarcare in partenza alla presente nota, l’oggetto dello studio in esame è dedicato con grandissima attenzione a ripercorrere passo passo (scena per scena, addirittura) la carriera del “Team” o dei “Dioscuri” – come vengono definiti i due attori per il loro leggendario legame sia lavorativo che umano. Cushing e Lee vengono così giustamente individuati nella loro complementarità sia fisica che psicologica, non solo attraverso l’ovvia contrapposizione scenica che li ha visti spessissimo nelle vesti di avversari (il ruolo forse più celebre, come tutti sapranno, quello di Van Helsing/Cushing contro Dracula/Lee), ma anche attraverso la loro intima amicizia personale; tramite l’evolversi delle rispettive carriere il libro percorre le tappe salienti dell’esistenza di due figure che vivranno nel segno dell’acquisizione di una personalità mitica nell’immaginario dei fan, tale da trascendere molto spesso persino l’altissima qualità delle rispettive interpretazioni.

In altre parole, se il saggio inizia a presentare i personaggi fin dagli anni della giovinezza e della formazione, mostrandoci le fasi fondamentali della loro vita dalla nascita all’avvio della loro carriera, il cuore della trattazione è dedicato al loro incontro e sodalizio professionale che culminerà nella partecipazione in comune a numerosi capolavori, e nel complesso a ben ventidue pellicole (più o meno rilevanti).

Quello che viene messo in luce in modo particolarmente interessante, però, è come – raggiunta l’acme delle rispettive potenzialità fisiche e attoriali – la semplice presenza in un film di uno dei due attori, quando non di tutti e due, diverrà in grado di alludere a un sottotesto leggendario prima in formazione e successivamente pienamente consolidato, una vera e propria scuola inconfondibile, quella improntata al lavoro della mitica casa di produzione Hammer e degli studios a essa affini. La presenza di Cushing o di Lee, già di per sé marchio di fabbrica di un certo modo di fare cinema, diverrà tale da evidenziare – quasi per antonomasia – diverse tipologie di recitazione (quando non dello stesso genere Fantastico), pur sempre segnate da elevatissimo grado di professionalità e interesse.

Christopher Lee e Peter Cushing, fotoSe Cushing sarà l’emblema dell’algido, razionale e ascetico uomo di scienza intento a debellare le forze del male nelle pellicole per la regia di Terence Fisher (ma non solo), successivamente sarà anche la maschera dell’uomo tormentato, quella dell’eroe ambiguo che presenta inquietanti risvolti di debolezza e/o condiscendenza con l’oscurità, o ancora di colui che talora ne incarna a sua volta un’insinuante maschera (statisticamente un po’ meno rari, sono presenti – infatti – anche ruoli da villain per l’attore: leggendario il suo Barone Frankenstein, in particolare).

Lee sarà viceversa per la maggior parte dei casi il malvagio per eccellenza, tanto da diventare una delle facce più note del Dracula cinematografico, che interpreterà più di sette volte solo nel ciclo Hammer, oltre che il volto di numerosissimi altri mostri quali – ovviamente – la Creatura di Frankenstein e la Mummia. Ancora più numerose saranno, invece, le sue performances come “semplice” vampiro dalle più diverse identità, derivazioni e origini. Cattivo, si, ma a 360 gradi: e infatti l’attore rivestirà anche numerosi altri ruoli da villain, tutti però caratterizzati da un’estrema versatilità attoriale, dal suo celebre sguardo magnetico e penetrante, da una presenza scenica imponente e inconfondibile. Senza dimenticare come – specularmente all’amico – pure Lee si ritroverà talora a giocare in campo avversario interpretando anche dei “buoni” di notevole spessore.

Pezzini e Tintori non ci risparmiano giustamente nulla e nella loro puntuale e precisa disamina, le vicende biografiche dei due attori prendono vita e sono individuate come il trampolino di partenza per la costruzione di figure iconiche che trascenderanno la semplice esistenza fisica, che restano e resteranno in ognuno di noi, molto spesso incrociandosi con le storie umane e artistiche di numerose altre star indiscusse (citerò qui soltanto due delle fondamentali: John Carradine e soprattutto il grandissimo Vincent Price; con essi la Coppia lavorerà diverse volte, sia insieme che separatamente). E tutto questo senza mai negare la rispettiva umanissima personalità di Lee e Cushing nelle rispettive prove e difficoltà della vita di tutti i giorni, nonché l’assoluta saldezza del loro affetto amicale, alla quale componente si dedica il necessario spazio come obbligatorio contraltare della dimensione mitologica che viene analizzata in campo lavorativo.

Per chi come il sottoscritto, per ragioni meramente anagrafiche, non abbia fatto in tempo a vivere personalmente l’esaltante epopea Hammer & C. e abbia potuto goderne soltanto in maniera parziale e indiretta, il saggio dei Nostri riveste un’altra indubbia ragione di importanza, che gli conferisce un notevolissimo valore aggiunto. Esso costituisce, infatti, una sorta di guida e manuale di fruizione per numerosissimi film che – magari un po’ negletti o difficilmente reperibili sui circuiti tradizionali – possono essere riscoperti, contestualizzati e valutati attentamente alla luce della precisa indicazione dei punti di forza e di debolezza che ne hanno caratterizzato la lavorazione e l’esecuzione.

Lee e Cushing in 'The Gorgon', 1964Se si parte, infatti, dai celeberrimi monster movies che riprendono e reinterpretano in chiave innovativa quelli della statunitense Universal, quali The Curse of Frankenstein, Horror of Dracula, The Mummy (con tutti i necessari sequels delle rispettive famiglie, fra i quali vale la pena di citare in questa sede almeno Dracula, Prince of Darkness, poi Dracula A.D. 1972 e infine The Satanic Rites of Dracula per la presenza congiunta del Tandem), non manca un ampio spazio per un goticizzato e ispiratissimo The Hound of Baskervilles, dedicato a una versione in salsa Hammer del più noto romanzo del Detective di Baker Street. Oppure, si pensi ancora all’eccellente adattamento de Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di R.L. Stevenson dal titolo I, Monster. Ma, come si diceva, risulta forse ancora più curiosa e intrigante da seguire la trattazione che gli autori fanno di alcuni titoli un pochino meno noti ma di indubbio interesse, come The Gorgon, il film a episodi Dr. Terror’s House of Horrors, The Skull, The Creeping Flesh o ancora la commedia nera House of the Long Shadows che rappresenta l’ultima collaborazione importante fianco a fianco di Lee e Cushing.

In tal senso, numerosi lavori che personalmente non conoscevo sono entrati (ed entreranno) nel mio orizzonte culturale (e suppongo non solo nel mio) grazie alla presentazione dei saggisti. Di alcuni di essi ho già preso visione, grazie all’utilissimo strumento di YouTube, e non posso che concordare sulle opinioni sagge e razionali proposte nel presente volume.

Ecco, quindi, che anche grazie ai nostri studiosi le imprese cinematografiche di Lee e Cushing possono avere una rinnovata diffusione e una più ampia conoscenza al di là dei suddetti grandi capolavori (quelli per intenderci con i “mostri” classici del gotico), anche attraverso la visione di film cosiddetti “minori”, con l’unico peccato originale di un basso budget di lavorazione e di ridotti mezzi produttivi (se mai si tratta di una colpa e non di un pregio, in quanto il low cost nel fantastico ha sempre fatto molto bene, consentendo di lavorare più sulla suggestione del non visto che sulla facile spettacolarità dell’effetto speciale, o effettaccio che sia). E penso che, da un certo punto di vista, non si potrebbe fare a Pezzini e Tintori complimento migliore di questo: aver contribuito tramite la loro scrittura e la loro analisi non solo alla migliore comprensione di un fenomeno epocale nella storia artistica del Novecento, ma anche al rinfocolarsi del desiderio di conoscere meglio e più estesamente la sterminata filmografia di Cushing e Lee.

Lee e Cushing in 'Dr. Terror's House of Horrors', 1965Ma dal momento che la perfezione non è di questo mondo e che non sarebbe bene attirarmi sospetti di acriticità, parrebbe il caso di dover almeno cercare di individuare anche quali possano essere le manchevolezze, i fraintendimenti, le inopportune indulgenze, gli errori del saggio in esame. Il problema principale in quest’ottica (e c’è poco da fare in proposito – per fortuna) è che anche a ben cercare con una disamina lunga e scrupolosa, temo che il libro si ritroverebbe candidamente carente di mende e magagne di sorta, sia pure passato al vaglio particolarmente bilioso e livoroso di un qualsiasi recensore severo e arcigno. Figurarsi dinanzi al mio sguardo benevolo ed entusiasta!

Qualora dovessi proprio indicare un difetto essenziale dell’opera, tuttavia, penso che esso potrebbe essere individuato principalmente nell’assenza di un’appendice bio-biblio-filmografica circa il percorso biografico e l’attività completa dei due “Dioscuri della notte”, cosa che avrebbe costituito senz’altro l’eccellente coronamento, la ciliegina sulla torta – per così dire – del grossissimo lavoro svolto.

Se per rimarcare il mio apprezzamento a coronamento del discorso finora svolto e a mo’ di congedo finale dal presente articolo dovessi infine evidenziarne una finezza particolarmente piacevole, sia pure magari a un livello più frivolo, mi parrebbe il caso di ricordare senz’altro un’arguzia tipica di Pezzini e Tintori (già presente, peraltro, nei libri precedenti dei due), vale a dire il sapiente e capace uso di straordinari titoli e sottotitoli. Essi demarcano con gli ovvi fini pratici del caso l’andamento del susseguirsi dei capitoli, sempre nel segno del citazionismo più cinefilo e divertente tramite variazioni, giochi di parole e calembours, o in quello della battuta scherzosa, garbata e divertente. Per fare solo qualche esempio, eccone alcuni particolarmente sapidi e gustosi: “Megera e le sue sorelle (3.3.3)”, “Il mio nome è Sade, Marchese de Sade (4.3)”, “Il fascino discreto dell’autopsia (5.2.2)”, “L’ultimo uomo-demone del Pleistocene (5.4)”, e tanti altri.

Se non si fosse ancora capito fino a questo punto, quindi, la cinefilia è una malattia bellissima ma alquanto pervicace: quando ce l’hai nel sangue, è praticamente impossibile attenuarla o guarirne (e del resto, perché farlo?). Soprattutto, sfrutta tanti modi diversi di manifestarsi, è fortemente contagiosa e deve trovare uno sfogo.

Uno dei metodi per incanalare tutti questi effetti senza danno – e anzi procurandosi invece giovamento e vantaggio – è scrivere libri brillanti e interessanti (e appunto cinefili) quali Peter & Chris. I Dioscuri della notte. Come pure leggerli... Enjoy!

Peter & Chris. I Dioscuri della notte
Franco Pezzini e Angelica Tintori
Gargoyle Books, 2010
brossura, illustrato, 448 pagine, €16.00
ISBN 9788889541500

Umberto Sisia

giovedì 23 dicembre 2010

The Last Lovecraft: Relic of Cthulhu, commedia horror fra Grandi Antichi e nerds

The Last Lovecraft: Relic of Cthulhu, 2010, posterPresentata l’estate scorsa allo After Dark Film Festival di Toronto, la horror comedy indipendente The Last Lovecraft: Relic of Cthulhu troverà finalmente una distribuzione sul mercato americano dalla metà del prossimo febbraio, direttamente in DVD e video on demand.

La pellicola scritta da Devin McGinn e diretta da Henry Saine accomuna soggetti lovecraftiani e umorismo più o meno demenziale, una combinazione già azzardata sullo schermo un quarto di secolo fa con Re-Animator, e ora più palesemente incline al comico in una sorta di giocosa auto-parodia dei “Miti di Cthulhu” e dei loro appassionati.

Uno sguardo alla trama, prima di vedere il trailer della curiosa e tentacolata commedia nel video qui di seguito:

Impiegato d’ufficio piuttosto male in arnese, Jeff Phillips (Kyle Davis) scopre di essere l’ultimo parente in vita dello scrittore horror Howard Phillips Lovecraft. Quel che ancora non sa, è che i mostri della narrativa lovecraftiana sono una realtà, e che minacceranno presto l’esistenza stessa dell’intero genere umano. Jeff e il suo migliore amico Charlie (interpretato dallo stesso McGinn) saranno dunque costretti a imbarcarsi in un’avventura densa di pericoli, cercando l’aiuto dell’ex compagno delle superiori Paul (Barak Hardley), preteso esperto di Lovecraft. Insieme, i tre improbabili eroi dovranno proteggere una reliquia aliena e impedire lo scatenarsi di un antico male noto come Cthulhu.

Informazioni, cast, immagini e anteprime sul sito ufficiale del film thelastlovecraft.com.



Andrea Bonazzi

venerdì 17 dicembre 2010

La Sombra Prohibida: anche Cthulhu nel seguito de La Herencia Valdemar

La Sombra Prohibida, 2011, locandinaUscirà in Spagna il 28 gennaio prossimo La Sombra Prohibida (letteralmente, “l’ombra proibita”), il seguito del film La Herencia Valdemar diretto da José Luis Alemán il cui cast vanta l'ultima apparizione sullo schermo del compianto Paul Naschy, il “Lon Chaney spagnolo”, icona dell’horror europeo scomparso nel novembre dello scorso anno.

Relizzate entrambe in contemporanea fra il 2008 e il 2010, nella prima delle due pellicole – distribuita in lingua inglese come The Valdemar Legacy – avevamo seguito la scomparsa di una giovane antiquaria inviata a stimare le proprietà dell’abbandonata e misteriosa villa Valdemar, e le indagini di un investigatore per far luce sul suo caso, ricostruendo il sinistro passato della magione vittoriana in una trama di intrighi occulti che, oltre a chiamare in causa H.P. Lovecraft, direttamente coinvolgevano altri personaggi storici e letterari come Aleister Crowley e Bram Stoker.

statua di Cthulhu, Expocomic 2010, fotoTrame che andranno ora a dipanarsi in questa seconda parte “notturna” della storia, preannunciata come assai più cupa, visivamente oscura e ricca d’azione oltre che di effetti speciali con la comparsa, anticipata sulla locandina e svelata infine nel trailer qui di seguito, di una creatura che ha tutte le sembianze del buon vecchio Cthulhu se non quelle, almeno, della sua progenie.

La Sombra Prohibida ha trovato promozione alla recente Expocomic 2010 di Madrid con una curiosa, spettacolare installazione sovrastata da una imponente – e non troppo rassicurante – statua del Grande Antico stesso.

Informazioni, anteprime e immagini del film presso il sito ufficiale www.lasombraprohibida.com. Eccone, nel frattempo, una visione:



Andrea Bonazzi

martedì 12 ottobre 2010

The Whisperer in Darkness, secondo trailer

È apparso in rete il secondo, spettacolare trailer di The Whisperer in Darkness, un film prodotto e realizzato dalla H. P. Lovecraft Historical Society, seconda prova cinematografica del gruppo di appassionati lovecraftiani dopo la riuscitissima versione muta, in stile anni 20, di The Call of Cthulhu, uscita nel 2005.

Diretta da Sean Branney, che insieme ad Andrew Leman ne ha firmato l’adattamento dal racconto “Colui che sussurrava nel buio” di H.P. Lovecraft, la produzione è girata questa volta con il sonoro e in bianco e nero alla maniera dei primi storici horror Universal degli anni 30. Il film sembra ancora in fase di post-produzione, anche se non dovrebbe poi mancare molto alla sua presentazione direttamente in DVD e nel circuito dei festival.

Informazioni presso il blog ufficiale di The Whisperer in Darkness, e sulla pagina web di www.cthulhulives.org.



Andrea Bonazzi

sabato 31 luglio 2010

At the Mountains of Madness: le stelle, finalmente, sono “giuste”

Astounding febbraio 1936, copertina di Howard V. BrownDalla fonte autorevole di The Hollywood Reporter la notizia ha fatto rapidamente il giro dei media, sino a rimbalzare in tempo reale sui siti web in italiano diffondendosi, complice un nome di gran richiamo come quello del cineasta di Titanic, di Aliens e di Avatar, attraverso i canali informativi di cinema, questa volta ben oltre il panorama abituale degli appassionati lovecraftiani e di weird fiction.

Dunque, le stelle sono ormai quasi “giuste”: sarà James Cameron a produrre addirittura in 3-D At the Mountains of Madness, il più ambizioso e travagliato progetto di Guillermo Del Toro che da anni sognava di portare sul grande schermo una versione fedele, sia in spirito che per ampiezza e profondità di visione, di un’opera fra le più mature di H.P. Lovecraft. Una complessa storia di esplorazione antartica, sinora sfuggita all’ondata di riduzioni cinematografiche molto – quando non “troppo” – liberamente tratte dalla narrativa del Gentiluomo di Providence.

Decisivo l’appoggio di Cameron, nel convincere la Universal a stanziare i finanziamenti necessari per un costoso e impegnativo film “di serie A”. Una possibile pietra miliare, nelle intenzioni di Del Toro, nel presentare l’orrore cosmico finalmente in tono “adulto”, con tutte le spinose implicazioni della visione sostanzialmente atea e anti-antropocentrica di Lovecraft: un minare alla base le più consolidate sicurezze umane circa la propria natura e posizione nel cosmo, nella realtà di un universo indifferente quando non incidentalmente ostile. Quanto basta, negli Stati Uniti, per meritarsi il commercialmente rischiosissimo bollino “PG-18”, ovvero il divieto ai minori non accompagnati.

At the Mountains of Madness, illustrazione di Howard V. Brown su Astounding, marzo 1936La fase di pre-produzione dovrebbe avviarsi nel giro di qualche settimana, mentre l’inizio delle riprese è previsto per l’estate del 2011, sulla base di uno script da lungo tempo in fase di stesura e revisione, firmato dal regista di Hellboy e de Il labirinto del fauno insieme a Matthew Robbins, già collaboratore alla sceneggiatura di Mimic nel 1997.

“Stiamo riscrivendo un poco la sceneggiatura stesa negli ultimi 12 anni,” racconta Del Toro in un’intervista a MTV News. “Matthew e io crediamo che un copione del genere sia da rivedere ulteriormente, ogni tanto. Lo avevamo fatto l’ultima volta un paio d’anni fa, quando abbiamo sentito il bisogno di riscrivere certe cose”.

Ed ecco allora una “chicca” per i più curiosi e impazienti fra i lettori: la prima stesura della sceneggiatura in questione è scaricabile come file PDF (1.37 Mb) da questo link diretto di www.raindance.co.uk oppure, in alternativa, dalla pagina web del Lovecraft Blog Group su Google Groups.

Infine, dopo la copertina a colori di Astounding (febbraio ’36) e il frontespizio interno per la seconda parte del racconto, sopra inclusi nel testo, vi lasciamo con le altre illustrazioni originali realizzate da Howard V. Brown (1878-1945) per la prima pubblicazione di “At the Mountains of Madness”, in tre puntate su Astounding Stories del febbraio, marzo e aprile 1936.

At the Mountains of Madness, illustrazione di Howard V. Brown su Astounding, 1936At the Mountains of Madness, illustrazione di Howard V. Brown su Astounding, 1936At the Mountains of Madness, illustrazione di Howard V. Brown su Astounding, 1936
Andrea Bonazzi

domenica 25 luglio 2010

Solomon Kane: c’era davvero bisogno di adattamenti? Una recensione semiseria

Solomon Kane locandina italianaLa visione della recente pellicola ispirata (molto liberamente ispirata) all’eroe howardiano ha lasciato con sé, inevitabilmente, un interrogativo di questo genere.

Interpretato da James Purefoy con Max Von Sydow, Rachel Hurd-Wood e Pete Postlethwaite, il film scritto e diretto da Michael J. Bassett prende ispirazione dal personaggio omonimo creato da Robert Ervin Howard in un ciclo di racconti apparsi su Weird Tales a partire dal 1928.

Per iniziare, eccone la sinossi presentata sul sito ufficiale www.solomonkane.it:

“Il Capitano Solomon Kane è una brutale ed efficiente macchina di morte del Millecinquecento. Armato di pistole, armi da taglio e spada, lui e i suoi uomini sono assassini assetati di sangue mentre combattono per l’Inghilterra, una guerra dopo l’altra, in tutti i continenti. All’inizio della storia, Kane e la sua banda di saccheggiatori si stanno aprendo una sanguinosa strada attraverso le orde di difensori di una esotica città del nord Africa. Ma quando Solomon decide di attaccare un misterioso castello nelle vicinanze e di saccheggiarne le ricchezze di cui aveva tanto sentito parlare, la sua missione prende una piega nefasta. Uno a uno, gli uomini di Kane restano uccisi da creature demoniache fino a che non rimane da solo a confrontarsi con il Mietitore del Diavolo, mandato dagli abissi dell’Inferno per prendere possesso della sua anima corrotta e senza speranza. Pur riuscendo finalmente a sfuggirgli, Kane è costretto a redimersi rinunciando alla violenza e dedicandosi interamente ad una vita di pace e purezza. La sua nuova spiritualità viene però subito messa alla prova quando inizia a viaggiare attraverso l’Inghilterra devastata da diabolici cavalieri, i Raider, capeggiati da un terrificante Feudatario mascherato, Overlord. Dopo che Kane fallisce il tentativo di fermare il brutale massacro dei Crowthorn, una famiglia puritana che lo ha preso a benvolere, giura di ritrovare e liberare la loro figlia, Meredith, rapita e presa come schiava, anche se questo significa mettere a repentaglio la propria anima riabbracciando il suo passato di assassino, se pure per una giusta causa. La sua determinata caccia lo porta a scontrarsi con i segreti mortali della propria famiglia, mentre tenta di salvare Meredith e tutta l’Inghilterra dalle forze del male”.

Ero partito diretto verso il cinema invero con un certo scetticismo, pronto alla visione di un film anche pessimo ma che, quantomeno, riuscisse a suscitare in me almeno qualche emozione forte che mi ricordasse la letteratura. Certo è questo il fascino degli adattamenti e delle trasposizioni: “tradurre” in altri linguaggi opere che fino ad allora si erano immaginate soltanto nella nostra visualizzazione mentale della letteratura. In tal senso speravo che, da fervente seguace di Solomon, almeno qualcosina di potente e coinvolgente sarei riuscito a ritrovare.

La tradizione delle trasposizioni howardiane al cinema confortava e non confortava allo stesso tempo. Tralasciando gli infiniti riferimenti secondari presenti in altre opere, se ci rifacciamo ai fondamentali, il Conan di John Milius risultava solo a metà riuscito, pervaso da eccellenti atmosfere, ma anche viziato da uno Schwarzenegger mai altrettanto “plasticoso” e inadatto al ruolo nel corso della sua carriera; allo stesso modo il Conan il distruttore di Richard Fleischer era godibile e divertente, ma molto spesso trascendeva in certi aspetti ridicoli sui quali è meglio sorvolare; il Kull con Kevin Sorbo-Hercules esisteva nella memoria, ma essenzialmente come termine di paragone negativo. Il mantra di preparazione a Solomon Kane, infatti, per un pessimista esigente come me non ha potuto essere altro che “non potrà mai essere peggio di Kull,” e con questo moto dell’animo mi ero preparato al film di Basset con una certa benevolenza.

Ebbene, non è stato peggio di Kull sicuramente, e tuttavia la sensazione dominante è stata ed è che ben poco di howardiano sia rimasto nell’adattamento di Solomon Kane, anzi, per dirla tutta, quasi nulla. C’è un attore che avrebbe il fisico e lo sguardo perfetto, vestito a regola d’arte con la tenuta d’ordinanza dello spadaccino puritano, ci sono locations e atmosfere visive talora quasi perfette, ma la storia e lo spirito del personaggio howardiano se ne sono andati allegramente a farsi benedire....

Tralasciamo per ora gli aspetti un po’ più balzani della storia (ne parlerò fra breve), ma è nella configurazione del personaggio che il film va a fallire dapprima nella maniera più infima. Se paragoniamo il protagonista di Bassett al Solomon howardiano, il primo appare sostanzialmente come un normale avventuriero: monotematico, monocorde, talvolta quasi un allegrone (sorride persino), dotato di un background drammatico inesistente nell’originale (e francamente un po’ ridicolo e prevedibile), anche talora piuttosto stupido. Senza dimenticare che Solomon è nell’originale un puritano fanatico, che alla fine apre maggiormente il proprio orizzonte mentale a una più ampia concezione di ciò che è bene. Tutto un aspetto che nel film resta totalmente assente, in favore di un banalissimo atteggiamento “Viva Dio, abbasso Satana”. Per carità, nulla di scandaloso...

In tal senso, però, si sarebbe potuta intitolare direttamente l’opera a “un pirla di avventuriero qualsiasi vestito di nero e con le spade” e si sarebbero deluse molte meno aspettative, o quantomeno si sarebbe stati più onesti su ciò che ci si dovesse aspettare.

Quanto alla storia, non starò ora a riassumere puntigliosamente ogni cosa, ma certo è d’obbligo denotarne le scelte principali più discutibili: cogliere sì qualche minuscolo spunto dai vari racconti howardiani come la ricerca della fanciulla in pericolo, il maniero maledetto, il ritorno a casa di Solomon Kane, una personalissima rielaborazione dei neri cavalieri della morte, ma aggiungendovi lo stupidissimo tema della “redenzione dell’anima” sul quale gli autori insistono fino allo sfinimento (ma Kane in Howard non si deve redimere di un accidenti…È – a suo modo – un redentore, considerandosi la mano della giustizia divina); e poi frullare tutto questo con delle origini traumatiche delle quali non si sente alcun bisogno, con uno scontro finale con uno stregone abbastanza improbabile, dimenticarsi del periodo storico che in Howard è sempre realisticamente dominante nonostante il tono weird in favore di un’Inghilterra fantastica inesistente, introdurre – tramite una pseudo-citazione de “Gli specchi di Thuzun Tune” – il fratello povero del Balrog... Mi pare che ce ne sia già d’avanzo.

Solomon Kane e demone, fotoInsomma, si capirà bene che se vogliamo parlare di una storia ispirata a Solomon qui non ci siamo proprio, e si parla di una trama che non sta né in cielo né in terra, soprattutto se si pensa che esistevano almeno tre o quattro storie lunghe già pronte di Howard che potevano essere trasposte perfettamente al cinema, oppure “fuse” in una vicenda unica con una trama già adeguata a una versione cinematografica (vedi almeno “La luna dei teschi” e “Le spade della fratellanza”). Parlando di Solomon Kane, il film risulta quindi molto triste e si configura come un progetto senza capo né coda, segnato da scelte fallimentari di partenza. Quasi tutte almeno: salviamo gli attori, i quali – Purefoy in primis – sono azzeccati nel complesso.

Tutto questo se pensiamo inoltre che moltissimi fan, sull’onda dell’entusiasmo, saranno andati a vederlo sperando quantomeno in un barlume di luce howardiana: come me suppongo che molti sarebbero stati benissimo disposti e pronti a perdonare anche molti intuibili svarioni.

Detto ciò, e se cancelliamo Solomon dai nostri desideri, il film risulta anche tutto sommato vedibile e piacevole per almeno tre quarti della sua durata. Le avventure del “tizio vestito di nero un po’ bigotto e romantico con la spada e le pistole” scorrono via in modo abbastanza movimentato e scorrevole, con scene d’azione anche discrete. Ci sono alcune (molte) “telefonate” alle quali lo spettatore spera che nessuno risponderà (ma si isponderà... Eccome se si risponderà) e diverse forzature e meccanicità. Ma nel complesso il tutto resta abbastanza divertente.

A partire dalle scene ambientate nel castello, però, quando per la seconda volta appare la “Strega” di Sam Raimi presa di peso da Evil Dead III con sua relativa immediata dipartita, proprio nelle scene che dovrebbero essere cruciali il film si auto-demolisce spietatamente e masochisticamente. Se qualcuno aveva messo in piedi una mezza struttura con zeppe e sostegni di rinforzo, adesso lo stesso genio inizia a togliere i puntelli dal di sotto a uno a uno; qualche stolto inizia a rispondere al telefono di cui sopra, qualcun altro decide di fare un crossover imprevisto con Il Signore degli Anelli e un tocco di suprema depressione raggiunge il lettore/spettatore sano di mente quando nel cupo mondo di Solomon Kane viene fuori un tono da happy end finale – dopo qualche decina di migliaia di morti.

Ah, però, i titoli di coda sono meravigliosi (paradossalmente forse sono la parte più autenticamente emozionante dell’intero film). E anche il font del titolo è molto bello... Sì sì...

Tornando seri, posso recuperare adesso la domanda del titolo: ce n’era davvero bisogno? In termini howardiani, no davvero. Non c’era davvero bisogno di questa trasposizione. Ciò non toglie che da lettori appassionati potremmo sperare, per un giorno lontano, in qualcosa di meglio e di serio... Se individuiamo il film nell’ottica dello pseudo-fantasy di serie B, divertente e adatto per passare una serata spensierata, allora esso ha anche una sua ragion d’essere ed è pure simpatico. Ma non è affatto Solomon Kane.

In termini di trasposizioni riuscite, vorrei ricordare, per concludere, l’eccellente sua prima miniserie a fumetti prodotta dalla Marvel: se trasposizione avrà un giorno da essere, dovrebbe seguire quella filosofia. Il mondo del fumetto generalmente è stato in questo senso infinitamente più incline a rendere giustizia ai personaggi di R.E.H., a partire da Conan per proseguire con tutti gli altri. La ricetta corretta è semplice, quasi banale, e non richiederebbe in realtà null’altro che il buon senso: fedeltà al personaggio, allo spirito e al messaggio che l’autore voleva comunicare, alla filosofia compositiva, alle storie narrate – adattando e al massimo ampliando, quindi, le trame di Howard; e quand’anche si inventassero delle altre storie nuove, così come fecero Roy Thomas e altri con Conan, occorrerebbe la volontà di rispettare la personalità, l’individualità artistica e, in sostanza, l’anima dell’opera modello. Dopodiché si potrebbe anche sbagliare e produrre delle opere (magari delle sterili imitazioni) scadenti, ma lo si farebbe in onestà e non ammantando un poveretto della cappa di un sovrano.

E l’unico manto che Solomon Kane – un puritano rigido e tutto di un pezzo – può accettare, lo si sa, è quello della Fede e della Giustizia, non altri appioppati da altrui.



Umberto Sisia