lunedì 9 agosto 2010

A Lovecraft Retrospective: Artists Inspired by H.P. Lovecraft

A Lovecraft Retrospective, 2008, copertina di Michael WhelanAcquistatelo per corrispondenza, e il vostro postino vi odierà per la vita. Chiedendosi fra l'altro perché mai dobbiate farvi spedire una lapide funeraria dall'estero, già che le dimensioni e il marmoreo peso del pacco sono all'incirca quelli.

Una volta disimballato nei suoi sei chili e mezzo circa di tonnellaggio netto, il nero cofanetto si rivelerà in tutte le sue monolitiche proporzioni: quarantuno per trentadue per quasi sei centimetri di spessore. Al che sarebbe pur lecito un certo qual senso di déjà vu, mentre par di avvertire nell’aria il riecheggiare di timpani dell’Also Sprach Zarathustra di Strauss.

Anche limitandosi al mondo dei libri d’arte, le dimensioni e il costo dell’opera si aggirano sul proibitivo, ampliamente superandolo nel caso dell’edizione limitatissima di cinquanta copie rilegate in pelle (umana?) con stampe supplementari e firma degli artisti: duemila e quattrocentonovantacinque dollari di listino. La maniacalità estrema del collezionismo lovecraftiano è una risorsa inesauribile sulla quale l’editoria mondiale ha ormai imparato di poter contare.

Ma a volte si scopre che, per volumi che sono veri e propri monumenti, vale tutto sommato la pena di mandarsi drasticamente a picco le finanze, magari ingegnandosi per scovarne una copia “normale” d’occasione. E poi… c’è sempre il pubblico alibi che sia “un investimento”.

Pubblicato dalla Centipede Press, piccola casa editrice americana specializzata (anche col marchio di Millipede Press) in letteratura fantastica e di genere con tirature limitate o di lusso, A Lovecraft Retrospective: Artists Inspired by H.P. Lovecraft è davvero un monumento all’arte d’ispirazione lovecraftiana dagli anni 20 del secolo scorso a oggi. Quattrocento pagine di illustrazioni e riproduzioni sia in bianco e nero che a colori, impresse a tutta pagina su robusta carta patinata a livelli di qualità raramente incontrati in altre monografie dedicate al fantastico, con molte doppie pagine pieghevoli per le tavole più grandi. Alcune persino sovradimensionate, superando i loro formati d’origine sino a svelarne il tratto, la pennellata o la definizione digitale.

Apre il volume una prefazione del regista Stuart Gordon che, fra l’altro, paragona la prosa descrittiva lovecraftiana a delle “macchie di Rorschach” nel riflettere la personalità dell’artista che ne dia resa visuale. Poi, sgargiante, dispersivo e divertente nella sua consueta irruenza, Harlan Ellison confessa invece in sede d'introduzione tutta la sua passione per Howard Phillips Lovecraft, e incidentalmente per Clark Ashton Smith, “suo compagno letterario di bevute nell’ubriacante suono della parole”.

The Shadow Over Innsmouth, illustrazione di Frank UtpatelLa retrospettiva artistica è suddivisa in tre periodi: le origini dagli anni 20 ai 50, l’arte del medio periodo fra i 60 e i 70 e quella contemporanea, infine, dal 1980 in poi. Diversi autori si alternano in saggi più o meno estesi a introdurre le distinte stagioni e presentarne i principali autori ed elementi. A volte in modo piuttosto scomodo a leggersi, con la stampa su immagini in semitrasparenza. Di particolare interesse gli interventi dell’intera sezione iniziale, tutti a firma dell’esperto Stefan Dziemianowicz, specialemente in merito ai meno conosciuti fra gli illustratori dell’epoca.

Ellison ritorna dunque per occuparsi di H.R. Giger, mentre a Robert M. Price tocca la nota saggistica più lunga riassumendo in The Necronomicon. Hexes and Hoaxes la storia letteraria dello pseudobiblium e dei suoi più illustri omologhi. I testi vanno più oltre trasformandosi in semplici autopresentazioni per la maggioranza degli artisti contemporanei, in terza persona nel solito stile da “comunicato stampa” che, firmato, dà un tono surreale a certi elogi. Per lo scritto su Michael Whelan, autore della ben riconosciuta copertina, ci si affida addirittura a Wikipedia.

Davvero troppi artisti per farne elenco, tra quelli in singole opere e gli altri considerati per esteso in una sorta di più o meno consistente portfolio. Comprese tutte le icone più famose dell’immaginario visuale lovecraftiano, dai disegni di Virgil Finlay al celebre Cthulhu di Raymond Bayless sull’edizione Arkham House 1984 di The Dunwich Horror and Others, dalle elaborazioni fotografiche di J.K. Potter alle interpretazioni moderne ma già classiche di un John Coulthart o un Dave Carson.

Quasi assente la scultura, salvo un paio di bronzi di Joel Harlow e alcune action figures. Spazio ai fumetti, anche con storie intere, dagli EC Comics degli anni 40 e 50 alla Marvel, da Bernie Wrightson ai disegnatori di Métal Hurlant. Ottimamente rappresentata la fase sino agli anni 60, comprese tavole e covers di valore storico, ben che di per sé non eccelso. Maggiormente affidata alla discrezionalità dei curatori, Jerad Walters e Joseph Wrzos, le scelte sulla rappresentatività dell’iconografia più recente con esempi non particolarmente significativi in confronto ad alcune delle più rilevanti assenze. Non c’è menzione per esempio di Alberto Breccia, che pure mantiene la più alta resa di Lovecraft nel campo del fumetto; non c’è traccia di Karel Thole, che sconta la propria scarsa fama negli ambienti di lingua inglese nonostante le molte e splendide copertine lovecraftiane realizzate. Assenze e omissioni comunque perdonabili in una raccolta davvero sterminata e varia, senza precedenti per standard qualitativo, per mole ed esaustività; completa delle principali personalità internazionali anche se inevitabilmente tesa a una maggior considerazione verso l’area anglofona, e per le più immediate reperibilità dell’editoria e del web.

Una postfazione di Thomas Ligotti è posta in chiusura di rassegna a ricordare in Lovecraft “ciò che è detto ma non veduto,” traducendone il titolo alla lettera, per riportare sul senso proprio e pregnante della sua opera letteraria un’attenzione troppo distratta dall'immaginario popolare… semplificato, oramai, in mera questione di “tentacoli & mostri”.

Le pagine finali associano i relativi crediti a ogni immagine attraverso la sua riproduzione in miniatura, per concludersi con le note biografiche e i vari riconoscimenti del libro. Sulla pagina dell’editore Centipede Press la presentaziona ufficiale del volume nelle differenti versioni disponibili.

The Dunwich Horror copertina di Raymond BaylessCthulhu Head, scultura di Joel HarlowH.P. Lovecraft, illustrazione di J.K. PotterTsathoggua, illustrazione di François LaunetWhen The Great Old Ones, illustrazione di Gwabryel
Contenuti:

PREFACE, by Stuart Gordon
INTRODUCTION: Things Unseen, by Harlan Ellison

EARLY ART: THE 1920s AND 1950s

- Early Art: The 1920s to the 1950s, by Stefan Dziemianowicz
- Virgil Finlay, by Stefan Dziemianowicz
- Lee Brown Coye, by Stefan Dziemianowicz
- E.C. Comics, by Stefan Dziemianowicz
- Hannes Bok, by Stefan Dziemianowicz
- Frank Utpatel, by Stefan Dziemianowicz
- Richard Taylor, by Stefan Dziemianowicz

MIDDLE ART: THE 1960s AND 1970s

- Middle Art: The 1960s and 1970s, by Stefan Dziemianowicz
- Bernie Wrightson, by Stefan Dziemianowicz
- Helmut Wenske, by Alan Tepper/Fantasyy Factoryy, Aug. 2007
- Bruce Pennington, by Nigel Suckling
- Raymond Bayless, by Stefan Dziemianowicz
- Comic Books, by Stefan Dziemianowicz
- John Stewart, by Andrew Smith
- Harry O. Morris, by Jerad Walters & Joseph Wrzos
- H.R. Giger, by Harlan Ellison
- Stephen Fabian, by Joseph Wrzos

MODERN ART: THE 1980s TO TODAY

- Modern Art: The 1980s to Today, by David Curtis & Joseph Wrzos
- Michael Whelan, by Wikipedia
- Ian Miller, by Jane Frank
- The Necronomicon. Hexes and Hoaxes, by Robert M. Price
- Allen Koszowski, by Stefan Dziemianowicz
- Les Edwards, by Les Edwards
- Randy Broecker, by Randy Broecker
- J.K. Potter, by Stefan Dziemianowicz
- Tom Sullivan, by Tom Sullivan
- Dave Carson, by Dave Carson
- John Coulthart, by John Coulthart
- Jeff Remmer, by Jeff Remmer
- François Launet, by François Launet
- Gwabryel, by Gwabryel
- John Jude Palencar, by John Jude Palencar
- Bob Eggleton, by Bob Eggleton

AFTERWORD: That Which Is Said But Not Seen, by Thomas Ligotti

THUMBNAILS
ARTIST BIOGRAPHIES
ACKNOWLEDGEMENTS AND COPYRIGHT

A Lovecraft Retrospective: Artists Inspired by H.P. Lovecraft
Edited and designed by Jerad Walters, copyedited by Joseph Wrzos
Centipede Press, 2008
copertina rigida in cofanetto, 400 pagine in b/n e a colori, $395.00
ISBN 9781933618340

Andrea Bonazzi

(pubblicato su In Tenebris Scriptus il 13/08/08)

sabato 7 agosto 2010

Nyctalops: Clark Asthon Smith in musica



Pubblicata su Weird Tales nell’ottobre del 1929, la poesia Nyctalops di Clark Asthon Smith trova oggi una versione musicale grazie all’omaggio del cantante e musicista americano Bob Moss, che ne interpreta le strofe nel brano qui proposto via YouTube, registrato nel 2010 presso gli Hiroshi House Studios di Grass Valley, in California.

“Stavamo finendo il nostro progetto musicale dark folk, pieno di ballate vintage che parlano di fantasmi e streghe,” racconta in rete il produttore Charles Schneider a proposito del progetto intitolato Folknic 3. “In quel momento vivevo a Nevada City, a 32 Km. dalla Auburn di C.A. Smith. Ci serviva una tredicesima canzone per arrotondare il tutto e ho chiesto a Bob di dare un’occhiata a Nyctalops, per vedere se poteva sistemarla in musica”.

Benché i versi smithiani scorrano sul video durante l’esecuzione del brano, ne proponiamo qui sotto il testo originale in lettura con versione italiana a fronte (traduzione: Andrea Bonazzi).

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Andrea Bonazzi

venerdì 6 agosto 2010

La città della terribile notte

James “B.V.” Thomson, 1881James Thomson (Port Glasgow 1834 - Londra 1882) inizia a diciassette anni la sua atti­vità di poeta e di collaboratore di riviste letterarie, con traduzioni, saggi, prose e poesie sotto la spinta delle letture di Shelley. Nel 1862 si trasferisce a Londra e trova impiego in un ufficio. Traduce Heine. Perennemente assillato dai debi­ti, in preda a frequenti attacchi depres­sivi, alcolizzato, nel lavoro è incostante e viene giudicato “inaffidabile.” Si dedica allo studio dell’italiano e del francese, col desiderio di tradurre Leopardi e Dante, Rabelais e Flaubert. Dopo il fallimento della ditta, trova lavoro come correttore di bozze e poi come segretario per una compagnia mineraria con minie­re in Colorado. Intanto la salute peggio­ra, lo stato psichico anche. Muore nel 1882 per emorragia cerebrale.

Costruendo, attraverso citazioni e ri­mandi a Baudelaire e Poe, l’immagine visionaria e misteriosa di una città di «edificata desolazione» e di tenebra, do­ve «Fede, Amore e Speranza» sono mor­te, Thomson apre la strada alla speri­mentazione della poesia del Novecento e alla Terra desolata di T.S. Eliot. La città della terribile notte (1874), polisemico spazio di un viaggio iniziatico sen­za approdo e presagio del destino di una metropoli moderna, si disegna co­me un deserto, una necropoli stermina­ta, un vasto teatro d’ombre in cui si ag­girano figure insonni e allucinate, scor­re il «fiume dei suicidi» e regna «regina e patrona» la Melanconia.

La città della terribile notte, 2000Pure a considerevole distanza temporale dall’uscita, nel 2000 presso l’editore Panozzo di Rimini, è ancora il caso di spendere più che qualche riga a proposito de La città della terribile notte di James Thomson, tanto più che il volumetto, tuttora in catalogo, resta l’unica traduzione italiana disponibile del cupo e visionario poema tardo vittoriano, qui proposto nella puntuale e attenta versione di Liliana Losi e Mili Romano con il testo originale a fonte. Un classico per la lingua inglese ma, complici forse le tematiche inadatte al devoto gusto naturalistico italiano, qui da noi al solito ignorato.

Composto fra il 1869 e il 1873, apparso sulle pagine del National Reformer celandosi dietro alla firma di Bysshe Vanolis – il secondo nome del poeta Shelley unito all’anagramma di Novalis – e pubblicato in volume, infine, solo nel 1880, The City of Dreadful Night è un lungo, disperato poema ateo e pessimista. La città stessa è l’immagine di una Londra fantastica e trasfigurata; una vasta e maestosa rovina, desolata e notturna, popolata d’ombre né morte né davvero vive, prive di scopo e di speranze. Un luogo della mente, e insieme un’estrema, nerissima visione dell’esistenza urbana, attraversata in una serie di quadri frammentari, distopici, ferocemente critici dei valori del suo tempo. Una sorta di pellegrinaggio infernale, verso il sollievo dell’oblio in antitesi al mito cristiano della redenzione.

Melancolia I (1514) di Albrecht DürerL’omaggio dantesco è palese, ponendo già in epigrafe il verso “Per me si va nella città dolente” a precedere una più estesa citazione dai Canti e le Operette morali dell’altrettanto ammirato Giacomo Leopardi (benché non indicato, si tratta dei versi 93-98 da “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia,” e i primi sei versi più la conclusione dal “Coro di morti nello studio di Federico Ruisch”).

Alcoolismo e soprattutto depressione segnano chiaramente la vita e l’opera del solitario, insonne James “B.V.” Thomson – le iniziali dello pseudonimo aggiunte, di solito, per distinguerlo dall’omonimo poeta settecentesco, scozzese anch’egli. Ed è la “melanconia” letteralmente a presidiare La città della terribile notte sovrastandola, figura titanica e scultorea, incontrata alla chiusura del percorso, le cui fattezze sono una descrizione esatta della Melancolia I (1514) nella celebre incisione di Albrecht Dürer.

Qui di seguito il canto XVII de La città della terribile notte, sia in inglese che per come tradotto da Liliana Losi e Mili Romano nel volume. Un assaggio della poesia di Thomson, in questo caso intrisa di un “cosmicismo” che quasi sembra anticipare, almeno in tono, certa poesia fantastica americana dei primi anni del secolo seguente – quella di Sterling e C.A. Smith, per fare nomi.

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Completano il volumetto una introduzione di Mili Romano, necessaria per inquadrare nel proprio contesto un autore così poco noto in Italia, e la finale cronologia bio-blibliografica. Vale la pena di procurarsi quest’unico approccio italiano a quel che è senz’altro il maggiore horror poem dell’Ottocento inglese, affrontando l’attesa di un ordine librario, via web o diretto presso il sito di Panozzo Editore. The City of Dreadful Night è tuttavia facilmente reperibile, in lingua originale e in rete, come file di testo a partire da risorse quali il Project Gutemberg, fino alla possibilità di leggere o scaricare l’intero libro di James Thomson nella sua prima edizione londinese (Reeves and Turner, 1880) come scansione grafica dall’Internet Archive.

La città della terribile notte
James Thomson
collana Episodi, Panozzo Editore, 2000
brossura, 152 pagine, €9.50
ISBN 8886397577

Andrea Bonazzi

(pubblicato su In Tenebris Scriptus l'11/04/09)

mercoledì 4 agosto 2010

Solomon Kane. Ciclo completo

Solomon Kane. Ciclo completo, 2010, copertina“Nei suoi occhi vibrava una luce nera, ardente, e tuttavia repressa da un carattere austero. Non era facile stabilirne il colore, che a volte aveva il grigiore del mare in tempesta e a volte il nero della notte, con sfumature di ghiaccio. Le pesanti sopracciglia gli conferivano inoltre un aspetto sinistro. Era tetro quanto il territorio in cui si aggirava”.

In concomitanza con l’uscita italiana del film, ritorna in libreria Solomon Kane, lo spadaccino d’austera estrazione puritana che vaga in avventure esotiche e soprannaturali tra l’Europa, l’Africa e il Nuovo Mondo del periodo storico fra il XVI e il XVII secolo, in una fanatica ed estrema missione personale come strumento di giustizia contro il male. Il più manicheo – e forse maniacale – fra i personaggi di Robert Ervin Howard, ma tra quelli pure dotati di un più complesso spessore psicologico.

Il debutto di Solomon Kane, con un nome che già fonde assieme quelli biblici e antitetici del re Salomone e di Caino, avviene con il racconto “Red Shadows” sulla rivista Weird Tales dell’agosto 1928. Seguiranno altre otto storie brevi e tre poesie oltre ad alcuni frammenti, incompiuti, che altri autori proveranno nel tempo a completare, da Ramsey Campbell, nel corso degli anni 70, fino a Gianluigi Zuddas, nell’edizione italiana raccolta in Solomon Kane (Fanucci, 1979) e in seguito ne Le avventure di Solomon Kane (Nord, 1998) o Solomon Kane, il giustiziere (Nord, 2002). Il ciclo è pubblicato anche dalla Newton Compton, nel quarto volume del cofanetto dedicato a Robert Howard, Tutti i cicli fantastici **** I Cicli di Solomon Kane e di Kirby Buchner (1995), adesso ristampato in tutta fretta, come titolo a sé – e con un’equivoca indicazione di “romanzo” – anticipando l’esordio cinematografico del personaggio.

Weird Tales, august 1928, copertinaA riproporne più seriamente il ciclo narrativo è ora Coniglio Editore, nella collana Ai confini dell'immaginario diretta da Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, con Solomon Kane. Ciclo completo, una riedizione – comprensiva degli interventi di Zuddas a completare le storie incompiute, oltre ad aggiungere un inizio e una conclusione per la saga – che non si limita a ristamparne la pregevole prima traduzione italiana di Roberta Rambelli, ma ne integra le poesie e i racconti con le varianti sinora rimaste inedite in Italia. Come i versi di “Solomon Kane’s Homecoming”, completi della loro versione alternativa pubblicata soltanto nel 1998, o l’originale “Blades of theBrotherhood” che John Pocsik rimaneggiò col titolo di “The Blue Flame of Vengeance”, nei primi anni 60, aggiungendovi elementi sovrannaturali altrimenti assenti dal racconto.

Titoli originali, variazioni e fonti sono riportati puntualmente in sede d’indice, in un’edizione doverosamente curata che si apre sulla prefazione (benché non firmata) dei due curatori, “Deo Duce, Comite Ferro”, seguita a mo’ d’introduzione da “La storia di Solomon Kane” scritta da Fred Blosser. In appendice, gli “Appunti per una storia a fumetti di Solomon Kane” di Giuseppe Cozzolino chiudono le pagine del libro con un excursus sul protagonista howardiano nel mondo della “letteratura disegnata”.

Altre informazioni presso la pagina dedicata sul sito web dell’editore. Indice dei contenuti al completo sul sito de I libri italiani di Robert Ervin Howard.

Solomon Kane. Ciclo completo
Robert E. Howard
collana Ai confini dell'immaginario, Coniglio Editore, 2010
brossura, 384 pagine, €16.00
ISBN 9788860632562

Andrea Bonazzi

lunedì 2 agosto 2010

Studi Lovecraftiani 12, gratis in e-book

Studi Lovecraftiani 12, copertina di Matteo BocciTorna in questa torrida estate Studi Lovecraftiani, l’aperiodico della Dagon Press che ormai da cinque anni apre le sue pagine alla critica e allo studio del Gentiluomo di Providence, Howard Phillips Lovecraft. E lo fa in maniera diversa dal solito, con due importanti novità: la prima è che la rivista si presenta non nella sua solita versione cartacea, bensì in formato elettronico, conservando comunque tutte le proprie caratteristiche di impaginazione. Un modo, questo, per aggiornarsi e mettersi al passo con le nuove tecnologie di lettura e, nel contempo, anche un tentativo per provare a rilanciare la rivista stessa, che nell’ultimo periodo ha conosciuto una flessione nel numero dei lettori. Per celebrare quindi l’avvenimento, e per promuovere il passaggio dalla carta al digitale, il nuovo numero (ed è questa la seconda novità) viene offerto ai lettori in forma totalmente libera e gratuita, ospitato sugli spazi di eBookGratis.net, il noto portale dedicato agli e-book in italiano. Il tutto grazie alla collaborazione di Alessio Valsecchi e del popolare sito La Tela Nera, un punto di riferimento per tutti gli appassionati dell’horror.

Il passaggio di Studi Lovecraftiani dal formato tradizionale cartaceo alla versione e-book è un esperimento che, ci si augura, porterà nuovi lettori a scoprire il mondo dei Miti lovecraftiani, a studiare la figura e l’opera dello scrittore che più di ogni altro ha rivoluzionato la letteratura horror e fantastica, segnando il passaggio dal gotico di vecchio stampo al soprannaturale moderno. Dal prossimo numero 13, comunque, tornerà anche la consueta versione a stampa, che affiancherà quella elettronica.

Introdotto da una bella copertina dell’illustratore Matteo Bocci, il contenuto di questa dodicesima uscita si presenta, anche in così rinnovata veste, ricchissimo di contenuti: ben 200 pagine di articoli, saggi e recensioni su ogni aspetto che ruota intorno a Lovecraft e al suo universo fantastico. Più che una rivista, quindi, un vero e proprio libro a tutti gli effetti.

E come sempre, il meglio della critica italiana e internazionale trova posto sulle pagine di Studi Lovecraftiani. Si parte con un vero pezzo al fulmicotone: un’analisi approfondita e a tutto tondo sugli aspetti sessuali presenti nella narrativa di HPL. Scritto da un esperto e veterano della rivista qual è Luca Foffano, in “Nell’Ombra del Mostro” si affronta l’argomento scottante con scrupolosa competenza e, potremmo dire, con “levità”, senza mai sfiorare il triviale che un simile tema a “pupe e tentacoli” potrebbe sottendere. Anche se sono note diverse affermazioni dello scrittore circa il suo disprezzo e noncuranza per l’aspetto “inferiore” dell’esistenza che egli ravvisava nella sessualità, in modo piuttosto sorprendente la sua narrativa esprime esattamente l’opposto!

illustrazione di Stan StansonA seguire, uno dei saggi forse più lunghi (e interessanti) tra quelli presentati sulle pagine di Studi Lovecraftiani, rielaborazione di una tesi di laurea di Giulio Dello Buono nella quale si evidenziano quattro temi ricorrenti nell’opera di Lovecraft, che si rivelano significativi per una maggiore comprensione dell’autore. E ancora, passando per una “dissezione anatomica” e letteraria degli Antichi lovecraftiani operata con precisione quasi chirurgica dal valido Umberto Sisia, si arriva a un altro dei pezzi più originali di questo numero. A farci da guida in questa nuova scoperta è Renzo Giorgetti: nel suo “La Musica di Erik S.” troverete infatti chi fu il vero ispiratore di Lovecraft, colui che – personaggio reale, ma dalla vita altrettanto misteriosa e affascinante della sua controparte fittizia – si cela dietro l’enigmatico musicista dell’Altrove nel racconto "The Music of Erich Zann". Una primizia, dunque, e una rivelazione assoluta anche per i più smaliziati tra i fan lovecraftiani.

È la volta, poi, del massimo esperto di HPL a livello mondiale, colui che più di tutti ha contribuito a portarne la figura ai vertici della letteratura di genere. In prima traduzione italiana, ecco quindi il pezzo di S.T. Joshi: una comparazione tra H.P. Lovecraft e Fritz Leiber apparso in origine sulle pagine di Studies in Weird Fiction. La traduzione è stata affidata a uno dei più attenti esperti in Italia dell’opera leiberiana, Davide Mana, che ha reso inoltre disponibile ai lettori una vera rarità: un dimenticato poema di Leiber mai ristampato dalla sua prima pubblicazione, avvenuta nel 1945 su un'antica fanzine americana.

E infine, last but not least, trova posto in questa uscita anche un interessante dossier sull’influenza di Lovecraft nel campo dei giochi popolari, un excursus brillante ed esaustivo a cui ci fa da guida Matteo Poropat, alla sua prima apparizione sulle pagine di Studi Lovecraftiani. Questo e molto altro ancora fra segnalazioni critiche e bibliografiche, recensioni e curiosità assortite nella rubrica “Cthulhu News”, trova posto su Studi Lovecraftiani n° 12 che, ricordiamo, è possibile scaricare free dalla pagina dedicata di eBookGratis.net. Buona lettura!

Qui a seguito, il sommario completo del numero 12:

- Nell’Ombra del Mostro: Tematiche sessuali nella narrativa di H.P. Lovecraft, di Luca Foffano
- Il Personaggio, la Ricerca, la Città, il Mostro: Quattro temi della narrativa lovecraftiana, di Giulio Dello Buono
- Gli Antichi di Lovecraft: Una dissezione anatomica, di Umberto Sisia
- La Musica di Erik S.: Ovvero chi fu il vero ispiratore di The Music of Erich Zann?, di Renzo Giorgetti
- Passaggio di testimone: L’influenza di H.P. Lovecraft su Fritz Leiber, di S.T. Joshi
- In Recognition of Death: Un breve ciclo di sonetti di Fritz Leiber Jr., a cura di Davide Mana
- Giocando con Cthulhu: Il mondo ludico e l’universo lovecraftiano, di Matteo Poropat
- Su Lovecraft Sconosciuto, di Renzo Giorgetti
- Da Lovecraft alle Stelle: Le cronache del fantastico di Gianfranco de Turris, di Salvatore Proietti
- L’Ascesa e il Crollo dei Miti di Cthulhu, di Andrea Bonazzi
- Randolph Carter and the Priests of Baal-Naplong: La prima (e sconosciuta) parodia di Lovecraft, di Pietro Guarriello
- Cthulhu News: Notizie e curiosità dal mondo di Lovecraft, a cura di Pietro Guarriello

Informazioni e contatti sul blog ufficiale di Studi Lovecraftiani / Dagon Press.

Pietro Guarriello

sabato 31 luglio 2010

At the Mountains of Madness: le stelle, finalmente, sono “giuste”

Astounding febbraio 1936, copertina di Howard V. BrownDalla fonte autorevole di The Hollywood Reporter la notizia ha fatto rapidamente il giro dei media, sino a rimbalzare in tempo reale sui siti web in italiano diffondendosi, complice un nome di gran richiamo come quello del cineasta di Titanic, di Aliens e di Avatar, attraverso i canali informativi di cinema, questa volta ben oltre il panorama abituale degli appassionati lovecraftiani e di weird fiction.

Dunque, le stelle sono ormai quasi “giuste”: sarà James Cameron a produrre addirittura in 3-D At the Mountains of Madness, il più ambizioso e travagliato progetto di Guillermo Del Toro che da anni sognava di portare sul grande schermo una versione fedele, sia in spirito che per ampiezza e profondità di visione, di un’opera fra le più mature di H.P. Lovecraft. Una complessa storia di esplorazione antartica, sinora sfuggita all’ondata di riduzioni cinematografiche molto – quando non “troppo” – liberamente tratte dalla narrativa del Gentiluomo di Providence.

Decisivo l’appoggio di Cameron, nel convincere la Universal a stanziare i finanziamenti necessari per un costoso e impegnativo film “di serie A”. Una possibile pietra miliare, nelle intenzioni di Del Toro, nel presentare l’orrore cosmico finalmente in tono “adulto”, con tutte le spinose implicazioni della visione sostanzialmente atea e anti-antropocentrica di Lovecraft: un minare alla base le più consolidate sicurezze umane circa la propria natura e posizione nel cosmo, nella realtà di un universo indifferente quando non incidentalmente ostile. Quanto basta, negli Stati Uniti, per meritarsi il commercialmente rischiosissimo bollino “PG-18”, ovvero il divieto ai minori non accompagnati.

At the Mountains of Madness, illustrazione di Howard V. Brown su Astounding, marzo 1936La fase di pre-produzione dovrebbe avviarsi nel giro di qualche settimana, mentre l’inizio delle riprese è previsto per l’estate del 2011, sulla base di uno script da lungo tempo in fase di stesura e revisione, firmato dal regista di Hellboy e de Il labirinto del fauno insieme a Matthew Robbins, già collaboratore alla sceneggiatura di Mimic nel 1997.

“Stiamo riscrivendo un poco la sceneggiatura stesa negli ultimi 12 anni,” racconta Del Toro in un’intervista a MTV News. “Matthew e io crediamo che un copione del genere sia da rivedere ulteriormente, ogni tanto. Lo avevamo fatto l’ultima volta un paio d’anni fa, quando abbiamo sentito il bisogno di riscrivere certe cose”.

Ed ecco allora una “chicca” per i più curiosi e impazienti fra i lettori: la prima stesura della sceneggiatura in questione è scaricabile come file PDF (1.37 Mb) da questo link diretto di www.raindance.co.uk oppure, in alternativa, dalla pagina web del Lovecraft Blog Group su Google Groups.

Infine, dopo la copertina a colori di Astounding (febbraio ’36) e il frontespizio interno per la seconda parte del racconto, sopra inclusi nel testo, vi lasciamo con le altre illustrazioni originali realizzate da Howard V. Brown (1878-1945) per la prima pubblicazione di “At the Mountains of Madness”, in tre puntate su Astounding Stories del febbraio, marzo e aprile 1936.

At the Mountains of Madness, illustrazione di Howard V. Brown su Astounding, 1936At the Mountains of Madness, illustrazione di Howard V. Brown su Astounding, 1936At the Mountains of Madness, illustrazione di Howard V. Brown su Astounding, 1936
Andrea Bonazzi

giovedì 29 luglio 2010

L’ascesa e il crollo dei “Miti di Cthulhu”

(…) operare nel filone di Lovecraft non è in ogni modo una ricetta per il disastro estetico. Nel giovane scrittore, una imitazione diligente può servire come valido trampolino per lo sviluppo di capacità letterarie che potranno essere poste altrove a miglior uso; per lo scrittore esperto che cerchi di sfruttare concezioni lovecraftiane in un lavoro inteso ad avere indipendente valore estetico, l’esercizio può risolversi in trattazioni potenti e ben distinte se tali concetti vengono usati entro il quadro della visione estetica propria dell’autore. Il brusco assioma di Samuel Johnson, «nessuno è mai giunto a grandezza con l’imitazione,» resta vero a più di duecento anni dalla sua pronuncia. Ma quegli scrittori che fanno qualcosa di più della mera imitazione di Lovecraft hanno una chance di produrre opere che vivranno, e che meritano di vivere”. (S.T. Joshi)

Questa, tradotta qui per l’occasione, la quarta di copertina di The Rise and Fall of the Cthulhu Mythos, titolo un po’ provocatorio – e giustamente non troppo serioso – del volume che S.T. Joshi dedica alla nascita e gli sviluppi dei cosiddetti “Miti di Cthulhu”, originati da un ciclo di racconti di H.P. Lovecraft e trasformati, “con il passare di strani eoni” e con l’emulazione spesso superficiale di ancor più strani autori, in fenomeno dapprima squisitamente letterario e poi mediatico.

Il libro è ovviamente in inglese, pubblicato in America nel 2008 dalla piccola e specializzata Mythos Books e reperibile tramite librerie online. Il che rende paradossalmente ancor più necessario parlarne, qui in Italia dove la più diffusa critica su Lovecraft – limitandoci a questo tema nell’horror letterario – è pressoché in letargo da decenni, salvo per quelle poche minuscole realtà, quasi invisibili e faticosamente coltivate, da cui proviene guardacaso la rara saggistica italiana di settore a trovar credito finalmente oltreconfine. Insomma, “qui” dove l’unico modo per avere accesso a certe cose è ancora quello di imparare a leggere in un’altra lingua.

L’attenzione, in questo caso, non è tanto verso l’autore di culto per soliti maniaci fanzinàri. Che si voglia o no, “lovecraftiano” è anche da noi un aggettivo d’uso ormai corrente; Lovecraft è uno scrittore di quelli tanto pubblicamente nominati quanto poco effettivamente letti e conosciuti – come Stoker col suo Dracula, per fare un vago paragone. Cthulhu e un’intera genia mostruosa dai nomi imbottiti di “th” sono definitivamente accolti nell’immaginario collettivo, non solo e necessariamente dai giovani: una marea di persone che da decine d’anni interagiscono con essi, con le loro tematiche dal cinema e lo spettacolo alla musica; dai fumetti ai giochi di società, elettronici, di ruolo, di carte collezionabili o quant’altro. Fino alle derive magico-esoteriche di chi prende terribilmente sul serio queste cose.

Gente che si proclama ovunque fan di Lovecraft, convinta di conoscerlo magari in virtù dei libri scritti a nome suo; più spesso dopo anni di controculture varie, di dischi, comics, film e soprattutto moduli di gioco. Al che qualcuno si mette finalmente a leggerne i racconti, possibilmente con un filo di attenzione, e scopre che le pagine che si ritrova fra le mani non coincidono per filosofia e contenuti con quei “Miti di Cthulhu” dati da sempre per scontati.

Tornando all’opera di Joshi, biografo di Howard Phillips Lovecraft e curatore delle definitive edizioni dei suoi testi, The Rise and Fall of the Cthulhu Mythos è essenzialmente un’indispensabile cronistoria del fenomeno esclusivamente ricondotto alla sua matrice letteraria. In nove capitoli, inizia dalle influenze e suggestioni nel primo periodo di attività del sognatore di Providence, quindi lo sviluppo della sua mitologia artificiale in una prima fase, tra il 1917 e il ’26, in cui le pseudo-divinità già fanno da sfondo per l’orrore cosmico; il sovrannaturale ancora gioca un certo ruolo e pseudobiblia quali il Necronomicon sono intesi come dei grimorî custodi di oscuri segreti stregoneschi, anziché le cosmologie o le adombrate cronache pre-umane, non sempre sistematizzate e coerenti, nelle quali tenderanno a trasformarsi in seguito.

Una seconda fase si ha con la pietra miliare di The Call of Cthulhu (1926) che definisce la de-mitizzazione definitiva di alieni umanamente percepiti come déi; lo spostamento più netto verso la fantascienza e una più vasta complessità di temi. Sempre e comunque, le storie utilizzano i “Miti di Lovecraft” – così li chiama Joshi a distinzione dei travisamenti successivi – come un palco su cui mettere in scena il vero dramma: la rivelazione di un universo impersonale e incomprensibile a sconvolgere ogni umana illusione di certezza.

H.P. Lovecraft, C.A. Smith & R.E. Howard, illustrazione di Andrea BonazziSegue il capitolo sui contemporanei, fra i colleghi, a condividere e scambiare tali o simili mitologie di sfondo: Clark Ashton Smith e Robert E. Howard per lo più di rado e a modo proprio, altri considerando e riproducendone semplicemente i più superficiali aspetti. Fino alla nascita dei “Miti di Cthulhu” per come concepiti e diffusi da August Derleth, sulla base delle proprie convinzioni personali e religiose, e infine su equivoci e su fraintendimenti.

Derleth, sottolinea Joshi, aveva tutto il diritto di scrivere a suo modo una propria narrativa lovecraftiana, inserendovi elementi nuovi come il parallelismo cristiano della caduta dei “malvagi” Grandi Antichi, esiliati e tenuti a bada da una classe di benigni Dei Primigenî; con un massiccio uso di magie e talismani protettivi che non lasciassero l’umanità inerme in totale balia di tali potenze immani; con una proliferazione delle divinità e un loro adattamento a suddividersi in canonici spiriti elementali d’aria, fuoco, terra e acqua. E, sostanzialmente, rendendo questa mitologia demoniaca non più un simbolo di forze inconoscibili ma sola e vera protagonista al centro delle storie, ogni senso di meraviglia e orrore perduto fra genealogie impronunciabili quanto puntigliose e trite meccaniche d’azione coi “buoni” che affrontano i “cattivi”.

Il fatto è che, oltre a scriverla, questa concezione narrativa il fondatore dell’Arkham House la attribuì postuma allo stesso Lovecraft, stabilendone un valore come canone. E firmando “collaborazioni” che sono invece interamente suoi lavori, basati soltanto sui meri spunti delle note nel Commonplace Book, o costruiti su brevissimi frammenti lovecraftiani.

(...) tutti i miei racconti, anche se possono sembrare non collegati fra loro, sono basati su di una leggenda fondamentale, secondo la quale questo mondo fu abitato un tempo da un’altra razza che, per aver praticato la magia nera, perse il suo dominio e venne scacciata, ma vive tuttora al di fuori, sempre pronta a prender possesso della Terra”.

Questa famosa frase attribuita a H.P. Lovecraft non appare in realtà in alcuno dei suoi scritti. L’intera citazione, unico supporto alla concezione derlethiana del “Mito”, proviene da una lettera del compositore Harold S. Farnese ad August Derleth (11 aprile 1937), nella quale il musicista ricostruiva a memoria quanto gli avrebbe scritto il gentiluomo del Rhode Island nel periodo della loro corrispondenza.

Ma quella, nel frattempo, era l’ottica in cui l’Arkham House stava presentando al mondo l’opera – nonché la complessa personalità – di Lovecraft, fino alla sua massiccia diffusione nei formati tascabili usciti su licenza. Il modello di riferimento per gli acritici appassionati come per i continuatori e gli imitatori innumerevoli, sin agli anni 70 e ancora oltre.

Il saggio prosegue quindi con il passare in rassegna critica gli esempi significativi nella sterminata letteratura dei Cthulhu Mythos, nei vari periodi sino ai nostri giorni, senza pretese di completezza e dichiaratamente tralasciando “il peggio” della formula ripetuta in copia sterile. Soffermandosi, piuttosto, sulle voci più originali che dalla vena lovecraftiana hanno saputo trarre un nuovo apporto, trovando vie del tutto personali da percorrere.

Un influsso creativo senza precedenti, ancor vitale dopo tre quarti di secolo e legato a un’intera tematica anziché, come prima accaduto, a un personaggio – si pensi per esempio a Sherlock Holmes. Esaminarne motivazioni e meccanismi richiederebbe interi altri volumi. Questo, a riassumerne obiettivamente la storia, le origini e l’evoluzione, è il punto di partenza.

The Rise and Fall of the Cthulhu Mythos
S.T. Joshi
Mythos Books, 2008
copertina rigida, 308 pagine, $40.00
ISBN 0978991184


Andrea Bonazzi

(pubblicato su In Tenebris Scriptus il 23/03/09)

martedì 27 luglio 2010

Santiago Caruso

Santiago Caruso, The Dunwich Horror
Santiago Caruso, House of Windows
Santiago Caruso, The Bloody Countess
Santiago Caruso, Esoteric Order of Dagon

Fra i più interessanti illustratori della sua generazione, Santiago Caruso nasce a Buenos Aires nel 1982 iniziando nel 2001 la propria attività professionale, dapprima nell’illustrazione didattica e per ragazzi, quindi in quella per i periodici e l’editoria di lingua spagnola, affrontando tecniche e temi tradizionali e classici fino a illustrare il “Romeo and Juliet” nei Three Great Plays of Shakespeare e il Don Quixote, entrambi nella diffusissima collana Penguin Readers.

Ma l’originalità e la forza espressiva del suo tratto si rivelano nei soggetti del simbolismo, del tono surreale e del fantastico, elementi assai più congeniali e dichiaratamente prossimi all’immaginario personale del giovane artista argentino.

Arrivano così le sontuose edizioni illustrate del racconto di H.P. Lovecraft The Dunwich Horror (El Horror de Dunwich, 2008) e de La Condesa Sangrienta (2009) di Alejandra Pizarnik basato sulla figura di Erzsébet Báthory, pubblicate in Spagna da Libros del Zorro Rojo. E ancora, le copertine apertamente weird per Miskatonic River Press e Night Shade Books, come la spendida cover del romanzo House of Windows (2009) di John Langan fra le immagini qui sopra riprodotte.

Gallerie: sito ufficiale www.santiagocaruso.com.ar; blog personale santiagocaruso.blogspot.com; pagine dedicate su beinArt e in DeviantArt.

Andrea Bonazzi

domenica 25 luglio 2010

Solomon Kane: c’era davvero bisogno di adattamenti? Una recensione semiseria

Solomon Kane locandina italianaLa visione della recente pellicola ispirata (molto liberamente ispirata) all’eroe howardiano ha lasciato con sé, inevitabilmente, un interrogativo di questo genere.

Interpretato da James Purefoy con Max Von Sydow, Rachel Hurd-Wood e Pete Postlethwaite, il film scritto e diretto da Michael J. Bassett prende ispirazione dal personaggio omonimo creato da Robert Ervin Howard in un ciclo di racconti apparsi su Weird Tales a partire dal 1928.

Per iniziare, eccone la sinossi presentata sul sito ufficiale www.solomonkane.it:

“Il Capitano Solomon Kane è una brutale ed efficiente macchina di morte del Millecinquecento. Armato di pistole, armi da taglio e spada, lui e i suoi uomini sono assassini assetati di sangue mentre combattono per l’Inghilterra, una guerra dopo l’altra, in tutti i continenti. All’inizio della storia, Kane e la sua banda di saccheggiatori si stanno aprendo una sanguinosa strada attraverso le orde di difensori di una esotica città del nord Africa. Ma quando Solomon decide di attaccare un misterioso castello nelle vicinanze e di saccheggiarne le ricchezze di cui aveva tanto sentito parlare, la sua missione prende una piega nefasta. Uno a uno, gli uomini di Kane restano uccisi da creature demoniache fino a che non rimane da solo a confrontarsi con il Mietitore del Diavolo, mandato dagli abissi dell’Inferno per prendere possesso della sua anima corrotta e senza speranza. Pur riuscendo finalmente a sfuggirgli, Kane è costretto a redimersi rinunciando alla violenza e dedicandosi interamente ad una vita di pace e purezza. La sua nuova spiritualità viene però subito messa alla prova quando inizia a viaggiare attraverso l’Inghilterra devastata da diabolici cavalieri, i Raider, capeggiati da un terrificante Feudatario mascherato, Overlord. Dopo che Kane fallisce il tentativo di fermare il brutale massacro dei Crowthorn, una famiglia puritana che lo ha preso a benvolere, giura di ritrovare e liberare la loro figlia, Meredith, rapita e presa come schiava, anche se questo significa mettere a repentaglio la propria anima riabbracciando il suo passato di assassino, se pure per una giusta causa. La sua determinata caccia lo porta a scontrarsi con i segreti mortali della propria famiglia, mentre tenta di salvare Meredith e tutta l’Inghilterra dalle forze del male”.

Ero partito diretto verso il cinema invero con un certo scetticismo, pronto alla visione di un film anche pessimo ma che, quantomeno, riuscisse a suscitare in me almeno qualche emozione forte che mi ricordasse la letteratura. Certo è questo il fascino degli adattamenti e delle trasposizioni: “tradurre” in altri linguaggi opere che fino ad allora si erano immaginate soltanto nella nostra visualizzazione mentale della letteratura. In tal senso speravo che, da fervente seguace di Solomon, almeno qualcosina di potente e coinvolgente sarei riuscito a ritrovare.

La tradizione delle trasposizioni howardiane al cinema confortava e non confortava allo stesso tempo. Tralasciando gli infiniti riferimenti secondari presenti in altre opere, se ci rifacciamo ai fondamentali, il Conan di John Milius risultava solo a metà riuscito, pervaso da eccellenti atmosfere, ma anche viziato da uno Schwarzenegger mai altrettanto “plasticoso” e inadatto al ruolo nel corso della sua carriera; allo stesso modo il Conan il distruttore di Richard Fleischer era godibile e divertente, ma molto spesso trascendeva in certi aspetti ridicoli sui quali è meglio sorvolare; il Kull con Kevin Sorbo-Hercules esisteva nella memoria, ma essenzialmente come termine di paragone negativo. Il mantra di preparazione a Solomon Kane, infatti, per un pessimista esigente come me non ha potuto essere altro che “non potrà mai essere peggio di Kull,” e con questo moto dell’animo mi ero preparato al film di Basset con una certa benevolenza.

Ebbene, non è stato peggio di Kull sicuramente, e tuttavia la sensazione dominante è stata ed è che ben poco di howardiano sia rimasto nell’adattamento di Solomon Kane, anzi, per dirla tutta, quasi nulla. C’è un attore che avrebbe il fisico e lo sguardo perfetto, vestito a regola d’arte con la tenuta d’ordinanza dello spadaccino puritano, ci sono locations e atmosfere visive talora quasi perfette, ma la storia e lo spirito del personaggio howardiano se ne sono andati allegramente a farsi benedire....

Tralasciamo per ora gli aspetti un po’ più balzani della storia (ne parlerò fra breve), ma è nella configurazione del personaggio che il film va a fallire dapprima nella maniera più infima. Se paragoniamo il protagonista di Bassett al Solomon howardiano, il primo appare sostanzialmente come un normale avventuriero: monotematico, monocorde, talvolta quasi un allegrone (sorride persino), dotato di un background drammatico inesistente nell’originale (e francamente un po’ ridicolo e prevedibile), anche talora piuttosto stupido. Senza dimenticare che Solomon è nell’originale un puritano fanatico, che alla fine apre maggiormente il proprio orizzonte mentale a una più ampia concezione di ciò che è bene. Tutto un aspetto che nel film resta totalmente assente, in favore di un banalissimo atteggiamento “Viva Dio, abbasso Satana”. Per carità, nulla di scandaloso...

In tal senso, però, si sarebbe potuta intitolare direttamente l’opera a “un pirla di avventuriero qualsiasi vestito di nero e con le spade” e si sarebbero deluse molte meno aspettative, o quantomeno si sarebbe stati più onesti su ciò che ci si dovesse aspettare.

Quanto alla storia, non starò ora a riassumere puntigliosamente ogni cosa, ma certo è d’obbligo denotarne le scelte principali più discutibili: cogliere sì qualche minuscolo spunto dai vari racconti howardiani come la ricerca della fanciulla in pericolo, il maniero maledetto, il ritorno a casa di Solomon Kane, una personalissima rielaborazione dei neri cavalieri della morte, ma aggiungendovi lo stupidissimo tema della “redenzione dell’anima” sul quale gli autori insistono fino allo sfinimento (ma Kane in Howard non si deve redimere di un accidenti…È – a suo modo – un redentore, considerandosi la mano della giustizia divina); e poi frullare tutto questo con delle origini traumatiche delle quali non si sente alcun bisogno, con uno scontro finale con uno stregone abbastanza improbabile, dimenticarsi del periodo storico che in Howard è sempre realisticamente dominante nonostante il tono weird in favore di un’Inghilterra fantastica inesistente, introdurre – tramite una pseudo-citazione de “Gli specchi di Thuzun Tune” – il fratello povero del Balrog... Mi pare che ce ne sia già d’avanzo.

Solomon Kane e demone, fotoInsomma, si capirà bene che se vogliamo parlare di una storia ispirata a Solomon qui non ci siamo proprio, e si parla di una trama che non sta né in cielo né in terra, soprattutto se si pensa che esistevano almeno tre o quattro storie lunghe già pronte di Howard che potevano essere trasposte perfettamente al cinema, oppure “fuse” in una vicenda unica con una trama già adeguata a una versione cinematografica (vedi almeno “La luna dei teschi” e “Le spade della fratellanza”). Parlando di Solomon Kane, il film risulta quindi molto triste e si configura come un progetto senza capo né coda, segnato da scelte fallimentari di partenza. Quasi tutte almeno: salviamo gli attori, i quali – Purefoy in primis – sono azzeccati nel complesso.

Tutto questo se pensiamo inoltre che moltissimi fan, sull’onda dell’entusiasmo, saranno andati a vederlo sperando quantomeno in un barlume di luce howardiana: come me suppongo che molti sarebbero stati benissimo disposti e pronti a perdonare anche molti intuibili svarioni.

Detto ciò, e se cancelliamo Solomon dai nostri desideri, il film risulta anche tutto sommato vedibile e piacevole per almeno tre quarti della sua durata. Le avventure del “tizio vestito di nero un po’ bigotto e romantico con la spada e le pistole” scorrono via in modo abbastanza movimentato e scorrevole, con scene d’azione anche discrete. Ci sono alcune (molte) “telefonate” alle quali lo spettatore spera che nessuno risponderà (ma si isponderà... Eccome se si risponderà) e diverse forzature e meccanicità. Ma nel complesso il tutto resta abbastanza divertente.

A partire dalle scene ambientate nel castello, però, quando per la seconda volta appare la “Strega” di Sam Raimi presa di peso da Evil Dead III con sua relativa immediata dipartita, proprio nelle scene che dovrebbero essere cruciali il film si auto-demolisce spietatamente e masochisticamente. Se qualcuno aveva messo in piedi una mezza struttura con zeppe e sostegni di rinforzo, adesso lo stesso genio inizia a togliere i puntelli dal di sotto a uno a uno; qualche stolto inizia a rispondere al telefono di cui sopra, qualcun altro decide di fare un crossover imprevisto con Il Signore degli Anelli e un tocco di suprema depressione raggiunge il lettore/spettatore sano di mente quando nel cupo mondo di Solomon Kane viene fuori un tono da happy end finale – dopo qualche decina di migliaia di morti.

Ah, però, i titoli di coda sono meravigliosi (paradossalmente forse sono la parte più autenticamente emozionante dell’intero film). E anche il font del titolo è molto bello... Sì sì...

Tornando seri, posso recuperare adesso la domanda del titolo: ce n’era davvero bisogno? In termini howardiani, no davvero. Non c’era davvero bisogno di questa trasposizione. Ciò non toglie che da lettori appassionati potremmo sperare, per un giorno lontano, in qualcosa di meglio e di serio... Se individuiamo il film nell’ottica dello pseudo-fantasy di serie B, divertente e adatto per passare una serata spensierata, allora esso ha anche una sua ragion d’essere ed è pure simpatico. Ma non è affatto Solomon Kane.

In termini di trasposizioni riuscite, vorrei ricordare, per concludere, l’eccellente sua prima miniserie a fumetti prodotta dalla Marvel: se trasposizione avrà un giorno da essere, dovrebbe seguire quella filosofia. Il mondo del fumetto generalmente è stato in questo senso infinitamente più incline a rendere giustizia ai personaggi di R.E.H., a partire da Conan per proseguire con tutti gli altri. La ricetta corretta è semplice, quasi banale, e non richiederebbe in realtà null’altro che il buon senso: fedeltà al personaggio, allo spirito e al messaggio che l’autore voleva comunicare, alla filosofia compositiva, alle storie narrate – adattando e al massimo ampliando, quindi, le trame di Howard; e quand’anche si inventassero delle altre storie nuove, così come fecero Roy Thomas e altri con Conan, occorrerebbe la volontà di rispettare la personalità, l’individualità artistica e, in sostanza, l’anima dell’opera modello. Dopodiché si potrebbe anche sbagliare e produrre delle opere (magari delle sterili imitazioni) scadenti, ma lo si farebbe in onestà e non ammantando un poveretto della cappa di un sovrano.

E l’unico manto che Solomon Kane – un puritano rigido e tutto di un pezzo – può accettare, lo si sa, è quello della Fede e della Giustizia, non altri appioppati da altrui.



Umberto Sisia

venerdì 23 luglio 2010

Cthulhu in 70 millimetri

Cthulhu Domain Statue, fotoNo, non parliamo di pellicole cinematografiche… 70 mm. è il formato in altezza della nuova Cthulhu Domain Statue, miniatura in due pezzi in arrivo da Fantasy Flight Games per il prossimo autunno.

Realizzata in resina color verde con rifiniture in nero, la figura di Cthulhu – assiso sulla propria base raffigurante la sommersa R’lyeh – potrà essere utilizzata come marcatore e ferma-mazzo per il gioco di carte collezionabili di Call of Cthulhu, completando così un corredo di accessori inaugurato, qualche mese fa, con i segnalini cthuloidi in diverso formato compresi nella Bag of Cthulhu.

Card games a parte, nulla vieta di approfittare del formato tascabile della statuetta per averla sempre con voi al momento del bisogno: l’ideale, per esempio, per animare uno scatenato rave party notturno in comitiva fra le tranquille paludi della Luisiana in cui, letteralmente, i vostri amici cultisti adoreranno quest'idolo!

Prevista in vendita al prezzo di $19.95, della nuova Cthulhu Domain Statue promette di tornare a occuparsi il sito ufficiale della Fantasy Flight Games.

Andrea Bonazzi

giovedì 22 luglio 2010

I vampiri dello spazio: un romanzo meta-narrativo

I vampiri dello spazio, 1978, copertina I vampiri dello spazio (The Space Vampires, 1976) di Colin Wilson... Uno strano romanzo che si presta ad essere sottoposto a numerose tipologie di lettura e interpretazione è recentemente tornato fra le mie mani, complice una bancarella di libri usati. Un vecchio Urania mi ha consentito di ritrovare tematiche, pregi e difetti di un libro che ha avuto senz’altro un notevole peso nella storia della letteratura fantastica.

Fra i vari livelli di lettura posseduti dal testo, il primo che balza agli occhi è senz’altro la sovrastruttura fantascientifica che lo domina. Potente e pervasiva a livello scenografico, in realtà a un’analisi più approfondita si rivela piuttosto un mero fondale sul quale ambientare poi un diverso tipo di racconto di tutt’altro genere. Il pretesto della narrazione è infatti il ritrovamento da parte di un’astronave terrestre di un enorme relitto vagante nello spazio, all’interno del quale sono presenti una sorta di cripte di vetro/metallo che ospitano figure umane apparentemente in animazione sospesa. Gli esploratori giungono presto ad aprire alcune di tali cripte per studiare i corpi e a tale scopo questi vengono portati sulla Terra ove, come è facile immaginare, ben presto si ridesteranno divenendo una pericolosa minaccia per l’umanità, fuggendo dall’istituto dove erano custoditi e divenendo oggetto di ricerca da parte degli investigatori. Essi sono infatti vampiri di energia, che necessitano di assorbire le forze vitali degli altri esseri per sopravvivere e che sono in grado di trasferire la propria essenza vitale da un corpo all’altro.

Se, quindi, l’ambientazione di partenza è prettamente fantascientifica (astronavi e astronauti, alieni, caccia agli stessi), col progredire del racconto gli elementi tecnologici e futuribili iniziano a affievolirsi sempre di più col trascorrere degli interessi del racconto verso altri registri. A tale livello iniziale, tuttavia, si innesta potentemente un immaginario estremamente cinematografico da parte dell’autore. È noto come egli stesso abbia sceneggiato, in seguito, il proprio libro per la trasposizione operata da Tobe Hooper dal titolo Space Vampires (Lifeforce, 1985) e perciò esista già storicamente un filo doppio che collega le opere uscite tramite i due media, ma la “cinematicità” del testo non si limita a questo elemento poiché balza agli occhi sia mediante la potenza di impianto delle scene, sia nel taglio e nell’impostazione delle sequenze narrative che nello stesso dinamismo dell’azione, quando ovviamente essa sia presente.

Space Vampires (Lifeforce, 1985), locandinaMa ancora questo non basta. La concezione dello spazio esterno come fonte di fascinazione e insieme di oscura minaccia è infatti patrimonio della fantascienza tutta (non solo, però: ricordiamoci del fondamentale contributo al tema di H.P. Lovecraft), ma appare particolarmente evidente nel presente romanzo. Cinematograficamente, spicca in particolare alla memoria il contributo portato da numerose pellicole, a partire da quelle degli anni 50 incentrate sulla minaccia degli alieni, fino a Il pianeta proibito senza dimenticare il ciclo di Alien e numerosissimi altri film, i quali allo stesso modo pongono al centro della narrazione il risvegliarsi o il penetrare in un mondo sostanzialmente ordinato di forze esterne irresistibili (interne, si scoprirà, ne Il pianeta proibito, ma è un altro legame che analizzeremo meglio in seguito), portatrici di una minaccia cosmica in grado di alterare l’equilibrio e portare virtualmente alla distruzione un’umanità ignara e antropocentricamente ancorata al proprio limitato orizzonte mentale.

Altrettanto potente e pervasivo è stato nel corso del tempo, sia per il cinema che per la letteratura, il tema della colossale astronave planetaria (abbandonata o meno che essa sia), ricorrente poi – tanto per citare a caso le prime opere che balzano alla mente – nel ciclo di Hyperion di Dan Simmons o – in diversi modi – in film come Star Wars e Punto di non ritorno, per esempio. Nel caso in questione ha in ispecie rilevanza il fatto che il vascello risulti apparentemente desolato e deserto, funereo e sepolcrale, frutto di una civiltà tecnologicamente ed esteticamente avanzatissima, poiché le scene inerenti l’esplorazione della “Stranger” (questo il nome con cui la nave viene battezzata) sono fra le più affascinanti, per quanto non fra le più importanti contenutisticamente, della narrazione.

Se però nella nostra analisi abbandoniamo il guscio e ci facciamo via via strada verso il nocciolo dell’opera, potremo vedere come fra i vari significati del romanzo assuma valore primario tutto un complesso di livelli interpretativi legati alla caratterizzazione psicologica, all’indagine a mo’ di detective story, al tema erotico, al vampirismo inteso come caratteristica insita nell’esistenza biologica di ogni essere. Si tratta di livelli estremamente ricchi di interesse e continuamente interconnessi. La ricerca degli alieni fuggitivi si configura infatti come sia un’indagine volta a catturare i “criminali” del caso (e ricorre spesso nelle parole dei personaggi, infatti, il parallelismo vampiro/criminale) e in quest’ottica occorre bene ricordare come Colin Wilson fosse appunto soprattutto criminologo e autore di gialli, oltre che esperto di soprannaturale.

Ma tale indagine si somma anche a una ricerca interiore all’interno della psiche, per la quale si conclude alla fine come il vampirismo sia una sorta di forma di empatia psicologica esistente in natura, tramite la quale conscio e inconscio instaurano delle relazioni di particolare natura con le altre persone, amici, nemici, prede e in particolare con l’altro sesso nelle dinamiche di tipo sentimentale/sessuale (e non a caso nell’economia del romanzo largo spazio è dedicato – e non per mero voyeurismo letterario – alla rappresentazione dell’espressione fisica di tali pulsioni). La ricerca scientifica dei personaggi si configura dunque in definitiva come una ricerca relativa all’interiorità umana e solo di conseguenza a quella degli alieni i quali – in tal senso – si rivelano alla descrizione notevolmente antropomorfizzati per quanto riguarda sia le motivazioni, che le reazioni, che le considerazioni psicologiche.

Ecco quindi che da un romanzo in partenza di “semplice” sci-fi siamo già passati verso una narrazione più legata all’uomo, e per traslato alle sue estremizzazioni vampiriche venute dallo spazio, sorta di superuomini deviati e devianti con tendenze criminali, la sconfitta dei quali intende ripristinare lo status quo ante. Proprio in questo senso si concretizza ancora di più il legame con Il pianeta proibito di cui si parlava prima, poiché allo stesso modo nel quale le minacce esterne si rivelavano in realtà nel film minacce interne, i famosi “mostri dell’Id”, legati alle pulsioni emotive più oscuramente inconfessabili, portate alla luce tramite la tecnologia e in grado di assumere forma concreta, così pure i vampiri dello spazio si individuano dapprima attraverso i macchinari di analisi supposti nel romanzo e costituiscono allo stesso modo specchi distorti del medesimo vampirismo dei protagonisti (non è un caso che il principale personaggio, Carlsen, sia proprio nella parte centrale del romanzo perennemente in bilico fra la propria natura umana e quella supposta vampirica trasmessagli forse attraverso l’“infezione” degli alieni, in un dubbio esistenziale di somma rilevanza all’interno dell’economia della storia).

The Space Vampires, 1976, copertina americanaFra tutti i livelli di lettura presenti nel romanzo, però, uno è sicuramente più d’impatto e forse costituisce quello che interessa di più in questa sede, e cioè quello meta-narrativo, e proprio con esso cercherò di concludere la mia breve analisi degli aspetti salienti dell’opera di Colin Wilson. In sintesi, allora, sarà proprio questo livello di lettura che potrà permettere di dare definizione chiarificatrice del genere al quale esso appartiene, poiché ritengo che proprio la meta-narrazione costituisca la cifra di interpretazione più significativa dei suoi contenuti o, in altre parole, il tessuto connettivo che tiene insieme le varie anime del testo che – va detto – apparirebbero altrimenti nel complesso abbastanza disomogenee fra di loro, per quanto strettamente legate dalla trama. Non si tratta più – o non soltanto, almeno – di romanzo fantascientifico, giallo, psicologico, erotico, allora, ma appunto di romanzo meta-narrativo, in quanto attraverso gli strumenti e i riferimenti della letteratura esso riesce a rendere densi, veicolare e portare a conclusione i propri contenuti più pregnanti.

Numerosissimi sono gli elementi che potremmo definire meta-narrativi all’interno della storia. Ciò che spicca di più allo sguardo del lettore è in primo luogo il continuo riferimento alla tradizione vampirica come è stata consolidata dalla vulgata letteraria e cinematografica. I personaggi (e Wilson strizza l’occhio tramite loro) si trovano ad adottare e a conformarsi in larga parte a dei comportamenti e delle conoscenze che caratterizzano la figura del vampiro, ma solo per interpretarne la valenza in una nuova ottica. In questo modo i vampiri della tradizione folklorica e letteraria si scoprono essere quegli stessi alieni che nella notte dei tempi calarono sulla terra per iniziare a influenzarne lo sviluppo, e che sono perciò stati ricordati poi attraverso le generazioni anche a livello mitico. Molto di ciò che si narra nelle leggende si ritrova perciò verificato anche nel romanzo: dall’avversione all’aglio alla forza superiore, ai poteri ipnotici, alla potenza e irresistibilità sessuale, alla possibilità di cambiare forma (entro certi limiti). Il dialogo con Bram Stoker è costante e importantissimo, tant’è vero che – per citare il caso più incisivo – come in Dracula a un certo punto la possibilità di individuare le mosse del vampiro perviene attraverso l’ipnosi di una sua precedente vittima, così pure nel romanzo wilsoniano il legame empatico/psicologico fra Carlsen e l’alieno consente per mezzo della trance ipnotica di definirne una precisa localizzazione.

Ma non è l’unico aspetto degno di nota a costituire una correlazione, poiché come nel Dracula esisteva il personaggio di Van Helsing, così qui abbiamo la figura del Conte Von Geijerstam il quale ne rappresenta in pratica una diretta prosecuzione. Come il filosofo olandese, esso è uno studioso di scienze umane (psicologo) il quale viene ad acquisire una sapienza particolare sui vampiri che è poi in grado di distribuire ai personaggi affinché essi la sfruttino per avversarli.

Ma non ci si può limitare solo a queste corrispondenze meta-narrative: se il dialogo con Stoker è importante, altrettanto risulta esserlo quello con Arthur Conan Doyle, poiché la rappresentazione di Londra e degli ambienti polizieschi londinesi non si discosta poi granché da quanto è possibile leggere nelle pagine di Sherlock Holmes. Non è un caso, peraltro, che proprio la coppia dei protagonisti Fallada - Carlsen richiami volutamente e alluda direttamente a quella Holmes - Watson, con la decisiva differenza che se in principio è Fallada colui che sembra “saperne di più,” progressivamente il ruolo dell’investigatore sarà assunto decisamente da Carlsen (e giustappunto Fallada gli sottolineerà manifestamente, infatti, di assomigliare sempre di più a Sherlock Holmes nel proprio ragionamento deduttivo!).

E, tuttavia, l’ordine di riferimenti più incisivo e decisivo che si può individuare non concerne soprattutto queste opere, bensì consiste in tutta una serie di manifesti legami direttissimi con la letteratura weird e soprannaturale, nello specifico ricollegandosi prepotentemente alla storia narrata nel celeberrimo racconto-capolavoro di Montague Rhodes James dal titolo “Il Conte Magnus”. I protagonisti, infatti, non solo si dirigono in Svezia – luogo deputato del racconto di riferimento – per incontrare il Conte Von Geijerstam, ma scoprono nientemeno che esso ha scelto di ritirarsi a vivere nella medesima magione del Conte Magnus (la quale può riflettere a sua volta, secondo lo status costitutivo del genere fantastico, innumerevoli altre case solitarie e in qualche modo sinistre della letteratura).

The Space Vampires, copertina edizione tascabile 1977Di più, la loro indagine svedese e il loro dialogo che svelerà tutti i retroscena del vampirismo sarà legato a filo triplo con la vicenda letteraria narrata da James, tant’è vero che verrà addirittura riportato, discusso e interpretato nel testo da parte dei personaggi il passo jamesiano finzionalmente attribuito al diario di Magnus e relativo al “Pellegrinaggio Nero”, che lo avrebbe messo in contatto con le potenze delle tenebre. Per poter andare avanti nella loro investigazione e scoprire la vera natura del vampirismo, allora, i detectives non solo dovranno leggere i documenti appartenuti all’alchimista e ora in mano a Von Geijerstam, ma anche visitarne il laboratorio, nonché la stessa cripta, venendo a scoprire infine come il vampirismo del Conte non fosse altro che la risultante dell’invasamento da parte degli alieni che - come si diceva prima - già in passato bazzicavano frequentemente il nostro pianeta come “riserva di caccia”.

Ecco quindi che intrecciato ai differenti temi del racconto e alla complessiva intelaiatura meta-narrativa scopriamo ne I vampiri dello spazio anche una profondissima riscrittura, o meglio integrazione, de “Il Conte Magnus” di James (fra le varie cose narrate da Von Geijerstam, veniamo a sapere anche della sua sorte successiva al risveglio del quale avevamo appreso l’andamento nella narrazione ottocentesca). Il testo viene quindi completato e riorientato all’interno di una nuova e moderna lettura fantascientifico-psicologico-horrorifica, introducendo anche elementi a ulteriore tradizione weird che dal racconto originale jamesiano non sarebbero stati davvero desumibili.

Se incerta a suo tempo era, infatti, la forma del terribile famiglio che si era procurato nel corso del “Pellegrinaggio Nero” e che lo seguiva ovunque (quello stesso che compariva negli arazzi e nelle sculture del testo di James, terrorizzando con il proprio aspetto indefinibile), adesso se ne fornisce una chiave interpretativa attraverso un’ipotesi anatomica riconoscibile che il lettore scaltro non può non cogliere, poiché sul sepolcro di Magnus – con un’innovazione decisa rispetto alla diversa descrizione del sarcofago da parte di James – viene fatta campeggiare in bella vista e con evidenza una figura dal misterioso significato, quella di un polpo nero con volto umano. Allo stesso modo, peraltro, di cefalopode si scopre essere il corpo originale dei vampiri dello spazio, come infatti lasciavano ipotizzare anche alcune forme organiche analoghe custodite nel vetro all’interno dell’astronave “Stranger”. E non è il caso di dire a quale scrittore in particolare si debba il proliferare di forme tentacolari e molluscoidi all’interno della tradizione letteraria fantascientifica e dell’orrore, e ci si rifaccia quindi attraverso questo riferimento letterario...

Fra giochi di specchi che si riflettono reciprocamente, incastri e stratificazioni successive, ecco dunque che i diversi livelli del romanzo lungi dal semplificarsi risultano sempre più intrecciati in un legame estremamente complesso. Si potrebbe proseguire, ma ci si fermerà qui poiché mi pare di aver abbastanza dimostrato la tesi interpretativa più interessante del presente articolo, e cioè che se un’unità si può trovare nel romanzo wilsoniano essa non può essere fornita tanto dai contenuti, quanto bensì dall’interpretazione stessa, vale a dire proprio dalla meta-narrazione, che indicando e contrassegnando la via che conduce dalla tradizione letteraria all’originalità di un’opera moderna consente di costruire su di essa numerosi edifici distinti, appartenenti in ogni caso, tuttavia, certamente al medesimo territorio.

Umberto Sisia