mercoledì 14 dicembre 2011

Storia dei licantropi

Storia dei licantropi, 2011, copertina“Ho ucciso cani e ho bevuto il loro sangue; ma le ragazzine hanno un sapore migliore, la loro carne è tenera e dolce, e il loro sangue pieno e caldo. Ho mangiato diverse vergini mentre ero a caccia insieme ai miei nove compagni. Io sono un Lupo Mannaro!”

Citato in quarta di copertina del volume, questo brano dagli atti del processo al giovane Jean Grenier – dichiaratosi lupo mannaro nella Bordeaux del 1603 – ricollega idealmente il mito con la cronaca, la superstizione con l’indagine patologica, la tradizione folklorica con la moderna fiction nell’ampio e comprensivo approccio scelto per il saggio di Luca Barbieri Storia dei licantropi, pubblicato per l’editrice Odoya con una prefazione di Valerio Evangelisti.

Dalla storia basilare della mutazione umana in forma di animale, sviluppatasi nelle diverse culture sparse per il globo, alle caratteristiche morfologiche e tradizionali dell’uomo lupo in Occidente, fra le regioni d’Italia e le nazioni del Vecchio Continente, per come considerato a livello popolare, dalla chiesa e dal nascente metodo scientifico, l’opera spazia in cinque vaste sezioni attraverso la finzione narrativa, cinematografica, ludica e mediatica che ha reso così celebre oggigiorno la figura del licantropo, icona horror seconda forse – nell’immaginario collettivo – soltanto alla pervasiva seduzione del vampiro.

E ancora trovano approfondimento temi meno usuali e non altrettanto eplorati nella saggistica del genere finora apparsa in italiano, dalle particolari storie del West americano a quelle altrettanto peculiari dei più lontani continenti – fra donne volpi, uomini giaguaro, genti canine e tigri umane – fino alle conclusioni suggestive e personali dell’autore.

“Dimenticate gli incubi di unghie e zanne immaginati da Hollywood,” esordisce la presentazione editoriale. “I licantropi sono esistiti ed esistono ancora, in altre e più interessanti forme: nelle evocazioni magiche degli sciamani intossicati dagli allucinogeni, nelle ossessioni di criminali che legano i propri istinti ai moti della luna, nelle deformità di sfortunati esseri umani colpiti da malattie devastanti. Quella del lupo mannaro, dunque, non è semplicemente una leggenda intrisa di sangue e paura, né una favola nera raccontata ai bambini per renderli più cauti e saggi. Ecco allora che, se un’eterogenea comunità di uomini-lupo davvero esiste, diventa necessario anche un manuale di istruzioni per coloro che di questa comunità sono appena diventati membri, intenzionalmente o in seguito a una casualità tragica e imprevista. Se invece si preferisce ritenerla una leggenda, questo libro rimane comunque uno strumento utile per scoprire qualcosa in più sui lupi mannari, oltre al fatto che mutano durante i pleniluni, amano la carne umana e temono l’argento”.

Uomo lupo in una incisione dal 'Liber Chronicarum' di Hartmann Schedel, 1493“Il libro affronta dapprima la loro storia nel mito e nel folklore delle principali civiltà umane,” prosegue il risvolto di copertina, “accompagnando il racconto con le narrazioni più moderne di letteratura, cinema e fumetto; si lancia poi in una cavalcata attraverso gli sconfinati territori della Frontiera americana, per finire con un’esplorazione di quelle «riserve animali» nelle quali sono racchiuse tutte le creature che non mutano in lupo ma in predatori altrettanto terribili”.

Esauriente e approfondito nella documentazione storica e nella ricerca, in particolar modo quella letteraria, il saggio trova tuttavia la scorrevolezza di una narrazione con l’ausilio d’una fitta iconografia di foto, locandine, riproduzioni d’epoca, frontespizi e illustrazioni in bianco e nero che si accompagnano per più di 300 pagine al testo.

“Povero lupo, ovvero il mostro plebeo” è il titolo dell’intervento introduttivo affidato a Evangelisti, il quale sottolinea gli aspetti malinconici, istintivamente terreni e quasi “proletari” di questa creatura leggendaria tanto più legata alla natura, sia umana che bestiale, rispetto a un elitario modello soprannaturale vampirico.

In appendice, oltre alle note, la “Bibliografia licantropia ragionata” e una lista degli essenziali film, cartoons, serial TV, giochi e fumetti in tema, per concludere con un indice dei nomi – sempre utilissimo in fase di consultazione.

Laureato in Giurisprudenza, Barbieri si divide tra il lavoro e le proprie attività di vignettista satirico, sceneggiatore di fumetti, saggista, articolista, editor e scrittore, premiato a Lucca Comics and Games 2008 e al Trofeo Rill 2009 in entrambi i casi per il miglior racconto fantastico inedito. Presso la stessa casa editrice è apparso nel 2010 il suo saggio Storia dei pistoleri.

Maggiori informazioni sulla pagina web ufficiale di Odoya.

Storia dei licantropi
Luca Barbieri
brossura, illustrato, 384 pagine €20.00
collana Odoya Library, Odoya, 2011
ISBN 9788862881241

Andrea Bonazzi

lunedì 12 dicembre 2011

Dead Titans, Waken! Due romanzi inediti di Donald Wandrei

Dead Titans, Waken!, 2012, frontespizio
Delizia del bibliofilo e vero supplizio di Tantalo per l’appassionato in bolletta, negli ultimi tempi l’americana Centipede Press sforna a raffica sgargianti edizioni limitate di letteratura weird horror e fantastica, volumi pregiati e di elegante legatura – quindi, ahinoi, costosi – non solo a riproposta o a raccolta di nuovi e vecchi classici nel genere, ma a riscoperta pure di vere rarità se non di inediti.

Come in questo caso con l’annuncio dell’uscita, per la primavera prossima, del volume di Donald Wandrei Dead Titans, Waken! curato, introdotto e annotato dal solito S.T. Joshi, che oltre al romanzo del titolo include anche la sorprendente e a tratti scabrosa novella mainstream dal titolo Invisible Sun scritta da Wandrei fra il 1929 e il ‘32, sempre rimasta inedita salvo circolare fra i colleghi e gli amici di quel tempo, come H.P. Lovecraft che ne discute infatti nel proprio scambio epistolare con l’autore (in Mysteries of Time & Spirit: The Letters of H.P. Lovecraft & Donald Wandrei, Night Shade, 2002). Anch’essa viene pubblicata per la prima volta in questa sede, con una postfazione di Joshi.

“Dead Titans, Waken! è una prima stesura di The Web of Easter Island, ma anche una versione significativamente diversa da quest’ultima,” come riporta la nota editoriale. Scritta nel 1932, tale stesura iniziale venne respinta in manoscritto da più di un editore, per essere infine sottoposta a una revisione drastica prima di arrivare a stampa, solamente nel 1948, presso l’Arkham House con il definitivo romanzo tradotto in Italia come I giganti di Pietra (in Urania, Mondadori 1956, ‘65 e ‘78). Un cosmico disegno a dipanarsi fra i misteri di Stonehenge e dell’Isola di Pasqua, mentre incombe il risveglio di oscure, antichissime entità.

Oltre agli interventi editoriali e critici del curatore, l’edizione comprende una copertina su tela e diverse tavole a colori dello scomparso Zdzislaw Beksinski a integrare le illustrazioni originali interne, realizzate sempre a colori da Jon Armstrom e in bianco e nero da Rodger Gerberding. Solo 300 le copie in tiratura, ciascuna autografata da Joshi, Armstrom e Gerberding, già preordinabili al prezzo iniziale di 75 dollari (alte purtroppo, a $40, le spese postali per l’Europa).

Informazioni dettagliate, con qualche tavola e anteprima dalle 500 e più complessive pagine, sono disponibili sul sito web della Centipede Press.

Dead Titans, Waken! – Invisible Sun
Two Novels by Donad Wandrei
a cura di S.T. Joshi
Centipede Press, 2012
copertina rigida, illustrato, 536 pagine, $75.00 (prezzo in preordine)
ISBN 978613470107

Andrea Bonazzi

venerdì 9 dicembre 2011

Naufragio nell’ignoto per William Hope Hogdson

Naufragio nell’ignoto, 2011, copertinaSuggestivo tour de force di avventura marinaresca e orrore di fronte all’incubo d’una natura oscuramente ostile e inconoscibile, scritto con la diretta esperienza dell’autentico “lupo di mare” e tutta la forza evocativa del navigato sognatore nei mari tenebrosi del fantastico, Naufragio nell’ignoto (The Boats of the “Glen Carrig”, 1907) è – con La casa sull’abisso – uno dei più noti romanzi dell’inglese William Hope Hogdson (1877-1918). Fra i suoi primi a essere proposti in Italia nel 1974 e poi 1989 da Fanucci, e forse tra i più diffusi nel comune immaginario horror attraverso il grottesco eppur affascinante film Matango, che il regista giapponese Ishirô Honda trasse nel 1963 da un episodio del romanzo (benché nei titoli venga citato invece il racconto “Una voce nella notte”).

Oltre vent’anni dopo l’ultima ristampa, Naufragio nell’ignoto torna oggi in libreria pubblicato per la romana Magenes Editoriale in una nuova edizione italiana a cura di Andrea Quadraroli, autore dell’introduzione “L’uomo e l’abisso” in apertura del volume.

“John Winterstraw, anni dopo essere scampato al naufragio della Glen Carrig nel Mar dei Sargassi, decide di narrare le terribili avventure vissute a bordo di due scialuppe alla deriva. Insieme agli altri superstiti, approda in «luoghi sconosciuti della Terra» infestati da demoni e creature mostruose, peggiori di quelli che popolano gli incubi più angosciosi. Affronta apocalittiche tempeste che sembrano non placarsi mai, per poi invece ritrovarsi nella calma piatta di un oceano ricoperto di alghe dalle quali ogni cosa può sorgere. Ed è proprio l’oceano il teatro di questa incredibile avventura in cui i protagonisti affrontano eroicamente pericoli e fatiche in una lotta disperata contro forze oscure e ancestrali che generano visioni spaventose, riflesso degli abissi più tenebrosi della psicologia umana”.

Cosa singolare – ma nient’affatto sorprendente per la nostra editoria – è il fatto che il nome del traduttore venga del tutto omesso anche dai crediti dell’edizione. Per quanto basti confrontare solo un paio di pagine pescate a caso per accorgersi che la versione resta la stessa, identica, uscita a suo tempo per Fanucci, allora per la firma di Alfredo Pollini. Stesso anche il conclusivo e utilissimo “Glossario dei termini nautici usati nel testo”.

Altre informazioni sono disponibili alla pagina della collana Maree. Storie del mare sul sito web di Magenes, mentre una buona notizia per gli appassionati di Hodgson in attesa perenne di ristampe è l’annuncio, fra le pagine finali dedite a catalogo, di una prossima riproposta dell’altro romanzo weird di ambientazione marina, I pirati fantasma (The Ghost Pirates, 1909), nella stessa collana del medesimo editore.

Naufragio nell’ignoto
William Hope Hodgson
collana Maree. Storie del mare, Magenes Editoriale, 2011
brossura, 224 pagine, €15.00
ISBN 9788866490036

Andrea Bonazzi

martedì 6 dicembre 2011

Un bacio oscuro nella rete: intervista a Marco Vallarino, autore di Darkiss

Darkiss! Il bacio del vampiro, logoChi bazzica il fandom da almeno una decina di anni dovrebbe conoscere bene il nome dell’imperiese Marco Vallarino. Quello che oggi è un giornalista de Il Secolo XIX al servizio della cronaca mondana della Riviera e un autore di teen stories dedicate al controverso rapporto dei giovani con la realtà che li circonda, è stato per molto tempo una firma di spicco per diversi siti e riviste di fantascienza e horror come il Corriere della Fantascienza, Delos SF, il Club Ghost, Crislor 999, IT Horror Magazine, Neo Noir, Nuovi Mondi, scrivendo anche racconti inquietanti come “Onde”, che nel 2001 si classificò secondo al Premio Italia.

Già allora, Marco Vallarino era un grande appassionato di videogiochi e in particolare di avventure testuali, autore di programmi molto scaricati dalla rete italiana come Enigma (oltre 8.000 downloads su Volftp e quasi 30.000 su IF Italia, il portale italiano dei giochi testuali) e Il giardino incantato. Oggi, a quasi dieci anni dall’ultima esperienza nel campo, Vallarino è tornato a vestire i panni insoliti (ma per lui comodissimi) dell’autore di videogiochi con l’avventura Darkiss! Il bacio del vampiro, liberamente scaricabile dal sito darkiss.nucleoardente.it.

Una storia dedicata alla sanguinaria epopea di Martin Voigt, mostro succhiasangue che risorge dalla tomba per vendicarsi di chi lo ha ucciso. Il gioco è (quasi) interamente ambientato nel sotterraneo in cui il malefico vampiro si trova suo malgrado imprigionato. Quello che per secoli era stato il suo rifugio è diventato – dopo l’attacco dei cacciatori di vampiri che lo hanno impalato e decapitato – una sorta di gigantesca trappola, in cui ogni stanza può nascondere un trabocchetto mortale, viste anche le precarie condizioni di Martin, che dopo il lungo sonno deve uscire al più presto dal sotterraneo per ritrovare le forze necessarie a dare inizio alla sua tremenda vendetta.

Abbiamo incontrato l’autore per rivolgergli alcune domande in proposito a favore dei lettori di Weirdletter:

Weirdletter: Per cominciare vuoi spiegarci che cosa sono le avventure testuali?

Marco Vallarino: Un’avventura testuale è un tipo di videogioco in un cui grafica e sonoro sono sostituiti da testo scritto. Luoghi, oggetti e personaggi sono descritti da una breve prosa e il giocatore interagisce con l’ambiente che lo circonda digitando comandi di solito caratterizzati dalla sintassi “verbo+oggetto, come: prendi la spada, apri la cassaforte, mangia la mela, indossa la giacca, tira la leva. A volte è possibile ricorrere ad abbreviazioni o istruzioni speciali come: nord (n), sud (s), est (e), ovest (o), alto (a), basso (b), per spostarsi da un luogo all’altro; inventario (i) per visualizzare l’elenco degli oggetti posseduti; guarda (g) per ristampare la descrizione della locazione in cui ci si trova.

Darkiss! Il bacio del vampiro, schermata

Apparentemente rudimentale e antidiluviana, questa particolare interfaccia offre una profondità di gioco estrema, tenendo l’utente appiccicato per ore allo schermo e rendendo le avventure testuali un genere sempre apprezzato e ricercato, a dispetto dell’età. Grandi classici degli anni 80 come Zork (all’estero) e Avventura nel Castello (in Italia) sono ancora oggi tra i programmi più scaricati da Internet, e in tutto il mondo prospera una comunità di autori che si diletta nello scrivere nuovi giochi.

Darkiss! Il bacio del vampiro, schermata

W.: Ti sei sempre definito un grande appassionato di questa cosiddetta interactive fiction. Per molti anni però hai disertato la scena creativa. Enigma, la tua ultima avventura prima di Darkiss, risaliva infatti al 2001. Ora come hai deciso di tornare all’opera con questo nuovo gioco di vampiri?

M.V.: A convincermi è stata proprio la lunga assenza. Nel 2010, quando mi sono reso conto che erano quasi dieci che non scrivevo più nulla, mi sono quasi spaventato. Le avventure testuali erano sempre state tra i miei passatempi preferiti – non solo da bambino – e vedere che per tutto quel tempo me ne ero allontanato mi ha fatto pensare che forse dovevo scrivere un po’ meno per forza (o per lavoro) e trovare il tempo di occuparmi di qualcosa di davvero mio, che nascesse solo dalla mia creatività e dalla voglia di divertirmi scrivendo (e programmando).

W.: Come hai scelto il tema dei vampiri?

M.V.: Da fan dell’horror e dell’insolito (o weird, come dite voi), ho letto parecchi romanzi e racconti e visto film di vampiri, rimanendone spesso piacevolmente terrorizzato. Il primo Dracula della Hammer mi perseguitò per molte lunghe notti, da bambino. Si può dunque immaginare il mio sconcerto quando, qualche anno fa, comparvero questi nuovi vampiri di Twilight, True Blood, The Vampire Diaries. Tutti scintillanti come alberi di Natale, irresistibilmente malinconici e pieni di buone intenzioni verso l’umanità e in particolare le belle ragazze, che invece avrebbero dovuto essere il loro “cibo” preferito. Probabilmente alcuni autori (e autrici) moderni hanno ricamato troppo sull’apparente desiderio dei vampiri di integrarsi in qualche modo nella società moderna, vedi il Dracula di Tod Browning, interpretato da Bela Lugosi, che cerca di farsi una reputazione a teatro per trovare compagnia e sentirsi meno solo, ma sempre tra un morso e l’altro; oppure il vampiro Lestat di Anne Rice che diventa una famosa rock star per sfuggire alla sua condanna di ombra della notte. Questo secondo me ha per certi versi adulterato la figura del vampiro, che dovrebbe soprattutto trasmettere terrore, piuttosto che complicità – o peggio, pietà. Così con la mia nuova avventura ho tentato di far segnare almeno un gol alla squadra dei vampiri cattivi, dando “vita” al perfido Martin Voigt, un personaggio decisamente malefico, che una forza misteriosa riporta in vita – dopo una brutale esecuzione – proprio perché «il mondo non può fare a meno della sua malvagità». E per tutto il gioco i riferimenti alla sua ferocia, con aneddoti sulle uccisioni dei suoi passati rivali, non mancano, creando – spero – una atmosfera di malvagità quasi mistica, in parte stemperata dagli interventi paradossali e umoristici del (potente) demone Praseidimio, che si incontra a un certo punto della storia.

W.: L’ambientazione del gioco appare fin da subito molto curata. Ogni stanza del sotterraneo di Martin Voigt è descritta da dettagliati paragrafi di testo, che non risparmiano particolari inquietanti, se non raccapriccianti, rievocando spesso le terrificanti imprese di cui il vampiro si è reso protagonista. A che cosa ti sei ispirato per allestire una simile, spaventosa ambientazione?

M.V.: In realtà non ho avuto bisogno di leggere libri o fumetti o vedere film particolari per curare l’ambientazione di Darkiss. La passione per i sotterranei, i luoghi bui e impenetrabili, i passaggi segreti, eccetera, è sempre stata molto forte e in qualunque momento mi basta chiudere gli occhi per “vedere” tunnel, cunicoli, catacombe che si allungano senza fine nelle tenebre, tra cumuli di ossa e altre amenità. In questo, l’influenza di H. P. Lovecraft è ancora immensa e spero che lo sarà sempre. Tra l’altro molte delle avventure testuali più famose (e a mio avviso più riuscite) sono ambientate sottoterra o in intricati labirinti di grotte e caverne, basti pensare a Acheton, Zork, Colossal Caves, Dungeon Adventure, Mountains of Ket. In Darkiss c’è comunque un (ovvio) riferimento ai romanzi del ciclo delle Cronache di Vampiri di Anne Rice. Come Marius, Lestat, Armand, anche Martin Voigt è un artista e nel corso dei secoli si è divertito ad “abbellire” (se così si può dire) il suo nascondiglio sotterraneo con affreschi e altre opere che senza dubbio evidenziano il suo gusto dell’orrido (oltre a offrire preziosi indizi su come andare avanti nel gioco). Sul fronte della scrittura, ho deciso di adottare uno stile enfatico – a dispetto della mia consueta sobrietà – proprio per permettere al giocatore di immedesimarsi ancora di più nel vampiro e nel lugubre scenario che lo circonda.

W.: Come è stato accolto il gioco da critica e pubblico?

vampiroM.V.: Direi molto bene. Innanzi tutto perché in Italia questo tipo di giochi scarseggia. Anche se ormai c’è un pubblico abbastanza numeroso e affezionato che segue le avventure testuali, non è semplice scrivere un programma del genere, se non si hanno una qualche conoscenza di programmazione e molto tempo da dedicare a quello che comunque è un progetto più complesso di un semplice racconto o romanzo. Poi perché, come avevo già fatto con la mia precedente avventura Enigma, ho lavorato parecchio alla promozione del gioco, segnalandone l’uscita a tutti i siti che potevano essere contigui a quello di Darkiss, sia sul fronte dell’horror e dei vampiri che su quello dei giochi. Infine, oltre all’auspicabile passaparola, non va dimenticato che le avventure testuali sono molto ricercate dagli utenti non vedenti e ipovedenti, trattandosi di uno dei pochi tipi di videogiochi che possono usare senza problemi. Dunque un bell’aiuto al successo di Darkiss è giunto anche dalle liste e dai siti affiliati alla Unione Italiana Ciechi, che hanno segnalato l’esistenza del gioco a tutti i loro contatti. Al di là della sua diffusione, credo che il gioco sia piaciuto perché risponde a una esigenza tipica degli appassionati di giochi horror, cioè avere a che fare con un vampiro malvagio in uno scenario lugubre e claustrofobico. Tra l’altro, il fatto di impersonare proprio il mostro, anziché un sedicente cacciatore di vampiri o un luminare dell’occulto come il professor Van Helsing o il barone Vonderbug, dà secondo me un valore aggiunto notevole all’esperienza di gioco. Chi di noi non ha mai sognato di vestire, almeno per una notte (e magari non solo ad Halloween), i tenebrosi panni di un vampiro assetato di sangue?

W.: Darkiss – e chi lo ha giocato se ne rende conto – è solo il primo capitolo di una storia molto più ampia. Quanto e soprattutto quando si svilupperà il seguito? Puoi darci anticipazioni in proposito?

M.V.: Di Darkiss vorrei fare almeno una trilogia. Non perché vada di moda, ma per la possibilità di proporre tre diversi ambienti di gioco, che per me in un gioco di avventura sono l’elemento più importante (anche più della trama, che ritengo meno fruibile in certi contesti immersivi). Dunque dopo il lugubre e angusto sotterraneo di questo primo capitolo dovrebbe esserci una avventura ambientata all’aperto (almeno in buona parte) in quello che dovrebbe un vero e proprio inferno, cioè una dimensione dell’oltre tomba in cui Martin Voigt viene spedito da Lilith per compiere una missione di importanza vitale (si fa per dire) per l’apocalisse che i vampiri si accingono a scatenare. La terza storia dovrebbe invece presentare l’atteso regolamento di conti tra Martin Voigt e il suo carnefice, il professor Anderson, in uno scenario per così dire misto, di cui però preferisco non anticipare ancora nulla, se non altro per scaramanzia.

W.: Hai mai pensato di “tradire” anche solo momentaneamente il genere e insieme a qualche altro programmatore professionista provare invece a realizzare una qualche avventura grafica, piuttosto che testuale?

M.V.: Personalmente non ci ho mai pensato, ma negli anni (già ai tempi del Giardino incantato e poi di Enigma) mi sono state proposte varie collaborazioni da parte di illustratori e musicisti per aggiungere contenuti audiovisivi ai miei giochi. Generalmente ho sempre dato la mia piena disponibilità, ma nessuna delle proposte si è mai concretizzata, penso probabilmente per la mancanza di una effettiva volontà di portare a termine un progetto nato nel tempo libero come sfizio o poco più. Invece mi ha fatto molto piacere l’organizzazione la scorsa primavera di un murder party dedicato ai personaggi Darkiss, una terrificante “cena col vampiro” ambientata nello Yoshiwara Club di Lilith, in cui Martin – di ritorno dal sotterraneo alla fine di Darkiss 1 – deve scoprire chi lo ha tradito, rivelando l’ubicazione del suo covo segreto al professor Anderson. Allestito dallo staff dello Stregatto di Imperia con la direzione artistica di Giorgia Brusco e Eugenio Ripepi, lo spettacolo ha debuttato il 14 aprile al caffè letterario Mente Locale con un bel successo di pubblico.

W.: Ti ringraziamo molto per la cortesia e disponibilità nelle risposte e ti auguriamo un caloroso in bocca al lupo (o meglio, al pipistrello) per la prosecuzione del gioco, che seguiremo senza dubbio con interesse.

M.V.: Grazie a voi e per chiunque fosse interessato a qualunque anticipazione futura non solo sull’avventura ma complessivamente su tutto il mio lavoro invito a seguire i miei siti personali:
marcovallarino.it
ilmurodimarcovallarino.wordpress.com
fantascienza.net/vallarino/altrove.
A presto!

W.: Un saluto a te, e a risentirci alla prossima Avventura.

Umberto Sisia

sabato 3 dicembre 2011

New Cthulhu, il nuovo orrore lovecraftiano scelto da Paula Guran

New Cthulhu: The Recent Weird, 2011, copertinaAncora un’antologia lovecraftiana – anzi, “cthulhiana” – arriva dagli Stati Uniti per la Prime Books con questo ultimo New Cthulhu: The Recent Weird, corposo omnibus tematico di oltre 500 pagine, curato da Paula Guran a selezionare diverse delle migliori nuove storie nel solco dell’orrore cosmico e weird di Howard Phillips Lovecraft, fra quelle apparse in questo primo squarcio di secolo.

“Per più di ottant’anni H.P. Lovecraft ha ispirato scrittori del soprannaturale, artisti, musicisti, cineaste e autori di giochi,” come riporta la nota editoriale del volume.

“I suoi temi basati sull’indifferentismo cosmico, l’insignificanza dell’umanità, le invasioni aliene della mente e l’orrore della storia – scritti in un’atmosfera di pervasivo e inesplicabile terrore – restano oggi dei motivi non soltanto vitali, ma più che mai rilevanti man mano che si esplora un universo in cui il nostro pianeta si fa infinitamente più piccolo e schiacciato dal cambiamento climatico. Nella prima decade del ventunesimo secolo, i migliori autori del sovrannaturale non imitano più Lovecraft, pur essendo profondamente influenzati dal genere narrativo e i miti che ha creato. New Cthulhu: The Recent Weird presenta alcuni fra migliori esempi di questa nuova narrativa lovecraftiana – bizzarra, sottile, d’atmosfera, metafisica, psicologica, fitta di strane creature e ancor più strani personaggi – sinistra, inquietante, evocativa e oscuramente attraente…”

Ventisette racconti e novelle di prestigiose firme weird, fantascientifiche e fantastiche dall’immancabile Neil Gaiman fino a China Miéville, Caitlin R. Kiernan, Laird Barron, Michael Shea, W.H. Pugmire, Marc Laidlaw, John Langan, Kim Newman, John Shirley, Charles Stross e tanti altri – a raccogliere il testimone dei classici “miti di Cthulhu”.

La tentacolata illustrazione in copertina è di Rafael Tavares. Maggiori informazioni sul sito web ufficiale di Prime Books, mentre dall’anteprima “LookInside!” di Amazon si può dare come al solito un’occhiata fra le pagine del libro, del quale vi elenchiamo sotto i contenuti.

Introduction – Paula Guran
The Crevasse – Dale Bailey & Nathan Ballingrud
Old Virginia – Laird Barron
Shoggoths in Bloom – Elizabeth Bear
Mongoose – Elizabeth Bear & Sarah Monette
The Oram County Whoosit – Steve Duffy
Study in Emerald – Neil Gaiman
Grinding Rock – Cody Goodfellow
Pickman’s Other Model (1929) – Caitlin Kiernan
The Disciple – David Barr Kirtley
The Vicar of Rl’lyeh – Marc Laidlaw
Mr. Gaunt – John Langan
Take Me to the River – Paul McAuley
The Dude Who Collected Lovecraft – Nick Mamatas & Tim Pratt
Details – China Mieville
Bringing Helena Back – Sarah Monette
Another Fish Story – Kim Newman
Lesser Demons – Norm Partridge
Cold Water Survival – Holly Phillips
Head Music – Lon Prater
Bad Sushi – Cherie Priest
The Fungal Stain – W.H. Pugmire
Tsathoggua – Michael Shea
Buried in the Sky – John Shirley
Fair Exchange – Michael Marshall Smith
The Essayist in the Wilderness – William Browning Spencer
A Colder War – Charles Stross
The Great White Bed – Don Webb


New Cthulhu: The Recent Weird
a cura di Paula Guran
Prime Books, 2011
brossura, 528 pagine, $15.95
ISBN 9781607012894

Andrea Bonazzi

mercoledì 30 novembre 2011

The Ballad of King Orpheus in musica per Dampyr

Dampyr - Place to Be - The Ballad of King OrpheusAvevamo parlato alcuni giorni fa della bella storia di Dampyr che reca appunto questo titolo. Se i benevoli lettori ricordano, si era detto che è una storia particolarmente cara a noi liguri non solo per le qualità intrinseche, ma anche perché disegnata dal giovane penciler intemelio Alessandro Scibilia.

Ma La ballata di Re Orpheus è giunta a possedere ormai anche un’altra caratteristica di solito più inusuale per un fumetto. Se può capitare infatti che una storia disegnata faccia deciso riferimento a musiche esistenti, a canzoni, anche a ballate mitiche e talvolta le riporti persino in parte nel testo, rendendole in pratica una sorta di colonna sonora ideale, un percorso di tracce da tenere ipoteticamente sul proprio stereo nel corso della lettura, è decisamente molto più raro che essa possieda una vera e propria original soundtrack studiata e pensata appositamente per l’occasione. È il caso, però, del racconto in questione, ove – guarda caso – proprio la musica gioca un ruolo consistente e anzi assolutamente essenziale all’interno della vicenda.

Chi ha letto la storia ricorderà infatti come tutta la trama ruoti intorno alle malefatte di questo infido lord scozzese, Lord Soules, il quale – prima da vivo e poi post mortem – con la collaborazione della malvagia creatura fatata Redcap perseguita e infesta tutta la location in cui la narrazione si ambienta. Si rammenterà perciò anche che il mezzo principale per combattere i “cattivi” è appunto il canto della ballata del titolo da parte dell’eroe di turno. Dapprima espressione taumaturgica e benefica in grado di proteggere dagli incantesimi maligni, essa assumerà poi effetti negativissimi a causa della maledizione delle forze del male (e qui giungiamo all’inizio dell’albo, ove la melodia viene riscoperta e comincia a far danni) e infine ritornerà a essere uno strumento del Bene grazie all’intervento di potenze superiori, che ne dissolveranno l’aura oscura ripristinandone la potenza primigenia.

Dampyr #140, copertinaLa ballata oggetto del presente articolo esiste veramente, dunque, sia pure a livello di fiction. Dapprima nasce per i testi, grazie alla mente di Mauro Boselli (creatore e principale scrittore di Dampyr), e ovviamente viene scritta in funzione della storia nella quale, come si diceva, verrà cantata dall’eroe già nel primo scontro narrato in flashback con il perverso Lord Soules. Essa viene poi reinventata, tuttavia, grazie all’intervento dell’associazione Autunnonero che si occupa di folklore e horror organizzando il relativo Festival annuale in Liguria, principalmente nella provincia di Imperia. Tale associazione è legata per vari motivi a filo doppio con Dampyr, non ultimo l’amicizia con Boselli oltre al fatto che Alessandro Scibilia ne sia il vicepresidente e il fratello Andrea il presidente stesso.

Grazie all’interesse degli Scibilia, dunque, e alla loro inventiva, con il pieno accordo di Boselli e della Sergio Bonelli Editore, nasce il progetto di trasformare la ballata – preesistente nella sceneggiatura del fumetto – anche in una canzone vera e propria, cosa che viene fatta coinvolgendo il musicista Mariano Dapor. Già noto per la sua reinterpretazione di famosi pezzi metal (soprattutto degli Iron Maiden, dei Metallica e degli Apocalyptica), ma anche per la composizione di brani originali nel corso della collaborazione con Fabrizio Bruzzone nel duo Cellobass Metal, Mariano coinvolge il suo altro nuovo gruppo, i Place to Be, nell’operazione dando il via a un brainstorming e a un lungo, impegnativo lavoro di interpretazione e sviluppo creativo che porterà all’esecuzione finale del suggestivo pezzo, del quale a seguito si dà un assaggio.



E dunque ora La ballata di Re Orpheus ha preso vita, ed è pienamente acquistabile su Itunes da parte di tutti gli interessati. Chi scrive conosce bene la bravura di Mariano Dapor e ha avuto modo di udire anche i Place to Be, che si sono dimostrati ottima e solida band dalle validissime capacità musicali, vocali ed interpretative per cui, a suo modesto avviso, l’acquisto del brano è pienamente consigliato. Senza dimenticare che, in aggiunta, è anche disponibile presso lo shop online di Autunnonero la stampa con l’illustrazione originale di Alessandro Scibilia che funge da copertina per il pezzo.

Gli appassionati di folklore, di musica, di fumetto sono avvertiti: come lasciarsi sfuggire un tale connubio? Vogliamo perdere l’occasione di leggere (o magari ri-leggere) il numero di Dampyr con il sottofondo delle autentiche note e della melodia che è capace di scacciare spettri e fantasmi e ristabilire l’ordine e la serenità?

Che sia forse solo l’inizio di un nuovo modo di concepire il medium fumetto che via via potrebbe anche prendere piede? Vale la pena di osservare e... ascoltare.

Umberto Sisia

domenica 27 novembre 2011

I soliti mostri all’angolo della strada

I mostri all’angolo della strada, 2011, copertinaD’accordo, è stato uno storico evento editoriale, la prima organica raccolta di Howard Phillips Lovecraft in Italia, in precedenza solamente antologizzato o al massimo proposto su rivista e infine selezionato, editato e presentato con una lunga e importante introduzione da Carlo Fruttero e Franco Lucentini, per Mondadori, nel lontano 1966.

D’accordo pure sul valore “affettivo” legato al primo approccio con l’autore – per molti oggi non più giovanissimi – e, cosa per nulla secondaria, con le splendide copertine realizzate da Karel Thole anche per le riedizioni successive del 1974 e 1980. D’accordo persino sull’apporto tanto personale quanto decisivo della coppia di curatori, direttori di Urania per un quarto di secolo dai primi anni 60, sorta di numi tutelari per la diffusione della fantascienza e del fantastico nella cultura popolare italiana del periodo.

Ma ora che I mostri all’angolo della strada di H.P. Lovecraft è nuovamente pubblicato, questa volta per la collana narrativa dei Supertascabili de Il Saggiatore, ci chiediamo se non fosse stato il caso di includere almeno un minimo apparato critico, in aggiunta alla notarella in quarta di copertina che riportiamo a seguito, per giustificare l’inalterata riproposta di una compilazione ormai datata, che se da una parte (d’accordo ancora) omaggia l’opera di chi l'ha curata, dall’altra continua a stravolgere quella dell’autore.

“Nel 1966 si presentava ai lettori italiani «I mostri all'angolo della strada», la prima raccolta ragionata delle opere di H.P. Lovecraft, curata da Fruttero e Lucentini. Nell'intento dei curatori, «La ‘grande mostra’ italiana dei mostri di Lovecraft» si proponeva di rimettere ordine nelle pubblicazioni saltuarie e incomplete del maestro di Providence, proponendo sia i racconti legati al ciclo di Cthulhu sia quelli sovrannaturali. Lovecraft e i suoi racconti visionari, che tratteggiano un universo malevolo incomprensibile, pronto a divorare la fragile civiltà umana, sono poi diventati un caposaldo della letteratura fantastica moderna, e questa raccolta rappresenta la pietra miliare della storia delle sue pubblicazioni in Italia”.

Nulla, nel volumetto appena uscito, a inquadrare l’attività di Fruttero e Lucentini nell’ambito della fantascienza di quegli anni, sull’attività delle collane Mondadori, le ricorrenti scelte di adattare la narrativa in traduzione sia agli spazi editoriali materialmente disponibili che al “gusto” percepito dei lettori, col risultato di pubblicare testi a volte non integri, a volte drasticamente riveduti: gli stessi confluiti in queste pagine. E se non è poi una così grande pecca il ristampare senza avviso i medesimi drastici adattamenti di 45 anni fa, comincia a diventarlo il reinserire, di nuovo senza segnalazione alcuna, un racconto che di Lovecraft non è.

Già nel 1966 “La finestra della soffitta” (“The Gable Window”) era nota per essere una storia a doppia firma di August Derleth in “collaborazione postuma” con Lovecraft, del quale dichiarò di aver portato a termine gli scritti incompiuti, pubblicati come questo nel ’57 in The Survivor and Others (Arkham House). Lo stesso racconto veniva tradotto in Italia nel 1977 come “La finestra della mansarda” ne La lampada di Alhazred, presso Fanucci, parziale edizione italiana di The Watchers Out of Time and Others (Arkham House, 1974) sempre a duplice firma Derleth-Lovecraft. E non è occorso molto tempo per chiarire in via definitiva che si tratta di un’opera del solo Derleth, composta sul mero spunto di un’annotazione del Commonplace Book, il personale taccuino degli appunti di H.P. Lovecraft tradotto in italiano col titolo di Diario di un incubo (Mondadori, 1994).

Troppo impegnativo e dispendioso, forse, aggiungere una qualche nota. Se non critica, almeno informativa, per avvertire che il racconto che leggete non è dello scrittore a cui viene attribuito.

Questo l’indice del volume:

Introduzione. Storia delle storie di Lovecraft – Carlo Fruttero e Franco Lucentini
Parte Prima. IL MITO DI CTHULHU
Dagon (traduzione di Maria Luisa Bonfanti)
Il richiamo di Cthulhu (tr. Elena Linfossi)
Il colore venuto dallo spazio (tr. Sarah Cantoni)
L'orrore di Dunwich (tr. Floriana Bossi)
Colui che sussurrava nelle tenebre (tr. S. Cantoni)
La maschera di Innsmouth (tr. S. Cantoni)
La cosa sulla soglia (tr. M. L. Bonfanti)
L'abitatore del buio (tr. M. L. Bonfanti)
La finestra della soffitta [in realtà di August Derleth] (tr. M. L. Bonfanti)
Nyarlathotep (tr. M. L. Bonfanti)
Parte Seconda. ALTRI ORRORI
L'estraneo (tr. M. L. Bonfanti)
La musica di Erich Zann (tr. M. L. Bonfanti)
Herbert West, rianimatore (tr. M. L. Bonfanti)
I ratti nel muro (tr. M. L. Bonfanti)
Nella cripta (tr. Lodovico Terzi)
Aria fredda (tr. M. L. Bonfanti)
Il modello di Pickman (tr. Roberto Mauro)


I mostri all’angolo della strada
H.P. Lovecraft
a cura di Fruttero & Lucentini
collana Supertascabili. Narrativa, Il Saggiatore, 2011
brossura, 424 pagine, €11.00
ISBN 9788856502886

Andrea Bonazzi

giovedì 24 novembre 2011

H.P. Lovecraft: tributo rock a Misano Adriatico

Tribute to H.P. Lovecraft, 2011, locandinaMoonlight Agency presenta Tribute to H.P. Lovecraft, una serata rock dedicata al genio fantastico di H.P. Lovecraft con le tre esibizioni live dei gruppi Talisman Stone, Calendula e Under the Ocean il prossimo sabato 26 novembre, alle 21:30, al Boulevard Rock Club di Via Ponte Conca 41 a Misano Adriatico (RN).

“Serata «a tema», dedicata ad uno dei più grandi scrittori di horror e fantascienza mai vissuti: Howard Phillips Lovecraft! Si esibiranno dal vivo tre band italiane: i Calendula con il loro noise-sludge-core, gli Under the Ocean con il loro death metal e come headliner i Talisman Stone, che presenteranno il nuovo disco «Lovecraftopolis», ideale fusione delle parole «Lovecraft» e «Metropolis»: un nuovo lavoro psichedelico, allucinante, un viaggio tutto da scoprire sulle orme del grande scrittore”.

Ingresso a dieci Euro, maggiori informazioni sul sito web ufficiale del Boulevard Rock Club www.boulevardrock.it, o presso la pagina dell’evento su Facebook.

Tatiana Martino

martedì 22 novembre 2011

John Kenn, storie nere su sfondo giallo

John Kenn, '117'
John Kenn, '43'
John Kenn, '174'
John Kenn, '182'
John Kenn, '41'
John Kenn, '135'
John Kenn, '118'

Classe ’78, danese, due gemelle che gli tolgono molto tempo e l’hobby di disegnare. Fin qui sembrerebbe un uomo normale, se non fosse che illustra mostri su post-it.

John Kenn Mortensen, in arte Don Kenn, scrive e dirige spettacoli televisivi per bambini. E quelli che lui stesso definisce “scarabocchi” tali non sono, ma si rivelano essere interessanti bozzetti a penna dal tratto originale e minuzioso. Kenn lascia che siano le proprie illustrazioni a raccontare le storie che di volta in volta ci propone nel suo blog, al punto di farne una sorta di “Mutus Liber” dell’illustrazione, totalmente privo di didascalie (fatta eccezione per le tre righe e una parola della biografia).

La narrazione muta evoca paesaggi nordici con alberi ad alto fusto dietro i quali si nascondono giganteschi mostri pelosi, casette di legno che sembrano uscite dalle fiabe, fantasmi emaciati, vampiri senza piedi fluttuanti sui foglietti gialli. Alci, renne e animali del bosco che si stagliano su due zampe, giganteschi, umanizzati a osservare curiosi il genere umano, e ancora esseri fatti di campiture a inchiostro che camminano sulle onde del mare, ghoul ghignanti e altre creature che sono inquietanti tanto più quando sembrano strizzare l’occhio a un certo gusto per l’illustrazione per ragazzi.

Il supporto sul quale realizza le sue micro-opere, il post-it, costringe l’osservatore a guardare meglio, rivelandosi essere un espediente formidabile per tenere viva l’attenzione e coinvolgerlo nelle minuscole storie nere su sfondo giallo che Kenn ci racconta da abile erede della tradizione scaldica della sua terra.

Gallerie: blog ufficiale johnkenn.blogspot.com; pagina personale su Facebook.



Tatiana Martino

domenica 20 novembre 2011

H.P. Lovecraft: le lettere a James F. Morton

H.P. Lovecraft: Letters to James F. Morton, 2011, copertinaProsegue l’opera di pubblicazione critica e integrale del vastissimo epistolario di Howard Phillips Lovecraft, sempre a cura dell’esperto S.T. Joshi che, insieme a David E. Schultz, presenta finalmente presso l’americana Hippocampus Press la raccolta delle Letters to James F. Morton, le lettere a James F. Morton riunite in una corposa edizione di circa cinquecento pagine – il doppio, per dimensioni, delle due precedenti brossure epistolari lovecraftiane dedicate rispettivamente ad Alfred Galpin e a Rheinhart Kleiner.

“James Ferdinand Morton è stato uno dei corrispondenti più eclettici ed eruditi di H.P. Lovecraft: laureato a Harvard, Morton ha operato come figura di spicco presso la Esperanto Association of North America, la Thomas Paine Natural History Association e altre organizzazioni, oltre a essere stato per lungo tempo curatore del Paterson Museum del New Jersey. Lo scambio epistolare di Lovecraft con Morton rivela l’intera e vasta gamma degli interessi intellettuali di entrambi: dal libero pensiero al socialismo, dal giornalismo amatoriale ai cruciverba (cordialmente detestati dal primo quanto entusiasticamente apprezzati dal secondo, N.d.T.), dai rapporti interraziali all’ascesa di Mussolini e Hitler. Nel corso di questo scambio, Lovecraft offre pure accattivanti resoconti – talora scritti in gergo piuttosto piccante – dei suoi viaggi nel New England, sulla propria dieta, e altri dettagli che rendono viva la figura del sognatore di Providence”.

Le lettere vengono presentate in forma integrale, con note dettagliate e commenti dei due curatori, mentre una scelta esemplificativa degli scritti di J.F. Morton integra la raccolta comprendendo il suo notevole saggio “Fragments of a Mental Autobiography”. A completare il volume le interessanti memorie di colleghi e amici fra i quali E. Hoffman Price, W. Paul Cook e la moglie dello stesso Morton, Pearl K. Merritt.

Maggiori informazioni sull’uscita presso la pagina web dedicata di www.hippocampuspress.com.

H.P. Lovecraft: Letters to James F. Morton
a cura di David E. Schultz e S. T. Joshi
Hippocampus Press, 2011
brossura, 500 pagine, $25.00
ISBN 9780984480234

Andrea Bonazzi

giovedì 17 novembre 2011

Arthur Machen ad Albenga

Invito alla lettura di Arthur Machen, 2011, locandina“4 passi nel Fantastico” presenta Invito alla lettura di Arthur Machen, che si terrà venerdì 18 novembre alle 21:00 presso la Musikalische Wunderkammer di Palazzo Oddo, in Via Roma ad Albenga (SV). Milli Conte e Carla Migliardi presteranno le loro voci per un selezionato reading di opere dell’autore gallese per la direzione e cura di Maurizio Natoli.

La manifestazione, che ha già visto una serata dedicata a Edgar Allan Poe, nelle due prossime settimane proseguirà con le letture di H.G. Wells e Jorge Luis Borges.

La rassegna “4 passi nel Fantastico” dedica il suo secondo appuntamento al Maestro della letteratura “fantastica” (tale fu per H.P. Lovecraft, per J.L. Borges e altri autori dello stesso calibro) Arthur Machen. Questo autore multiforme deve forse la sua scarsa fortuna passata e presente presso la critica italiana al tema del Soprannaturale (sempre visto di malocchio dai nostri stimati critici e giudicato “letteratura minore”) e alla sua prosa “filigrana delicatamente lirica e espressiva”, come la definiva Lovecraft, che mal si adatta all’esigenza tutta italica di una letteratura costituita da un pedante monologo interiore del quale non importa niente a nessuno e il cui valore è stimato tanto quanto più pesante e inutile è la lettura stessa.

È paradossale, infatti, che sia più conosciuta dell’autore la sua “The Bowmen”, divenuta una vera e propria leggenda urbana negli anni della Prima Guerra Mondiale perché scambiata per una storia vera, quella che vedeva i leggendari arcieri fantasma di Crécy e Anzicourt (1346 i primi e 1415 i secondi) schierarsi a fianco dei soldati inglesi in rotta durante la Battaglia di Mons del 1915, o che sia più semplice ricordare The Birds di Hitchcock, il cui soggetto è ispirato (anche se abbastanza lontanamente, attraverso Daphne du Maurier) al racconto “The Terror” di Machen.

Gallese di nascita, uomo dalla cultura eclettica, Arthur Llewellyn Jones – in arte Machen – è padrone di una tecnica narrativa che è un trionfo di raffinatezza e sapiente misura. Miscela sapientemente come a creare un filtro magico le radici celte, l’intensità dei ricordi giovanili legati alle antiche e inquietanti colline gallesi, alle rovine romane cariche di mistero e il medioevo. Tutti aspetti che contribuiscono a creare la concezione prediletta dall’autore in fatto di Soprannaturale: l’idea cioè che sotto le alture e le rocce delle brulle colline del Galles dimorerebbe una razza cupa e primitiva, le cui vestigia diedero origine alle comuni leggende sul “Piccolo Popolo”, tema portante di racconti come “The Novel Of The Black Seal” (“La storia del sigillo nero”) o “The Red Hand” (“La mano rossa”).

Maggiori informazioni sull’evento presso le pagine di albengacorsara.it.

Tatiana Martino

mercoledì 16 novembre 2011

Balene e no. Un viaggio minimo nella simbologia di Moby Dick

'Moby Dick Rises', illustrazione di Rockwell Kent, 1930Sono sempre stato affezionato ai luoghi comuni poiché, contrariamente a quanto si pensa di solito, sono convinto che nella maggior parte dei casi della vita quotidiana essi siano portatori di una verità talmente evidente da essere persino incontrovertibile. Si potrà forse accusarli di essere banali, vieti e ritriti, ma difficilmente potranno essere tacciati di insincerità.

L’affare si complica, tuttavia, quando i luoghi comuni iniziano a essere applicati ai prodotti della letteratura, del cinema, dello spettacolo, poiché – stavolta sì – potremmo correre il rischio di andare a parare decisamente da un’altra parte e a parlare di un’altra cosa rispetto a ciò che si sta invece esaminando. Non sempre quello che si sa di una qualche opera, infatti, corrisponde effettivamente a quello che essa è. Non sempre nella semplificazione dell’immaginario popolare l’idea che si ha di una storia corrisponde al vero.

Qualche esempio? Jonathan Swift non è stato l’autore di una favoletta con omini centimetrici e immani giganti come di solito si vuol credere... Un tal Don Quixote non era semplicemente un bislacco tontolone protagonista di epopee comiche e picaresche... Le Fiabe dei Grimm non sono affatto materiale per bambini (tutt’altro) e i due stessi autori non sono da ricordare per quello... La Storia Vera di Luciano narra del primo viaggio spaziale della storia e di numerose altre meraviglie fantastiche ma non è il primo romanzo di fantascienza... E si potrebbe continuare a dismisura.

Tale la premessa. Riflessioni di questo genere mi sono infatti balzate alla mente con prepotenza qualche tempo addietro. Dal momento che in quei giorni mi ero ritrovato a rivedere visionandole su YouTube alcune sequenze dal Moby Dick, per la regia di John Houston e sceneggiato dal grandissimo Ray Bradbury, al di là dell’indubbia qualità della pellicola e della nota bellezza delle immagini mi colpì soprattutto il tenore dei commenti di coloro che avevano già guardato il video.

All’interno di tali commenti, infatti, lungi dal contestualizzare quanto si era visto e dal giudicarlo per i suoi contenuti effettivi, gli spettatori di internet non facevano altro che sfruttare l’occasione del film per battaglie ambientaliste altrimenti giustissime ma totalmente inappropriate per quella sede, deviando totalmente – questa la cosa peggiore – dal contenuto reale dell’opera a fini biecamente (per quanto fors’anche in buona fede) propagandistici. Si arrivava addirittura al punto di insultare il povero capitano Achab augurando la morte a tutti coloro che svolgessero una professione consimile.

Un ragionamento di questo tipo, al di là di tutte le altre considerazioni fattibili, non poteva che condurmi a una sola conclusione fondamentale: questa gente non aveva capito assolutamente nulla del film e – se consideriamo che si tratta di una trasposizione cinematografica molto fedele – in fin dei conti nemmeno del libro (quand’anche qualcuno lo avesse letto).

Con molta umiltà mi sono quindi accinto a cercare quantomeno di riflettere nelle sue linee essenziali su che cosa sia Moby Dick: forse sarà solo una goccia nel mare del fraintendimento della communis opinio (e torniamo al punto di partenza), ma comunque un tentativo di fare chiarezza su uno dei romanzi fondamentali non solo della letteratura americana, ma dell’ingegno umano tout court. Mi pare opportuno iniziare con un punto basilare sul quale si innesteranno poi tutte le altre possibili considerazioni.

Moby Dick non è un avventuroso romanzo di avventure marinaresche, né tantomeno è un’opera realistica. Per meglio dire, solo al livello più immediato, più apparente e a quello in fin dei conti meno sostanziale potremmo attaccare questo tipo di etichette al capolavoro di Herman Melville. Moby Dick è piuttosto, fin dalla prima pagina e in modo assolutamente prepotente, un romanzo dai caratteri gotici, fantastici, allucinati, una meravigliosa cavalcata simbolica attraverso molteplici strutture di senso differenti.

Moby Dick, 1956, locandina italianaIn tal modo, la Pequod non è una semplice baleniera, ma tutt’altro: equipaggiata in circostanze straordinarie, straordinaria e dissonante nelle componenti della sua ciurma, essa pare fin dal principio nient’altro che un prolungamento fisico del suo nascosto cervello, il capitano Achab. Anche il suo leggendario narratore – con l’altrettanto leggendario “Call me Ismahel” che dà il via a una narrazione – fin dalle prime battute conferisce all’esposizione delle vicende un tono nettamente profetico, quello di una rivelazione ricca di un profondo ed arcano significato che va decisamente al di là di quello di un semplice viaggio baleniero. Ciò non toglie che la precisione realistica del testo sia enorme, che la descrizione delle pratiche di navigazione sia accurata così come quella, per esempio, delle procedure di dissezione e lavorazione delle balene uccise allo scopo di ricavarne fino all’ultima stilla di olio. Ma – si potrebbe affermare – è tutta scenografia, o quantomeno sottotesto necessario poi a parlare di altro.

Non sono questi, perciò, il valore centrale e l’oggetto precipuo del discorso. Essi si iniziano a cogliere quando entra in ballo e proprio attraverso l’elemento del dissonante. L’equipaggio della Pequod, composto di sanguemisto e individui che si direbbero sbandati o di incerta origine, è un chiaro indizio dell’atmosfera simbolica che si vuole costruire, alludendo a una caotica stranezza della spedizione in partenza. Numerosi altri esempi si susseguiranno.

Ovviamente il centro di tutto il mondo della nave è il suo demoniaco capitano, una delle figure più iconiche, monumentali e pervasive della storia della letteratura, ma che non viene dal nulla ed ha i suoi bravi antecedenti.

Il capitano Achab, giustappunto. Egli è sicuramente il discendente di tutta una numerosissima serie di malvagi gotici. Precedentemente arroccati in castelli sugli Appennini, ora nella loro veste più innovativa questi tipici villains della letteratura si ripresentano sul mare. Hanno cambiato pelle, ma sono nonostante tutto riconoscibilissimi. Il marchio di fabbrica che manifestano nello sguardo infuocato e “divorantemente” ossessivo ce li presenta subito come tali (e parlo al plurale poiché Achab non sarà certo l’ultimo della serie... pensiamo anche solo – in forme diverse – ai pirati di Willam Hope Hodgson). Così pure l’aura di minaccia che ne pervade la personalità è tipica del genere. Come i vari Montoni, Schedoni, Ambrosio e via discorrendo, anche il baleniere è caratterizzato da una storia pregressa, che si apprenderà fosca e drammatica, segnata in modo devastante dal primo incontro con la Balena, il quale gli era costato la perdita della gamba. Un altro indizio di deformità fisica che introduce nel mondo della difformità psicologica di un contorto e maniacale modo di pensare.

Ma Achab non è solo questo: è un personaggio dalla statura titanica, legato a triplo filo alle tematiche del romanticismo: da una condizione di normale baleniere, egli matura grazie a Moby Dick quella volontà di ricerca e quella tensione verso il limite che caratterizzano questo tipo di personaggi. È un’ossessione magnifica, quella di Achab, ed è l’incarnazione della spinta a osare e a sfidare, per quanto tale impulso sia motivato essenzialmente dalla causa motrice di una vendetta delirante. Facendo riferimento al film, Gregory Peck è straordinario in questo senso nel dare vita a un’interpretazione del marinaio cupa, furiosa e contemporaneamente imponente. Achab come un novello Ulisse è colui che si erge titanicamente sapendo in cuor suo di essere già destinato alla sconfitta. Contro gli elementi, contro lo stesso Dio, è colui che non rinuncia pur di conoscere, sapere, confrontarsi; è colui che allo stesso modo di Ulisse alla fine è punito e si inabissa, che è empio ma che pervicacemente si aggrappa al suo ideale e per questo motivo appare anche oscuramente affascinante, quasi un modello da imitare.

È questa la vera essenza di Achab? Forse... e forse no. Possiamo poi essere così sicuri che Achab abbia solamente tutte queste sfumature negative? La grandezza del personaggio è che esso in realtà non fornisce risposte certe. Accanto a questa interpretazione “demoniaca” ha giusto rigore e ragion d’essere anche un’interpretazione positiva. Egli infatti, per i medesimi motivi romantici detti prima, rappresenta pur sempre il titano che sopravanza tutti gli altri. Il signor Starbuck, Ismaele, Queequeeg, tutti gli altri personaggi sono evidentemente di una statura inferiore, non eroica. Di fronte alla giusta sfida di Achab alla balena, essi talora vorrebbero ritirarsi, cacciare normalmente come le altre baleniere, deporre le armi. Solo il capitano persiste indefessamente perché la lotta contro Moby Dick, ça va sans dire, non è una semplice lotta fra un uomo e un animale. Tutt’altro.

Moby Dick, 1851, frontespizioE siamo arrivati così a un problema centrale che si riferisce a Moby Dick, all’altro polo magnetico del romanzo che ne costituisce il necessario bilanciamento nelle dinamiche di contrasto che sono indispensabili affinché la trama possa procedere. E del resto è ovvio che perché ci sia qualcuno che sfida (che si trovi esso dalla parte del giusto, dello sbagliato o a metà fra esse) occorre necessariamente qualcuno (o qualcosa) che sia oggetto della sfida venendosi a configurare in un ruolo antagonistico.

Ecco pertanto la funzione della balena che dà il titolo all’opera melvilliana la quale, fra l’altro, ho sempre pensato avrebbe potuto continuare a intitolarsi Moby-Dick; or, the Whale, anche nelle innumerevoli edizioni e trasposizioni successive. Questo appunto perché il motivo della caccia al cetaceo non riguarda affatto la sfera materiale, cosa che risulta palese fin dai primi capitoli (ove esso è oggetto di un favoleggiamento quasi mitologico), per passare a quelli centrali (ove la caccia alle balene reali si contrappone ideologicamente a quella principale, nella quale il mostro brilla per assenza, inafferrabilità, fuggevolezza); l’impressione è totalmente confermata nei capitoli finali, nei quali il leviatano infine si manifesta in tutta la propria alterità. La sfida con la balena – ed è ciò che gli spettatori di YouTube non sono nemmeno lontanamente riusciti a capire – coinvolge non tanto una caccia reale, quanto piuttosto gli ambiti dai contorni sfuggenti ed ingannevoli del fantasmatico e quelli innervati nella natura più profondamente ontologica dell’essere del metafisico.

Come tutti sanno, poi, Moby Dick è una balena bianca, di un colore del tutto innaturale, simbolico. Il capitolo fondamentale dal titolo “La bianchezza della balena” è una cerniera essenziale nell’individuazione del significato del testo, ma anche senza di esso si potrebbe cogliere il valore di questo aspetto essenziale. Semanticamente il bianco non è solo il colore della purezza e del candore, della spiritualità e dell’idealismo, bensì a un livello ancora più profondo lo è del lutto e della morte. Il pallore è la caratteristica dei cadaveri, delle lamie, delle larve, di tutto ciò che rimanda alla costellazione di significati connessi con l’aldilà, tant’è vero che presso diverse culture in occasione dei decessi ci si riveste o ci si tinge la pelle di bianco. Già in Coleridge, il Vecchio Marinaio, autore di un atto di ribellione in qualche modo accostabile a quello di Achab aveva a che fare con un albatro portatore di energie arcane di colore bianco. Così come è di un bianco perfetto il colore della pelle dell’essere misteriosissimo che compare nelle ultime, enigmatiche pagine del Gordon Pym di Edgar Allan Poe.

Questo per dire che il sostegno alla presente tesi è fondatissimo e individuabilissimo. E dunque pare abbastanza evidente che Achab intraprenda una lotta contro il Leviatano, il mostro, la balena bianca allo scopo non solo di vendicarsi della perdita del proprio arto, ma ancora di quella della propria sanità mentale. In seguito al loro primo drammatico scontro principia una lotta fantasmatica sia contro i propri spettri personali, sia contro le forze oscure che infestano la realtà e – di più – contro un ente demonico che incarna e concretizza l’intera malvagità dell’essere. Il faccia a faccia con la balena ha per Achab un sapore lovecraftiano ante litteram poiché mina la sua identità serena e ordinaria precedente (sia a livello lavorativo che familiare) e lo precipita dinanzi al caos e al disordine, ne infrange le certezze costitutive, ne muta il carattere, lo trasforma nel coacervo inconsulto di tratti caratteriali dei quali si è detto: ossessione, romanticismo, eroismo, titanismo, maniacalità, irragionevolezza e tutto ciò che si è andati finora individuando.

Proprio per questo il combattimento del capitano contro Moby Dick risulta eroico, in quanto appunto costituisce anche un sacra missione della quale egli si è autoinvestito nel voler ritrovare ed eliminare definitivamente “il gran demonio dei mari”, ma che evidentemente non è solo limitato ad essi ma suggerisce una portata più ampia e cosmica.

Quale delle due interpretazioni proposte sarà dunque più sensata? Achab è un meraviglioso pazzo monomaniaco che segue le sue ossessioni di vendetta e trascende i limiti assegnati all’uomo venendo per questo punito (e la sua ciurma – seguendone le sorti – è condannata anch’essa a condividerle subendo la medesima sventura, tranne Ismaele che “solo è sopravvissuto per raccontarlo” tramite lo stupendo paradosso della sopravvivenza sulla bara preparata da Quequeeg)? O è un paladino della lotta contro il Male assoluto che fatalmente e pessimisticamente si trova costretto a cedere ad esso nella propria solitaria e superomistica battaglia? Come ho già accennato, penso che in fin dei conti non possa esserci una risposta univoca, o meglio, che entrambi i tipi di letture possano essere giudicati validi contemporaneamente. Dipende solo dall’angolatura di osservazione che si sceglie, dopotutto.

Meglio lasciare perdere le linee di interpretazione insensate e lasciare parlare il testo. Le opere hanno la loro identità e sarebbe opportuno ascoltarle piuttosto che andarsi a impelagare in discussioni prive del benché minimo senso… Ma per alcuni utenti internet usare il cervello evidentemente è troppo impegnativo, come purtroppo anche nella vita reale di tutti i giorni.



Umberto Sisia

domenica 13 novembre 2011

The Miscellaneous Writings of Clark Ashton Smith

The Miscellaneous Writings of Clark Ashton Smith, 2011, copertinaIn origine doveva essere un volumetto dal titolo Tales of India and Irony, riservato a coloro che avevano sottoscritto in anticipo presso la Night Shade Books i cinque volumi delle Collected Fantasies di Clark Ashton Smith. L’interesse nel frattempo è cresciuto, i due curatori Scott Connors e Ron Hilger hanno aggiunto nuovo materiale all’iniziale progetto di riunire i racconti giovanili ironici, avventurosi ed esotici – ma non fantastici – dello scrittore californiano, e la casa editrice specializzata americana ha deciso di rendere il libro disponibile anche nel proprio regolare catalogo.

The Miscellaneous Writings of Clark Ashton Smith è dunque in uscita ai primi di dicembre, raccogliendo insieme ai previsti “juvenilia” altri lavori dell’autore al di fuori o ai confini del genere, compresa la prova teatrale di “The Dead Will Cuckold You”, un “dramma in sei scene” pubblicato postumo e ambientato nel mondo di Zothique, e il lungo e celebre poema cosmico visionario “The Hashish-Eater”.

Come per la collezione di racconti che si accinge a completare, il volume è preparato da Hilger e Connors sulla base dei manoscritti, dattiloscritti e documenti originali, stabilendo un’edizione definitiva per i testi smithiani. Ad accompagnare l’edizione, illustrata in copertina da un nuovo ritratto d’autore di Jason Van Hollander, la riproposta di quello che rimane ancor oggi il principale saggio bio-bibliografico su C.A. Smith, “The Sorcerer Departs”, scritto Donald Sidney-Fryer che conclude con l’intervento “O Amor atque Realitas!” sulle prime ironiche “storie per adulti” dell’artista di Auburn. Oltre alla prefazione dei curatori, l’apparato critico si completa con le note al testo e gli “errata” dei cinque volumi Night Shade della narrativa fantastica, oltre alla bibliografia finale.

Informazioni presso il sito web dell’editore, mentre nel solito “LookInside!” di Amazon si può dare un’occhiata in anteprima ai contenuti, qui sotto elencati nel sommario.

Foreword – Scott Connors e Ron Hilger
Introduction: The Sorcerer Departs – Donald Sidney-Fryer
The Animated Sword
Prince Alcouz and the Magician
The Malay Krise
The Ghost of Mohammed Din
The Mahout
The Raja and the Tiger
Something New
The Flirt
The Perfect Woman
A Platonic Entanglement
The Expert Lover
A Copy of Burns
Checkmate
The Infernal Star
Dawn of Discord
The House of Monoceros
The Dead Will Cuckold You
The Hashish-Eater; or, The Apocalypse of Evil
Appendix One: Bibliography
Appendix Two: “O Amor Atque Realitas!” – Donald Sidney-Fryer


The Miscellaneous Writings of Clark Ashton Smith
a cura di Scott Connors e Ron Hilger
Night Shade Books, 2011
copertina rigida, 256 pagine, $29.99
ISBN 9781597802970

Andrea Bonazzi

venerdì 11 novembre 2011

Drawing Day: illustrazione dal vivo e “lovecraftianerie” a Montalto Ligure

Drawing Day Montalto 2011, locandinaFra le varie occasioni di interesse e divertimento che novembre sarà in grado di offrire a quanti volessero fare un giro in Liguria, ci interessa particolarmente segnalarne una. Domenica 13 a partire dalle 10:00 e successivamente nel pomeriggio, infatti, si terrà un evento dalla natura molteplice, il Drawing Day, che vedrà coinvolti disegnatori, fumettisti, pittori, tatuatori e personalità del mondo delle arti creative nella suggestiva cornice del paese ligure di Montalto (IM).

Con la collaborazione del Comune di Montalto Ligure, della Pro Loco, dell’Associazione Culturale “Proxima” e di varie altre associazioni, organizzato dalla giovane fumettista e grafica Giulia Pellegrini, la giornata prevede all’apertura la possibilità di visionare le opere esposte e di chiacchierare con gli autori presenti. Inoltre, qualsiasi disegnatore professionista o meno che intervenisse e volesse mettersi all’opera riceverà spazio, in una vera e propria sessione aperta di disegno nella quale confrontarsi e divertirsi.

Il pomeriggio prevede un primo momento nel quale si parlerà del mondo dell’illustrazione in relazione all’opera dello scrittore americano H.P. Lovecraft. La tematica verrà sviluppata presentando la nascita e i procedimenti realizzativi dell’artbook dedicato all’autore dal titolo Lovecraft Black & White (Dagon Press, 2010), curato da chi scrive e realizzato per la componente grafica dalla stessa Pellegrini (autrice, peraltro, anche di due pregevoli tavole interne). Sarà presente anche il noto fumettista imperiese Frederic Volante che ha partecipato al volume.

Altri importanti ospiti del fumetto ligure saranno la genovese Elena Mirulla, la quale parlerà del suo lavoro, dei suoi fumetti e in particolare della sua ultima stuzzicante uscita, le Sexyfavole. In esposizione vi sarà anche una selezione delle vignette di Palex, il noto umorista e satirico attivo sulle pagine di svariati periodici locali, il quale sarà presente nel pomeriggio.

Sarà possibile per il pubblico usufruire nell’occasione di visite guidate per il borgo, caratteristico paese ligure arroccato sulla montagna, punto di snodo viario di grande importanza per la Valle Argentina e ricco di significativi edifici e monumenti. Le due visite si svolgeranno alle ore 10:30 e 14:00. Alla fine della manifestazione è previsto un buffet per coronare il tutto, nel corso del quale ci si potrà salutare e scambiare quattro chiacchiere conclusive, fermo restando che il paese sarà ben lieto di accogliere coloro che vorranno fare onore all’ottima cucina ligure della valle sia a pranzo che a cena. Convenzionato con l’evento, il ristorante “Graziella” potrà accogliere gli ospiti in cerca di ristoro.

Una piacevole occasione, dunque, in primis per gli abitanti di Imperia e provincia ma anche per quanti volessero fare una capatina da altre zone. Il Drawing Day è pronto ad accogliervi. Ci vediamo a Montalto!

Info: www.liguriainside.it.

Umberto Sisia