mercoledì 9 febbraio 2011

Michel Houellbecq, Lovecraft: contro il mondo, contro la vita

Lovecraft: contro il mondo, contro la vita, 2005, copertinaIl saggio in questione di Michel Houellebecq, nella sua edizione in francese (H.P. Lovecraft: contre le monde, contre la vie) risale al 1999, mentre in Italia vede la luce nel 2001 e poi nel 2005 in seconda edizione, sempre per Bompiani, ma forse è il caso di spendere qualche parola in più per un libro, pensiamo, che seppur divulgativo risulta imprescindibile sia per chi si accosti per la prima volta alla narrativa del “Principe nero di Providence” (per usare una fortunata espressione di Stephen King), sia per chi abbia voglia di approfondire alcuni aspetti forse poco esplorati, della vita e del pensiero di H.P. Lovecraft.

Come avvenne a suo tempo nel caso di Edgar Allan Poe, dove a una scarsa ricezione della critica anglosassone si accompagnò una entusiastica accoglienza da parte di Baudelaire, in questo caso è uno scrittore e non un poeta francese a scrivere un saggio che è pura e coraggiosa ammirazione per uno scrittore ritenuto “di nicchia” per molto tempo. Rispetto a Poe le cose sono molto cambiate, come si perita di puntualizzare Stephen King nella sua presentazione al saggio di Houllebecq intitolata “The Lovecraft’s pillow” (postfazione nella traduzione italiana: “Il cuscino di Lovecraft”). La critica letteraria statunitense è adesso pronta a riconoscere lo spazio che un autore come Lovecraft può e deve occupare rispetto ad altri “Grandi” ortodossi. Forse però, il Saggio di Houellebecq è stato scritto per ricordare questo a noi europei.

Houllebecq è attualmente riconosciuto come “l’enfant terrible” della letteratura francese, avendo ribadito ancora un volta la pregnanza del suo ruolo con il suo ultimo lavoro La carta e il territorio. Benché lo scrittore prediliga nei suoi romanzi ambienti mondani e situazioni fin troppo “veriste”, il lettore non tarderà a riconoscere nella sua prosa quelle tracce di cinismo e quella vena serpeggiante di disagio sociale che è un prologo all’orrore ben più grande di cui parlava Lovecraft, “un odio contro il Mondo” appunto, un orrore cosmico.

Fin dalle prime pagine, Houellebecq si mostra ricettivo alle implicazioni contenute nella narrativa del suo “Maestro e ispiratore”. Il suo intento, come sempre di stupire, è scrivere un saggio non-accademico su di un autore considerato “marginale” dalla critica europea, con chiari intenti polemici, visto che Michel Houellebecq è da sempre il beniamino di un certo tipo di critica intellettuale non solo in Francia, ma l’operazione riesce, in quanto Houellebecq si dimostra un ammiratore attento a tutta prova. Fin dalla prefazione, lo scrittore francese confessa di essersi avvicinato a Lovecraft sin dai sedici anni e di aver poi proseguito la lettura dei suoi epigoni e continuatori, ripercorrendo le tappe ideali di qualsiasi “ammiratore” che si rispetti.

Michel Houellbecq, fotoL’inizio del suo saggio va ubicato verso il 1988, e va considerato come un “esperimento” dato che prima di allora, come egli stesso confessa, conosceva ben poco della vita di Lovecraft: “Giudicando a posteriori, mi sembra di aver scritto questo libro come una specie di primo romanzo; un romanzo con un solo personaggio (lo stesso H.P. Lovecraft) e nel quale tutti i fatti riferiti e i testi citati sono autentici, nondimeno una specie di romanzo …” (op. cit. p.6).

Le ragioni di tale passione vanno per Houellebecq ricercate sia nel “materialismo” di cui Lovecraft si è sempre fatto convinto sostenitore, sia per la sua non sottile xenofobia. Vediamo da subito che Houellebecq sceglie di trattare due argomenti “scomodi”; il primo in quanto sia critica che lettori, da un capo all’altro dell’oceano, tendono forse universalmente a posporre tale primo elemento rispetto alle componenti “Gotiche” del maestro di Providence, dimenticando forse che egli non ha mai attribuito alla sua letteratura significati “esterni” al semplice gioco letterario. Il secondo in quanto va a toccare un aspetto di Lovecraft che è fonte da sempre di continuo imbarazzo, sia per i suoi sostenitori che per i suoi detrattori. Vedremo presto che in questo come in altri aspetti, Houellebecq farà prova di una capacità di analisi franca e aperta che dovrebbe servire di lezione a molti critici.

Il suo saggio possiede una mirabile organizzazione architettonica che amalgama sapientemente elementi di critica letteraria a passi importanti della biografia di Lovecraft, avvicinandosi in questo molto più alla chiarezza espositiva di S.T. Joshi che all’analisi, spesso confusa, di Lyon Sprague de Camp, che pure cita. Il disinteresse di Lovecraft per la vita in generale viene ribadito e analizzato con lucidità, per Lovecraft la vita è il Male con la M maiuscola: qualunque posizione contraria a questo assunto genera sospetto, il sospetto di una monumentale ipocrisia. L’assolutezza di questa affermazione, ricostruita tramite il “corpus” epistolare del Maestro di Providence oltre che attraverso quelli che Houellebecq definisce i suoi “Grandi testi”, ha fatto di lui un narratore “popolare”, la cui fortuna letteraria è destinata a sopravvivere e a crescere dopo la sua morte.

Tale prospettiva trova riscontro puntuale anche all’interno della disamina che David Punter fa dei grandi scrittori di letteratura gotica, anche se Punter non condividerà molte altre posizioni di Houellebecq su Lovecraft. L’unica differenza tra Lovecraft e altri scrittori popolari come Conan Doyle o Dumas, sta nel fatto che essi furono sufficientemente consapevoli di stare dando vita a un vero e proprio “corpus” mitologico, mentre H.P.L. era fermamente convinto che la sua creazione sarebbe morta con lui.

Lovecraft Easter Island, immagineAffascinante è anche l’analisi che Houellebecq fa del rapporto che intercorre fra Lovecraft e l’attività di scrittura, coerente sia con il suo stile di vita che con le sue convinzioni personali, a detta di Houellebecq, irreprensibili. Per meglio rappresentare quanto esposto basterà un estratto dalla prima lettera scritta da Lovecraft a Farnsworth Wright, direttore della rivista pulp Weird Tales:

“Gentile Signore, avendo l’abitudine di scrivere racconti bizzarri, macabri e fantastici per mio proprio divertimento, recentemente sono stato benevolmente assalito da una decina di cari amici che mi sollecitavano a sottoporre alla vostra giovani rivista alcuni miei «orrori gotici». Allego dunque alla presente cinque racconti scritti tra il 1917 e il 1923. I primi due sono probabilmente i migliori. Perciò, se non dovessero piacerle, può risparmiarsi il fastidio di leggere gli altri
[…]. Non so se le piaceranno, poiché da parte mia non mi sono mai preoccupato di inseguire i requisiti dei testi «commerciali». Il mio unico scopo consiste nel piacere che traggo dal creare situazioni bizzarre e atmosfere d’effetto; e l’unico lettore di cui tengo conto sono io stesso…”

Se la posizione di Lovecraft in merito all’editoria e alla scrittura commerciale del tempo non risultasse chiara dal tenore di questa lettera, si potrebbero aggiungere il suo deciso rifiuto a dattilografare i testi dei suoi racconti (puntualmente consegnati zeppi di cancellature), il suo rifiuto a chiedere anticipi e aumenti, atteggiamento non consono alla sua dignità di gentiluomo puritano, etc. Una condotta esemplare, ma , come rileva Houellebecq, in un mondo che ha fatto della competitività economica e sessuale le colonne portanti della Civiltà attuale, Lovecraft non poteva che occupare un ruolo tragico e singolare.

In questo bisogna rilevare che la narrativa di Houellebecq, da Piattaforma a La carta e il territorio, presenta lo stesso disprezzo esibito da Lovecraft per la carnalità e la posizione economica e sociale dei personaggi, con le sue scene di sessualità cruda e disturbante e la meschinità che sottende a qualsiasi tipo di rapporto sociale, questo a ulteriore testimonianza del fatto che, come a suo tempo rilevò Jacques Bergier, la grande innovazione di Lovecraft all’interno della letteratura fantastica consistette, e consiste, nell’introduzione dell’elemento “materialista” nel genere Gotico.

Lovecraft: contro il mondo, contro la vita, 2001, copertinaMa è nella parte da Houellebecq intitolata “Tecniche d’assalto” che l’autore passa a una disamina più precisa dell’elemento prettamente stilistico nella narrativa di Lovecraft. Houellebecq opera una distinzione calzante fra quella che è la cosiddetta “tecnica ad accumulo” e la tecnica più utilizzata invece da Lovecraft. Come primo esempio riporta l’andamento classico di un racconto di Richard Christian Matheson; normalità più assoluta, tipica famiglia americana media, barbecue, casa, giardino, poi l’elemento irrazionale si fa gradatamente strada, il Male prende forma. Lovecraft invece, come riporta Houellebecq: “Non ha nessuna voglia di dedicare trenta pagine, e nemmeno tre, alla descrizione della famiglia media americana”.

L’attacco che Lovecraft intraprende contro la realtà è un “attacco frontale”, con lui sappiamo fin da subito di che si tratta, basta leggere poche righe dall’incipit de “ Il richiamo di Cthulhu”: “A mio avviso, il favore più grande che il cielo ci ha reso è l’incapacità della mente umana di mettere in relazione tutto ciò che esso racchiude. Viviamo su un’isola di beata ignoranza posta al centro di neri oceani d’infinito, e non era scritto che dovessimo attraversarli…”

Houellebecq rileva, a nostro parere giustamente, che Lovecraft non aveva alcuna intenzione di “blandire” il lettore per interessarlo alla storia, scriveva già per un pubblico di appassionati e fanatici, e lo trovò, anche se dopo la sua morte. Quella che egli opera è una trasformazione radicale del linguaggio. Nessun ambito scientifico viene tralasciato da Lovecraft durante la stesura di un racconto, nessuna area della conoscenza egli decida di trattare viene affrontata senza la necessaria previa documentazione, che sia costituita dalla natura dei batraci o dalla stesura di un rapporto scientifico in Alaska. Ma ciò che forse costituisce la ragione maggiore del disdegno che da sempre la critica ha dimostrato per lo scrittore di Providence, è l’uso smodato degli aggettivi, uso necessario alla concezione del terrore che Lovecraft voleva illustrare.

Houellebecq cita ad esempio la parte finale di “Prigioniero delle Piramidi”, racconto scritto per l’illusionista Houdini: “No! Gli ippopotami non dovrebbero avere mani umane, né portare torce!”. L’uso di una tale terminologia a effetto adesso farebbe sì che lo sventurato e ingenuo scrittore “colpevole” vedesse rifiutato il proprio racconto da una sponda all’altra dell’oceano ma, paradossalmente, è proprio questo tipo di scrittura la più capace di attrarre il mondo dell’adolescenza e dell’infanzia a quell’altro mondo complesso e articolato che è il mondo della paura.

Fernando Savater, fotoIl grande studioso spagnolo Fernando Savater rilevò a suo tempo nel suo libro più evocativo, Creature dell’aria, che l’Universo del terrore è essenziale al lettore bambino o adolescente quanto e più della narrativa d’avventura, e sicuramente due o tre volte più della stucchevole letteratura “di genere” zeppa di folletti, fatine, o licei dove ci si approccia alla vita flirtando o gettandosi in scorribande con “amici compiacenti”. Il Terrore è la prima rappresentazione dell’Ignoto della vita in generale, la conquista o la morte nella città oscura di R’lyeh è una rappresentazione più vera del mondo di quanto non lo sia il liceo, la casa o la scuola, perché è la prefigurazione dell’irrazionalità dell’esistenza. Il vasto mondo è un gioco a incastro di porte davanti alle quali stanno in agguato guardiani terribili, e sapere di cosa sia fatta la paura insegna le parole di potere con le quali esorcizzarli.

Il tipo di linguaggio che usa Lovecraft, diretto, preciso e scientifico, e al tempo stesso fortemente aggettivato, piace ai suoi lettori adolescenti, si insinua nella tradizione del pulp e sfocia nella narrativa popolare di uno Stephen King o di un Dean R. Koontz, i quali pur di arrivare all’obbiettivo prefisso (generare terrore) non disdegnano affatto l’uso letterario dello slang.

Questo uso spregiudicato della lingua manca in Europa, in Francia e soprattutto in Italia, ancora imbalsamata in trite costruzioni sintattiche di tipo D’Annunziano che neppure Carlo Emilio Gadda riuscì a esorcizzare. Già a suo tempo, Pier Paolo Pasolini avvertiva nelle sue Lettere Luterane dell’esistenza di un “gap”, adesso diventato insondabile, apertosi fra linguaggio “giovanile” e cosiddetto “linguaggio colto”. Adattare il primo alle esigenze obsolete del secondo, non solo impedisce il necessario scambio comunicativo che dovrebbe esistere fra generazioni differenti, ma strozza anche la necessaria evoluzione del linguaggio stesso, lo imbalsama in strutture che non trovano più posto nelle mutate condizioni sociali e culturali, impedisce alla cultura stessa di “evolversi”.

Altro elemento che Houellebecq rileva è la costruzione “Architettonica” di Lovecraft. All’interno della sua macchina perfetta e coerente, il disgusto e l’orrore vengono sapientemente preparati con una ricca gamma di sfumature olfattive, sonore e tattili prima che meramente visive. Houellebecq cita la costruzione del terrore tal come si sviluppa in “The Shadow Over Innsmouth”: i suoni risucchianti emessi dagli “ibridi”; la sensazione costante di trovarsi in un luogo ostile, formato da superfici viscide; l’odore di pesce marcio che si fa via via più opprimente… Tutte sensazioni che solo la tecnica narrativa di Lovecraft può illustrare e, in questo caso, solo la letteratura.

Nel suo paragrafo “E allora vedrete una possente cattedrale”, Houellebecq attira l’attenzione anche sull’entusiasmo da sempre mostrato da Lovecraft per l’architettura, riportando, a titolo di esempio, la descrizione epistolare che fa alla zia della città di New York:

“Ammirando quella prospettiva mi sono sentito quasi svenire di frenesia estetica – quell’atmosfera vespertina con le innumerevoli luci dei grattacieli, i riflessi sfavillanti e i fanali dei battelli che scivolavano sull’acqua – a sinistra la scintillante Statua della Libertà e a destra il lucido arco del ponte di Brooklyn. Era qualche cosa di ancora più possente dei sogni della leggenda del Vecchio Mondo – una costellazione di una maestà infernale – un poema tra le fiamme di Babilonia! […]”.

H.P. Lovecraft: contre le monde, contre la vie, 1999, copertinaDi fronte a una tale maestosa ammirazione, Houellebecq non può che annotare: “Non è azzardato supporre che qualche giovane, uscito pieno di entusiasmo dalla lettura dei racconti di Lovecraft, si sia sentito spinto a intraprendere lo studio dell’architettura”. Tali descrizioni ricorrono sia in “The Dreams in the Witch House”, con le sue geometrie non-euclidee, le superfici verdastre, le luci irreali, sia in “The Call of Cthulhu”. Il rapimento estetico di Lovecraft è di ordine architettonico, il senso di orrore e straniamento è invece olfattivo, uditivo e tattile, ecco perché il cinema e le arti visive non sono state mai capaci che di mediocri imitazioni della narrativa lovecraftiana. In altre parole, la letteratura in Lovecraft è carne, sangue (anche se non sempre umano) e struttura; un organismo a sé stante, una macchina mitologica che saccheggia da linguaggi eterogenei, sensazioni eterogenee, ma non può essere saccheggiata.

Altra spinosa questione la offre il tema del razzismo di Lovecraft. Houellebecq rileva, e non è il solo a farlo, che la xenofobia di tipo manierato di cui Lovecraft dà prova durante il periodo passato con le zie a Providence, subisce una escalation progressiva e drammatica durante il suo trasferimento a New York e il suo matrimonio. In una realtà tentacolare e competitiva come quella di una grande città, non c’è alcuno spazio per il senso di purezza razziale “WASP” che Lovecraft abitualmente esibisce. Gli immigrati sono più duttili e si gettano a capofitto in quella realtà meschina e commerciale che Lovecraft disprezza. Nondimeno la penuria monetaria, acutizzatasi con il matrimonio, costringe Lovecraft a una serie di compromessi frustranti e alla constatazione del fatto che, nonostante i suoi sforzi, non riesce a trovare impiego.

I non-americani sono doppiamente colpevoli, per Lovecraft, di riuscire a trovare lavoro nonostante un americano “autentico” come lui non ci riesca, e di gettarsi senza remore in quella vita ribollente e movimentata che egli disprezza, e contro la quale sempre si è battuto. Ma nonostante le apparenze, è questa seconda constatazione, più che la prima, a esasperare l’ostilità dello scrittore. Per meglio comprendere in che consista quest’ultima affermazione, sarà forse d’aiuto riportare un estratto da una storia di Thomas Ligotti, uno dei continuatori più geniali e originali dell’opera di Lovecraft, tratto dal suo racconto “Severini”:

“Il mio corpo, un tumore che una volta fu estratto dal corpo di un altro tumore, un pezzo di malattia che sta sempre cuocendo la sua propria malattia. E nella mia mente un’altra malattia, la malattia della malattia. Da tutte le parti, la mia mente vede la malattia di altre menti e altri corpi, questi altri organismi che sono solo altre malattie, un incubo totale dell’organismo. «Dove mi porta!» gridò (gridammo) alle facce marroni e giallastre. «Dobbiamo risolvere il problema dell’infezione intestinale lo sappiamo, lo sappiamo». Ripeterono quelle parole per tutto il cammino, come sembrava, mentre la città scompariva dietro gli alberi e gli arbusti, tra i fiori giganteschi che odoravano di carne putrefatta e i funghi e la mucillagine della cloaca tropicale. Conoscevano la malattia e l’incubo perché vivevano in quel luogo dove l’organismo cresceva senza restrizioni, con quelle forme tanto variate e esotiche, verso un destino dal quale non poteva fuggire”.

È una descrizione abbastanza fedele di come Lovecraft concepisce la vita a New York, di come percepisce la sua e la altrui malattia, che è la malattia di vivere nell’anonimato e nella penuria, l’altra faccia del sogno americano di “melting-pot”. La consapevolezza di appartenere a un unico organismo malato, malato di vivere un’esistenza bruta, fatta di morte, nascita, riproduzione e ancora morte. Un’immensa giungla tropicale dove la vita si manifesta nella sua essenza marcescente, protetta da un’architettura grandiosa e straniante.

Nell’esperienza a New York di Lovecraft, rileva Houellebecq, ci sono “in nuce” tutti i “Grandi testi” dell'autore del Rhode Island, ma soprattutto è paradossalmente in questo suo razzismo esasperato (non esita a paragonare gli immigrati a funghi di palude e limo) che Lovecraft ritrova il suo posto nell’umano consesso. Diventa parte integrante, che lo voglia o no, di “quell’organismo tumefatto” che è la vita, si sporca anche lui di quel limo primordiale, ritrova quella condivisione che aveva sempre evitato con i suoi modi da affettato gentiluomo anglosassone, e questa esperienza corale e comunitaria assume il peso di una Rivelazione, oscura e potente.

H.P. Lovecraft: Against the World, Against Life, 2009, copertinaNella sua prefazione (postfazione, nell’edizione italiana) Stephen King riassume per noi i paragrafi di Houellebecq in un’unica poderosa frase che, per dirla con lo scrittore francese: “sono la formula per fallire nella vita e riuscire nell’arte. Anche se su quest’ultimo punto il risultato non è garantito…” e la frase è: “Aggredisci la storia come un raggiante suicidio, afferma senza timore il grande NO alla vita, allora vedrai una magnifica cattedrale e i tuoi sensi, vettori di un indefinibile sconvolgimento, tracceranno un intero delirio che si perderà nelle innominabili architetture del tempo”. La frase con la quale Houellebecq riassume la narrativa di Lovecraft e quella dei suoi continuatori più dotati e ricettivi.

È curioso notare come una certa parte della critica anglosassone non sia altrettanto pronta a riconoscere la posizione assolutamente innovativa che Lovecraft occupa nella letteratura gotica, sia a livello stilistico che di vera e propria coerenza filosofica. Uno fra tutti proprio David Punter, peraltro originale e coraggioso partigiano del genere Gotico, così parla dello scrittore di Providence: “Forse non occorre dire molto di più su Lovecraft: la sua prosa è rozza, ripetitiva, leggibile dietro coercizione, la quintessenza della narrativa popolare. Nella maggior parte dei casi egli riduce i motivi gotici a una sorta di meccanismo; il suo posto nella tradizione non è quello di un innovatore e neppure di un modificatore, ma è più quello di un rievocatore dell’ultim’ora degli antichi orrori …” dove prima il critico aveva insistito sulle “rimozioni” (freudiane) di tipo “razziale e sessuale”, nonostante Stephen King (pure elogiato da Punter) abbia già rilevato che racconti come “L’orrore di Dunwich” e “Alle montagne della follia” contengano ben poco all’infuori dell’elemento sessuale.

Un altro chiaro caso di “nemo profeta in patria”, al quale Houellebecq e altri hanno doverosamente e esaustivamente risposto. La nostra critica, peraltro, tende ancora a svincolare la produzione narrativa di Houellebecq da questo saggio, che si conosce ancora per sentito dire e per “passaparola”. Naturalmente, la biografia di Joshi è più esaustiva e completa, soprattutto considerando che Joshi non insiste “solo” sugli aspetti rimarcati da Houellebecq, ma anche così il saggio dello scrittore francese raggiunge una certa sorta di completezza fra vita e stile di Lovecraft, che è quanto vogliamo leggere, oltre al fatto che è il primo tentativo da parte di un intellettuale europeo non “di nicchia” di confronto “serio” con la narrativa del Maestro di Providence. Non resta che augurarci uno sforzo simile anche da parte dei nostri.

Bibliografia:
Michel Houellebecq, H.P. Lovecraft contro il mondo contro la vita, postfazione di Stephen King, Bompiani, 2005
David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti, 2000
Thomas Ligotti, The Nightmare Factory, Carroll & Graf, 1996
Fernando Savater, Creature dell’aria, Ed. Instar, 1993
Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, Einaudi, 1976

Mariano D’Anza

lunedì 7 febbraio 2011

Grimscribe: Thomas Ligotti in riedizione Subterranean Press

Grimscribe: His Lives and Works, 2011, copertinaSe sono ormai diversi anni che Thomas Ligotti non propone più nuovi racconti, prosegue d’altra parte la sua opera di revisione, e talvolta riscrittura, per la definitiva riedizione delle sue prime storiche raccolte narrative presso l’americana Subterranean Press, inaugurata nel 2010 con Songs of a Dead Dreamer per proseguire, quest’anno, con il secondo volume Grimscribe: His Lives and Works.

Pubblicato in origine nel 1991, da Carroll & Graf negli Stati Uniti e dalla Robinson Publishing per il Regno Unito, a due anni dall’esordio de I canti di un sognatore morto l’uscita di Grimscribe consolidò l’alta reputazione in campo horror dell’autore, sino ad allora relegato fra gli ambienti del fandom e dell’editoria minore.

Come descritto nella nota editoriale, le storie presentate in questa sede “sono state rivedute per cogliere in pieno le mire artistiche degli originali, piuttosto che a comporre nuove versioni delle opere. Alla maniera del suo predecessore in questa serie, il presente volume può quindi essere considerato sia come una riedizione che come il culmine del suo magistrale sforzo letterario di vent’anni fa”.

Ancora con una copertina illustrata da Aeron Alfrey, l’uscita è prevista per la primavera del 2011. Nel frattempo, il libro è preordinabile a $40 per la propria versione commerciale, e per 60 dollari nell’edizione limitata in 250 copie numerate, firmate e rilegate in pelle; il tutto attraverso la pagina dedicata sul sito web di Subterranean Press.

Grimscribe: His Lives and Works
Thomas Ligotti
Subterranean Press, 2011
copertina rigida, $40.00
ISBN 9781596064096

Andrea Bonazzi

venerdì 4 febbraio 2011

21st Century Gothic: il romanzo gotico nell'ultimo decennio

21st Century Gothic, 2010, copertinaIl romanzo gotico nel primo decennio di questo nuovo secolo è il tema portante della raccolta saggistica 21st Century Gothic. Great Gothic Novels Since 2000, pubblicato dall’americana Scarecrow Press a cura di Danel Olson, insegnante al Lone Star College di Houston, in Texas, e già curatore della serie di antologie narrative Exotic Gothic apparse in tre volumi per la Ash-Tree Press.

Un percorso tra le nuove espressioni del gotico attraverso 53 saggi e articoli di noti e meno noti critici, esperti e autori di genere, da Darrell Schweitzer a David Punter fino a Lisa Tuttle, Reggie Oliver, Nicholas Royle o Steve Rasnic Tem, analizzando le opere più rappresentative scritte fra il 2000 e il 2010 fra La torre nera di Stephen King e The Darkest Part of the Woods di Ramsey Campbell, Il figlio del cimitero di Neil Gaiman e il Peter Straub di A Dark Matter, non senza passare per l’immancabile saga di Twilight in mezzo ai molti goticheggianti spunti del nuovo millennio.

La prefazione si affida a S. T. Joshi, in un corposo volume di circa 700 pagine dal costo tutt’altro che abbordabile – per confermare la regola delle edizioni accademiche sempre ad alto prezzo. Informazioni presso il sito web dell’editore, qui a seguito l’indice dei contenuti al completo:

Foreword – S. T. Joshi
Introduction – Danel Olson
From Asperger’s Syndrome to Monosexual Reproduction: Stefan Brijs’s The Angel Maker and its Transformations of Frankenstein – Jerrold E. Hogle
The Sleep of Reason: Gothic Themes in Banquet for the Damned by Adam L. G. Nevill – James Marriott
Beasts: Joyce Carol Oates and the Art of the Grotesque – Peter Bell
The Blind Assassin by Margaret Atwood as a Modern “Bluebeard” – Karen F. Stein
Death and The Book Thief by Markus Zusak – Steve Rasnic Tem
Cinematic Femme Fatales and Weimar Germany in Elizabeth Hand’s The Bride of Frankenstein: Pandora’s Bride – Marie Mulvey-Roberts
Ghosts in a Mirror: Tabitha King and Michael McDowell’s Candles Burning – Nancy A. Collins
Repositioning the Bodies: Peter Ackroyd’s The Casebook of Victor Frankenstein and Other Monstrous Retellings – Judith Wilt
Marvels and Horrors: Terry Dowling’s Clowns at Midnight – Leigh Blackmore
What We Hide Within Us: Thoughts on Albert Sánchez Piñol’s Cold Skin – Brian J. Showers
Michel Faber, Feminism, and the Neo-Gothic Novel: The Crimson Petal and the White – Mary Ellen Snodgrass
Shedding Light on the Gothic: Peter Straub’s A Dark Matter – Brian Evenson
Gothic Western Epic Fantasy: Encompassing Stephen King’s Dark Tower Series – Tony Magistrale
Wonder and Awe: Mysticism, Poetry, and Perception in Ramsey Campbell’s The Darkest Part of the Woods – Adam L. G. Nevill
Drac the Ripper: James Reese’s The Dracula Dossier, Consciousness Disorders, and Nineteenth-Century Terror – Katherine Ramsland
The New Southern Gothic: Cherie Priest’s Four and Twenty Blackbirds, Wings to the Kingdom, and Not Flesh Nor Feathers – Don D’Ammassa
Margot Livesey’s Eva Moves the Furniture: Shifting the House of Gothic – Tunku Halim
Fatal Women and Their Stratagems: Tanith Lee Writing as Esther Garber – Mavis Haut
A Monster Sensation: Victorian Traditions Celebrated and Subverted in Sarah Waters’s Fingersmith – Lisa Tuttle
Fairy Goth-Mothers: Maternal Wish Fulfillment in Kate Morton’s The Forgotten Garden – Walter Rankin
In Praise of She Wolves: The Native American Eco-Gothic of Louise Erdrich’s Four Souls – Danel Olson
Andrew Davidson’s The Gargoyle: Canadian Gothic – Karen Budra
The Perils of Reading: The Gothic Elements of John Harwood’s The Ghost Writer – James Doig
Making Fish Out of Men: Gothic Uncertainty in Gould’s Book of Fish by Richard Flanagan – Robert Hood
Raised By the Dead: The Maturational Gothic of Neil Gaiman’s The Graveyard Book – Richard Bleiler
Death Comes in the Mail: The Relentless Malevolence of Joe Hill’s Heart-Shaped Box – Darrell Schweitzer
Vlad Lives! The Ultimate Gothic Revenge in Elizabeth Kostova’s The Historian – Danel Olson
Gothic New York in James Lasdun’s The Horned Man – Nicholas Royle
Economies of Leave-Taking in Mark Z. Danielewski’s House of Leaves – Laurence A. Rickels
Dread and Decorum in Susanna Clarke’s Jonathan Strange & Mr. Norrell – Douglass H. Thomson
Renovation is Hell, and Other Gothic Truths Deep Inside: Jennifer Egan’s The Keep – Danel Olson
Nancy Drew Goes Gothic? The Little Friend by Donna Tartt – Lucy Taylor
The Tyranny of Time and Identity: Overcoming the Past in Gregory Maguire’s Lost – Jason Colavito
“And That Was the Reason I Perished”: Trauma’s Transformative Potential in Alice Sebold’s The Lovely Bones – August Tarrier
Deadly Words: The Gothic Slumber Song of Chuck Palahniuk’s Lullaby – Sue Zlosnik
His Dark Materials: Gothic Resurrections and Insurrections in Patrick McGrath’s Martha Peake – Carol Margaret Davison
The Vigilante in Michael Cox’s The Meaning of Night: A Confession – Heather L. Duda
London Demons: Cursed, Trapped, and Haunted in William Heaney’s (Graham Joyce’s) Memoirs of a Master Forger – K. A. Laity
Haunting Voices, Haunted Text: Toni Morrison’s A Mercy – Ruth Bienstock Anolik
Borderline Gothic: Phil Rickman and the Merrily Watkins Series – John Whitbourn
Narrative and Regeneration: The Monsters of Templeton by Lauren Groff – Graham Joyce
Educating Kathy: Clones and Other Creatures in Kazuo Ishiguro’s Never Let Me Go – Glennis Byron e Linda Ogston
Cormac McCarthy’s No Country for Old Men: Western Gothic – Deborah Biancotti
Jeffrey Ford’s The Portrait of Mrs. Charbuque: A Picturesque Terror – Charles Tan
Gothic Maternity: The Pumpkin Child by Nancy A. Collins – Karin Beeler
Natsuo Kirino’s Real World: Murder and the Grotesque through Teenage Eyes – Edward P. Crandall
The Longest Gothic Goodbye in the World: Lemony Snicket’s A Series of Unfortunate Events – Danel Olson
A Labyrinth of Mirrors: Carlos Ruiz Zafón’s The Shadow of the Wind – Romana Cortese e James Cortese
An Icy Allegory of Cultural Survival: Gothic Themes in Dan Simmons’s The Terror – Van Piercy
Are They All Horrid? Diane Setterfield’s The Thirteenth Tale and the Validity of Gothic Fiction
Snakes, Bulls, and the Preoccupations of History: Alan Garner’s Thursbitch – David Punter
Gothic, Romantic, or Just Sadomasochistic? Gender and Manipulation in Stephenie Meyer’s Twilight Saga – June Pulliam
Shaggy Dog Stories: Jonathan Carroll’s White Apples as Unconventional Afterlife Fantasy – Bernice M. Murphy – Reggie Oliver


21st Century Gothic. Great Gothic Novels Since 2000
a cura di Danel Olson
The Scarecrow Press, 2010
copertina rigida, 710 pagine, $75.00
ISBN 9780810877283

Andrea Bonazzi

mercoledì 2 febbraio 2011

Algernon Blackwood, fra genere gotico e occultismo

Algernon Blackwood, 1916, fotoAltro sognatore “scientifico” fu l’illustre figlio della Duchessa di Manchester, Algernon Blackwood. Come spesso era solito accadere nell’Inghilterra agli inizi del ventesimo secolo il padre del Nostro, un alto funzionario del Ministero delle Poste Britanniche, aderisce a una setta fondamentalista di stampo calvinista (quasi la stessa occorrenza toccata in sorte ad Aleister Crowley), condannando così il figlio a una carriera che è facile prevedere. Il giovane Algernon dimostrò subito una capacità di sopportazione molto limitata, tratto distintivo di ogni buon sognatore individualista che si rispetti, ma in particolare nei riguardi di una Divinità che condanna o perdona aprioristicamente.

Al termine di una esperienza di soggiorno e studio in Moravia, voluta dai genitori allo scopo di far apprendere al figlio il tedesco, lingua utile al commercio, il giovane Algernon deciderà ribellarsi alla religione dei suoi genitori mediante lo studio delle dottrine occulte, dell’ipnotismo e dei Veda. Successivamente, il Nostro viene inviato in una fattoria in Canada a curare alcuni affari di famiglia, esperienza che si rivelerà fallimentare. Lo vediamo tornare in un secondo momento e nello stesso luogo, ma per passare un lungo periodo nei boschi ancora parzialmente inesplorati di quelle regioni, in completo ritiro dal mondo e a “scopo di studio”, esperienza dalla quale Blackwood trarrà i suoi migliori “Camp Tales” (uno fra tutti “The Wendigo”).

Lo troviamo ancora una volta a New York, in rotta completa con la famiglia, senza soldi e senza alloggio, accusato di vagabondaggio e perfino di incendio doloso. Il suo migliore amico di allora, Arthur Bigge, si rivelerà in realtà un approfittatore senza scrupoli che si involerà rubandogli le poche possessioni rimastegli. In un secondo momento Blackwood ritroverà il suo persecutore e lo farà arrestare, dopodichè si farà assumere come reporter dal New York Times, occupazione che gli donerà anche una relativa stabilità economica. Di questo periodo, Blackwood ci ha lasciato un alter-ego indimenticabile, Jim Shorthouse, e due fra i suoi migliori racconti: “The Empty House” e “A case of Eavesdropping”.

È normale che un sognatore di professione vada alla ricerca di lontananze immaginate, ma è molto raro che queste si concretizzino in distanze fisiche. Le sue inquietudini personali, lo spingono infatti ad abbandonare il mestiere di reporter per quello di commerciante di alcolici, poi ancora sarà segretario di un famoso milionario, per infine abbandonare i suoi vagabondaggi e fare ritorno alla natia Inghilterra, come scrisse un suo biografo: “se non ricco di beni, quanto meno di esperienza”.

Starlight Man: The Extraordinary Life of Algernon Blackwood, 2001, copertinaDopo il suo ritorno, Blackwood si dedicò alla scrittura professionale e fu iniziato alla Golden Dawn da un amico (molto probabilmente quel M.W. al quale dedica il suo ciclo di John Silence) tornando così imperiosamente alle vecchie passioni giovanili. Ciò che, secondo David Punter, àncora saldamente la narrativa di Blackwood alla tradizione gotica è la sua ricercata attenzione agli ambienti, oltre che alla psicologia dei personaggi.

Ma eccetto alcuni casi, rare volte si tratta di ambienti chiusi. In “Ancient Sorceries”, uno dei casi non risolti di John Silence, è un’intera cittadina medioevale a esercitare un influsso maligno e irreversibile sulla psiche del protagonista. La cittadina, mano a mano che la narrazione si dipana, assume sempre più le caratteristiche di una maledizione circolare, che si ripete a ogni nuova reincarnazione della “vittima”. Giurata una volta fedeltà al Demonio, il povero Vezin sarà per sempre condannato a ripetere il gesto e non ha alcuna importanza che la cittadina sia praticamente disabitata in data odierna, in quanto alla prima apparizione di Vezin, i fantasmi demoniaci sorgono automaticamente intorno a lui e prendono nuova vita, ma per ripetere eternamente la stessa attività di una volta; iniziare Vezin al male. Il protagonista riesce infine a ricordare quando avvenne il fatto la prima volta e, così facendo, ad esorcizzarlo parzialmente sotto le scrupolose attenzioni di John Silence. Ma quando infine il detective psichico viene interrogato sulla possibile guarigione dello sfortunato e prostatato Vezin, egli risponde: “...Riemersioni subliminali di ricordi come queste possono essere incredibilmente dolorose e talora molto, molto pericolose. Spero solo che quell’anima sensibile possa quanto prima fuggire dall’ossessione di quel passato violento e tempestoso. Ma ne dubito, ne dubito...”.

Come Punter rileva, si tratta del passato che ritorna con il suo carico di angosce irrisolte e ripetitività diabolica. Viene da pensare ai principi del romanzo gotico, dove il simbolo del passato ominoso viene sempre rappresentato da un luogo; il castello dei Mysteries of Udolpho di Ann Radcliff, L’abbazia di Ambrosio in The Monk di M.G. Lewis, o ancora la monumentale e tardiva Gormenghast di Mervyn Peake: il Castello infinito e illimitato, che non rappresenta solo un passato oppressivo e imbalsamato in quanto, come suggerisce Peake, Gormenghast è un’immagine diretta del mondo. Ma con Blackwood assistiamo alla genesi di un gotico più maturo ed “evoluto”, se vogliamo.

The Willows, 2003, copertinaIl passato, in Blackwood, si libera decisamente delle limitazioni da ambiente chiuso, per diventare semplicemente Ambiente. Egli sposta, con un’abile mossa da consumato autore, l’attenzione percettiva del lettore non sul luogo “isolato” dell’azione, ma sul mondo stesso in cui il lettore vive e opera, in altre parole sulla realtà del mondo in cui viviamo come vero ambiente chiuso, recintato da un universo ostile, costantemente in agguato e in attesa di rivelarsi qualora il velo della percezione “normale” si squarci in un istante di fatale rivelazione.

Fra i racconti che segnano il passaggio tra uno stile e l’altro, il più rappresentativo è senza dubbio “The Insanity of Jones”. La parafernalia del gotico vi si trova tutta, compresa la scena finale di vendetta con i suoi particolari efferati, violenza rappresentata con tratti di un’alienità tanto più ostica e straniante in quanto avallata da una Giustizia soprannaturale implacabile e imparziale. In questo racconto, il lettore benpensante non vede nient’altro se non lo sfogo di una persona isolata e mentalmente disturbata, il lettore “iniziato” vede invece solo il naturale compiersi di un atto di giustizia troppo a lungo posticipato. Blackwood gioca ancora qui con l’ambiguità della nostra percezione riguardo alla follia e alla sanità mentale, non parla a una categoria o a una classe sociale “statica” (l’aristocrazia decaduta o decadente del gotico classico o della ghost story vittoriana) ma alla middle-up class londinese post-imperiale, ovvero a quel coacervo metropolitano di inquietudini, frustrazioni e straniamento che è la cifra della nostra cosiddetta modernità.

Contrariamente a quanto accade all’ultimo rampollo di una qualsiasi condannata famiglia di nobili scozzesi o inglesi, con il loro carico represso di presagi familiari, in “The Insanity of Jones” gli “omina” di una vendetta soprannaturale non attendono nel quadro di un antenato ritratto con uno stile particolarmente vivido, né nella stanza chiusa di una magione avita né in una dimenticata camera di tortura, ma fra i tavoli di una mensa per impiegati, alla periferia di un quartiere proletario oppure nello stesso ufficio dove Jones trascorre la maggior parte della sua vita monotona e confusa. Non per questo dobbiamo pensare che gli elementi soprannaturali perdano qualcosa della loro magniloquenza tragica, anzi, questi non si risparmiano neppure un trucco fra quelli tipici del genere; si permettono addirittura di giustificare e assolvere il protagonista, inviando per lui una guardia soprannaturale che lo scorta alla punizione con una spada fiammeggiante, forse consapevoli del fatto che fra “quelle facce soprannaturali che si affollano intorno a Jones” si trovino anche quelle persone “normali” che non assolvono e non perdonano secondo le leggi di questo mondo.

Wendigo, illustrazione di Matt FoxCome vediamo, l’unico accenno al conservatorismo “classico” del gotico o della ghost story rimane solamente in una certa qual alzata d’orgoglio tipicamente cockney, che consiste nel criticare la modernità in quanto arida e imbarbarita al momento di condannare senza appello un valore sacro e dignitoso quale il vecchio concetto aristocratico di “vendetta”.

Ma a pensarci bene, ciò serve magnificamente a Blackwood per alzare ancora di più il livello di ambiguità del racconto. Viene da pensare all’altrettanto ambiguo “tema del traditore e dell’eroe” di J.L. Borges, con il suo carattere di ripetitività ossessiva (il concetto di “destino” che in Borges è quasi più da intendersi come simbolo dell’arethè gauchesca argentina, più che ragionata riflessione sul concetto orientale di reincarnazione) e con la sua accumulazione di presagi nonchè strizzata d’occhio all’epica classica.

Se quello che scrive David Punter è esatto, ovvero che: “In Blackwood il regno del Soprannaturale è accettato come esistente, le sue storie sono piene di «spiegazioni»... ma sono spiegazioni che presuppongono una credenza,” quanto da lui sottolineato è tanto più vero sia per i casi di John Silence che per i suoi magnifici “Camp Tales”. È in questi che si rende Palese l’interesse “scientifico” che Blackwood nutre nei confronti dell’occulto, e precisamente è qui che egli si libera della sua doppia oppressione di tipo psicologico costituita in parte dal filisteismo ipocrita e bigotto della borghesia mercantile emergente, in parte dalla statica immobilità dell’aristocrazia decadente. Blackwood conosce la seconda attraverso la madre e la prima per averla vissuta sualla pelle attraverso i suoi viaggi in giro per il mondo, oltre che attraverso la pletora di occupazioni “moderne” alle quali si era dedicato.

Il Blackwood più maturo e più abile è per l’appunto il Blackwood che rispolvera la sua passione giovanile per l’occulto, l’ipnosi, la natura dei demoni e delle entità “elementali”, la magia; ma stavolta con occhi nuovi e con un bagaglio di esperienze molto più vasto e profondo. Potremmo anche dire, attraverso un percorso “gnostico” che assomiglia molto a quello mistico-alchemico di Arthur Machen. Nei suoi racconti ad ambiente naturale, troviamo quella componente del gotico che alcuni critici hanno denominato attenzione verso “Il barbarico”. Fanno bella scena di sé ambienti selvaggi, personaggi non-civilizzati o semi-civilizzati come il Défago di “The Wendigo”. Ma ancora una volta Blackwood inverte la cifra e il segno della narrazione per aumentare la nostra completa confusione, in quanto non sono realmente Entità appartenenti a un’altra dimensione a invadere il nostro Mondo, anche se ancora in buona parte inesplorato e ostile: siamo noi a invadere i loro rifugi, pagandone le tragiche conseguenze.

Forest Beasts, illustrazione di John KennI personaggi di Blackwood, nota sempre giustamente David Punter, non fanno in realtà nulla per meritare tale funesto destino: vi incappano quasi sempre per casualità. A volte, ma solo in casi rari, tale casualità non è affatto tale (come in “May Day Eve”); più spesso invece vale il detto “l’ignoranza non è una scusante”.

Il racconto lungo, o romanzo breve “The Man Whom the Trees Loved” costituisce un esempio magistrale in questo senso. Un uomo mite e riflessivo si ritira a vivere con la moglie in una augusta magione posta sul limitare di un bosco immenso. L’uomo ama gli alberi, per i quali ha sempre nutrito una speciale passione, ciò che ancora ignora è quanto dagli alberi egli sia riamato...

Fin dal principio del racconto, caratterizzato da quel tipo di preparazione lunga e dettagliata che costituisce il “marchio di fabbrica” di Blackwood, assistiamo a uno scontro di volontà impari e disperato fra la moglie del protagonista, tesa a difendere il marito da una minaccia esterna da lei avvertita e presagita, e quella delle “Entità” del bosco, che la parola “Alberi” definisce solo parzialmente. Gli Alberi attirano l’uomo sempre più verso di loro, si avvicinano alla casa di notte per riallontanarsi a giorno fatto, tendono i loro rami sul capo del dormiente per frusciare nelle sue orecchie un richiamo che è sempre lo stesso: “unisciti a noi”. I tentativi di salvataggio e opposizione della moglie sono tanto disperati quanto commoventi, è l’ultimo baluardo della “Ragione comune” contro “L’Altro Mondo”, le cui dinamiche Blackwood ricostruisce con accenni e con una concezione di fondo che ha origini antiche e poco esplorate.

La selva dell’uomo amato dagli alberi, così come quella canadese in “The Wendigo” o quella galleggiante in “The Willows”, è sempre la stessa; è la “Hyle” dei teologi gnostici della scuola di Chartres, la materia indifferenziata, il caos agli inizi della Creazione o, meglio detto, ai suoi margini, e contrariamente a quanto credevano gli aristotelici è una “Entità senziente” e dotata di volontà propria. Così come un gruppo di spiritisti si riunisce in circolo allo scopo di incarnare nel nostro mondo una Entità “umbratile”, allo stesso modo le Entità che vivono ai confini fra il nostro mondo e l’altro congiurano per “spiritualizzare” alcuni soggetti peculiarmente sensibili nel “Loro” mondo. A volte, questo processo di trasmutazione alchemica avviene in maniera quasi naturale e il risultato si concretizza in quella “Santa fuga del prigioniero” nel mondo delle fate di cui parlava Tolkien e che ha sapore gnostico e iniziatico, come nel caso di “May day Eve”. Più spesso, la trasformazione è tragica e dolorosa.

Blackwood condivide con Machen la stessa concezione delle forze naturali, ma mentre Machen rimane sempre all’interno di una normativa plotiniana che ammonisce a non superare mai quel limite imposto dalla legge fra il Caos e l’Ordine, Blackwood ammette candidamente che il nostro Universo è per metà coperto da un velo di ignoranza e che oltre quel velo si cela “L’altro Mondo”, con le sue Entità spesso ostili. Alcune vivono in “riserve”, come i Salici del racconto omonimo o gli Alberi del signor Bittacy, ma solo gli iniziati come il dottor Silence sono in grado di rendersi conto di quando un universo collima con l’altro (come in “The Camp of the Dog”), per gli altri ignari visitatori c’è una rivelazione ominosa seguita da una dolorosa metamorfosi.

The Willows, illustrazione di Sidney StanleyI Salici del racconto omonimo così come gli Alberi di Bittacy e Sanderson, oppure la solitaria e maestosa entità conosciuta come il Wendigo, fanno presa sull’immaginazione e l’intuizione dei soggetti che scelgono di catturare, oltre che sulla loro ignoranza e resistenza alla “loro” realtà, e sono precisamente queste prime due caratteristiche che Blackwood vuole esplorare “scientificamente” nei suoi racconti.

Le concezioni antiche volevano l’anima umana divisa in tre parti separate e connesse. Gli umanisti rinascimentali ripresero questa idea dalle concezioni egizie, ritornate in voga grazie alle innumerevoli copie manoscritte dei Geroglifica di Orapollo. Le sette massoniche del secolo ventesimo fecero incetta sia delle traduzioni rinascimentali, sia delle scoperte archeologiche effettuate al Cairo e a Saqqara, e la Golden Dawn, alla quale sia Blackwood sia Machen furono affiliati, non fu da meno. Gli egizi dividevano l’uomo in Ka (anima immortale), Ba (anima spirituale) e Aj (letteralmente “fantasma”). L’Aj è una entità che permane nel mondo materiale richiamata da qualche passione vissuta in vita (il classico ghost), il Ka, secondo gli gnostici valentiniani, ritorna direttamente al “Pleroma” di intelligenze che costituisce il “vero Dio” Increato e svincolato dalla sua creazione, ma il Ba non è né completamente spirito né completamente corpo; è una “mummia”, un morto-in-vita o vivo-nella-morte, ecco perchè gli egizi solevano lasciare offerte di cibo accanto alle mummie.

Allo stesso modo, i Salici del racconto si “nutrono” di qualcosa che non è mai specificato nella narrazione, ma che possiamo ricostruire tramite quanto sinora esposto. Essi privano gli uomini del loro “agente di trasformazione” lasciandoli vuoti e secchi come mummie, come involucri. Il Ba inoltre corrisponde, per gli gnostici alessandrini, alla “Imaginatio vera”, la facoltà che l’uomo possiede di comunicare con il mondo degli archetipi e degli Angeli. Gli Ishraquiyun (gnostici) persiani, di cui parla Henry Corbin, fanno inoltre menzione di una “Terra di Hurqalaya”, un mondo “sottile” che vive a stretto contatto col nostro, dove “gli spiriti si fanno carne e la carne si fa spirito”, proprio come accade nelle “Riserve” di Blackwood o sulle colline di “May Day Eve”.

Sarebbe affascinante pensare che George Gordon abbia messo le mani su qualche manoscritto “Ishraqui” mentre era di stanza nel Sudan per poi passarlo a qualche conventicola massonica alla quale sarà stato sicuramente affiliato, ho scritto di lui per non scrivere di qualche altro generale o archeologo britannico di stanza nel nord dell’Iraq o in missione diplomatica sulla catena dell’Elborz, ma è poco importante sapere se le conventicole esoteriche inglesi conoscessero o no della “Terra di Hurqalaya”. La stessa concezione, anche se con nomi diversi, si ritrova anche negli scritti di Jacob Boheme e, a voler guardare nel dettaglio, persino nelle visioni di William Blake.

Lasciando da parte le speculazioni fenomenologiche, è un fatto che la narrativa di Blackwood abbia profondamente influenzato la concezione dell’Orrore del buon H.P. Lovecraft e abbia anche creato una serie di scelti e ricettivi “continuatori” del suo stile e delle sue tematiche. Fra questi (che in tutto si contano sulle dita di una mano) cito Ramsey Campbell, che con il suo The Midnight Sun riprende il tema di “The Man Whom the Trees Loved”, forse in maniera più prolissa (si tratta di un romanzo di quasi 500 pagine) ma di sicuro effetto e potente atmosfera. Blackwood inseguì le sue teorie occulte su “L’espansione delle facoltà umane” fino alla fine, difendendole e diffondendole in quel mondo arido e opportunista che conobbe durante la sua maturità.

Bibligrafia parziale:
Algernon Blackwood, Colui che ascoltava nel buio e altre storie, Fanucci, 1978
Algernon Blackwood, John Silence, investigatore dell’Occulto, Fanucci, 1977
David Punter, Storia della Letteratura del Terrore, Editori Riuniti, 2000
Henri Corbin, Corpo spirituale e Terra Celeste, Adelphi, 1986

Mariano D’Anza

lunedì 31 gennaio 2011

Claudio De Nardi, 1950-2010

Claudio De Nardi, 1989 (foto di Giancarlo Pellegrin)“In memoria di Claudio De Nardi,
scomparso improvvisamente
e prematuramente mentre
questo libro era in fase di stampa”.

Questa la dedica in settima pagina di Teoria dell'orrore, riedizione aggiornata della raccolta dei saggi di H.P. Lovecraft appena pubblicata dall’editrice Bietti, la cui prima edizione presso Castelvecchi, nel 2001, era appunto stata tradotta da De Nardi.

Appresa per via diretta nel novembre scorso, la notizia sembra aver colto di sorpresa l’editore ed è soltanto attraverso tale omaggio, aggiunto in stampa all’ultimo minuto, che veniamo a conoscenza della morte di Claudio De Nardi, saggista e traduttore, appassionato ed esperto di letteratura weird tra i massimi in Italia, attivo dalla seconda metà degli anni 70.

Proprio nel suo primo saggio pubblicato su volume, “Alla ricerca della Chiave d'Argento” nel derlethiano Il guardiano della soglia (Fanucci, 1977), è possibile scovare una delle rare note biografiche che lo descrivono, in seguito altrimenti rarefatte sino alla mera citazione del dato bibliografico, se non del tutto assenti nell’estrema riservatezza del suo proporsi in pubblico: “Claudio De Nardi (1950) veneto trapiantato in Friuli, si occupa di letteratura e poesia europee e nord-americane moderne. Si è laureato in lettere con una tesi sul più «orfico» e forse più grande poeta «fantastico» italiano del Novecento: Dino Campana. Laureando in filosofia […],” e via scrivendo sulle proprie attività di quel periodo.

Premio “Repubblica di San Marino” 1995 per il complesso della sua opera saggistica, collaboratore editoriale per Fanucci, Solfanelli, Reverdito, Il Cerchio, Castelvecchi e varie storiche realtà del fandom italiano dalla triestina Il Re in giallo a Yorick, articoli di De Nardi erano apparsi sulla rivista francese Antares e sugli americani Lovecraft Studies.

Fra i volumi tradotti e curati, i ritrovati racconti lovecraftiani de L'albero sulla collina (Solfanelli, 1988), le antologie di saggi Vita privata di H.P. Lovecraft (Reverdito, 1987) e Lovecraftiana (Yorick, 1995); l’antologia narrativa sui vampiri Il sangue e la rosa (Reverdito, 1988); le versioni italiane del romanzo The Hill of Dreams di Arthur Machen (La collina dei sogni, Reverdito, 1988) e delle storie di Lord Dunsany in The Book of Wonder (Il libro delle meraviglie, Reverdito, 1989).

Da ricordare le fondamentali traduzioni di Lovecraft per le edizioni Oscar Modadori, quindi il The Commonplace Book (Diario di un incubo. Taccuini 1919-1935, Mondadori, 1994), Il libro dei Gatti (Il Cerchio, 1996) e la saggistica per SugarCo (In difesa di Dagon e altri saggi sul fantastico, 1994) e per la citata Castelvecchi (Teoria dell'Orrore. Tutti gli studi critici, 2001). E ancora l’opera su Arthur Conan Doyle nelle raccolte L'anello di Toth (Fanucci, 1986), Il Capitano della Stella Polare (Solfanelli, 1986) e Il vampiro del Sussex (Fanucci, 1990).

Riferimenti bibliografici in rete:
Indice cronologico come autore sul Catalogo Sf, Fantasy e Horror in Italia
Indice cronologico come traduttore sul Catalogo Sf, Fantasy e Horror in Italia
Scheda personale nel Prontuario narratori FS italiani su IntercoM
Ricerca in Science Fiction Station: Enciclopedia su IntercoM


La foto (Trieste, 1989) è di Giancarlo Pellegrin tratta dal Museo Fotografico della Fantascienza Italiana.

Andrea Bonazzi

venerdì 28 gennaio 2011

A Weird Writer in Our Midst, Lovecraft agli albori della critica

A Weird Writer in Our Midst, 2010, copertinaFresco di stampa dall’americana Hippocampus Press, A Weird Writer In Our Midst: Early Criticism of H.P. Lovecraft è una raccolta saggistica curata da S.T. Joshi a presentare i primi approcci critici sull’opera di Howard Phillips Lovecraft, pubblicati in vita e nel periodo successivo alla scomparsa fino alla metà degli anni 50.

Come introduce la nota sulla quarta di copertina originale: – “ci è noto che H.P. Lovecraft fu virtualmente ignorato dalla comunità letteraria mainstream del suo tempo, ben conosciuto piuttosto nel solo minuscolo mondo del giornalismo amatoriale e dei fans del fantastico. Eppure, è sorprendente constatare quanti commenti su Lovecraft siano apparsi in varie sedi, sia preminenti che oscure, nei suoi stessi anni e subito dopo la morte nel 1937”.

Per la prima volta in unico volume, gli albori della critica lovecraftiana vengono presentati in una vasta gamma di testi e d’interventi, dai primi tentativi di analisi sui lavori del Sognatore di Providence, da parte di amici e scrittori come Long e Kleiner, ai necrologi, gli articoli e le memorie personali di colleghi e conoscenti, i commenti dei lettori nelle rubriche della posta su Weird Tales e su Astounding, l’ampia rassegna critica dal fandom degli anni 30 e 40 e, finalmente al di fuori del genere, le prime reazioni dagli ambienti della letteratura e dalla stampa, con le iniziali recensioni dell’esordio librario postumo attraverso la Arkham House. Compreso un commento di Algernon Blackwood da lettera privata ed esclusa, tuttavia, la più famosa, drastica, influente e ristampata delle stroncature: quella di Edmund Wilson in “Tales of the Marvellous and the Ridiculous” (New Yorker, 24 novembre 1945).

Documenti che segnano l’avvio di un riconoscimento critico che tarderà ancora per decenni ad affermarsi, in una gran mole di materiali difficilmente reperibili, sparsi allora fra giornali, riviste o rare e ormai collezionistiche pubblicazioni amatoriali. Un fitto indice di autori e contenuti che preferiamo riportare interamente a seguito, nonostante la lunghezza, in luogo di ulteriori commenti all’edizione:

Introduction – S.T. Joshi
I. Recollections of Lovecraft
Howard P. Lovecraft (1890-1937) – Walter J. Coates
Amateur Affairs – Hyman Bradofsky
[Letter to the Editor] – Robert Bloch
Interlude with Lovecraft – Stuart M. Boland
Howard Phillips Lovecraft – Muriel E. Eddy
I Met Lovecraft – Paul Livingston Keil
The Man Who Came at Midnight – Ruth M. Eddy
II. Criticism in Lovecraft’s Lifetime
A Note on Howard P. Lovecraft’s Verse – Reinhart Kleiner
Howard P. Lovecraft’s Fiction – W. Paul Cook
The Vivisector – Zoilus [Alfred Galpin]
Preface to The Shunned House – Frank Belknap Long, Jr.
A Weird Writer Is in Our Midst – Vrest Orton
The Sideshow – B.K. Hart
What Makes a Story Click? – J. Randle Luten
III. Comments from Readers
A. Weird Tales
B. Astounding Stories
IV. Criticism from the Fan World
H.P. Lovecraft, Outsider – August Derleth
A Master of the Macabre – August Derleth
Disbelievers Ever – R.W. Sherman
The Last of H.P. Lovecraft – J.B. Michel
What of H.P. Lovecraft? Or, A Commentary upon J.B. Michel – Autolycus
H.P. Lovecraft: Strange Weaver – J. Chapman Miske
Lovecraft and Benefit Street – Dorothy Walter
[Letters to the Editor] – Thomas Ollive Mabbott
A Plea for Lovecraft – W. Paul Cook
Let’s All Jump on H.P.L. – P. Schuyler Miller
Howard Phillips Lovecraft – Michael Harrison
The Lovecraft Cult – Arthur F. Hillman
Lovecraft Is 86 – Francis T. Laney
Rusty Chains – John Brunner
Some Notes on HPL – Sam Moskowitz, Fritz Leiber, Edward Wood, John Brunner
V. Notices from the Literary Community
Mystery and Adventure [The Outsider and Others] – Will Cuppy
Horror Story Author Published by Fellow Writers
[Review of The Outsider and Others] – T.O. Mabbott
Such Pulp as Dreams Are Made On – Robert Allerton Parker
Macabre, Lyrical and Weird – Peter De Vries
Mystery and Adventure [Beyond the Wall of Sleep] – Will Cuppy
Nightmare in Cthulhu – William Poster
Books Alive [1944] – Vincent Starrett
Bookman’s Holiday – Charles Collins
[On Lovecraft] – Algernon Blackwood
Mystery and Adventure [Marginalia] – Will Cuppy
Poesque Doodles – Marjorie Farber
Books Alive [1945] – Vincent Starrett
The Phoenix Nest – William Rose Benét
[Review of Supernatural Horror in Literature] – Fred Lewis Pattee
Pilgrims trough Space and Time – J.O. Bailey
Imagination Runs Wild – Richard B. Gehman
Books Alive [1949] – Vincent Starrett
A Bookman’s Notebook – Joseph Henry Jackson
Sabbat-Night Reading – E.O.D. Keown
Of Good and Evil – [Anthony Powell]
The Genius Who Lived Backwards – Vincent H. Gaddis
Appendix: Some Vignettes

Copertina di Jason C. Eckhardt, informazioni sul libro presso la pagina dedicata sul sito web dell’editore.

A Weird Writer In Our Midst: Early Criticism of H.P. Lovecraft
a cura di S.T. Joshi
Hippocampus Press, 2010
brossura, 254 pagine, $20.00
ISBN 9780984480210

Andrea Bonazzi

mercoledì 26 gennaio 2011

Arthur Machen, Algernon Blackwood e la Golden Dawn...

Arthur Machen, 1901, fotoConsiderazione en passant sorta a seguito della rilettura di diversi articoli in rete, ma valida a proposito di una gran parte della saggistica breve e delle note editoriali, critiche o biografiche – italiane e non – su Arthur Machen e altri autori fantastici d’area britannica e suoi contemporanei. Tutti interventi in cui si esalta, come fattore di primaria importanza, l’appartenenza all’ormai famoso “Ordine Ermetico dell’Alba Dorata”.

Tra gli avvenimenti principali nella vita dello scrittore gallese, massimo risalto viene usualmente dato al suo ingresso, nella società esoterica The Hermetic Order of the Golden Dawn, cui si associano invariabilmente i nomi di Bram Stoker, Algernon Blackwood, Lord Dunsany, Dion Fortune, Sax Rohmer e tanti altri scrittori weird e del mistero, oltre a William Butler Yeats e al celeberrimo Aleister Crowley che ne prese a un certo punto il controllo.

Tanto particolare entusiasmo per la Golden Dawn, da parte degli scrittori del periodo, appare in verità ampiamente mitizzato, spesso basato su informazioni parziali, datate o palesemente “di parte” che continuano tuttavia a restare fra le più diffuse, un po’ come accade per le leggende attorno a Lovecraft, complice l’estrema diffusione via Internet. I più documentati citano a supporto testi e pubblicazioni che, a ben vedere, non si rivelano a loro volta così limpidi circa le proprie fonti. Per esempio, l’affiliazione di Stoker risulta oggi indimostrabile benché avesse amici nell’Ordine (in italiano, vedasi anche The Dark Screen di Pezzini e Tintori, Gargoyle Books, 2008). Lo stesso si può tranquillamente affermare per il pragmatico Dunsany, mentre appare improbabile un’adesione formale di Rhomer, nonostante il suo interesse per l’occulto e i probabili contatti personali con membri riconosciuti, come lo furono Yeats e Lady Wilde (la madre di Oscar), oltre a Dion Fortune (Violet Mary Firth), Fiona MacLeod (William Sharp), Edith Nesbit o ancora Charles Williams.

Aderire a una massoneria o una società esoterica, nell’Inghilterra tra fine Ottocento e primi Novecento, per molti non era poi troppo diverso dall’iscriversi a un circolo sociale elitario, con una partecipazione personale non di rado minima o superficiale. E in quanto a Machen – ma non solo lui, vedremo – l’importanza del suo rapporto con l’“Alba Dorata” non è tanto individuabile nelle pretese conoscenze occulte che avrebbe dovuto trasporre in narrativa, come non pochi amano pensare, quanto nella profonda disillusione verso tali società esoteriche, documentata nei suoi scritti.

Poco dopo la morte della moglie, Arthur Machen aderisce alla Golden Dawn su invito dell’amico Arthur Edward Waite, risultandone iniziato nel novembre del 1899. Ma non si lascia coinvolgere più di tanto da un gruppo nel quale non ritrova un congeniale ambiente spirituale, e non andrà oltre il grado di “Praticus” , il terzo nell’Ordine più esterno. Da cattolico, se ne stuferà per meglio sviluppare più tardi una propria forma di cristianesimo basata sulla tradizione celtica.

Algernon Blackwood, fotoAlgernon Blackwood, altro nome ricorrente associato alla Golden Dawn, vi entra un anno più tardi, nell’ottobre del 1900. Ne sarà un poco più coinvolto approfondendo in tale ambiente le aree di suo maggiore interesse, ma lui pure si fermerà presto: raggiunto il grado massimo del primo Ordine, non prosegue oltre scegliendo di non diventare un adepto. Starlight Man: The Extraordinary Life of Algernon Blackwood, la biografia apparsa nel 2001 a firma di Mike Ashley, fornisce preziosi particolari sull’intero argomento.

Sia Machen che Blackwood seguono Waite quando ricostituisce la Golden Dawn nel 1903, dopo che si era spezzata in due fazioni, ma entrambi già perdevano interesse. Blackwood la considerava non più che una sorta di “club esclusivo” e scriverà più avanti, sulla rivista Time and Tide del 16 marzo 1923, di condividere il giudizio tutt’altro che lusinghiero espresso da Machen nel decimo capitolo del volume autobiografico Things Near and Far, pubblicato nel 1923:

“But as for anything vital in the secret order, or anything that mattered two straws to any reasonable being, there was nothing of it, and less than nothing. Among the members there were, indeed, persons of very high attainments, who, in my opinion, ought to have known better after a year’s membership or less; but the society as a society was pure foolishness concerned with impotent and imbecile Abracadabras. It knew nothing about anything and concealed the fact under an impressive ritual and a sonorous phraseology. It had no wisdom, even of the inferior or lower kind, in its leadership; [...]”

“Ma in quanto ad alcunché di vitale nell’Ordine segreto, o qualunque cosa che importasse un fico ad alcun essere ragionevole, di questo non c’era nulla, e men che nulla. Fra i membri v’erano, in effetti, persone d’alta cultura le quali, a mio giudizio, dopo un anno o meno d’affiliazione avrebbero dovuto avere più buonsenso; ma la società quanto a società era pura sciocchezza incentrata su inutili e imbecilli “Abracadabra.” Essa non sapeva niente di niente, e nascondeva la cosa sotto a un rituale di grand’effetto e una fraseologia altisonante. Non aveva saggezza, nella sua guida, nemmeno dell’inferiore o del più basso genere; [...]”

La traduzione è mia, restando l’originale inedito in Italia. L’autore gallese si riferisce all’Ordine in tutta trasparenza come Order of the Twilight Star, proseguendo le invettive, non senza caustico umorismo, ben oltre il brano estratto in precedenza.

Per approfondire, sui rapporti fra autori del fantastico e Golden Dawn si può leggere in inglese l’articolo di Leigh Blackmore Hermetic Horrors. Weird Fiction Writers and the Order of the Golden Dawn, disponibile negli archivi web di Scribd.

Andrea Bonazzi

lunedì 24 gennaio 2011

EsoTerra: The Journal of Extreme Culture in unico volume

EsoTerra: The Journal of Extreme Culture, 2011, copertinaRivista americana underground incentrata sulla “cultura estrema”, per circa dieci anni EsoTerra ha proposto interviste con artisti, scrittori e musicisti accanto ad articoli sull’occulto, su fenomeni bizzarri e argomenti misteriosi nella tradizione di Charles Fort. Le sue pagine hanno ospitato diverse personalità spesso provocatorie e visionarie come Alan Moore, HR Giger, Genesis P-Orridge, Marilyn Manson, David Tibet, Thomas Ligotti e molti altri personaggi “alternativi” che hanno contribuito alla testata, o ne sono stati intervistati su temi inusuali e in modo approfondito.

Questo e altro fra i migliori scritti e le proposte artistiche del magazine viene oggi raccolto in un unico volume, EsoTerra: The Journal of Extreme Culture, selezionato dal suo curatore Chad Hensley e pubblicato negli Stati Uniti da Creation Books.

Il libro comprende materiali dall’inedito numero conclusivo di EsoTerra e, fra i contenuti d’interesse per i cultori dell’insolito e del fantastico, interviste e opere artistiche di John Coulthart, Harry O. Morris e Andrew Chumbley, oltre a uno speciale “The Nightmare Network” di Thomas Ligotti, la sua intervista e un’intervista a David Tibet condotta dallo stesso Ligotti.

Volume illustrato e di grande formato, la prima edizione della raccolta è apparsa nel dicembre scorso in una tiratura limitata di 50 copie, a copertina rigida e con stampa autografata dagli artisti al prezzo collezionistico di 65 dollari. A fine marzo, invece, la sua pubblicazione commerciale in un assai più accessibile trade paperback.

Informazioni presso il sito di EsoTerra e sulla pagina web dedicata dell’editore Creation Books.

EsoTerra: The Journal of Extreme Culture
a cura di Chad Hensley
Creation Books, 2011
brossura, 320 pagine, $24.95
ISBN 9781840681666

Andrea Bonazzi