giovedì 17 febbraio 2011

Arthur Machen: L’avventura londinese o l’arte del vagabondaggio

L’avventura londinese, 2008, copertina«L’avventura londinese o l’arte del vagabondaggio» ci propone una disciplina inconsueta, che utilizzando il «wandering» come vettore direzionale esplora la grande città alla ricerca delle antiche radici, affidandosi esclusivamente alle possibili confluenze dei tanti itinerari che incidono profondamente il tessuto metropolitano londinese. E così, se in senso spaziale Arthur Machen ci conduce lungo percorsi che si snodano attraverso luoghi periferici o apparentemente secondari o legati a vicende e personaggi della letteratura, in senso temporale il wandering scavalca il suo presente per spingersi tra ricordi e divagazioni, facendo convergere i diversi piani narrativi in lunghe digressioni che coinvolgono varie discipline: dall’architettura alla teologia, dalla critica letteraria alla storia ecclesiastica. E d’altra parte le digressioni che animano questo magistrale lavoro su Londra rappresentano anche il mezzo con il quale Machen può illustrare quella convinzione secondo la quale il mondo non è come sembra, e che dietro gli eventi quotidiani e gli oggetti comuni vi sia un segreto che è la chiave del grande enigma dell’esistenza dell’uomo. Arthur Machen è l’artista del prodigioso, il creatore di qualcosa al di là della vita e al di fuori del tempo”.

Ultimo dei tre volumi autobiografici di Arthur Machen dopo Far Off Things (1922) e Things Near and Far (1923), inediti in Italia, The London Adventure or the Art of Wandering (1924) è forse della trilogia il più affascinante, quasi romanzesco, mischiando ancora racconti – talora parziali o reticenti – della propria vita e carriera letteraria personale a spunti saggistici, cronache e aneddoti, ma facendo qui del vagare, come del divagare, un’arte vera e propria. L’arte del “vagabondaggio”, appunto, in una Londra tra Otto e Novecento i cui percorsi paiono intessersi in una qualche strana “metafisica dello sviluppo urbano”; cenni di un mondo “altro” celato appena sotto la superficie delle cose. L’arte della divagazione, infine, consueta nell’opera dello scrittore gallese, come a deviare sulla via per ogni traversa amena, verso ogni altra destinazione interessante lungo tragitto che ci viene illustrato passeggiando.

Un percorso di architetture più grandiose di quanto mai sia possibile porre per iscritto, almeno nella percezione dell’autore che, da subito confessa, ben altro libro avrebbe voluto scrivere col titolo di The London Adventure, dandocene invece un mero indiretto quadro in questo suo volume. Un “libro nel libro” per chi, come a suo tempo scrisse in Far Off Things, “fa sogni di fuoco e si trova a lavorare con l’argilla”: – “One dreams in fire and works in clay”.

The London Adventure, 1924, copertinaTradotto da Franco Basso – sua anche la versione dei nove racconti di Machen nel tascabile Oltre la soglia (Tranchida, 1993) –, L’avventura londinese o l’arte del vagabondaggio tornava nel 2008 in libreria per i tipi dell’editore milanese Tranchida, dopo una prima pubblicazione nel 1986 con la doppia firma di Basso insieme a Stefano Giusti sia per la cura che per la traduzione. La seguente edizione del 1998, la stessa riproposta due anni dopo e infine in questa uscita, sostituisce la breve prefazione di entrambi i curatori con l’attuale postfazione del solo Franco Basso, in cui si parla di “questa nuova traduzione” benché il testo sembri senza variazioni.

Stessa versione, appunto, mantenendo un utile apparato di note esplicative ma pure conservando, mai corretta negli anni, qualche svista. Sino all’ironia involontaria di scambiare uno stato d’animo per una carrozza.

C’è una parola inusuale che ricorre intradotta nel quarto capitolo, a pagina 93 dove si legge “Tornai a Reigate in un dwam, come dicono in Scozia, senza sapere se mi reggevo sulla testa o sui piedi” (nell’originale, “I drove back to Reigate in a «dwam», as the Scots say; really not knowing wheter I stood on my head or my heels”), e a pag. 94: “Andai a casa in quel dwam chiedendomi cosa avrei dovuto fare e infine scrissi la storia proprio come era successa” (di nuovo fra virgolette, “I went home in that «dwam» and wondered what on hearth I was to do, and at least wrote the whole, true story, just as it happened”). Alla nota numero 44 viene affidato quindi il compito chiarire la definizione; “Dwam: tipo di carrozza scoperta usata in Scozia”.

Non è la prima volta che Machen adopera questo termine scozzese nei suoi scritti, lo si incontra per esempio nel racconto breve “Dr. Duthoit’s Vision”, del 1921. Di certo non appare sui più diffusi dizionari d’inglese ma, testimone fra gli altri un interessante articolo dello Scots Language Centre, “dwam” descrive piuttosto uno stato di “sogno a occhi aperti”, di stupore o rapimento estatico... A suo modo un “trasporto”, in effetti, però non certo fisico né a trazione equina.

Divagazioni a parte, irresistibili di fronte a un’opera capace di tesserne un intero arazzo senza mai perdere il filo o disperderne la trama, l’ultima ristampa de L’avventura londinese rappresenta un’ottima occasione di lettura o rilettura di uno scrittore qui da noi finora collegato solamente al genere fantastico, o all’estetica decadente e mistica di fine Ottocento e primo secolo Ventesimo.

“It is possible, just dimly possible, that the real pattern and scheme of life is not in the least apparent on the outward surface of things, which is the world of common sense, and rationalism, and reasoned deductions; but rather lurks, half hidden, only apparent in certain rare lights, and then only to the prepared eye; a secret pattern, an ornament which seems to have but little relation or none at all to the obvious scheme of the universe”.
(The London Adventure, I ed. Martin Seker, London 1924; Chapter I, pag. 21)

“È possibile, oscuramente possibile, che il vero schema e tracciato della vita non appaia nell’aspetto esteriore delle cose, che è il mondo del buon senso, del razionalismo, delle deduzioni ragionate, ma piuttosto affiori, seminascosto, visibile unicamente in certe rare illuminazioni e solo a un occhio preparato; un tracciato segreto, un ornamento che sembra soltanto avere una piccola relazione o nessuna del tutto con l’ovvio schema dell’universo”.
(L’avventura londinese, Capitolo I, pag. 21, trad. di F. Basso)

Gli Arcieri e altre leggende di guerra - Il Terrore, 2008, copertinaUn interesse che in anni recenti è parso rinnovarsi, in Italia, proprio con questa terza uscita macheniana a pochi mesi di distanza da altri due volumi: prima Gli Arcieri e altre leggende di guerra – Il Terrore nella traduzione di Fabio Bussotti per l’editore Miraviglia, nel 2008 con la raccolta completa di The Bowmen (1915, nata attorno al celebre racconto che diede vita alla leggenda bellica degli “angeli di Mons”) più la già edita novella The Terror del 1917, quindi Il segreto del Graal per la versione di Stefania Sapuppo presso Liberamente, sempre nel 2008. Prima edizione italiana di The Secret Glory, romanzo misticheggiante e fortemente autobiografico apparso nel 1922, con un brusco finale in realtà dovuto al taglio dei suoi due ultimi capitoli, pubblicati solo in seguito.

Il segreto del Graal, 2008, copertinaA parte la mancata occasione di presentare un testo integro con il recupero di tali frammenti conclusivi, anche in quest’ultima edizione si può trovare un piccolo ma tragicomico refuso, una svista che al posto del “Gran Turco” ci propina, in invariato inglese, un “Gran Baule”. Errore dovuto, questa volta, all’utilizzo di una fonte web pubblicamente scaricabile in luogo di una copia del libro originale. (Nell’edizione Knopf, New York 1922, a pag. 250: [...] about as many as are contained in the seraglio of the Grand Turk”. Nel file PDF da www.horromasters.com:[...] about as many as are contained in the seraglio of the Grand Trunk”. Ne Il segreto del Graal a pag. 186: [...] tante altre quante può contenere l’harem del Gran Trunk”).

Andrea Bonazzi

(in prima versione su In Tenebris Scriptus del 29/12/08)

martedì 15 febbraio 2011

The Cthulhu Mythos Encyclopedia, terza edizione

The Cthulhu Mythos Encyclopedia, 2008, copertinaGià apparsa come The Encyclopedia Cthulhiana: A Guide to Lovecraftian Horror nelle due rispettive edizioni nel 1994 e ’98 presso l’americana Chaosium, stessa editrice del gioco di ruolo The Call of Cthulhu, l’enciclopedia che Daniel Harms dedica al complesso dei “miti” di derivazione lovecraftiana è tornata alla ribalta nella sua terza edizione del 2008 per l’altrettanto piccola e specializzata Elder Signs Press, con il titolo di The Cthulhu Mythos Encyiclopedia impresso su una sgargiante e tentacolata copertina di Malcom McClinton.

Alquanto nota anche in Italia, nelle sue prime versioni almeno presso gli appassionati giocatori di role-playing, la compilazione enciclopedica raccoglie descrizioni in dettaglio, citazioni, dati e provenienze dei principali elementi che vanno a comporre il corpus dei cosiddetti “miti di Cthulhu”. Il tutto partendo, ovviamente, dalle storie originali del Maestro di Providence per arrivare alle schiere d’innumerevoli autori fra complici, seguaci ed emuli che nel corso degli anni ne hanno proseguito, ripreso, ampliato o reinventato i temi di orrore cosmico, spesso travisandone lo spirito originale, forse più spesso limitandosi a produrre mediocre – benché in genere divertente – narrativa di consumo. “Miti” più o meno arbitrariamente interpretati sin dalla prima cura editoriale Arkham House dell’opera di H.P. Lovecraft, fino all’ultimo grado di “sincretismo e sistemizzazione” operato dall’ambiente ludico, peraltro ben rappresentato nel volume, inteso a dare uno schema univoco, logico e funzionale a un complesso di creazioni fantastiche così variegato e già in origine piuttosto privo di coerenza.

Limite imposto in questa collezione di toponimi e personaggi, divinità e creature, pseudobilia e artefatti, è la loro ricorrenza in più di un contesto, e una vasta diffusione del medesimo. Con ciò escludendo, pur senza chiaramente dichiararlo, ogni contributo al di fuori della lingua inglese.

“Questa terza edizione costituisce una revisione dell’edizione seconda, a sua volta grandemente ampliata dalla prima” – scrive Harms nel presentare l’attuale nuovo assetto dell’opera. – “Ho cercato di sfrondare la seconda edizione dalle voci particolari tratte da un’unica fonte; questo tipo di materiale è spesso affascinante, ma raramente trova molta utilità per la consultazione. Come si è scoperto, però, molta gente ricercava tali voci dalla prima edizione, e qualcuno ne ha persino poi fatto uso nelle proprie storie. A prevenire future confusioni, nulla è stato rimosso dalla lista di voci incluse nella seconda edizione, sebbene diverse entrate individuali siano state rivedute e aggiornate. Soltanto due tipi di voci sono state aggiunte: materiale dalla prima edizione che si è rivelato utile o d’ispirazione per altri, e materiale incontrato in opere scritte da due autori diversi, oppure presenti in pubblicazioni maggiori di novelle incentrate sui Miti di Cthulhu”.

Encyclopedia Cthulhiana, 1994, copertinaE prosegue: “L’estensione dell’enciclopedia non ha mai coperto tutta la narrativa disponibile dei Miti. Nel caso della presente edizione, mi sono concentrato principalmente sui volumi pubblicati, considerando come in futuro possano essere molto più disponibili di fanzines, pagine web, e altre fonti al più inaccessibili per i lettori a venire. […] Come per le scorse edizioni, è stata utilizzata un’ampia varietà di fonti: racconti, poesie, romanzi, film, opere dell’occulto e altro. Su richiesta del precedente editore, ai materiali per il gioco di ruolo Il Richiamo di Cthulhu non è stato concesso un livello di attenzione così alto come nelle passate versioni. Il libro non è mai stato pensato come una guida alla continuità di tale gioco, e i fruitori del gioco stesso dovrebbero comunque trovarsi contenti della sua copertura”.

La lunga introduzione di Dan Harms ripercorre la nascita e gli sviluppi del fenomeno, un’analisi che appare in qualche modo polemica verso l’odierna critica letteraria su Lovecraft, rivendicando fra le righe una maggior vicinanza dello scrittore all’evolversi dell’intera costruzione dei Cthulhu Mythos. Una prima versione del testo introduttivo è pure reperibile sul blog dell’autore, Papers Falling from an Attic Window, in una serie di sette frammenti postati nel gennaio 2008.

Chiude il volume una cronologia del Necronomicon ampliata a ogni possibile contributo narrativo, dal film La casa 2 di Sam Raimi agli ultimi racconti di Lin Carter, seguita da un’altrettanto allargata lista delle locazioni nelle quali il proibito tomo appare o viene custodito, con una terza e ultima appendice dedicata a elencarne invece i contenuti. Ridotta al minino la bibliografia che, pur nella misura delle ventidue pagine, si limita per questione di spazio ai titoli essenziali e in edizione più recente.

Oltre al prezioso dizionario Weird Words: A Lovecraftian Lexicon pubblicato nel 2009 da Hippocampus Press, di Daniel Harms è certamente da ricordare The Necronomicon Files: The Truth Behind The Legend scritto insieme a John Wisdom Gonce III, un approfondito saggio su realtà e leggende dello pseudobiblium lovecraftiano per eccellenza, indispensabile nel chiarire l’infinità di falsi miti sul “Lovecraft occulto”, apparso in due edizioni per Night Shade nel 1998 e Weiser Books nel 2003.

Informazioni sul volume presso il sito web di Elder Signs Press.

The Cthulhu Mythos Encyclopedia
A Guide to H.P. Lovecraft’s Universe. Updated and Expanded Third Edition
Daniel Harms
Elder Signs Press, 2008
brossura, 386 pagine, $17.95
ISBN 9781934501054

Andrea Bonazzi

(in prima versione su In Tenebris Scriptus del 3/11/08)

domenica 13 febbraio 2011

ALIA6. L’arcipelago del fantastico ritorna

ALIA6, 2011, copertinaTorna l’annuale antologia fantastica internazionale di ALIA. L’arcipelago del fantastico, pubblicata dalle Edizioni CS_libri di Torino con la sua sesta edizione ALIA storie a cura di Massimo Soumaré, Davide Mana e Silvia Treves, di nuovo in unico volume dopo gli ultimi ALIA4 e 5 composti ciascuno da tre libri. Decimo libro, quindi, in una serie che dal 2003 propone narrativa breve, non solo di carattere fantastico, sia italiana che in traduzione da paesi d’area anglofona e orientale.

Gli autori dei 22 racconti selezionati in ALIA6, diversi dei quali appositamente scritti per questa raccolta, provengono da Italia, Giappone, Cina, Singapore, Stati Uniti e Spagna in un’ampia rappresentanza di nazionalità che va a comprendere gli originali contributi artistici presenti del volume, dalla copertina di Yoneda Hitoshi (Giappone) alle illustrazioni interne di Keitarô Arima (Giappone), Yowkow Fujiwara (Giappone), Laura Garijo (Spagna), Ryô Kanai (Giappone), MoMa KoN (Italia), Chiara Negrini (Italia) Cris Ortega (Spagna) e ScarletGothica (Italia).

“Internazionalmente ALIA ha indubbiamente destato un notevole interesse e apprezzamento, come dimostra chiaramente l’ampia partecipazione di scrittori e illustratori di diversi paesi anche ad ALIA6,” scrive Massimo Soumaré sul suo Masshimo Masshimo’s Weblog. “In Italia, be’, sicuramente ha un buon numero di estimatori, seppure, purtroppo, non tanti lettori quanto avrebbe avuto un progetto editoriale del genere se fosse uscito negli USA o anche solo in Francia. Il futuro… il futuro e’ un’incognita come sempre. Proprio questo rende il gioco divertente!”

Informazioni e ordini presso il sito web ufficiale www.aliaracconti.info, attraverso l’e-mail info@aliaracconti.info e all’indirizzo di CS_libri in Via Ormea 69, 10125 Torino – Tel. 0116503158. Qui a seguito l’indice dei contenuti (e delle provenienze):

Introduzione. Siamo in viaggio da sette anni – Silvia Treves
Profili degli autori e degli illustratori – Massimo Soumaré
Sulla distesa d’acqua – Alice Arisugawa (Giappone)
La tomba – Qiufan Chen (Cina)
Ultimi giorni – Dave Chua (Singapore)
Il soffio lontano del vento – Massimo Citi (Italia)
La fine del mondo – Fei Dao (Cina)
Senza parole – Fulvio Gatti (Italia)
Il regno dorato – Reiko Hikawa (Giappone)
Resurgam – Consolata Lanza (Italia)
DB – Fabio Lastrucci (Italia)
La Fenice – Lucía González Lavado (Spagna)
Pianeta rosso – Davide Mana (Italia)
La casa della lespedeza rossa – Yûko Matsumoto (Giappone)
La città eterna – Haitian Pan (Cina)
Ghosts – Alvin Pang (Singapore)
Volo di gru – Benjamin Rosenbaum (USA)
Le stravaganti vacanze estive di una maga e di una volpe – Massimo Soumaré (Italia)
Invisibile – Tôya Tachihara (Giappone)
La ciotola della vuota dimenticanza – Fumio Takano (Giappone)
Brilla brilla, lumicino – Mei Ching Tan (Singapore)
Lo scout – Silvia Treves (Italia)
I bambini del lago – Cyril Wong (Singapore)
Il primo amore – Arimi Yazaki (Giappone)


ALIA storie
ALIA6. L’arcipelago del fantastico
a cura di Massimo Soumaré, Davide Mana e Silvia Treves
CS_libri, 2011
brossura, 366 pagine, €19,50

Andrea Bonazzi

venerdì 11 febbraio 2011

The Crawling Chaos and Others, le collaborazioni e revisioni di Lovecraft annotate

The Crawling Chaos and Others. The Annotated revisions and Collaborations by H.P. Lovecraft, Vol. I, 2011, copertinaGià in preordine benché l’uscita non sia prevista prima del prossimo giugno, la piccola editrice specializzata americana Arcane Wisdom presenta The Crawling Chaos and Others: The Annotated revisions and Collaborations by H.P. Lovecraft, Vol. I, primo di due volumi a cura di S.T. Joshi che intendono raccogliere – in edizione scrupolosamente annotata – le revisioni e le collaborazioni letterarie di Howard Phillips Lovecraft.

“Alcune tra le più affascinanti opere di H.P. Lovecraft vengono da un periodo della sua vita nel quale venne indotto, per questioni economiche di sopravvivenza, a scrivere per conto altrui collaborando con altri scrittori di genere e rivedendone i lavori,” come riporta la nota editoriale di questa prima parte di raccolta proposta, almeno inizialmente, in una tiratura limitata di sole 150 copie numerate e autografate dallo stesso curatore, che del volume firma l’introduzione e l’apparato bibliografico oltre alle puntuali e numerose note al testo, con il medesimo approfondimento e approccio critico sinora riservati ai “canonici” e originali testi narrativi del Sognatore di Providence.

Copertina e illustrazione interna sono affidate a Zach McCain. Informazioni e ordini presso la pagina dedicata di Arcane Wisdom sul webstore di Horror Mall.

The Crawling Chaos and Others
The Annotated revisions and Collaborations by H.P. Lovecraft, Vol. I
a cura di S.T. Joshi
Arcane Wisdom, 2011
copertina rigida, 475 pagine, $50.00

Andrea Bonazzi

mercoledì 9 febbraio 2011

Michel Houellbecq, Lovecraft: contro il mondo, contro la vita

Lovecraft: contro il mondo, contro la vita, 2005, copertinaIl saggio in questione di Michel Houellebecq, nella sua edizione in francese (H.P. Lovecraft: contre le monde, contre la vie) risale al 1999, mentre in Italia vede la luce nel 2001 e poi nel 2005 in seconda edizione, sempre per Bompiani, ma forse è il caso di spendere qualche parola in più per un libro, pensiamo, che seppur divulgativo risulta imprescindibile sia per chi si accosti per la prima volta alla narrativa del “Principe nero di Providence” (per usare una fortunata espressione di Stephen King), sia per chi abbia voglia di approfondire alcuni aspetti forse poco esplorati, della vita e del pensiero di H.P. Lovecraft.

Come avvenne a suo tempo nel caso di Edgar Allan Poe, dove a una scarsa ricezione della critica anglosassone si accompagnò una entusiastica accoglienza da parte di Baudelaire, in questo caso è uno scrittore e non un poeta francese a scrivere un saggio che è pura e coraggiosa ammirazione per uno scrittore ritenuto “di nicchia” per molto tempo. Rispetto a Poe le cose sono molto cambiate, come si perita di puntualizzare Stephen King nella sua presentazione al saggio di Houllebecq intitolata “The Lovecraft’s pillow” (postfazione nella traduzione italiana: “Il cuscino di Lovecraft”). La critica letteraria statunitense è adesso pronta a riconoscere lo spazio che un autore come Lovecraft può e deve occupare rispetto ad altri “Grandi” ortodossi. Forse però, il Saggio di Houellebecq è stato scritto per ricordare questo a noi europei.

Houllebecq è attualmente riconosciuto come “l’enfant terrible” della letteratura francese, avendo ribadito ancora un volta la pregnanza del suo ruolo con il suo ultimo lavoro La carta e il territorio. Benché lo scrittore prediliga nei suoi romanzi ambienti mondani e situazioni fin troppo “veriste”, il lettore non tarderà a riconoscere nella sua prosa quelle tracce di cinismo e quella vena serpeggiante di disagio sociale che è un prologo all’orrore ben più grande di cui parlava Lovecraft, “un odio contro il Mondo” appunto, un orrore cosmico.

Fin dalle prime pagine, Houellebecq si mostra ricettivo alle implicazioni contenute nella narrativa del suo “Maestro e ispiratore”. Il suo intento, come sempre di stupire, è scrivere un saggio non-accademico su di un autore considerato “marginale” dalla critica europea, con chiari intenti polemici, visto che Michel Houellebecq è da sempre il beniamino di un certo tipo di critica intellettuale non solo in Francia, ma l’operazione riesce, in quanto Houellebecq si dimostra un ammiratore attento a tutta prova. Fin dalla prefazione, lo scrittore francese confessa di essersi avvicinato a Lovecraft sin dai sedici anni e di aver poi proseguito la lettura dei suoi epigoni e continuatori, ripercorrendo le tappe ideali di qualsiasi “ammiratore” che si rispetti.

Michel Houellbecq, fotoL’inizio del suo saggio va ubicato verso il 1988, e va considerato come un “esperimento” dato che prima di allora, come egli stesso confessa, conosceva ben poco della vita di Lovecraft: “Giudicando a posteriori, mi sembra di aver scritto questo libro come una specie di primo romanzo; un romanzo con un solo personaggio (lo stesso H.P. Lovecraft) e nel quale tutti i fatti riferiti e i testi citati sono autentici, nondimeno una specie di romanzo …” (op. cit. p.6).

Le ragioni di tale passione vanno per Houellebecq ricercate sia nel “materialismo” di cui Lovecraft si è sempre fatto convinto sostenitore, sia per la sua non sottile xenofobia. Vediamo da subito che Houellebecq sceglie di trattare due argomenti “scomodi”; il primo in quanto sia critica che lettori, da un capo all’altro dell’oceano, tendono forse universalmente a posporre tale primo elemento rispetto alle componenti “Gotiche” del maestro di Providence, dimenticando forse che egli non ha mai attribuito alla sua letteratura significati “esterni” al semplice gioco letterario. Il secondo in quanto va a toccare un aspetto di Lovecraft che è fonte da sempre di continuo imbarazzo, sia per i suoi sostenitori che per i suoi detrattori. Vedremo presto che in questo come in altri aspetti, Houellebecq farà prova di una capacità di analisi franca e aperta che dovrebbe servire di lezione a molti critici.

Il suo saggio possiede una mirabile organizzazione architettonica che amalgama sapientemente elementi di critica letteraria a passi importanti della biografia di Lovecraft, avvicinandosi in questo molto più alla chiarezza espositiva di S.T. Joshi che all’analisi, spesso confusa, di Lyon Sprague de Camp, che pure cita. Il disinteresse di Lovecraft per la vita in generale viene ribadito e analizzato con lucidità, per Lovecraft la vita è il Male con la M maiuscola: qualunque posizione contraria a questo assunto genera sospetto, il sospetto di una monumentale ipocrisia. L’assolutezza di questa affermazione, ricostruita tramite il “corpus” epistolare del Maestro di Providence oltre che attraverso quelli che Houellebecq definisce i suoi “Grandi testi”, ha fatto di lui un narratore “popolare”, la cui fortuna letteraria è destinata a sopravvivere e a crescere dopo la sua morte.

Tale prospettiva trova riscontro puntuale anche all’interno della disamina che David Punter fa dei grandi scrittori di letteratura gotica, anche se Punter non condividerà molte altre posizioni di Houellebecq su Lovecraft. L’unica differenza tra Lovecraft e altri scrittori popolari come Conan Doyle o Dumas, sta nel fatto che essi furono sufficientemente consapevoli di stare dando vita a un vero e proprio “corpus” mitologico, mentre H.P.L. era fermamente convinto che la sua creazione sarebbe morta con lui.

Lovecraft Easter Island, immagineAffascinante è anche l’analisi che Houellebecq fa del rapporto che intercorre fra Lovecraft e l’attività di scrittura, coerente sia con il suo stile di vita che con le sue convinzioni personali, a detta di Houellebecq, irreprensibili. Per meglio rappresentare quanto esposto basterà un estratto dalla prima lettera scritta da Lovecraft a Farnsworth Wright, direttore della rivista pulp Weird Tales:

“Gentile Signore, avendo l’abitudine di scrivere racconti bizzarri, macabri e fantastici per mio proprio divertimento, recentemente sono stato benevolmente assalito da una decina di cari amici che mi sollecitavano a sottoporre alla vostra giovani rivista alcuni miei «orrori gotici». Allego dunque alla presente cinque racconti scritti tra il 1917 e il 1923. I primi due sono probabilmente i migliori. Perciò, se non dovessero piacerle, può risparmiarsi il fastidio di leggere gli altri
[…]. Non so se le piaceranno, poiché da parte mia non mi sono mai preoccupato di inseguire i requisiti dei testi «commerciali». Il mio unico scopo consiste nel piacere che traggo dal creare situazioni bizzarre e atmosfere d’effetto; e l’unico lettore di cui tengo conto sono io stesso…”

Se la posizione di Lovecraft in merito all’editoria e alla scrittura commerciale del tempo non risultasse chiara dal tenore di questa lettera, si potrebbero aggiungere il suo deciso rifiuto a dattilografare i testi dei suoi racconti (puntualmente consegnati zeppi di cancellature), il suo rifiuto a chiedere anticipi e aumenti, atteggiamento non consono alla sua dignità di gentiluomo puritano, etc. Una condotta esemplare, ma , come rileva Houellebecq, in un mondo che ha fatto della competitività economica e sessuale le colonne portanti della Civiltà attuale, Lovecraft non poteva che occupare un ruolo tragico e singolare.

In questo bisogna rilevare che la narrativa di Houellebecq, da Piattaforma a La carta e il territorio, presenta lo stesso disprezzo esibito da Lovecraft per la carnalità e la posizione economica e sociale dei personaggi, con le sue scene di sessualità cruda e disturbante e la meschinità che sottende a qualsiasi tipo di rapporto sociale, questo a ulteriore testimonianza del fatto che, come a suo tempo rilevò Jacques Bergier, la grande innovazione di Lovecraft all’interno della letteratura fantastica consistette, e consiste, nell’introduzione dell’elemento “materialista” nel genere Gotico.

Lovecraft: contro il mondo, contro la vita, 2001, copertinaMa è nella parte da Houellebecq intitolata “Tecniche d’assalto” che l’autore passa a una disamina più precisa dell’elemento prettamente stilistico nella narrativa di Lovecraft. Houellebecq opera una distinzione calzante fra quella che è la cosiddetta “tecnica ad accumulo” e la tecnica più utilizzata invece da Lovecraft. Come primo esempio riporta l’andamento classico di un racconto di Richard Christian Matheson; normalità più assoluta, tipica famiglia americana media, barbecue, casa, giardino, poi l’elemento irrazionale si fa gradatamente strada, il Male prende forma. Lovecraft invece, come riporta Houellebecq: “Non ha nessuna voglia di dedicare trenta pagine, e nemmeno tre, alla descrizione della famiglia media americana”.

L’attacco che Lovecraft intraprende contro la realtà è un “attacco frontale”, con lui sappiamo fin da subito di che si tratta, basta leggere poche righe dall’incipit de “ Il richiamo di Cthulhu”: “A mio avviso, il favore più grande che il cielo ci ha reso è l’incapacità della mente umana di mettere in relazione tutto ciò che esso racchiude. Viviamo su un’isola di beata ignoranza posta al centro di neri oceani d’infinito, e non era scritto che dovessimo attraversarli…”

Houellebecq rileva, a nostro parere giustamente, che Lovecraft non aveva alcuna intenzione di “blandire” il lettore per interessarlo alla storia, scriveva già per un pubblico di appassionati e fanatici, e lo trovò, anche se dopo la sua morte. Quella che egli opera è una trasformazione radicale del linguaggio. Nessun ambito scientifico viene tralasciato da Lovecraft durante la stesura di un racconto, nessuna area della conoscenza egli decida di trattare viene affrontata senza la necessaria previa documentazione, che sia costituita dalla natura dei batraci o dalla stesura di un rapporto scientifico in Alaska. Ma ciò che forse costituisce la ragione maggiore del disdegno che da sempre la critica ha dimostrato per lo scrittore di Providence, è l’uso smodato degli aggettivi, uso necessario alla concezione del terrore che Lovecraft voleva illustrare.

Houellebecq cita ad esempio la parte finale di “Prigioniero delle Piramidi”, racconto scritto per l’illusionista Houdini: “No! Gli ippopotami non dovrebbero avere mani umane, né portare torce!”. L’uso di una tale terminologia a effetto adesso farebbe sì che lo sventurato e ingenuo scrittore “colpevole” vedesse rifiutato il proprio racconto da una sponda all’altra dell’oceano ma, paradossalmente, è proprio questo tipo di scrittura la più capace di attrarre il mondo dell’adolescenza e dell’infanzia a quell’altro mondo complesso e articolato che è il mondo della paura.

Fernando Savater, fotoIl grande studioso spagnolo Fernando Savater rilevò a suo tempo nel suo libro più evocativo, Creature dell’aria, che l’Universo del terrore è essenziale al lettore bambino o adolescente quanto e più della narrativa d’avventura, e sicuramente due o tre volte più della stucchevole letteratura “di genere” zeppa di folletti, fatine, o licei dove ci si approccia alla vita flirtando o gettandosi in scorribande con “amici compiacenti”. Il Terrore è la prima rappresentazione dell’Ignoto della vita in generale, la conquista o la morte nella città oscura di R’lyeh è una rappresentazione più vera del mondo di quanto non lo sia il liceo, la casa o la scuola, perché è la prefigurazione dell’irrazionalità dell’esistenza. Il vasto mondo è un gioco a incastro di porte davanti alle quali stanno in agguato guardiani terribili, e sapere di cosa sia fatta la paura insegna le parole di potere con le quali esorcizzarli.

Il tipo di linguaggio che usa Lovecraft, diretto, preciso e scientifico, e al tempo stesso fortemente aggettivato, piace ai suoi lettori adolescenti, si insinua nella tradizione del pulp e sfocia nella narrativa popolare di uno Stephen King o di un Dean R. Koontz, i quali pur di arrivare all’obbiettivo prefisso (generare terrore) non disdegnano affatto l’uso letterario dello slang.

Questo uso spregiudicato della lingua manca in Europa, in Francia e soprattutto in Italia, ancora imbalsamata in trite costruzioni sintattiche di tipo D’Annunziano che neppure Carlo Emilio Gadda riuscì a esorcizzare. Già a suo tempo, Pier Paolo Pasolini avvertiva nelle sue Lettere Luterane dell’esistenza di un “gap”, adesso diventato insondabile, apertosi fra linguaggio “giovanile” e cosiddetto “linguaggio colto”. Adattare il primo alle esigenze obsolete del secondo, non solo impedisce il necessario scambio comunicativo che dovrebbe esistere fra generazioni differenti, ma strozza anche la necessaria evoluzione del linguaggio stesso, lo imbalsama in strutture che non trovano più posto nelle mutate condizioni sociali e culturali, impedisce alla cultura stessa di “evolversi”.

Altro elemento che Houellebecq rileva è la costruzione “Architettonica” di Lovecraft. All’interno della sua macchina perfetta e coerente, il disgusto e l’orrore vengono sapientemente preparati con una ricca gamma di sfumature olfattive, sonore e tattili prima che meramente visive. Houellebecq cita la costruzione del terrore tal come si sviluppa in “The Shadow Over Innsmouth”: i suoni risucchianti emessi dagli “ibridi”; la sensazione costante di trovarsi in un luogo ostile, formato da superfici viscide; l’odore di pesce marcio che si fa via via più opprimente… Tutte sensazioni che solo la tecnica narrativa di Lovecraft può illustrare e, in questo caso, solo la letteratura.

Nel suo paragrafo “E allora vedrete una possente cattedrale”, Houellebecq attira l’attenzione anche sull’entusiasmo da sempre mostrato da Lovecraft per l’architettura, riportando, a titolo di esempio, la descrizione epistolare che fa alla zia della città di New York:

“Ammirando quella prospettiva mi sono sentito quasi svenire di frenesia estetica – quell’atmosfera vespertina con le innumerevoli luci dei grattacieli, i riflessi sfavillanti e i fanali dei battelli che scivolavano sull’acqua – a sinistra la scintillante Statua della Libertà e a destra il lucido arco del ponte di Brooklyn. Era qualche cosa di ancora più possente dei sogni della leggenda del Vecchio Mondo – una costellazione di una maestà infernale – un poema tra le fiamme di Babilonia! […]”.

H.P. Lovecraft: contre le monde, contre la vie, 1999, copertinaDi fronte a una tale maestosa ammirazione, Houellebecq non può che annotare: “Non è azzardato supporre che qualche giovane, uscito pieno di entusiasmo dalla lettura dei racconti di Lovecraft, si sia sentito spinto a intraprendere lo studio dell’architettura”. Tali descrizioni ricorrono sia in “The Dreams in the Witch House”, con le sue geometrie non-euclidee, le superfici verdastre, le luci irreali, sia in “The Call of Cthulhu”. Il rapimento estetico di Lovecraft è di ordine architettonico, il senso di orrore e straniamento è invece olfattivo, uditivo e tattile, ecco perché il cinema e le arti visive non sono state mai capaci che di mediocri imitazioni della narrativa lovecraftiana. In altre parole, la letteratura in Lovecraft è carne, sangue (anche se non sempre umano) e struttura; un organismo a sé stante, una macchina mitologica che saccheggia da linguaggi eterogenei, sensazioni eterogenee, ma non può essere saccheggiata.

Altra spinosa questione la offre il tema del razzismo di Lovecraft. Houellebecq rileva, e non è il solo a farlo, che la xenofobia di tipo manierato di cui Lovecraft dà prova durante il periodo passato con le zie a Providence, subisce una escalation progressiva e drammatica durante il suo trasferimento a New York e il suo matrimonio. In una realtà tentacolare e competitiva come quella di una grande città, non c’è alcuno spazio per il senso di purezza razziale “WASP” che Lovecraft abitualmente esibisce. Gli immigrati sono più duttili e si gettano a capofitto in quella realtà meschina e commerciale che Lovecraft disprezza. Nondimeno la penuria monetaria, acutizzatasi con il matrimonio, costringe Lovecraft a una serie di compromessi frustranti e alla constatazione del fatto che, nonostante i suoi sforzi, non riesce a trovare impiego.

I non-americani sono doppiamente colpevoli, per Lovecraft, di riuscire a trovare lavoro nonostante un americano “autentico” come lui non ci riesca, e di gettarsi senza remore in quella vita ribollente e movimentata che egli disprezza, e contro la quale sempre si è battuto. Ma nonostante le apparenze, è questa seconda constatazione, più che la prima, a esasperare l’ostilità dello scrittore. Per meglio comprendere in che consista quest’ultima affermazione, sarà forse d’aiuto riportare un estratto da una storia di Thomas Ligotti, uno dei continuatori più geniali e originali dell’opera di Lovecraft, tratto dal suo racconto “Severini”:

“Il mio corpo, un tumore che una volta fu estratto dal corpo di un altro tumore, un pezzo di malattia che sta sempre cuocendo la sua propria malattia. E nella mia mente un’altra malattia, la malattia della malattia. Da tutte le parti, la mia mente vede la malattia di altre menti e altri corpi, questi altri organismi che sono solo altre malattie, un incubo totale dell’organismo. «Dove mi porta!» gridò (gridammo) alle facce marroni e giallastre. «Dobbiamo risolvere il problema dell’infezione intestinale lo sappiamo, lo sappiamo». Ripeterono quelle parole per tutto il cammino, come sembrava, mentre la città scompariva dietro gli alberi e gli arbusti, tra i fiori giganteschi che odoravano di carne putrefatta e i funghi e la mucillagine della cloaca tropicale. Conoscevano la malattia e l’incubo perché vivevano in quel luogo dove l’organismo cresceva senza restrizioni, con quelle forme tanto variate e esotiche, verso un destino dal quale non poteva fuggire”.

È una descrizione abbastanza fedele di come Lovecraft concepisce la vita a New York, di come percepisce la sua e la altrui malattia, che è la malattia di vivere nell’anonimato e nella penuria, l’altra faccia del sogno americano di “melting-pot”. La consapevolezza di appartenere a un unico organismo malato, malato di vivere un’esistenza bruta, fatta di morte, nascita, riproduzione e ancora morte. Un’immensa giungla tropicale dove la vita si manifesta nella sua essenza marcescente, protetta da un’architettura grandiosa e straniante.

Nell’esperienza a New York di Lovecraft, rileva Houellebecq, ci sono “in nuce” tutti i “Grandi testi” dell'autore del Rhode Island, ma soprattutto è paradossalmente in questo suo razzismo esasperato (non esita a paragonare gli immigrati a funghi di palude e limo) che Lovecraft ritrova il suo posto nell’umano consesso. Diventa parte integrante, che lo voglia o no, di “quell’organismo tumefatto” che è la vita, si sporca anche lui di quel limo primordiale, ritrova quella condivisione che aveva sempre evitato con i suoi modi da affettato gentiluomo anglosassone, e questa esperienza corale e comunitaria assume il peso di una Rivelazione, oscura e potente.

H.P. Lovecraft: Against the World, Against Life, 2009, copertinaNella sua prefazione (postfazione, nell’edizione italiana) Stephen King riassume per noi i paragrafi di Houellebecq in un’unica poderosa frase che, per dirla con lo scrittore francese: “sono la formula per fallire nella vita e riuscire nell’arte. Anche se su quest’ultimo punto il risultato non è garantito…” e la frase è: “Aggredisci la storia come un raggiante suicidio, afferma senza timore il grande NO alla vita, allora vedrai una magnifica cattedrale e i tuoi sensi, vettori di un indefinibile sconvolgimento, tracceranno un intero delirio che si perderà nelle innominabili architetture del tempo”. La frase con la quale Houellebecq riassume la narrativa di Lovecraft e quella dei suoi continuatori più dotati e ricettivi.

È curioso notare come una certa parte della critica anglosassone non sia altrettanto pronta a riconoscere la posizione assolutamente innovativa che Lovecraft occupa nella letteratura gotica, sia a livello stilistico che di vera e propria coerenza filosofica. Uno fra tutti proprio David Punter, peraltro originale e coraggioso partigiano del genere Gotico, così parla dello scrittore di Providence: “Forse non occorre dire molto di più su Lovecraft: la sua prosa è rozza, ripetitiva, leggibile dietro coercizione, la quintessenza della narrativa popolare. Nella maggior parte dei casi egli riduce i motivi gotici a una sorta di meccanismo; il suo posto nella tradizione non è quello di un innovatore e neppure di un modificatore, ma è più quello di un rievocatore dell’ultim’ora degli antichi orrori …” dove prima il critico aveva insistito sulle “rimozioni” (freudiane) di tipo “razziale e sessuale”, nonostante Stephen King (pure elogiato da Punter) abbia già rilevato che racconti come “L’orrore di Dunwich” e “Alle montagne della follia” contengano ben poco all’infuori dell’elemento sessuale.

Un altro chiaro caso di “nemo profeta in patria”, al quale Houellebecq e altri hanno doverosamente e esaustivamente risposto. La nostra critica, peraltro, tende ancora a svincolare la produzione narrativa di Houellebecq da questo saggio, che si conosce ancora per sentito dire e per “passaparola”. Naturalmente, la biografia di Joshi è più esaustiva e completa, soprattutto considerando che Joshi non insiste “solo” sugli aspetti rimarcati da Houellebecq, ma anche così il saggio dello scrittore francese raggiunge una certa sorta di completezza fra vita e stile di Lovecraft, che è quanto vogliamo leggere, oltre al fatto che è il primo tentativo da parte di un intellettuale europeo non “di nicchia” di confronto “serio” con la narrativa del Maestro di Providence. Non resta che augurarci uno sforzo simile anche da parte dei nostri.

Bibliografia:
Michel Houellebecq, H.P. Lovecraft contro il mondo contro la vita, postfazione di Stephen King, Bompiani, 2005
David Punter, Storia della letteratura del terrore, Editori Riuniti, 2000
Thomas Ligotti, The Nightmare Factory, Carroll & Graf, 1996
Fernando Savater, Creature dell’aria, Ed. Instar, 1993
Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane, Einaudi, 1976

Mariano D’Anza

lunedì 7 febbraio 2011

Grimscribe: Thomas Ligotti in riedizione Subterranean Press

Grimscribe: His Lives and Works, 2011, copertinaSe sono ormai diversi anni che Thomas Ligotti non propone più nuovi racconti, prosegue d’altra parte la sua opera di revisione, e talvolta riscrittura, per la definitiva riedizione delle sue prime storiche raccolte narrative presso l’americana Subterranean Press, inaugurata nel 2010 con Songs of a Dead Dreamer per proseguire, quest’anno, con il secondo volume Grimscribe: His Lives and Works.

Pubblicato in origine nel 1991, da Carroll & Graf negli Stati Uniti e dalla Robinson Publishing per il Regno Unito, a due anni dall’esordio de I canti di un sognatore morto l’uscita di Grimscribe consolidò l’alta reputazione in campo horror dell’autore, sino ad allora relegato fra gli ambienti del fandom e dell’editoria minore.

Come descritto nella nota editoriale, le storie presentate in questa sede “sono state rivedute per cogliere in pieno le mire artistiche degli originali, piuttosto che a comporre nuove versioni delle opere. Alla maniera del suo predecessore in questa serie, il presente volume può quindi essere considerato sia come una riedizione che come il culmine del suo magistrale sforzo letterario di vent’anni fa”.

Ancora con una copertina illustrata da Aeron Alfrey, l’uscita è prevista per la primavera del 2011. Nel frattempo, il libro è preordinabile a $40 per la propria versione commerciale, e per 60 dollari nell’edizione limitata in 250 copie numerate, firmate e rilegate in pelle; il tutto attraverso la pagina dedicata sul sito web di Subterranean Press.

Grimscribe: His Lives and Works
Thomas Ligotti
Subterranean Press, 2011
copertina rigida, $40.00
ISBN 9781596064096

Andrea Bonazzi

venerdì 4 febbraio 2011

21st Century Gothic: il romanzo gotico nell'ultimo decennio

21st Century Gothic, 2010, copertinaIl romanzo gotico nel primo decennio di questo nuovo secolo è il tema portante della raccolta saggistica 21st Century Gothic. Great Gothic Novels Since 2000, pubblicato dall’americana Scarecrow Press a cura di Danel Olson, insegnante al Lone Star College di Houston, in Texas, e già curatore della serie di antologie narrative Exotic Gothic apparse in tre volumi per la Ash-Tree Press.

Un percorso tra le nuove espressioni del gotico attraverso 53 saggi e articoli di noti e meno noti critici, esperti e autori di genere, da Darrell Schweitzer a David Punter fino a Lisa Tuttle, Reggie Oliver, Nicholas Royle o Steve Rasnic Tem, analizzando le opere più rappresentative scritte fra il 2000 e il 2010 fra La torre nera di Stephen King e The Darkest Part of the Woods di Ramsey Campbell, Il figlio del cimitero di Neil Gaiman e il Peter Straub di A Dark Matter, non senza passare per l’immancabile saga di Twilight in mezzo ai molti goticheggianti spunti del nuovo millennio.

La prefazione si affida a S. T. Joshi, in un corposo volume di circa 700 pagine dal costo tutt’altro che abbordabile – per confermare la regola delle edizioni accademiche sempre ad alto prezzo. Informazioni presso il sito web dell’editore, qui a seguito l’indice dei contenuti al completo:

Foreword – S. T. Joshi
Introduction – Danel Olson
From Asperger’s Syndrome to Monosexual Reproduction: Stefan Brijs’s The Angel Maker and its Transformations of Frankenstein – Jerrold E. Hogle
The Sleep of Reason: Gothic Themes in Banquet for the Damned by Adam L. G. Nevill – James Marriott
Beasts: Joyce Carol Oates and the Art of the Grotesque – Peter Bell
The Blind Assassin by Margaret Atwood as a Modern “Bluebeard” – Karen F. Stein
Death and The Book Thief by Markus Zusak – Steve Rasnic Tem
Cinematic Femme Fatales and Weimar Germany in Elizabeth Hand’s The Bride of Frankenstein: Pandora’s Bride – Marie Mulvey-Roberts
Ghosts in a Mirror: Tabitha King and Michael McDowell’s Candles Burning – Nancy A. Collins
Repositioning the Bodies: Peter Ackroyd’s The Casebook of Victor Frankenstein and Other Monstrous Retellings – Judith Wilt
Marvels and Horrors: Terry Dowling’s Clowns at Midnight – Leigh Blackmore
What We Hide Within Us: Thoughts on Albert Sánchez Piñol’s Cold Skin – Brian J. Showers
Michel Faber, Feminism, and the Neo-Gothic Novel: The Crimson Petal and the White – Mary Ellen Snodgrass
Shedding Light on the Gothic: Peter Straub’s A Dark Matter – Brian Evenson
Gothic Western Epic Fantasy: Encompassing Stephen King’s Dark Tower Series – Tony Magistrale
Wonder and Awe: Mysticism, Poetry, and Perception in Ramsey Campbell’s The Darkest Part of the Woods – Adam L. G. Nevill
Drac the Ripper: James Reese’s The Dracula Dossier, Consciousness Disorders, and Nineteenth-Century Terror – Katherine Ramsland
The New Southern Gothic: Cherie Priest’s Four and Twenty Blackbirds, Wings to the Kingdom, and Not Flesh Nor Feathers – Don D’Ammassa
Margot Livesey’s Eva Moves the Furniture: Shifting the House of Gothic – Tunku Halim
Fatal Women and Their Stratagems: Tanith Lee Writing as Esther Garber – Mavis Haut
A Monster Sensation: Victorian Traditions Celebrated and Subverted in Sarah Waters’s Fingersmith – Lisa Tuttle
Fairy Goth-Mothers: Maternal Wish Fulfillment in Kate Morton’s The Forgotten Garden – Walter Rankin
In Praise of She Wolves: The Native American Eco-Gothic of Louise Erdrich’s Four Souls – Danel Olson
Andrew Davidson’s The Gargoyle: Canadian Gothic – Karen Budra
The Perils of Reading: The Gothic Elements of John Harwood’s The Ghost Writer – James Doig
Making Fish Out of Men: Gothic Uncertainty in Gould’s Book of Fish by Richard Flanagan – Robert Hood
Raised By the Dead: The Maturational Gothic of Neil Gaiman’s The Graveyard Book – Richard Bleiler
Death Comes in the Mail: The Relentless Malevolence of Joe Hill’s Heart-Shaped Box – Darrell Schweitzer
Vlad Lives! The Ultimate Gothic Revenge in Elizabeth Kostova’s The Historian – Danel Olson
Gothic New York in James Lasdun’s The Horned Man – Nicholas Royle
Economies of Leave-Taking in Mark Z. Danielewski’s House of Leaves – Laurence A. Rickels
Dread and Decorum in Susanna Clarke’s Jonathan Strange & Mr. Norrell – Douglass H. Thomson
Renovation is Hell, and Other Gothic Truths Deep Inside: Jennifer Egan’s The Keep – Danel Olson
Nancy Drew Goes Gothic? The Little Friend by Donna Tartt – Lucy Taylor
The Tyranny of Time and Identity: Overcoming the Past in Gregory Maguire’s Lost – Jason Colavito
“And That Was the Reason I Perished”: Trauma’s Transformative Potential in Alice Sebold’s The Lovely Bones – August Tarrier
Deadly Words: The Gothic Slumber Song of Chuck Palahniuk’s Lullaby – Sue Zlosnik
His Dark Materials: Gothic Resurrections and Insurrections in Patrick McGrath’s Martha Peake – Carol Margaret Davison
The Vigilante in Michael Cox’s The Meaning of Night: A Confession – Heather L. Duda
London Demons: Cursed, Trapped, and Haunted in William Heaney’s (Graham Joyce’s) Memoirs of a Master Forger – K. A. Laity
Haunting Voices, Haunted Text: Toni Morrison’s A Mercy – Ruth Bienstock Anolik
Borderline Gothic: Phil Rickman and the Merrily Watkins Series – John Whitbourn
Narrative and Regeneration: The Monsters of Templeton by Lauren Groff – Graham Joyce
Educating Kathy: Clones and Other Creatures in Kazuo Ishiguro’s Never Let Me Go – Glennis Byron e Linda Ogston
Cormac McCarthy’s No Country for Old Men: Western Gothic – Deborah Biancotti
Jeffrey Ford’s The Portrait of Mrs. Charbuque: A Picturesque Terror – Charles Tan
Gothic Maternity: The Pumpkin Child by Nancy A. Collins – Karin Beeler
Natsuo Kirino’s Real World: Murder and the Grotesque through Teenage Eyes – Edward P. Crandall
The Longest Gothic Goodbye in the World: Lemony Snicket’s A Series of Unfortunate Events – Danel Olson
A Labyrinth of Mirrors: Carlos Ruiz Zafón’s The Shadow of the Wind – Romana Cortese e James Cortese
An Icy Allegory of Cultural Survival: Gothic Themes in Dan Simmons’s The Terror – Van Piercy
Are They All Horrid? Diane Setterfield’s The Thirteenth Tale and the Validity of Gothic Fiction
Snakes, Bulls, and the Preoccupations of History: Alan Garner’s Thursbitch – David Punter
Gothic, Romantic, or Just Sadomasochistic? Gender and Manipulation in Stephenie Meyer’s Twilight Saga – June Pulliam
Shaggy Dog Stories: Jonathan Carroll’s White Apples as Unconventional Afterlife Fantasy – Bernice M. Murphy – Reggie Oliver


21st Century Gothic. Great Gothic Novels Since 2000
a cura di Danel Olson
The Scarecrow Press, 2010
copertina rigida, 710 pagine, $75.00
ISBN 9780810877283

Andrea Bonazzi

mercoledì 2 febbraio 2011

Algernon Blackwood, fra genere gotico e occultismo

Algernon Blackwood, 1916, fotoAltro sognatore “scientifico” fu l’illustre figlio della Duchessa di Manchester, Algernon Blackwood. Come spesso era solito accadere nell’Inghilterra agli inizi del ventesimo secolo il padre del Nostro, un alto funzionario del Ministero delle Poste Britanniche, aderisce a una setta fondamentalista di stampo calvinista (quasi la stessa occorrenza toccata in sorte ad Aleister Crowley), condannando così il figlio a una carriera che è facile prevedere. Il giovane Algernon dimostrò subito una capacità di sopportazione molto limitata, tratto distintivo di ogni buon sognatore individualista che si rispetti, ma in particolare nei riguardi di una Divinità che condanna o perdona aprioristicamente.

Al termine di una esperienza di soggiorno e studio in Moravia, voluta dai genitori allo scopo di far apprendere al figlio il tedesco, lingua utile al commercio, il giovane Algernon deciderà ribellarsi alla religione dei suoi genitori mediante lo studio delle dottrine occulte, dell’ipnotismo e dei Veda. Successivamente, il Nostro viene inviato in una fattoria in Canada a curare alcuni affari di famiglia, esperienza che si rivelerà fallimentare. Lo vediamo tornare in un secondo momento e nello stesso luogo, ma per passare un lungo periodo nei boschi ancora parzialmente inesplorati di quelle regioni, in completo ritiro dal mondo e a “scopo di studio”, esperienza dalla quale Blackwood trarrà i suoi migliori “Camp Tales” (uno fra tutti “The Wendigo”).

Lo troviamo ancora una volta a New York, in rotta completa con la famiglia, senza soldi e senza alloggio, accusato di vagabondaggio e perfino di incendio doloso. Il suo migliore amico di allora, Arthur Bigge, si rivelerà in realtà un approfittatore senza scrupoli che si involerà rubandogli le poche possessioni rimastegli. In un secondo momento Blackwood ritroverà il suo persecutore e lo farà arrestare, dopodichè si farà assumere come reporter dal New York Times, occupazione che gli donerà anche una relativa stabilità economica. Di questo periodo, Blackwood ci ha lasciato un alter-ego indimenticabile, Jim Shorthouse, e due fra i suoi migliori racconti: “The Empty House” e “A case of Eavesdropping”.

È normale che un sognatore di professione vada alla ricerca di lontananze immaginate, ma è molto raro che queste si concretizzino in distanze fisiche. Le sue inquietudini personali, lo spingono infatti ad abbandonare il mestiere di reporter per quello di commerciante di alcolici, poi ancora sarà segretario di un famoso milionario, per infine abbandonare i suoi vagabondaggi e fare ritorno alla natia Inghilterra, come scrisse un suo biografo: “se non ricco di beni, quanto meno di esperienza”.

Starlight Man: The Extraordinary Life of Algernon Blackwood, 2001, copertinaDopo il suo ritorno, Blackwood si dedicò alla scrittura professionale e fu iniziato alla Golden Dawn da un amico (molto probabilmente quel M.W. al quale dedica il suo ciclo di John Silence) tornando così imperiosamente alle vecchie passioni giovanili. Ciò che, secondo David Punter, àncora saldamente la narrativa di Blackwood alla tradizione gotica è la sua ricercata attenzione agli ambienti, oltre che alla psicologia dei personaggi.

Ma eccetto alcuni casi, rare volte si tratta di ambienti chiusi. In “Ancient Sorceries”, uno dei casi non risolti di John Silence, è un’intera cittadina medioevale a esercitare un influsso maligno e irreversibile sulla psiche del protagonista. La cittadina, mano a mano che la narrazione si dipana, assume sempre più le caratteristiche di una maledizione circolare, che si ripete a ogni nuova reincarnazione della “vittima”. Giurata una volta fedeltà al Demonio, il povero Vezin sarà per sempre condannato a ripetere il gesto e non ha alcuna importanza che la cittadina sia praticamente disabitata in data odierna, in quanto alla prima apparizione di Vezin, i fantasmi demoniaci sorgono automaticamente intorno a lui e prendono nuova vita, ma per ripetere eternamente la stessa attività di una volta; iniziare Vezin al male. Il protagonista riesce infine a ricordare quando avvenne il fatto la prima volta e, così facendo, ad esorcizzarlo parzialmente sotto le scrupolose attenzioni di John Silence. Ma quando infine il detective psichico viene interrogato sulla possibile guarigione dello sfortunato e prostatato Vezin, egli risponde: “...Riemersioni subliminali di ricordi come queste possono essere incredibilmente dolorose e talora molto, molto pericolose. Spero solo che quell’anima sensibile possa quanto prima fuggire dall’ossessione di quel passato violento e tempestoso. Ma ne dubito, ne dubito...”.

Come Punter rileva, si tratta del passato che ritorna con il suo carico di angosce irrisolte e ripetitività diabolica. Viene da pensare ai principi del romanzo gotico, dove il simbolo del passato ominoso viene sempre rappresentato da un luogo; il castello dei Mysteries of Udolpho di Ann Radcliff, L’abbazia di Ambrosio in The Monk di M.G. Lewis, o ancora la monumentale e tardiva Gormenghast di Mervyn Peake: il Castello infinito e illimitato, che non rappresenta solo un passato oppressivo e imbalsamato in quanto, come suggerisce Peake, Gormenghast è un’immagine diretta del mondo. Ma con Blackwood assistiamo alla genesi di un gotico più maturo ed “evoluto”, se vogliamo.

The Willows, 2003, copertinaIl passato, in Blackwood, si libera decisamente delle limitazioni da ambiente chiuso, per diventare semplicemente Ambiente. Egli sposta, con un’abile mossa da consumato autore, l’attenzione percettiva del lettore non sul luogo “isolato” dell’azione, ma sul mondo stesso in cui il lettore vive e opera, in altre parole sulla realtà del mondo in cui viviamo come vero ambiente chiuso, recintato da un universo ostile, costantemente in agguato e in attesa di rivelarsi qualora il velo della percezione “normale” si squarci in un istante di fatale rivelazione.

Fra i racconti che segnano il passaggio tra uno stile e l’altro, il più rappresentativo è senza dubbio “The Insanity of Jones”. La parafernalia del gotico vi si trova tutta, compresa la scena finale di vendetta con i suoi particolari efferati, violenza rappresentata con tratti di un’alienità tanto più ostica e straniante in quanto avallata da una Giustizia soprannaturale implacabile e imparziale. In questo racconto, il lettore benpensante non vede nient’altro se non lo sfogo di una persona isolata e mentalmente disturbata, il lettore “iniziato” vede invece solo il naturale compiersi di un atto di giustizia troppo a lungo posticipato. Blackwood gioca ancora qui con l’ambiguità della nostra percezione riguardo alla follia e alla sanità mentale, non parla a una categoria o a una classe sociale “statica” (l’aristocrazia decaduta o decadente del gotico classico o della ghost story vittoriana) ma alla middle-up class londinese post-imperiale, ovvero a quel coacervo metropolitano di inquietudini, frustrazioni e straniamento che è la cifra della nostra cosiddetta modernità.

Contrariamente a quanto accade all’ultimo rampollo di una qualsiasi condannata famiglia di nobili scozzesi o inglesi, con il loro carico represso di presagi familiari, in “The Insanity of Jones” gli “omina” di una vendetta soprannaturale non attendono nel quadro di un antenato ritratto con uno stile particolarmente vivido, né nella stanza chiusa di una magione avita né in una dimenticata camera di tortura, ma fra i tavoli di una mensa per impiegati, alla periferia di un quartiere proletario oppure nello stesso ufficio dove Jones trascorre la maggior parte della sua vita monotona e confusa. Non per questo dobbiamo pensare che gli elementi soprannaturali perdano qualcosa della loro magniloquenza tragica, anzi, questi non si risparmiano neppure un trucco fra quelli tipici del genere; si permettono addirittura di giustificare e assolvere il protagonista, inviando per lui una guardia soprannaturale che lo scorta alla punizione con una spada fiammeggiante, forse consapevoli del fatto che fra “quelle facce soprannaturali che si affollano intorno a Jones” si trovino anche quelle persone “normali” che non assolvono e non perdonano secondo le leggi di questo mondo.

Wendigo, illustrazione di Matt FoxCome vediamo, l’unico accenno al conservatorismo “classico” del gotico o della ghost story rimane solamente in una certa qual alzata d’orgoglio tipicamente cockney, che consiste nel criticare la modernità in quanto arida e imbarbarita al momento di condannare senza appello un valore sacro e dignitoso quale il vecchio concetto aristocratico di “vendetta”.

Ma a pensarci bene, ciò serve magnificamente a Blackwood per alzare ancora di più il livello di ambiguità del racconto. Viene da pensare all’altrettanto ambiguo “tema del traditore e dell’eroe” di J.L. Borges, con il suo carattere di ripetitività ossessiva (il concetto di “destino” che in Borges è quasi più da intendersi come simbolo dell’arethè gauchesca argentina, più che ragionata riflessione sul concetto orientale di reincarnazione) e con la sua accumulazione di presagi nonchè strizzata d’occhio all’epica classica.

Se quello che scrive David Punter è esatto, ovvero che: “In Blackwood il regno del Soprannaturale è accettato come esistente, le sue storie sono piene di «spiegazioni»... ma sono spiegazioni che presuppongono una credenza,” quanto da lui sottolineato è tanto più vero sia per i casi di John Silence che per i suoi magnifici “Camp Tales”. È in questi che si rende Palese l’interesse “scientifico” che Blackwood nutre nei confronti dell’occulto, e precisamente è qui che egli si libera della sua doppia oppressione di tipo psicologico costituita in parte dal filisteismo ipocrita e bigotto della borghesia mercantile emergente, in parte dalla statica immobilità dell’aristocrazia decadente. Blackwood conosce la seconda attraverso la madre e la prima per averla vissuta sualla pelle attraverso i suoi viaggi in giro per il mondo, oltre che attraverso la pletora di occupazioni “moderne” alle quali si era dedicato.

Il Blackwood più maturo e più abile è per l’appunto il Blackwood che rispolvera la sua passione giovanile per l’occulto, l’ipnosi, la natura dei demoni e delle entità “elementali”, la magia; ma stavolta con occhi nuovi e con un bagaglio di esperienze molto più vasto e profondo. Potremmo anche dire, attraverso un percorso “gnostico” che assomiglia molto a quello mistico-alchemico di Arthur Machen. Nei suoi racconti ad ambiente naturale, troviamo quella componente del gotico che alcuni critici hanno denominato attenzione verso “Il barbarico”. Fanno bella scena di sé ambienti selvaggi, personaggi non-civilizzati o semi-civilizzati come il Défago di “The Wendigo”. Ma ancora una volta Blackwood inverte la cifra e il segno della narrazione per aumentare la nostra completa confusione, in quanto non sono realmente Entità appartenenti a un’altra dimensione a invadere il nostro Mondo, anche se ancora in buona parte inesplorato e ostile: siamo noi a invadere i loro rifugi, pagandone le tragiche conseguenze.

Forest Beasts, illustrazione di John KennI personaggi di Blackwood, nota sempre giustamente David Punter, non fanno in realtà nulla per meritare tale funesto destino: vi incappano quasi sempre per casualità. A volte, ma solo in casi rari, tale casualità non è affatto tale (come in “May Day Eve”); più spesso invece vale il detto “l’ignoranza non è una scusante”.

Il racconto lungo, o romanzo breve “The Man Whom the Trees Loved” costituisce un esempio magistrale in questo senso. Un uomo mite e riflessivo si ritira a vivere con la moglie in una augusta magione posta sul limitare di un bosco immenso. L’uomo ama gli alberi, per i quali ha sempre nutrito una speciale passione, ciò che ancora ignora è quanto dagli alberi egli sia riamato...

Fin dal principio del racconto, caratterizzato da quel tipo di preparazione lunga e dettagliata che costituisce il “marchio di fabbrica” di Blackwood, assistiamo a uno scontro di volontà impari e disperato fra la moglie del protagonista, tesa a difendere il marito da una minaccia esterna da lei avvertita e presagita, e quella delle “Entità” del bosco, che la parola “Alberi” definisce solo parzialmente. Gli Alberi attirano l’uomo sempre più verso di loro, si avvicinano alla casa di notte per riallontanarsi a giorno fatto, tendono i loro rami sul capo del dormiente per frusciare nelle sue orecchie un richiamo che è sempre lo stesso: “unisciti a noi”. I tentativi di salvataggio e opposizione della moglie sono tanto disperati quanto commoventi, è l’ultimo baluardo della “Ragione comune” contro “L’Altro Mondo”, le cui dinamiche Blackwood ricostruisce con accenni e con una concezione di fondo che ha origini antiche e poco esplorate.

La selva dell’uomo amato dagli alberi, così come quella canadese in “The Wendigo” o quella galleggiante in “The Willows”, è sempre la stessa; è la “Hyle” dei teologi gnostici della scuola di Chartres, la materia indifferenziata, il caos agli inizi della Creazione o, meglio detto, ai suoi margini, e contrariamente a quanto credevano gli aristotelici è una “Entità senziente” e dotata di volontà propria. Così come un gruppo di spiritisti si riunisce in circolo allo scopo di incarnare nel nostro mondo una Entità “umbratile”, allo stesso modo le Entità che vivono ai confini fra il nostro mondo e l’altro congiurano per “spiritualizzare” alcuni soggetti peculiarmente sensibili nel “Loro” mondo. A volte, questo processo di trasmutazione alchemica avviene in maniera quasi naturale e il risultato si concretizza in quella “Santa fuga del prigioniero” nel mondo delle fate di cui parlava Tolkien e che ha sapore gnostico e iniziatico, come nel caso di “May day Eve”. Più spesso, la trasformazione è tragica e dolorosa.

Blackwood condivide con Machen la stessa concezione delle forze naturali, ma mentre Machen rimane sempre all’interno di una normativa plotiniana che ammonisce a non superare mai quel limite imposto dalla legge fra il Caos e l’Ordine, Blackwood ammette candidamente che il nostro Universo è per metà coperto da un velo di ignoranza e che oltre quel velo si cela “L’altro Mondo”, con le sue Entità spesso ostili. Alcune vivono in “riserve”, come i Salici del racconto omonimo o gli Alberi del signor Bittacy, ma solo gli iniziati come il dottor Silence sono in grado di rendersi conto di quando un universo collima con l’altro (come in “The Camp of the Dog”), per gli altri ignari visitatori c’è una rivelazione ominosa seguita da una dolorosa metamorfosi.

The Willows, illustrazione di Sidney StanleyI Salici del racconto omonimo così come gli Alberi di Bittacy e Sanderson, oppure la solitaria e maestosa entità conosciuta come il Wendigo, fanno presa sull’immaginazione e l’intuizione dei soggetti che scelgono di catturare, oltre che sulla loro ignoranza e resistenza alla “loro” realtà, e sono precisamente queste prime due caratteristiche che Blackwood vuole esplorare “scientificamente” nei suoi racconti.

Le concezioni antiche volevano l’anima umana divisa in tre parti separate e connesse. Gli umanisti rinascimentali ripresero questa idea dalle concezioni egizie, ritornate in voga grazie alle innumerevoli copie manoscritte dei Geroglifica di Orapollo. Le sette massoniche del secolo ventesimo fecero incetta sia delle traduzioni rinascimentali, sia delle scoperte archeologiche effettuate al Cairo e a Saqqara, e la Golden Dawn, alla quale sia Blackwood sia Machen furono affiliati, non fu da meno. Gli egizi dividevano l’uomo in Ka (anima immortale), Ba (anima spirituale) e Aj (letteralmente “fantasma”). L’Aj è una entità che permane nel mondo materiale richiamata da qualche passione vissuta in vita (il classico ghost), il Ka, secondo gli gnostici valentiniani, ritorna direttamente al “Pleroma” di intelligenze che costituisce il “vero Dio” Increato e svincolato dalla sua creazione, ma il Ba non è né completamente spirito né completamente corpo; è una “mummia”, un morto-in-vita o vivo-nella-morte, ecco perchè gli egizi solevano lasciare offerte di cibo accanto alle mummie.

Allo stesso modo, i Salici del racconto si “nutrono” di qualcosa che non è mai specificato nella narrazione, ma che possiamo ricostruire tramite quanto sinora esposto. Essi privano gli uomini del loro “agente di trasformazione” lasciandoli vuoti e secchi come mummie, come involucri. Il Ba inoltre corrisponde, per gli gnostici alessandrini, alla “Imaginatio vera”, la facoltà che l’uomo possiede di comunicare con il mondo degli archetipi e degli Angeli. Gli Ishraquiyun (gnostici) persiani, di cui parla Henry Corbin, fanno inoltre menzione di una “Terra di Hurqalaya”, un mondo “sottile” che vive a stretto contatto col nostro, dove “gli spiriti si fanno carne e la carne si fa spirito”, proprio come accade nelle “Riserve” di Blackwood o sulle colline di “May Day Eve”.

Sarebbe affascinante pensare che George Gordon abbia messo le mani su qualche manoscritto “Ishraqui” mentre era di stanza nel Sudan per poi passarlo a qualche conventicola massonica alla quale sarà stato sicuramente affiliato, ho scritto di lui per non scrivere di qualche altro generale o archeologo britannico di stanza nel nord dell’Iraq o in missione diplomatica sulla catena dell’Elborz, ma è poco importante sapere se le conventicole esoteriche inglesi conoscessero o no della “Terra di Hurqalaya”. La stessa concezione, anche se con nomi diversi, si ritrova anche negli scritti di Jacob Boheme e, a voler guardare nel dettaglio, persino nelle visioni di William Blake.

Lasciando da parte le speculazioni fenomenologiche, è un fatto che la narrativa di Blackwood abbia profondamente influenzato la concezione dell’Orrore del buon H.P. Lovecraft e abbia anche creato una serie di scelti e ricettivi “continuatori” del suo stile e delle sue tematiche. Fra questi (che in tutto si contano sulle dita di una mano) cito Ramsey Campbell, che con il suo The Midnight Sun riprende il tema di “The Man Whom the Trees Loved”, forse in maniera più prolissa (si tratta di un romanzo di quasi 500 pagine) ma di sicuro effetto e potente atmosfera. Blackwood inseguì le sue teorie occulte su “L’espansione delle facoltà umane” fino alla fine, difendendole e diffondendole in quel mondo arido e opportunista che conobbe durante la sua maturità.

Bibligrafia parziale:
Algernon Blackwood, Colui che ascoltava nel buio e altre storie, Fanucci, 1978
Algernon Blackwood, John Silence, investigatore dell’Occulto, Fanucci, 1977
David Punter, Storia della Letteratura del Terrore, Editori Riuniti, 2000
Henri Corbin, Corpo spirituale e Terra Celeste, Adelphi, 1986

Mariano D’Anza